sabato 31 maggio 2008

Autismo e fuffa



Non credo sarà l'ultima volta che parleremo di autismo, non perché si tratti di una fenomenologia particolarmente tragica (purtroppo, e sottolineo purtroppo, c'è di molto peggio), ma perché intorno a questa malattia aleggia, praticamente da sempre, un vero e proprio vortice di irrazionalità e ignoranza. (Approfondimento, in italiano.)
Se nel passato si gloglottavano le cialtronesche baggianate della psicoanalisi sulle "madri frigorifero", ora impazza il vero e proprio satanic panic dei vaccini.
Si badi bene, l'attribuzione dei sintomi dell'autismo al mercurio presente nei vaccini è in realtà un particolare irrilevante. Difatti, ogni volta che un nuovo studio indica l'inconsistenza di simili legami, la mercury militia cambia immediatamente tono e obbiettivi: non saranno i vaccini, ma sarà sicuramente il mercurio nell'ambiente, o saranno le centrali a carbone, oppure no, un momento, magari una qualche magagna mitocondriale può portare a comportamenti autistici.
Tutto questo è irrilevante. La mercury militia è un prodotto della sub-cultura anarco-capitalistica statunitense, che vede la vaccinazione come un'intollerabile ingerenza della Grande Bestia (il governo), e contemporaneamente non trova per niente strano che qualcuno venda terapie e gris gris senza condurre uno straccio di studio minimamente attendibile, cioè, per dirla tutta, senza faticare.
In Italia non siamo ancora a questo punto, ma simili argomenti riescono a trovare comunque un certo ascolto. Siamo la terra delle stimmate allo iodio di Padre Pio, la terra che prende a calci i suoi migliori scienziati e mette dei perfetti incompetenti al vertice di importantissimi organismi di ricerca, la terra che può varare protocolli sperimentali a furor di popolo, la terra dove un fisico di fama internazionale può essere trattato a pesci in faccia da ex soubrette e scagnozzi parlamentari dal collarino sudicio.
E poi, ohimè, c'è quella frangia, magari minoritaria ma comunque deprimente, che nella sinistra più o meno di movimento pare apprezzare questo genere di storielle. Non parlo della sinistra metafisica deleuziana, ché per loro già tutto è narrazione, una in più che differenza fa? No, è la sinistra antimperialista, che ha i suoi pregi (infatti, cazzo, potrei dire di farne parte anch'io), ma qualche volta si beve qualsiasi cazzata pur di poter pensare male di Big Pharma e della lobby medica...
Ma di questo, in futuro.
Ora vorrei farvi leggere una breve lettera aperta pubblicata sul sito dell'ANGSA
Chiara, essenziale, fondamentale.

(Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici), indirizzata a Beppe Grillo (capirete poi perché). Domenico D'Amico



Caro Beppe Grillo,

le sindromi autistiche sono veramente molto gravi ed i bambini e le famiglie che hanno questo problema meriterebbero un rispetto particolare, perché i soggetti autistici italiani non vengono mandati in Residenze a 15 anni ma restano in famiglia finché c'è la famiglia.

Invece ne abbiamo viste di tutti i colori.

Cercando una spiegazione delle cause dell'autismo molti hanno ingiustamente colpevolizzato le madri, basandosi su un grossolano errore statistico di Kanner del 1944; altri invece hanno accusato il Thimerosal che un tempo era contenuto in alcuni vaccini: da quando non c'è più, l'autismo non si è certo ridotto, dimostrando l'infondatezza dell'accusa. Nel frattempo quasi nessuno studiava seriamente la biochimica e la genetica dell'autismo, perdendo decenni preziosi.

Anche le proposte di terapie sono infinite: dalla delfinoterapia (anteriore a alla proposta di legge dell'On. Delfino) siamo arrivati adesso alla tua Grilloterapia, che non sappiamo su quali basi scientifiche si regga.

Fai riferimento ai danni del capitalismo ma non controlli che il firmatario della lettera alla Turco, David Humphrey, esponente dell'ASA, da te definita la più autorevole associazione mondiale, è proprietario e amministratore delegato della Kirkman, società che vende a migliaia di famiglie disperate ed illuse i suoi prodotti, che la FDA (l'Autorità garante americana sui farmaci e l'alimentazione) non ha mai autorizzato per lo scopo. Nel sito della Kirkman non si fa cenno alle facoltà salvifiche dei loro prodotti: sono i siti dei genitori ed i giornalisti alla ricerca dei miracoli che fanno pubblicità e incrementano le loro vendite. Noi non desideriamo che una parte del Fondo sanitario nazionale, già così misero, venga sprecata per medicine alternative di provata inefficacia.

Anche in Italia i bambini autistici ricevono oggi una diagnosi corretta, con un ritardo sempre inferiore, ed è proprio questo un motivo dell'enorme aumento dei casi diagnosticati. Abbiamo condotto una ricerca finanziata dal Ministero della salute su sei regioni in collaborazione con l'ANGSA (Associazione nazionale genitori soggetti autistici, il cui sito è: www.angsaonlus.org), che insieme ad altre 80 associazioni nazionali (come Autismo Italia) ed europee aderisce a: Autism Europe. Sarà per superbia, ma ci riteniamo più autorevoli dell'ASA e meno coinvolti in conflitti di interesse. Il nostro Comitato scientifico è composto da più di trenta Esperti di varie discipline.

Anche in Italia diverse Regioni (fra cui l'Emilia Romagna) hanno emanato linee guida per le sindromi autistiche e la Società Italiana di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza SINPIA ha pubblicato le sue nel maggio 2005: da nessuna parte vi si ritrova citato uno dei tanti rimedi che DAN! propone: possibile che i nostri esperti siano tutti cretini? Perché il DAN! nonostante i dieci anni di esistenza, non riceve nessuna approvazione dalla comunità scientifica internazionale? Perché non produce ricerche seguendo le regole internazionali? Perché non pubblica sulle riviste scientifiche mediche, invece di fare pubblicazioni autoreferenziali indirizzate direttamente ai genitori invece che ai colleghi?

La nostra richiesta al Ministro Livia Turco è la compilazione di linee guida basate sulla razionalità e l'EBM.

Ing. Giovanni Marino
Presidente nazionale di ANGSA onlus (associazione nazionale genitori soggetti autistici)

Carlo Hanau
docente di programmazione e organizzazione dei servizi sociali e sanitari
Università di Modena e Reggio Emilia
Direttore de "Il Bollettino dell'ANGSA"

giovedì 29 maggio 2008

psicoanalisi ed altro


PSICONALISI ED ALTRO
Questo scritto è un po’ datato e forse risente di qualche ingenuità di troppo, ma la validità di alcune argomentazione rimane a mio avviso inalterata.

