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giovedì 23 maggio 2013

Euro, un referendum contro la fabbrica delle bugie

Giorgio Cremaschi da Micromega
 
Adesso che la potenza mediatica di Grillo spinge il referendum sulla Europa, è solo sperabile che questa giusta proposta non finisca nel tritacarne mediatico e nel teatrino della politica.
Noi del movimento No Debito l’abbiamo chiesto da quasi due anni e ne discutiamo sabato prossimo a Roma con, tra gli altri, Luciano Vasapollo e Gianni Ferrara.
Una consultazione popolare sui trattati europei c’è già stata nel 1989, abbinata alle europee. Ora sarebbe giusto indire un referendum non tanto sull’Euro in quanto tale, ma su quei trattati che, come il fiscal compact, ci vincolano alle politiche di austerità.
Un referendum come quelli che si sono tenuti in altri paesi europei avrebbe un pregio di fondo: almeno per qualche momento e con un minimo di par condicio romperebbe la barriera di propaganda, chiacchiere e bugie che oggi impediscono ai cittadini italiani di farsi una propria idea su quanto sta davvero accadendo in Europa. Poi si potrebbe affrontare davvero la questione di come rompere la cappa dell’Euro, che produce da noi 40000 disoccupati al mese, centinaia di migliaia in tutta l’Europa del Sud.
Di un vero e pubblico confronto su questi temi ce ne sarebbe davvero bisogno, visto anche come è andato il dibattito al Senato sul vertice europeo e visto come ne sono stati informati i cittadini.
Il presidente del consiglio ha fatto un discorsetto sulla necessità di farsi valere e di far capire, immagino alla Germania che però per paura non è stata citata, che bisogna aggiungere la crescita alla austerità. Come ha detto la destra, bisogna andare in Europa a battere i pugni sul tavolo.
Tutto questo in concreto non vuol dire nulla, assolutamente nulla. Ma oggi su diversi quotidiani si esalta il successo del governo italiano perché a luglio ci sarà un summit dei ministri del lavoro sulla disoccupazione giovanile, ridicolo.
Intanto il ministro italiano fa capire che i soldi non ci sono, e avanti così.
Ma torniamo al Senato. Lì alla fine si è votato e non un solo grande telegiornale ha spiegato chi e come. Con il governo dei pugni sul tavolo ha votato anche la Lega, 5 stelle ha votato contro e SEL si è astenuta. Perché? Questo partito aveva presentato un ordine del giorno che chiedeva al governo di rinegoziare il fiscal compact. Letta l’ha seccamente respinto, ma ciononostante SEL non è riuscita a votare contro.
Penso che la notizia vera sia questa: il governo accetta in toto il fiscal compact, la Lega lo sostiene e solo il 5 stelle si oppone.
Questa notizia è stata invece ignorata dal regime informativo. Meglio parlare delle solite sceneggiate piuttosto che far capire ai cittadini che cosa è il fiscal compact e cosa vuol dire accettarlo.
Il 29 maggio si spera che l’Italia sia perdonata dalla procedura europea di infrazione per deficit pubblico eccessivo. Così, fanno capire governo e stampa, si potrà ricominciare ad investire… Falso.
Il vecchio parlamento ha inserito in Costituzione il pareggio di bilancio. Il che vuol dire che, consumati tutti i margini possibili, ogni anno bisogna togliere al paese circa 80 miliardi di euro solo per pagare gli interessi sul debito pubblico.
A questo il fiscal compact aggiunge dal prossimo anno la riduzione a rate ventennali dell’ammontare stesso del debito per la sua metà. Sono nuove cambiali di oltre 50 miliardi all’anno che si aggiungono a quelle sugli interessi. Insomma 130 miliardi che vengono tolti al paese, ai suoi servizi pubblici, ai suoi investimenti per uno scopo finanziario assolutamente improduttivo.
Se si pagano questi soldi tutti gli anni, non ce ne sono altri per il lavoro e dunque si faranno solo giochi di prestigio. Taglio qui e spendo là, prendo due e pago uno, tutto questo abbonderà, ancora di più nella propaganda, ma certo non ci saranno veri piani per il lavoro per la ripresa economica.
Se si accetta il regime del fiscal compact tutto il resto sono solo chiacchiere magari  ben alimentate dal regime informativo.
Ben venga dunque un referendum, a causa del quale la fabbrica della disinformazione sia costretta almeno per poco a misurarsi con il pensiero e le notizie che ignora. I cittadini avranno qualche elemento in più per capire, organizzarsi, lottare, come avviene in tutto il resto d’Europa.