di  Franco Cilli

Riflessioni
La psicoanalisi non è un metodo di cura, e se pretende di esserlo compie un’evidente forzatura. Di questo sono profondamente convinto, per la mia esperienza personale, per gli anni trascorsi come psichiatra, prima volontario e poi effettivo, nei sevizi psichiatrici di mezza Italia, per aver lavorato a fianco di psicoanalisti, per le mie letture.
Curiosamente, un aneddoto letto molti anni fa ha contribuito ad  incrinare la mia “fede” nei riguardi della psicoanalisi. L’aneddoto descriveva un intervento operato da due psicologi, Haughton e Ayllon, nei confronti di una paziente con diagnosi di schizofrenia catatonica, internata in ospedale da 20 anni, la cui unica occupazione era quella di fumare ogni giorno un numero considerevole di sigarette.
Haughton e Ayllon si proposero di produrre in questa paziente un nuovo comportamento che consisteva nello spazzare una stanza. Per raggiungere tale obiettivo, utilizzarono delle tecniche comportamentali che si avvalevano delle sigarette come rinforzo. Il risultato fu che alla fine la paziente trascorreva gran parte del proprio tempo a scopare la stanza in modo quasi compulsivo.
A questo punto Haughton e Ayllon invitarono due psichiatri a esaminare la paziente e a formulare una diagnosi nei suoi confronti.
Il primo psichiatra formulò questa diagnosi: “La scopa rappresenta per la paziente un elemento di rilievo nel suo campo percettivo. Non si sa come ciò sia avvenuto: si potrebbe pensare a un’interpretazione di tipo simbolico su basi freudiane oppure una di tipo comportamentale, secondo la quale questo comportamento costituisce un’abitudine essenziale a mantenere la tranquillità interiore della paziente. In ogni caso si tratta certamente di un tipo di comportamento stereotipato che è piuttosto diffuso negli schizofrenici regrediti e che presenta analogie col modo in cui bambini molto piccoli si rifiutano di separarsi dal loro giocattolo preferito.”
Il secondo psichiatra sostenne invece il seguente punto di vista: “Il fatto che la paziente spazzi costantemente la stanza in modo compulsivo può essere considerato come una procedura ritualistica, un’azione magica. Quando la regressione si impossessa dei processi associativi, il comportamento viene controllato da forme di pensiero primitive e arcaiche. Il simbolismo diviene il modo predominante utilizzato per esprimere desideri insoddisfatti profondamente radicati e impulsi istintuali. Mediante la magia, la paziente controlla gli altri e mette a propria disposizione poteri cosmici, mentre oggetti inanimati diventano creature viventi. La scopa quindi potrebbe essere 1. un bambino che le offre amore 2. un simbolo fallico 3. lo scettro di una regina onnipotente. Il suo vagare ritmico e prestabilito all’interno di un certo spazio non assomiglia tanto alle ossessioni del nevrotico, quanto invece a una procedura magica mediante la quale la paziente gratifica i propri desideri in modo molto diverso da quello nostro razionale e convenzionale.

martedì 27 maggio 2008

Lettera a Rossana Rossanda

Cara Rossana Rossanda,


In effetti hai ragione quando dici di dare un nome a ciò che dovrebbe essere necessariamente superato del novecento e non limitarsi a ripetere un ritornello che è diventato una specie di riflesso pavloviano. Appena si accenna a questioni come “comunismo”, “operaismo”, “lotta di classe” e quant’altro, la reazione di molti, perlomeno quelli che amano definirsi non fanatici e di indole pragmatica è un riflesso condizionato: ”roba del novecento”, ossia roba vecchia, superata, stantia e perfino odiosa. Non si tratta però di idee o di valori, si tratta di reminiscenze negative, si tratta del come e del perché. Il fatto è che “novecento ha assunto un significato molto più esteso di quanto la parola possa indicare. L’alone semantico che lo circonda è una foglia di fico dietro la quale si nascondono tutte le idiosincrasie personali, ma anche le frustrazioni più profonde. Per me novecento era l’obbligo del dover comprimere qualsiasi fenomeno sociale e naturale, malattie mentali comprese, dentro la dialettica capitale/lavoro; era l’ansia e la paranoia di poter fare e persino di  poter pensare qualcosa che ti rendesse un servo inconsapevole del capitale. Novecento è stato il timore di venire etichettato come “destro”, da qualche compagno tosto, solo perché mostravi delle titubanze sulle grandi strategie per arrivare alla presa del potere. Novecento erano gli sbadigli all’ascolto delle inutili, assurde ed incomprensibili  ”analisi della fase”. Dalle tue parti di sicuro no, ma dalle mie parti si respirava questa aria.
Novecento ha finito per assimilare a sé ogni forma di radicalismo ideologico e di utopia, che oggi scompaiono come ombre una volta accesa la luce.  
Tutto questo “novecento” a me appare come la fase culminante di una “teologia della liberazione” che grazie a dio ha dovuto affrontare anch’essa una inevitabile riforma e un processo di secolarizzazione.
Roba passata, certo, ma col tempo certi ricordi si tramutano in risentimento, che  a sua volta è causa di rigetto. Come si suol dire, alla fine si butta il bambino con l’acqua sporca.
Il comunismo. Prima comunismo era il tutto, racchiudeva conoscenza, verità e dovere, oggi è solo una aspirazione intima, questo è quanto, ed è giusto così. Un tempo la parola compagno trasmetteva un senso di fratellanza, di identità e di investitura della storia, oggi compagno significa: vedo il mondo in una certa maniera e ne immagino una altro possibile anche se non certo, e chiamo  compagno chiunque sia disposto a discutere con me sul che fare per cambiare le cose.
Oggi è finita l’idea secondo la quale chi capiva ed aveva preso coscienza era investito di una missione. È finita ogni forma di escatologia. È finita l’idea stessa di avanguardia, di composizione, ricomposizione, di costituzione, di organizzazione ed anche di partito di classe. Tutti ingoiati nella discarica delle sostanze metafisiche. Tu hai ragione da vendere quando poni la domanda: quali erano gli schemi e le idee che andavano allora, ma oggi non più?” Il fatto è che ancora oggi io penso che essere liberi e uguali sia giusto, e l’idea  liberista che “l’ineguaglianza aguzzi l’ingegno” sia una balla colossale, ma è difficile superare  l’aporia che vede la richiesta di una politica radicale, dura e pura, e contemporaneamente la richiesta di una politica “responsabile”. Personalmente credo sia ancora attuale porsi problema del superamento del modo di produzione capitalistico, avverto ancora la necessità di un senso che trascenda la quotidianità, ma non voglio abdicare al buon senso. Qualsiasi discorso fumoso e qualsiasi obiettivo troppo di là da venire non mi persuade. La verità è che al punto in cui siamo nessuno sa indicare un’alternativa credibile al capitalismo e nemmeno al liberismo che ne è l’espressione attuale.   
Se mi permetti  vorrei indicare, fra parentesi, un altro elemento di connotazione del Novecento, che a me sembra molto importante: il post-modernismo ed altre bizzarrie di pensiero di tal genere. Rammento il tempo buttato a cercare di decifrare l’indecifrabile, il dolore e la frustrazione nella lettura degli scritti dei vari Deleuze, Guattari, Lacan, Baudrillard, Lyotard, più di recente Badiou. Come molti, mi sentivo uno sciocco perché non capivo. Un bel giorno ho aperto gli occhi e ho capito che tutti noi avevamo scambiato la letteratura per l’interpretazione della realtà, credendo al contempo che la lettura di quei personaggi ci avrebbe fornito non solo una lettura della realtà stessa, ma anche  gli strumenti per modificarla. Ho compreso che l'indagine in campo politico-sociale e la prassi che ne consegue richiedono anch’essi un procedimento scientifico fatto di analisi di dati, di ipotesi da verificare, di sudore sul campo, di capacità di valutare gli errori e di operare delle rettifiche. Finalmente mi sono liberato di un macigno, ho realizzato che non era il fatto del non capire, semplicemente quelle cose non significavano nulla. In definitiva la letteratura, buona o cattiva che sia, la devi prendere per quella che è, e forse nemmeno chi la scrive pretende che abbia un qualche significato. Quanti compagni credono ancora che questo sia il secolo Deleuziano? Quanti ancora si arrovellano per tentare di decriptare il significato che si cela dietro gli scritti di Lacan, pensando che ogni parola del maestro nasconda una grande verità, inesprimibile con i codici di un linguaggio ordinario e banale? Il buon Recalcati ne sa qualcosa. Pazzi. Quella roba, a prescindere dalla statura morale di chi l’ha scritta, non serve assolutamente a niente: è solo il canto del cigno dello gnosticismo, di un sistema di pensiero che pretende che la conoscenza si celi nelle parole e quindi nel puro pensiero.
Concedimi in conclusione di fare una piccola simulazione: un programma politico molto sui generis, il mio. Primo punto: la pace. Ritiro incondizionato da Iraq ed Afganistan. Secondo punto: il lavoro. Reddito minimo garantito, flessibilità nella sicurezza, flexicurity per essere più cosmopoliti. Terzo Punto: spinta all’innovazione tecnologica ed alla ricerca scientifica, meritocrazia nelle pubbliche amministrazioni, negli ospedali e nelle università: via primari e professori incapaci, messi lì grazie alle tessere di partito. Quarto punto: recidere sul serio i legami fra mafia e politica, procedere a processi veloci e confische, liberare i 2/3 del territorio italiano dal potere delle mafie. Quinto punto: l’immigrazione. Accoglienza dignitosa, quella che si deve agli esseri umani, a chiunque venga nel nostro paese per lavorare e per cercarsi una vita decente, in ossequio alla carta dei diritti fondamentali dell’uomo e, sempre in ossequio a quella stessa carta, rispetto da parte di tutti, immigrati compresi, dei diritti delle donne e degli omosessuali in primis. Sesto punto: l’ecologia. Grosso impulso allo sviluppo delle energie alternative, risparmio energetico, no al nucleare, raccolta differenziata al 100% in tutta la nazione, incremento dell’agricoltura biologica, produzione centrata sui bisogni locali.
Alzi la mano chi a sinistra non è d’accordo con questo programma.  
Qual è il corollario di tutto questo discorso? Credo si possa racchiudere in una conversazione di questo tenore:
Secondo te che farebbero un  Bertinotti o un Ferrero se divenissero presidenti del Consiglio?”
“Boh! Farebbero quello che farebbe chiunque, credo, chiunque abbia buon senso”
“Del tipo?”
“Del tipo un socialdemocratico svedese calato nella realtà italiana, ad esempio”
“Senza alcuna differenza?”
“No, forse una differenza ci sarebbe, il socialdemocratico farebbe cose più di sinistra”.
Ecco, questa conversazione esemplifica secondo me lo stato dei fatti. Facciamo un partito con chiunque ci voglia stare, un partito del 30-40%, tanto alla fine questo cercheremo di fare, e realizziamo quel programma o qualcosa che ci somigli, voglio vedere chi alla fine si lamenterà. “Tropo facile, chiunque potrebbe realizzare un programma del genere, e poi fare il partito vorrebbe dire negare il problema principale, ovverosia il problema della rappresentanza: partito vuol dire una forma di rappresentanza che è il problema, non la soluzione, è la fonte dell'alienazione e della distanza dei cittadini dalla politica, è una mistificazione insomma. E poi che ne è del superamento del capitalismo, dei movimenti, di un diverso modo di pensare la rappresentanza stessa, il legame col territorio, la municipalità, la moltitudine, il diverso mondo possibile, la globalizzazione? Come si pensa in definitiva di recuperare il senso di un agire collettivo ed il consenso della gente, non su cose di sinistra in generale, ma sui bisogni concreti, se non agendo sul territorio, in quella dimensione cioè dove il rapporto diretto coi problemi si interseca con le soggettività politiche e la trasformazione del reale?
Bei discorsi, ma non risolvono niente, non risolvono la necessità di mandare avanti una macchina statale pena la disgregazione di qualsiasi forma di convivenza civile. Non risolvono i problemi del razzismo, dell'immigrazione, della pace. Inoltre, se chiunque può realizzare un programma del genere, perchè non noi? Non vedo poi perché si debba vedere la presenza del movimento in antitesi ad una politica isituzionale. Il successo del movimento dipende dalla forza delle sue argomentazioni e delle sue azioni e nessuno vuole mettergli i bastoni fra le ruote. Il valore del movimento e la sua missione risiedono nella sua natura extraistituzionale e nella sua dimensione globale, la missione delle istituzioni sta nell’amministrare la polis meglio che può. Insomma, ad ognuno il suo mestiere. Al punto in cui siamo, io do la precedenza alla salvezza della polis dai barbari, ma questo non mi impedirà domani stesso di partecipare ad iniziative del movimento, se lo riterrò opportuno. 
In conclusione, che vantaggio c’è nel lasciare le cose così come stanno, consegnando il paese alle destre? Dobbiamo unirci e affrontare seriamente il problema di una transizione italiana, troppo a lungo messo da parte per non apparire liberali o troppo poco di sinistra.
Ho chiesto come molti al Manifesto di cominciare a porsi il problema di ricompattare un'umanità dispersa. Costituire un'associazione mi sembrava un buona idea, un modo per fare e progettare nel concreto, in attesa di qualcosa di più impegnativo.
Rimane un unico vero problema: perchè la gente dovrebbe darci il suo consenso?
Credo si debba cominciare da qui.
Con ammirazione
Franco Cilli

Le balle di Scaiola sul nucleare

Pubblichiamo questo articolo di Marcello Cini, apparso sul Manifesto, in primo luogo perché Marcello Cini è uno scienziato, in secondo luogo perché è uno scienziato che sa quello che dice e per ultimo perché quello che dice ci appare sacrosanto.