Wu Ming: Perchè votare “A” al referendum di Bologna


di Wu ming da giap via Micromega


E’ necessario sostenere la scuola pubblica comunale e statale, l’unica dove possono andare tutti, a prescindere dal reddito e dalla religione. A Bologna i finanziamenti comunali ammontano a meno della metà dei soldi pubblici stanziati per le scuole dell’infanzia paritarie private: destinarli alle scuole dell’infanzia comunali e statali sarebbe un importante segnale in controtendenza rispetto alle politiche di tagli alla scuola pubblica praticate dagli ultimi governi. Dopo anni di sacrifici imposti alla scuola pubblica, durante i quali i fondi alla scuole paritarie private sono stati regolarmente riconfermati (quando non aumentati), è giunto il momento che anche le scuole paritarie private facciano la loro parte.

La scuola pubblica ha bisogno di risorse. E’ sempre più frequente che nelle scuole comunali e statali i genitori debbano portare da casa carta igienica, fazzolettini, fogli da disegno, o che debbano autotassarsi per provvedere ad acquistare materiali didattici. Ma questa è solo la punta dell’iceberg, sotto la quale si trovano fenomeni ben più gravi come la diminuzione delle ore di compresenza e di quelle per le maestre di sostegno, oltre alla precarizzazione del personale. Tutte cose che alla lunga influiscono sulla continuità didattica e penalizzano i più deboli, spingendo le famiglie che possono permetterselo a spostare i figli nella scuola paritaria privata, a proprie spese, e alimentando così un circolo vizioso che allarga la forbice sociale. Ogni euro recuperabile per la scuola pubblica diventa quindi prezioso.

Qualsiasi richiesta di nuovi fondi allo Stato centrale non può che avvantaggiarsi dalla vittoria della “A” al referendum, cioè dall’affermazione della priorità della scuola pubblica comunale e statale. Viceversa, una vittoria della “B” consentirebbe allo Stato di proseguire sulla linea dei tagli, investendo al minor costo possibile, cioè ulteriormente sulla scuola paritaria privata, che non è una scuola per tutti.