Le varie balle di Scajola sul nucleare
di Marcello Cini

Non credo che Scajola non sappia che sta raccontando un sacco di balle per giustificare la «storica» decisione di abbattere il «tabù del nucleare» nel nostro paese per portarlo finalmente (!) al livello tecnologico e produttivo dei paesi più avanzati dell'Occidente. Sa benissimo in primo luogo che, proprio in questi paesi (Stati uniti e Europa) di centrali nucleari non se ne costruiscono più dagli anni Settanta (la Finlandia ne ha una in costruzione che ha già sforato il costo previsto del 35 per cento) perché costano troppo e dunque sa che non è vero che l'energia prodotta in questo modo costa meno di quella proveniente da altre fonti.
In secondo luogo Scajola sa benissimo che gioca sulle parole quando parla, per tranquillizzare l'opinione pubblica sui problemi della sicurezza e delle scorie, di centrali «dell'ultima generazione» da iniziare a realizzare entro cinque anni, facendo surrettiziamente pensare che si tratterà di centrali all'avanguardia su queste questioni. In realtà, si tratta delle centrali di «terza generazione» disponibili oggi, che non contengono nessun sostanziale passo avanti avanti in termini di sicurezza e di quantità e qualità di scorie prodotte rispetto a quelle che oggi l'Europa sta già in parte smantellando, mentre quelle di «quarta generazione» che dovrebbero incorporare importanti innovazioni su queste questioni dovrebbero essere disponibili soltanto e forse, fra 25 anni.
Infine Scajola sa benissimo che il contributo dell'energia nucleare alla riduzione dell'emissione di CO2 in tutto il mondo andrà addirittura diminuendo nel futuro. E in particolare che quello che potrebbero fornire le centrali nucleari da realizzare in Italia - dato e non concesso che tutti i problemi di individuazione dei siti, di realizzazione di misure di sicurezza e di stoccaggio delle scorie possano essere risolti a colpi di bacchetta magica - sarebbe assolutamente irrisoria.
Non è un caso che l'Europa (con l'obiettivo del 20 per cento di solare e di eolico nel 2020) escluda il nucleare come possibile contributo.
E, proprio su questo tema, Scajola sa benissimo che gli investimenti in centrali nucleari faranno abortire miseramente ogni speranza di raggiungere l'obiettivo europeo, ostacolando il decollo dell'industria del nostro paese nelle tecnologie energetiche dell'avvenire: il solare, l'eolico e soprattutto il risparmio energetico. Perderemo dunque la speranza non dico di competere, ma di rincorrere la Germania, che è all'avanguardia per il solare (ma non eravamo noi il «paese del sole»?) e la Spagna che è in testa alla classifica nello sviluppo dell'eolico. Perderemo soprattutto anche questa occasione per sostituire il miraggio, peraltro anacronistico, di uno sviluppo industriale fondato sul modello novecentesco dell'industria pesante e centralizzata con uno sviluppo economico centrato sulle tecnologie «morbide» e sulla soft economy diffusa sul territorio.
Bisogna dunque domandarsi che cosa c'è dietro questo colossale battage pubblicitario che improvvisamente esplode, coinvolgendo la politica (con preoccupanti contributi anche dell'opposizione), il mondo della produzione con in testa la nuova Confindustria della Marcegaglia, e, naturalmente, il coro pressoché unanime dei media.
Non sono un esperto delle multidecennali faccende più o meno pulite dei protagonisti del capitalismo nostrano, che si è sempre ingrassato mettendo le mani - per usare uno slogan spudoratamente usato da uno dei maggiori esperti in materia - nelle tasche dei cittadini, ma non posso non rilevare collegamenti impressionanti tra questa operazione e alcuni episodi clamorosi di promesse mancate, di incompetenze clamorose, di colossali appropriazioni indebite di denaro pubblico.
Il ruolo dell'Impregilo, nello scandalo della «monnezza» in Campania ne è un recente esempio paradigmatico, ma i precedenti di imprese del genere sono numerosi. Non sarà che anche in questo caso tutto si ridurrà a un altro progetto faraonico (una strana coincidenza con il rilancio del ponte sullo Stretto di Messina) finalizzato soltanto a far intascare miliardi di euro ai soliti noti (e ai loro amici)?

Gli Stati Uniti verso l'abisso



Questo post è decisamente ingente (in quattro parti), densamente politico, ma credo valga la pena di leggerlo: è lo sguardo di uno janqui, Arthur Silber, che non appartiene alla schiera dei liberal patriottici (quelli che detestano la guerra irachena perché è un fallimento, perché costa troppe vite americane, perché Bush è un'idiota... ma non perché invadere un paese, massacrare centinaia di migliaia di persone, distruggere infrastrutture, scuole, ospedali, depuratori e via e via, sia il peggiore dei crimini contro l'umanità *), e guarda direttamente al cuore nero degli USA, senza nemmeno invischiarsi in alcun tedioso complottismo. Proprio per questo, nonostante risalga al 2007, questo scritto non è per nulla datato.
Occorre però chiarire la natura di un evento che, ai tempi dell'articolo, era appena accaduto.
L'incidente a cui si riferisce Silber è accaduto il 17/09/2007, durante un incontro di John Kerry (il candidato Democratico sconfitto da Bush nelle elezioni del 2004, quelle dei voti mai contati in Florida, eccetera eccetera) con gli sudenti della University of Florida. Lo studente, citando il libro che aveva in mano (Armed Madhouse, il cui autore, Greg Palast, è un giornalista investigativo, un Travaglio janqui... Il sottotitolo del libro è Da Bagdad a New Orleans-Sordidi Segreti di una Casa Bianca Fuori di Testa), ha fatto a Kerry domande del tipo "Perché non ha chiesto l'impeachment di Bush ?", oltre a chiedere conto dell'affiliazione del senatore alla società segreta Skull and Bones (se mattonate la Rete, sapete di che si tratta). La polizia del campus ha pensato che stesse "disturbando" un po' troppo, l'ha bloccato, portatolo via di peso e, visto che aveva la sfrontatezza di lamentarsi, gli ha dato una bella "scossa" coi taser. Tutto questo tra la (quasi) completa indifferenza della ingente platea di studenti, e senza che, in origine, ci sia stata da parte di Kerry una qualsiasi richiesta di intervento.
È proprio questo automatismo, la normalità di una violenza (che può anche essere fatale) esercitata su un cittadino assolutamente inoffensivo, che però ha la sfacciataggine di deviare dall'agenda che, a quanto pare, i tutori dell'ordine costituito ritengono accettabile, è questo fatto altamente simbolico che innesca le considerazioni di Silber sul destino tragico degli Stati Uniti.

*Vedi Corte Penale Internazionale: istituzione (tesi di laurea) di Pierluigi Sbardellati. In particolare per l'Iraq vedi un'altra tesi di laurea, Il caso Iraq e il diritto internazionale: uso della forza e giustificazione dell'illecito di Francesco Damiani.



UNA NAZIONE SULL'ORLO DELLA ROVINA FINALE (I)
-Barlumi degli Orrori che Verranno
di Arthur Silber

I. Il contesto storico della crisi in corso

Dato che il titolo più sopra si riferisce alla "rovina finale" degli Stati Uniti, devo iniziare sottolineando una questione che ho già discusso molte volte. La demolizione della struttura politica di base di questo paese è un progetto costantemente in atto da più di un secolo. Tale distruzione è stata lo scopo perseguito da entrambi i partiti, Repubblicano e Democratico, e si esplica principalmente in due modi: attraverso una politica estera non difensiva, ma aggressiva e interventista, e una politica interna che rende il governo sempre più potente e intrusivo. Riconoscere l'interconnessione tra questi due aspetti di uno stato bellicista, imprenditoriale [1] e autoritario è cruciale. Quando gli stati fanno la guerra, i loro poteri diventano più grandi. Tali accresciuti poteri trovano una giustificazione, inizialmente, nel richiamo a minacce esterne quasi sempre esagerate, spesso del tutto fittizie. Una volta consolidati questi poteri, per lo stato è molto semplice modificarne gli obbiettivi, focalizzandoli su pretese minacce interne. Entrambi gli aspetti hanno il medesimo scopo: ridurre, fino all'eliminazione, qualunque sfida all'esercizio del potere da parte dello stato, sia che provenga da nazioni estere, sia che si incarni in una dissidenza interna. Il fine ultimo è il potere assoluto, esercitato da uno stato onnipotente.

Come già ho descritto in Dominion Over the World, gli Stati Uniti sono un war state [uno stato che si basa sulla guerra] sin dai tempi della Guerra Ispano-Americana [1898]. A partire da quel primo episodio di uso non difensivo della forza bruta militare, presto seguito dalla partecipazione alla I Guerra Mondiale (un conflitto che non costituiva nessuna seria minaccia diretta per gli USA, ma nel quale i leader di questo paese scelsero di inserirsi con precisa e attenta premeditazione), gli Stati Uniti sono stati perennemente dediti alla guerra: preparazione alla guerra, scatenamento di guerre sia ufficiali sia ufficiose, ricostruzione dopo la guerra. La guerra è il nostro prodotto nazionale più importante; la guerra consuma una percentuale sempre maggiore della nostra ricchezza e delle nostre energie. Attraverso quasta via, lo stato rende il proprio potere inattaccabile. Un perenne stato di guerra concede allo stato infinite opportunità di consolidare e ampliare poteri di per sé già molto ampi.