All’inizio di questo anno scolastico ben 423 bambini e bambine a Bologna sono rimasti senza posto alla scuola dell’infanzia pubblica comunale e statale. Il Comune è dovuto correre ai ripari (aumentando gli alunni per classe oltre i limiti e aprendo nuove sezioni, ma soltanto part-time) per riuscire a soddisfare le richieste. Nonostante questo, 103 bambini e bambine sono rimasti ugualmente esclusi dalla scuola dell’infanzia pubblica. Con il milione di euro stanziato per le scuole paritarie private nel 2011 si sarebbero potuti creare, a settembre 2012, 330 nuovi posti alla scuola pubblica comunale e statale ed esaurire abbondantemente la lista d’attesa.
L’ipotesi di un fallimento delle scuole paritarie private in assenza dei finanziamenti comunali, con tanto di licenziamenti degli insegnanti ed esodo degli alunni verso la scuola pubblica comunale e statale, è irreale e puramente allarmistica. 26 delle 27 scuole dell’infanzia paritarie private di Bologna aderiscono alla Federazione Italiana Scuole Materne (FISM), fondata su impulso della CEI nel 1973. Le scuole della FISM dunque esistono da molto prima della legge sulla parità scolastica, che è del 2000. Nel 1995, prima che il sistema delle convenzioni venisse varato a Bologna, le scuole dell’infanzia private accoglievano il 24% degli scolari; nel 2013 le scuole paritarie private ne accolgono il 22%: è evidente che non è il milione di euro erogato dal Comune a garantire la frequentazione di queste scuole. Infatti dividendo l’ammontare dell’attuale finanziamento comunale – cioè 1.055.500 euro – per i 1.730 bambini che frequentano le scuole paritarie bolognesi, si ottiene la cifra di circa 600 euro per bambino, che suddivisi sulle dieci rate mensili dell’anno scolastico, equivalgono a un contributo per bambino di circa 60 euro al mese. Non è credibile che un rincaro del genere produrrebbe un ritiro di massa dalle scuole paritarie private e un’emigrazione di massa verso la scuola pubblica comunale e statale, allungando a dismisura le liste d’attesa. Soprattutto è difficile credere che le scuole paritarie private non possano reperire altrove quel milione di euro l’anno, evitando così qualunque rincaro delle rette. Considerando che tutte eccetto una sono scuole cattoliche, che la Curia di Bologna possiede un patrimonio di circa 1.200 immobili in città, oltre a 22 milioni di euro dell’eredità FAAC depositati su un conto presso la LGT Bank di Lugano, e che la Chiesa cattolica raccoglie l’8 per mille dai fedeli, un’idea su quale partner potrebbe sostituirsi al Comune per integrare la cifra in questione nasce spontanea.

Le scuole dell’infanzia paritarie private applicano criteri d’accesso diversi da quelli della scuola pubblica comunale e statale. Si tratta infatti di enti privati no profit, a pagamento, che in base alla legge 62 del 2000 fanno parte del sistema nazionale d’istruzione. Attualmente, su 1.730 frequentanti le scuole dell’infanzia paritarie private bolognesi, gli alunni stranieri sono 80, cioè il 4,6%, contro il 23,3% nella scuola dell’infanzia pubblica comunale e statale; i bambini disabili sono lo 0,3%, contro il 2,1% nella scuola pubblica comunale e statale. Inoltre nella scuola comunale e statale sono certificati 271 casi di disagio sociale. Questi dati confermano che il sistema d’istruzione integrato pubblico-privato sta già creando due tipologie di scuole molto diverse per composizione sociale e culturale. Non ci sono dubbi su quale delle due sia la più inclusiva, si faccia maggiormente carico dell’integrazione, rispecchi la varietà e la complessità sociale e attitudinale, e di conseguenza debba avere la priorità nei finanziamenti per esaurire le liste d’attesa.

La scuola dell’infanzia pubblica comunale e statale non prevede un’educazione confessionale e di conseguenza rispetta pienamente la libertà religiosa di tutti i bambini e delle loro famiglie. Per frequentare le scuole paritarie private della FISM è necessario accettare un progetto educativo di impostazione cattolica (vedi articoli 1 e 2 dello statuto FISM) e la Carta formativa della Scuola cattolica dell’Infanzia. In tale Carta si legge che «l’azione educativa consiste nell’introdurre il bambino nella realtà, interpretata nella luce della Tradizione ecclesiale» e che «la trasmissione della dottrina della fede avviene mediante l’introduzione in uno stile di vita (stile del gioco, dello stare a tavola, del rapporto con gli amici…) che sia sostanziato dalle verità di fede imparate e celebrate». Nel caso una famiglia rifiuti la Carta formativa e insista comunque per iscrivere i figli alla scuola paritaria privata confessionale (come potrebbe capitare, ad esempio, a una famiglia non cattolica che non avesse trovato posto alla scuola pubblica), l’accettazione è rimandata al «comitato di gestione, […] il quale decide udito il Vicario Episcopale per la Cultura e la Scuola».

Nella scuola dell’infanzia pubblica comunale e statale vige la libertà di insegnamento e il personale è selezionato in base alle graduatorie pubbliche. La Carta formativa della Scuola cattolica dell’Infanzia specifica che nelle scuole associate alla FISM i maestri e le maestre devono soddisfare prerequisiti che non sono soltanto pedagogici e professionali: «Oltre le necessarie qualità professionali esigite [sic!] dalle leggi civili, l’insegnante dovrà: a) possedere una solida conoscenza della visione cristiana dell’uomo e della dottrina della fede; b) accogliere con docile ossequio dell’intelligenza e della volontà l’insegnamento del Magistero della Chiesa: c) vivere un’esemplare vita cristiana». Davanti a precetti di questo tipo le perplessità nascono spontanee: a parità di preparazione professionale, una maestra divorziata avrà le stesse possibilità di essere assunta di una felicemente coniugata? E una maestra che esprimesse posizioni critiche nei confronti della Chiesa quante possibilità avrebbe di insegnare in queste scuole? Una maestra gay verrebbe valutata per la sua preparazione o verrebbe discriminata?

Quello del 26 maggio è un referendum consultivo, non abrogativo. E’ cioè finalizzato a suggerire un indirizzo politico all’amministrazione comunale. Significa che se vincesse l’opzione A, il finanziamento comunale alle scuole paritarie private non verrebbe cancellato dalla sera alla mattina. Volendo ci sarebbero i tempi e i modi di studiare soluzioni alternative al finanziamento comunale. E’ infatti del tutto evidente che l’obiettivo del referendum non è lasciare fuori da scuola altri bambini, ma garantire un posto a tutti, senza discriminazioni. Senza cioè che, con l’aiuto dei soldi pubblici, chi ha la possibilità economica ed è disposto ad accettare un’educazione confessionale abbia il posto garantito e gli altri no.

* Quest'articolo è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.


 

Per fermare la crisi serve una rivolta

Fermare l'autolesionismo. Scendere in piazza. Rottamare i politici. Il sociologo Revelli: «Rischio di recessione infinita».


di Antonietta Demurtas da lettera43


La crisi economica è sempre più sociale. A testimoniarlo è il rapporto annuale 2013 La situazione del Paese firmato dall'Istat e incentrato sulla situazione economica delle famiglie, il cui potere d'acquisto ha registrato una caduta di «intensità eccezionale» (-4,8%). Che ha portato l'istituto di statistica a definire quella dal 2008 al 2012 la più forte riduzione dei consumi dagli Anni 90.
Una fotografia che secondo Marco Revelli, docente universitario di Scienza della politica, economista e sociologo, testimonia come l'Italia sia finita «in una spirale a scendere», dice a Lettera43.it, dove «non c'è un punto di rimbalzo se non lo determiniamo noi».
SERVE UNA NUOVA CLASSE POLITICA. Per riuscirci è però necessario ritornare all'economia reale, non a quella della finanza e delle banche «che sono la malattia, non la cura». Ma soprattutto «ci vorrebbe una classe politica nuova che viene da un altro mondo rispetto a quello che ha prodotto questi disastri».
Un allarme che il sociologo aveva già lanciato nel 2010 quando nel libro Poveri, noi raccontava come gli italiani fossero convinti di crescere quando invece il declino era in atto. E ora che l'Istat ne ha confermato la caduta libera, avverte: «Questa è una crisi sistemica e se non si interviene con una netta rottura del trend, la situazione potrà solo peggiorare».