L'attuale amministrazione spicca per la sua rozzezza, la sua sfacciata, fanfaronesca crudeltà, nonché per la sua integrale idiozia – ma nessuno dei suoi delitti sarebbe stato possibile senza le politiche perseguite nei tanti decenni precedenti, sia dai Repubblicani sia dai Democratici. Come ho sintetizzato in The Empire at Evening:

«Con l'approvazione del Military Commissions Act [http://powerofnarrative.blogspot.com/2006/09/thus-world-was-lost.html], riusciamo a percepire solo il tepore evanescente che la luce di un sole ormai distante riesce a diffondere, intanto che le ombre si fanno sempre più lunghe e oscure. Non vedremo mai più il mezzogiorno, no, nemmeno un tardo meriggio, non durante la nostra esistenza.
E tutto questo non a causa di George W. Bush, per quanto lui abbia di certo dato una spinta agli eventi. È forse anche solo lontanamente concepibile che un personaggio così sommamente risibile sia riuscito a portare la nazione più potente del mondo alla rovina, sia pure col contributo della sua cricca di corrotti? Né lui né loro avrebbero potuto; di più, lui è un sintomo, l'espressione del marciume che sta corrodendo le fondamenta di questo paese da almeno un secolo. La considerazione che avete degli Stati Uniti è così misera da credere davvero che questo paese, per come lo immaginate, potesse venire distrutto da una cosa così?
Tuttavia Bush è la perfetta incarnazione di ciò che ci ha portati fin qui: sintetizza l'arroganza, il calcolato anti-intelletualismo e l'imbarazzante contraddittorietà, l'insaziabile avidità di potere e la predilezione per l'uso della forza, insieme all'assoluta convinzione che la sorte e Dio gli sorridano e ci sorridano più di quanto abbiano fatto con qualunque altro popolo nell'intero corso della storia: li sintetizza in una singola, patetica, ridicola imitazione di autentico essere umano.
George W. Bush è il nostro destino e la nostra ricompensa. Ce lo siamo guadagnato.»

Ho scritto queste righe quasi un anno fa. Restano precise, alla virgola. Il persistente autoinganno che molti perseguono per consolarsi e attenuare le loro paure mi porta a sottolineare, fra tutte, una frase il cui significato sembra essere sfuggito ai più: "La considerazione che avete degli Stati Uniti è così misera da credere davvero che questo paese, per come lo immaginate, potesse venire distrutto da una cosa così?" Difatti, se gli USA fossero stati ancora l'entità politica vitale di cui tanti americani fantasticano, i crimini di Bush non avrebbero neppure cominciato a essere perpetrati. Se il Partito Democratico rappresentasse un'autentica alternativa (in termini di principi politici di base), i suoi rappresentanti si sarebbero dati da fare per contrastare quei crimini appena preso il controllo del Congresso. Soprattutto, cosa ancora più cruciale, se ai Democratici interessasse minimamente prevenire un attacco contro l'Iran e l'ulteriore consolidamento di politiche autoritarie, avrebbero dato il via alla procedura di impeachment.
Ma i Democratici non l'hanno fatto. E non lo faranno.
Come di recente ha annotato Chris Floyd,

«La posizione dell'amministrazione Bush è oggi più forte di quanto lo fosse un anno fa.
Com'è possibile? La risposta è facile: gli Stati Uniti non sono più un paese democratico, anzi, non ne sono nemmeno una sbiadita imitazione.»

Ogni tanto leggo commenti che mi raffigurano come una specie di profeta di sventura, uno che non fa che proclamare il prossimo arrivo dell'inferno in terra. In realtà sono stato sempre ben attento a non fare affermazioni del genere, per la ponderata ragione che non posso certo conoscere la tabella esatta e la forma del nostro collasso, così come nessuno può conoscerne i dettagli con precisione. (Faccio notare che nemmeno Chris Floyd lo afferma, per quanto su questo punto, e molti altri, dia il suo parere con grande efficacia.) Che il collasso degli Stati Uniti si stia avvicinando non è possibile negarlo. La nostra economia è un castello di carte, e non da adesso. Per quanto possa, a seconda delle circostanze, implodere all'improvviso, potrebbe franare e sbriciolarsi lentamente, impiegandoci decadi. Non c'è modo di saperlo.

Allo stesso modo, l'estensione con cui gli attuali, terrificanti poteri di polizia del nostro governo verranno applicati, insieme agli obbiettivi contro i quali saranno diretti, non possono essere prefigurati nel dettaglio. Anche questo dipenderà da innumerevoli fattori - se si allargherà la guerra in Medioriente (o meglio, quando si allargherà, perché se Bush non compierà, impunemente, il misfatto, la cosa si verificherà certamente durante una futura amministrazione Democratica), se ci saranno ulteriori attentati terroristici negli USA, e se sì di quale gravità, eccetera. Le variabili in gioco sono tante da rendere qualsiasi predizione particolareggiata un esercizio di fantasia narrativa. Ma la tendenza generale è chiara; inoltre, la storia ci insegna come tale tendenza sia ormai irreversibile, a meno di un evento miracoloso che la mia metafisica non contempla affatto. La guerra continuerà, ancora più distruttiva, e lo stato autoritario si manifesterà nei confronti della cittadinanza in maniera sempre crescente. Solo la tempistica e i particolari sono ancora da definire. Comunque, come ho rilevato recentemente, per la maggioranza degli Americani la vita quotidiana potrebbe proseguire sostanzialmente inalterata ancora per qualche anno.

Date queste osservazioni introduttive, vorrei sottolineare che un certo genere di eventi può evidenziare in maniera clamorosa la condizione generale di una cultura. Le reazioni del pubblico indicano cosa la maggioranza della gente sia predisposta a tollerare - e cosa il governo possa fare impunemente. Simili eventi sono il termometro di futuri sviluppi politici: se ne osserviamo i segnali, potremo capire se la gente accetterà qualsiasi azione intrapresa dallo stato, oppure se opporrà una qualche resistenza nel caso lo stato si comporti in maniera particolarmente crudele od oppressiva. Commenti e pubblico dibattito rivelano anche fino a che punto la gente sia ansiosa di obbedire, o quanto invece certi individui siano decisi a dire "No." Come ho spiegato più sopra, simili atteggiamenti ci diranno se la gente si schiererà dalla parte della resistenza o dalla parte degli assassini.

Uno di questi eventi è l'uso del taser contro Andrew Meyer - e la reazione generale è stata tanto orripilante da rasentare l'indescrivibile.


II. Tortura alla luce del sole

Credo che l'incidente in questione l'abbiano visto tutti. In caso contrario, dovreste guardare il video.
Volendo esprimere un'opinione sulla faccenda, e negli ultimi giorni pare che un'opinione ce l'abbia chiunque, la gente dovrebbe almeno conoscere gli effetti prodotti da un taser e il grande pericolo che si accompagna all'uso di quest'arma - sarebbe a dire, dovrebbero rendersi conto se il parere che sono così ansiosi di fornire sia minimamente informato e responsabile. Ma nella discussione generale sull'argomento informazione e responsabilità sembrano quasi del tutto assenti. Anzi, nel dibattito risulta clamorosamente assente perfino un minimo livello di decenza.