DOMANDA. Che cosa l'ha colpita di più del rapporto dell'Istat?
RISPOSTA.
Il dato più sconvolgente è quello sulla deprivazione materiale che è cresciuto del 9% dal 2010 al 2012. Ci sono famiglie che non riescono più a mangiare adeguatamente, ad arrivare a fine mese e a sostenere una spesa extra.
D. Il 16,6% degli italiani non ha più accesso nemmeno a un pasto decente.
R.
E l'Istat ha rilevato che la quota è triplicata in soli due anni. Questo ci dà la misura dell'impatto della crisi.
D. Spagna e Grecia non sono poi così lontane?
R.
No, basta vedere i dati sull'occupazione. La riduzione del volume di ore di lavoro è inquietante.
D. Soprattutto nel Mezzogiorno: il tasso di disoccupazione supera il 17%, quasi 10 punti più che al Nord. L'eterno ritorno della questione meridionale?
R.
Sì, senza contare che il Meridione è in una condizione limite per quanto riguarda tutti gli indicatori di povertà. Nel Sud è concentrata la percentuale più alta di poveri. E non dal 2012, ma dal 2007, prima ancora che iniziasse la crisi.
D. Quando finirà?
R.
Il dato più inquietante è che questo rapporto dà l'impressione di una spirale a scendere perché esamina indicatori di disagio che si alimentano a vicenda.
D. Ci spieghi meglio.
R.
L'impoverimento della popolazione comporta un deterioramento delle sue condizioni di salute. Così come è destinato a deprimere i tassi di scolarizzazione, perché la riduzione di reddito delle famiglie comporta un disinvestimento nell'educazione dei figli. Fattore a sua volta strettamente correlato con il tasso di povertà, perché chi ha un basso titolo di studio tende a essere più povero o a impoverirsi più facilmente.
D. Nessuna crisi temporanea insomma?
R.
Non penso si possa intravedere un punto di rimbalzo in cui la curva inizi a salire. Questi dati danno l'impressione di una crisi sistemica e se non si interviene con una netta rottura del trend, la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente.
D. Dal 2010 si prevedeva un miglioramento, si sono sbagliati?
R.
Erano tutte balle, la fine del tunnel non la vede nessuno ed è impossibile da individuare dentro la dogmatica che guida gli orientamenti economici europei. È un meccanismo che non riguarda tanto la riduzione della spesa o il rigore di bilancio che pure pesano, ma i modi e i tempi del pagamento del debito pubblico.
D. Colpa del Fiscal compact?
R.
Questo comporta l'esborso di circa 50 miliardi all'anno solo per ricondurre la dimensione del nostro debito pubblico dentro la soglia del 60% del Pil in 20 anni. E si tratta di 50 miliardi di gettito sottratto agli investimenti, ai cittadini e trasferito al sistema finanziario globale. Oltre agli 80 miliardi di interessi sul debito pubblico che ogni anno dobbiamo pagare.
D. Ma come si può spezzare questa spirale?
R.
Credo siano due i pilastri. Il primo è una diversa filosofia socio-economica da parte delle istituzioni, a cominciare da quelle europee, che però finora hanno proposto solo formule retoriche e non politiche concrete.
D. Il secondo pilastro?
R.
Questo Paese avrebbe bisogno di una grande energia morale e politica. Risalire una china così pesante richiederebbe una ventata di entusiasmo o comunque la percezione di una discontinuità.
D. Una bella rottamazione?
R. Sì un nuovo inizio. Invece la nostra politica presenta la continuità con tutti i peggiori passati. È la riconciliazione con i nostri peggiori vizi.
D. Per esempio?
R.
Non si interroga mai su come spezzare il rapporto perverso tra la sfera finanziaria e l'economia reale.
D. Un rapporto parassitario?
R.
La finanza globale è una gigantesca spugna che assorbe le risorse prodotte dall'economia reale e le trasferisce all'economia di carta, anzi di bit. Una massa di ricchezza invisibile che ha continuato a far crescere le Borse. Le gigantesche iniezioni di liquidità che fanno gli Stati Uniti e il Giappone, vanno tutte a finire nel circuito finanziario.
D. Il solito falò delle vanità?
R.
Continuiamo a costruire bolle che poi regolarmente scoppiano in faccia alla povera gente.
D. Che ora non ha più alcuno strumento per difendersi?
R
. L'Italia aveva assorbito in modo non traumatico la crisi del 1929 perché era un Paese già di per sé povero e prevalentemente agricolo con un costume di coattiva sobrietà. Non aveva ancora vissuto l'ubriacatura del consumismo che ci fu dagli Anni 80 al 2000 e che ha fatto del consumo il tratto principale dell'identità e del legame sociale.
D. Per questo ora il calo dei consumi ha dimensioni così drammatiche?
R.
Sì perché abbiamo un crollo verticale delle identità individuali, familiari, dei ruoli, del sistema di relazioni. I cellulari, i capi firmati e la cura del benessere per anni hanno strutturato anche i sistemi di relazione. E nel momento in cui vengono meno lasciano gli individui assolutamente indifesi.
D. Come ha scritto nel suo libro la «modernizzazione è un piano inclinato verso la fragilità e l'arretratezza». Un processo di evoluzione che se si ferma produce involuzione?
R.
E macelleria sociale.
D. Quando ci sarà quella vera?
R.
L'unica minaccia che può smuovere i politici è che ci siano rivolte, moti di piazza. E per quanto possa sembrare una bestemmia, solo se ci fossero davvero potremmo dare una lettura ottimistica della crisi.
D. Perché?
R.
Perché vorrebbe dire che in questo Paese ci sono ancora delle energie. Se ci fosse una mobilitazione collettiva, magari anche controllata politicamente, seppure nelle forme non ortodosse delle manifestazioni di piazza, sarebbe comunque una voce.
D. Invece?
R.
Temo che questa crisi venga consumata nel privato delle famiglie, che si esprima in micro violenza inter-familiare, a partire da quella nei confronti delle donne, dei soggetti più deboli e dei migranti.
D. O contro se stessi.
R. Il fenomeno del suicidio per ragioni economiche è in scandalosa crescita rispetto al passato. C'è un incremento della violenza individuale non collettiva che diventa anche autolesionismo, depressione, malattia, apatia, disistima di sé, pena dei fallimenti individuali.
D. E il velo della vergogna nasconde tutto?
R.
È la forma peggiore, perché uccide il tessuto sociale, resta invisibile e non riesce a farsi ascoltare. Così chi governa continua a fare come se nulla fosse. Tanto anche se qualche milione di persone non va più a votare, loro si spartiscono i voti dei pochi che ci vanno.
D. Non si può spezzare questo silenzio?
R.
Le grandi macchine che permettevano di mettere insieme i tanti 'io' e trasformarli in un 'noi' sono a pezzi. La grande crisi del sindacato è evidente. Come quella dei partiti politici, che sino a qualche decennio fa organizzavano la protesta, erano in grado di analizzarla. Ma oggi sono del tutto inadeguati, non stanno più sul territorio, in mezzo alla gente.
D. Al loro posto oggi ci sono le mafie...
R.
È questa l'altra faccia della medaglia: le macchine occulte vanno a nozze in queste situazioni, si sostituiscono allo Stato, svolgono un surrogato di compito statale e tendono a peggiorare la situazione.
D. Non c'è nessuna speranza?
R.
Ci vorrebbe una classe politica che viene da un altro mondo rispetto a quello che ha prodotto questi disastri, che si sia formata fuori dalle mura di questa città corrotta.
D. La sua è una visione utopistica?
R. No. Per fortuna non siamo un Paese totalmente disfatto. Ci sono ancora delle strutture valide. Penso al ruolo svolto in questi anni dalla Fiom, compresa l'ultima manifestazione del 18 maggio: finalmente abbiamo avuto una piazza, un'occasione collettiva con una presa di posizione. E poi ci sono organizzazioni del volontariato che continuano a presidiare il territorio e monitorare il disagio.
D. Il vero stato sociale.
R.
Una supplenza dello Stato non solo per quanto riguarda l'aiuto dato alle famiglie, ma anche per le informazione che danno sul fenomeno. Non avremmo un profilo della povertà se non avessimo il rapporto annuale della Caritas.
D. Dovrebbero essere loro a governare il Paese?
R.
Basterebbe che i politici si sturassero le orecchie, invece tentano di fare le leggi per bloccare i colleghi e azioni anche peggiori.
D. Che cosa pensa delle prime proposte del governo in tema di lavoro?
R
. Ci sarebbe una mossa principe che avrebbero dovuto dare da tempo: siamo gli unici insieme con Grecia e Ungheria a non avere un reddito minimo garantito. Siamo solo tre su 27 Paesi dell'Unione europea e i risultati si vedono perché siamo quelli messi peggio.
D. Anche perché siamo senza un soldo.
R.
Per prosciugare l'intero bacino della povertà assoluta - sono circa 3,5 milioni di italiani - basterebbero 4,8 miliardi di euro. Una cifra consistente certo, ma non fuori dalla portata del nostro Paese.
D. Manca la volontà politica?
R.
E la cultura adeguata. Anche se in Europa, gli altri governi hanno un minimo di sensibilità, visto che c'è il reddito minimo garantito. Ma quando devono decidere per gli altri...
D. Non sono sensibili ai dati sulla povertà altrui?
R.
No. Lo sarebbero se questo mondo dolente sarebbe in grado di prendere con forza la parola, ma purtroppo come ho dovuto imparare, i poveri non fanno le rivoluzioni.
D. Perché hanno troppa fame per lottare?
R.
Perché sono deboli. Non hanno più niente. E le rivoluzioni le fanno quelli che hanno qualcosa da perdere.