Ecco alcuni estratti di un articolo del 2005 che serve a delineare il contesto:

«17 febbraio 2005 - La morte di un uomo di 54 anni e il ricovero in ospedale di un ragazzo di 14 dopo che la polizia di Chicago ha usato contro di loro un'arma oggetto di polemiche rappresentano gli ultimi casi del sempre crescente e discutibile uso dei taser, armi potenzialmente mortali, che ha diffuso indignazione nelle comunità di tutto il paese. L'adolescente è andato in arresto cardiaco dopo che la polizia, lo scorso lunedì, lo ha colpito coi 50.000 volt dell'arma, ma mentre il ragazzo è sopravvissuto, un uomo, colpito dalla polizia giovedì, è morto.
...
Dal giugno 2001, negli Stati Uniti e in Canada più di 70 persone sono morte mentre erano sotto custodia della polizia, dopo essere stati colpiti con i taser, e la frequenza di questi casi, secondo Amnesty International, si accresce anno per anno. In cinque di essi, l'autopsia ha rilevato che la scossa del taser è stata la causa principale del decesso. In molti altri, il rapporto dei coroner ha identificato nel taser una verosimile concausa.

Inoltre, chi critica l'uso di quest'arma sostiene che molti decessi che non la vedono implicata potrebbero in realtà risultare collegati allo shock elettrico provocato dal taser. Amnesty International ha incaricato un patologo legale di riesaminare alcuni casi di morte che hanno comportato l'utilizzo di taser. In alcuni di essi il patologo ha scoperto che, oltre alle cause "ufficiali" di morte, descritte spesso come collasso cardiaco, uso di stupefacenti o lesioni craniche, ci potrebbe anche essere il contributo del taser.

In genere il taser funziona sparando una coppia di dardi appuntiti che si attaccano ai vestiti o alla pelle, trasmettendo al corpo una scossa di 50.000 volt, per cinque secondi, mettendo fuori uso il sistema nervoso centrale del soggetto e causando contrazioni incontrollabili dei muscoli e l'immediato collasso. I dardi sono collegati a cavi sottili che possono arrivare fino a circa 7 metri di distanza. Coloro che sono stati "taserati" riferiscono di aver provato un dolore estremo e debilitante.»

Già questo dovrebbe sembrare abbastanza orribile a chiunque conservi uno straccio di decenza e umanità, ma non si tratta dell'aspetto peggiore dell'uso dei taser.
Il peggio è questo:

«Lo studio di Amnesty ha rilevato che è la Florida lo stato i cui agenti sono i più entusiasti utilizzatori dei taser. Dal 2000 in Florida ci sono stati 17 decessi collegati al loro uso. Queste morti, l'uso dell'arma contro i minori e il rifiuto della polizia di riconsiderare le proprie procedure, stanno alimentando la pubblica disapprovazione. Il 12 gennaio, a Lakeland, un agente di polizia ha "taserato" il diciassettenne Soladoye Oyelowo perché si trovava sul percorso del poliziotto, che stava andando a sedare una rissa tra due ragazze. "Perché non l'ha semplicemente spinto da parte?" ha domandato Theodora Oyelowo, la madre dello studente, parlando col Lakeland Ledger.

È quest'uso discutibile dell'arma che smentisce le affermazioni dei produttori che i taser fanno diminuire l'uso della forza [negli interventi di polizia]. Alcuni corpi di polizia affermano che con l'introduzione dei taser l'utilizzo delle armi da fuoco da parte degli agenti sia diminuito, e se da un lato Amnesty conviene che una scossa elettrica sia meglio di una pallottola, dall'altro la sua analisi ha scoperto che i taser, essendo percepiti come "non letali", vengono impiegati anche quando l'uso della forza non per nulla necessario.

L'analisi statistica di 2050 usi sul campo dei taser negli Stati Uniti, realizzata per Taser International [l'azienda produttrice] nel novembre 2002, mostra che nel 79,6% dei casi i sospetti erano disarmati.

Una ricerca condotta dal Denver Post nel maggio del 2004 ha rivelato che il Dipartimento di Polizia di Denver usa abitualmente i taser per ottenere l'acquiescenza, piuttosto che per evitare altre forme di violenza. Inoltre il Post ha scoperto che gli agenti a volte utilizzano questo doloroso congegno su persone già ammanettate.

Il giornale di Portland (Oregon) Willamette Week riferisce che la polizia dell'Oregon usa il taser anche per infrazioni non violente, quali lo scarico abusivo di rifiuti, l'attraversamento fuori dalle strisce e la mancata osservanza degli ordini di un agente.»

In breve: i taser possono uccidere, o causare lesioni molto gravi; i taser vengono usati "abitualmente (...) per ottenere l'acquiescenza" di persone che sono di solito disarmate e non costituiscono una seria minaccia per nessuno; inoltre, i taser vengono utilizzati su sospetti che sono già stati fermati e immobilizzati.

Notate il nesso, la similarità: gli Stati Uniti scatenano guerre criminali di aggressione contro nazioni che non costituiscono nessuna reale minaccia, nazioni che palesemente non costituiscono una minaccia - al solo scopo di ottenerne l'acquiescenza, vale a dire perché vengano insediati governi che agiscano in ottemperanza alle nostre imposizioni. Questo, da lungo tempo, è la finalità della nostra politica estera interventista: assicurarsi che altri paesi agiscano secondo i nostri ordini, anche se qualsiasi genuina questione di sicurezza nazionale è del tutto assente. L'America è Dio. Sia fatta la volontà di Dio. Perfino dopo la catastrofe irachena, i leader di entrambi i partiti minacciano una guerra contro l'Iran, un'altra nazione che non ci minaccia, semplicemente perché l'Iran osa opporsi alla nostra volontà.

C'è forse da meravigliarsi, allora, se all'interno dei nostri confini le forze dell'ordine utilizzano armi potenzialmente letali pur in assenza di minacce concrete - solo per ottenere acquiescenza? Se lo stato decide di interessarsi al tuo comportamento, tu devi obbedire. Certo, puoi aprire una discussione, opporti - entro i parametri stabiliti dallo stato. Certo, puoi fare domande - se lo stato le approva. Ma se osi oltrepassare il confine che lo stato ha tracciato, verrai rimesso in riga, se occorre con la forza - magari anche forza letale. Il governo degli Stati Uniti ha assassinato un milione di persone innocenti che non l'avevano mai minacciato; figurarsi quanto può valere la vita di un singolo studente, specialmente se è un piantagrane?


Nella seconda parte, ci occuperemo delle domande poste da Meyer, di che genere di "minaccia" lui rappresenti - e di alcune delle reazioni a quest'incidente, che sono state uniformemente indecenti lungo tutto lo spettro politico. Poi, col prezioso aiuto di Hanna Arendt e Alice Miller, esamineremo i fattori culturali e psicologici insiti negli orrori di questa settimana - insiti anche, tragicamente, negli orrori che ancora devono compiersi.

traduzione di Domenico D'Amico.
Originale.

Nota del traduttore
[1] In originale "corporatist"; purtroppo, la collisione tra il termine inglese "corporation", che indica un genere particolare di impresa capitalistica, e il false friend italiano "corporazione", genera tutta una serie di equivoci linguistici. Ho deciso quindi di usare il termine più generico "impresa", tuttavia più vicino al significato di "corporation".

venerdì 23 maggio 2008

Il libero mercato della fame

Quest'articolo di Luciano Gallino (da Repubblica) è stato riprodotto da Altrestorie e Kelebek. Lo postiamo perché è un modello di sintesi e di chiarezza su un tema fondamentale: l'essenziale incompatibilità tra liberismo ed esistenza umana passabilmente decente.

Libero MercatoQuando la metà del mondo guarda in tv l´altra metà che muore di fame, la civiltà è giunta alla fine.
di Luciano Gallino


Tempo fa l´allora presidente della Banca Mondiale, James Wolfensohn, ebbe a dire che quando la metà del mondo guarda in tv l´altra metà che muore di fame, la civiltà è giunta alla fine. Ai nostri giorni la crisi alimentare che attanaglia decine di Paesi potrebbe far salire il totale delle persone che muoiono di fame a oltre un miliardo. La battuta citata è così diventata ancor più realistica. Con una precisazione: la nostra metà del mondo non si limita a guardare quel che succede. Si adopera per produrre materialmente lo scenario reale che poi la tv le presenta.

Sebbene varie cause contingenti – i mutamenti climatici, la speculazione, cinesi e indiani che mangiano più carne, i milioni di ettari destinati non all´alimentazione bensì agli agrocarburanti, ecc. – l´abbiano in qualche misura aggravata, la fame nel mondo di oggi non è affatto un ciclo recessivo del circuito produzione alimentare-mercati-consumo. Si può anzi dire che per oltre due decenni sia stata precisamente la fame a venir prodotta con criteri industriali dalle politiche americane ed europee. L´intervento decisivo, energicamente avviato sin dagli anni 80, è consistito nel distruggere nei Paesi emergenti i sistemi agricoli regionali. Ricchi di biodiversità, partecipi degli ecosistemi locali, facilmente adattabili alle variazioni del clima, i sistemi agricoli regionali avrebbero potuto nutrire meglio, sul posto, un numero molto più elevato di persone. Si sarebbe dovuto svilupparli con interventi mirati ad aumentare la produttività delle coltivazioni locali con una scelta di tecnologie meccaniche ed organiche appropriate alle loro secolari caratteristiche. Invece i sistemi agricoli regionali sono stati cancellati in modo sistematico dalla faccia della terra.
Dall´India all´America Latina, dall´Africa all´Indonesia e alle Filippine, milioni di ettari sono stati trasferiti in pochi anni dalle colture intensive tradizionali, praticate da piccole aziende contadine, a colture estensive gestite dalle grandi corporation delle granaglie. La produttività per ettaro è aumentata di decine di volte, ma in larga misura i suoi benefici sono andati alle megacorporation del settore, le varie Monsanto (oltre un miliardo di dollari di profitti nel 2007), Cargill (idem), General Mills, Archer Daniel Midland, Syngenta, l´unica non americana del gruppo. Da parte loro i contadini, espulsi dai campi, vanno a gonfiare gli sterminati slum urbani del pianeta. Oppure si uccidono perché non riescono più a pagare i debiti in cui sono incorsi nel disperato tentativo di competere sul mercato con i prezzi imposti – alle sementi, ai fertilizzanti, alle macchine – dalle corporation dell´agro-business. Nella sola India, tra il 1995 e il 2006, vi sono stati almeno duecentomila suicidi di piccoli coltivatori.
È noto che il braccio operativo dello smantellamento dei sistemi agricoli regionali sono stati la Banca Mondiale, con i suoi finanziamenti per qualsiasi opera – diga, autostrada, oleodotto, zona economica speciale, ecc. – servisse a tale scopo; il Fondo monetario internazionale, con l´imposizione degli aggiustamenti strutturali dei bilanci pubblici (leggasi privatizzazione forzata di terra, acqua, aziende di servizio) quale condizione di onerosi prestiti; l´Organizzazione mondiale per il commercio. Non ultima, soprattutto per quanto riguarda l´Africa, viene la Commissione Europea, la cui Politica agricola comune ha contribuito a spezzare le reni a milioni di contadini africani facendo in modo, a suon di sussidi e jugulatori contratti bilaterali, che i prodotti della Baviera o del Poitou costino meno, in molte zone dell´Africa, dei prodotti locali. Il tutto con la fervida adesione dei governi nazionali, che preferiscono avere buoni rapporti con le multinazionali che non provvedere al sostentamento delle popolazioni rurali.
Braccio ideologico della stessa operazione sono stati le migliaia di economisti che in parte operano alle dipendenze di tali organizzazioni, in parte costruiscono per uso e legittimazione delle medesime, nelle università e nelle business school, infinite variazioni sul principio del vantaggio comparato. In origine (1817!) tale principio sosteneva una cosa di paterno buon senso: se gli inglesi son più bravi a tessere lane che non a fabbricare porto, e i portoghesi fan meglio il porto che non i tessuti di lana, converrà ad ambedue acquistare dall´altro Paese il prodotto che quello fa meglio. Ma l´onesto agente di cambio David Ricardo sarebbe sbalordito al vedere che esso, reincarnato in complessi modelli econometrici digitalizzati, viene impiegato oggi nel tentativo di dimostrare che al contadino senegalese, o indiano, o filippino, conviene coltivare un´unica specie di vegetale per il mercato mondiale, piuttosto che coltivare le dozzine di specie di granaglie e frutti che soddisferebbero i bisogni della comunità locale.
Una volta sostituito a migliaia di sistemi agricoli regionali in varia misura autosufficienti un megasistema agrario globale che si dava per certo esser capace di autoregolarsi, il resto è seguito per vie naturali. Le grandi società dell´agrindustria accaparrano e dosano i flussi delle principali derrate in modo da tenerne alti i prezzi. Fondi pensione e fondi comuni investono massicciamente in titoli derivati del settore alimentare, praticando e incentivando la speculazione al rialzo. Cosa che non avrebbero motivo di fare se la maggior parte delle aziende agricole del mondo fossero ancora di piccole o medie dimensioni. Da parte loro, illusi dall´idea d´un mercato globale delle derrate autoregolantesi, i governi dei Paesi sviluppati hanno lasciato cadere a livelli drammaticamente bassi la quantità delle scorte strategiche: meno di 10-12 settimane per il grano, in luogo di almeno 24.
Il prezzo del sistema agricolo globale lo pagano i poveri. Compresi quelli che si preoccupano perché anche il prezzo delle tortine di argilla, la terra che mangiano per placare i morsi della fame quando il mais o il riso sono diventati inaccessibili, è aumentato troppo: succede ad Haiti. La crisi alimentare in atto non è infatti dovuta alla scarsità di cibo; esso non è mai stato, nel mondo, altrettanto abbondante. È un problema di accesso al cibo, in altre parole di povertà, di cui il sistema agricolo globale ha immensamente elevato la soglia.
Se un gruppo di tecnici avesse costruito un qualsiasi manufatto meccanico o elettronico tanto rozzo, perverso nei suoi effetti, costoso e vulnerabile quanto il sistema agricolo globale costruito da Usa e Ue negli ultimi vent´anni, verrebbe licenziato su due piedi. I funzionari delle organizzazioni internazionali che l´hanno costruito, gli economisti che hanno fornito i disegni di base, e i politici che ne hanno posto le basi con leggi e trattati, non corrono ovviamente alcun rischio del genere.
Al singolo individuo di questa parte del mondo resta da decidere che fare. Può spegnere la tv, per non doversi sorbire ancora una volta, giusto all´ora di pranzo, il tedioso spettacolo di bimbi scheletrici che frugano nell´immondizia. Oppure può decidere di investire una quota dei suoi risparmi in azioni dell´agrindustria, come consigliano sul web dozzine di società di consulenza finanziaria. Un investimento promettente, assicurano, perché i prezzi degli alimentari continueranno a crescere per lungo tempo. Infine può scrivere al proprio deputato in Parlamento chiedendogli di adoperarsi per far costruire attorno alla penisola, Alpi comprese, un muro alto dodici metri per tener fuori gli affamati. Se qualcuno conosce altre soluzioni che la politica, al momento, sia capace di offrire, per favore lo faccia sapere. Ai nostri giorni la crisi alimentare che attanaglia decine di Paesi potrebbe far salire il totale delle persone che muoiono di fame a oltre un miliardo. La battuta citata è così diventata ancor più realistica. Con una precisazione: la nostra metà del mondo non si limita a guardare quel che succede. Si adopera per produrre materialmente lo scenario reale che poi la tv le presenta.
Sebbene varie cause contingenti – i mutamenti climatici, la speculazione, cinesi e indiani che mangiano più carne, i milioni di ettari destinati non all´alimentazione bensì agli agrocarburanti, ecc. – l´abbiano in qualche misura aggravata, la fame nel mondo di oggi non è affatto un ciclo recessivo del circuito produzione alimentare-mercati-consumo. Si può anzi dire che per oltre due decenni sia stata precisamente la fame a venir prodotta con criteri industriali dalle politiche americane ed europee. L´intervento decisivo, energicamente avviato sin dagli anni 80, è consistito nel distruggere nei Paesi emergenti i sistemi agricoli regionali. Ricchi di biodiversità, partecipi degli ecosistemi locali, facilmente adattabili alle variazioni del clima, i sistemi agricoli regionali avrebbero potuto nutrire meglio, sul posto, un numero molto più elevato di persone. Si sarebbe dovuto svilupparli con interventi mirati ad aumentare la produttività delle coltivazioni locali con una scelta di tecnologie meccaniche ed organiche appropriate alle loro secolari caratteristiche. Invece i sistemi agricoli regionali sono stati cancellati in modo sistematico dalla faccia della terra.
Dall´India all´America Latina, dall´Africa all´Indonesia e alle Filippine, milioni di ettari sono stati trasferiti in pochi anni dalle colture intensive tradizionali, praticate da piccole aziende contadine, a colture estensive gestite dalle grandi corporation delle granaglie. La produttività per ettaro è aumentata di decine di volte, ma in larga misura i suoi benefici sono andati alle megacorporation del settore, le varie Monsanto (oltre un miliardo di dollari di profitti nel 2007), Cargill (idem), General Mills, Archer Daniel Midland, Syngenta, l´unica non americana del gruppo. Da parte loro i contadini, espulsi dai campi, vanno a gonfiare gli sterminati slum urbani del pianeta. Oppure si uccidono perché non riescono più a pagare i debiti in cui sono incorsi nel disperato tentativo di competere sul mercato con i prezzi imposti – alle sementi, ai fertilizzanti, alle macchine – dalle corporation dell´agro-business. Nella sola India, tra il 1995 e il 2006, vi sono stati almeno duecentomila suicidi di piccoli coltivatori.
È noto che il braccio operativo dello smantellamento dei sistemi agricoli regionali sono stati la Banca Mondiale, con i suoi finanziamenti per qualsiasi opera – diga, autostrada, oleodotto, zona economica speciale, ecc. – servisse a tale scopo; il Fondo monetario internazionale, con l´imposizione degli aggiustamenti strutturali dei bilanci pubblici (leggasi privatizzazione forzata di terra, acqua, aziende di servizio) quale condizione di onerosi prestiti; l´Organizzazione mondiale per il commercio. Non ultima, soprattutto per quanto riguarda l´Africa, viene la Commissione Europea, la cui Politica agricola comune ha contribuito a spezzare le reni a milioni di contadini africani facendo in modo, a suon di sussidi e jugulatori contratti bilaterali, che i prodotti della Baviera o del Poitou costino meno, in molte zone dell´Africa, dei prodotti locali. Il tutto con la fervida adesione dei governi nazionali, che preferiscono avere buoni rapporti con le multinazionali che non provvedere al sostentamento delle popolazioni rurali.
Braccio ideologico della stessa operazione sono stati le migliaia di economisti che in parte operano alle dipendenze di tali organizzazioni, in parte costruiscono per uso e legittimazione delle medesime, nelle università e nelle business school, infinite variazioni sul principio del vantaggio comparato. In origine (1817!) tale principio sosteneva una cosa di paterno buon senso: se gli inglesi son più bravi a tessere lane che non a fabbricare porto, e i portoghesi fan meglio il porto che non i tessuti di lana, converrà ad ambedue acquistare dall´altro Paese il prodotto che quello fa meglio. Ma l´onesto agente di cambio David Ricardo sarebbe sbalordito al vedere che esso, reincarnato in complessi modelli econometrici digitalizzati, viene impiegato oggi nel tentativo di dimostrare che al contadino senegalese, o indiano, o filippino, conviene coltivare un´unica specie di vegetale per il mercato mondiale, piuttosto che coltivare le dozzine di specie di granaglie e frutti che soddisferebbero i bisogni della comunità locale.
Una volta sostituito a migliaia di sistemi agricoli regionali in varia misura autosufficienti un megasistema agrario globale che si dava per certo esser capace di autoregolarsi, il resto è seguito per vie naturali. Le grandi società dell´agrindustria accaparrano e dosano i flussi delle principali derrate in modo da tenerne alti i prezzi. Fondi pensione e fondi comuni investono massicciamente in titoli derivati del settore alimentare, praticando e incentivando la speculazione al rialzo. Cosa che non avrebbero motivo di fare se la maggior parte delle aziende agricole del mondo fossero ancora di piccole o medie dimensioni. Da parte loro, illusi dall´idea d´un mercato globale delle derrate autoregolantesi, i governi dei Paesi sviluppati hanno lasciato cadere a livelli drammaticamente bassi la quantità delle scorte strategiche: meno di 10-12 settimane per il grano, in luogo di almeno 24.
Il prezzo del sistema agricolo globale lo pagano i poveri. Compresi quelli che si preoccupano perché anche il prezzo delle tortine di argilla, la terra che mangiano per placare i morsi della fame quando il mais o il riso sono diventati inaccessibili, è aumentato troppo: succede ad Haiti. La crisi alimentare in atto non è infatti dovuta alla scarsità di cibo; esso non è mai stato, nel mondo, altrettanto abbondante. È un problema di accesso al cibo, in altre parole di povertà, di cui il sistema agricolo globale ha immensamente elevato la soglia.
Se un gruppo di tecnici avesse costruito un qualsiasi manufatto meccanico o elettronico tanto rozzo, perverso nei suoi effetti, costoso e vulnerabile quanto il sistema agricolo globale costruito da Usa e Ue negli ultimi vent´anni, verrebbe licenziato su due piedi. I funzionari delle organizzazioni internazionali che l´hanno costruito, gli economisti che hanno fornito i disegni di base, e i politici che ne hanno posto le basi con leggi e trattati, non corrono ovviamente alcun rischio del genere.
Al singolo individuo di questa parte del mondo resta da decidere che fare. Può spegnere la tv, per non doversi sorbire ancora una volta, giusto all´ora di pranzo, il tedioso spettacolo di bimbi scheletrici che frugano nell´immondizia. Oppure può decidere di investire una quota dei suoi risparmi in azioni dell´agrindustria, come consigliano sul web dozzine di società di consulenza finanziaria. Un investimento promettente, assicurano, perché i prezzi degli alimentari continueranno a crescere per lungo tempo. Infine può scrivere al proprio deputato in Parlamento chiedendogli di adoperarsi per far costruire attorno alla penisola, Alpi comprese, un muro alto dodici metri per tener fuori gli affamati. Se qualcuno conosce altre soluzioni che la politica, al momento, sia capace di offrire, per favore lo faccia sapere.

da Repubblica del 10/5/08

Viva l'anno del porco