lunedì 20 maggio 2013

Krugman: Grazie alla crisi passano le riforme dell'élite

di Paul Krugman da popoff.globalist



Noah Smith ha recentemente espresso un interessante punto di vista sui reali motivi per cui le élite sostengono così tanto l'austerità, anche se in pratica essa non funziona. Le élite, egli sostiene, vedono le difficoltà economiche come un'opportunità per costringere a delle riforme (cioè in sostanza i cambiamenti da loro desiderati, che possano servire o meno a promuovere la crescita economica) e si oppongono a tutte le politiche che potrebbero attenuare la crisi senza rendere necessari questi cambiamenti: «Penso che gli "austerians" siano preoccupati che delle politiche macro anti-recessione consentirebbero a un Paese di cavarsela nella crisi senza migliorare le sue istituzioni. In altre parole, temono che uno stimolo di successo potrebbe sprecare le possibilità offerte da una buona crisi. Se la gente pensa realmente che il pericolo di uno stimolo non è che potrebbe fallire, ma che potrebbe avere successo, allora dovrebbe dirlo chiaramente. Solo così, credo, potremmo avere un dibattito pubblico ottimale sui costi e benefici».

Come Smith osserva, il giorno dopo aver scritto questo post, Steven Pearlstein del "Washington Post" ha fatto esattamente questa argomentazione a sostegno dell'austerità.

Ciò che Smith non ha osservato, in modo alquanto sorprendente, è che la sua tesi è molto vicino alla Shock Doctrine di Naomi Klein, la quale sostiene che le élite sistematicamente sfruttano i disastri per far passare politiche neoliberiste, anche se tali politiche sono sostanzialmente irrilevanti sulle cause dei disastri. Devo ammettere che al tempo della sua pubblicazione non ero tanto ben disposto verso il libro di Klein, probabilmente perché fuori dal campo della professionalità e cose simili, ma la sua tesi aiuta davvero a spiegare molto di quello che sta succedendo, in particolare in Europa.

Scrive la Klein: « Per decenni le destre hanno sfruttato le crisi per far accettare proposte che non hanno nulla a che fare con la risoluzione di tali crisi. Il Wisconsin non è diverso. Dal Cile degli anni Settanta in poi gli ideologi della destra hanno sfruttato le crisi per spingere proposte che nulla hanno che fare con la risoluzione delle crisi, e che tendono ad imporre la loro visione di una società meno democratica, dura, e più diseguale. Non c'è niente di sbagliato nel rispondere alla crisi in maniera decisa. Le crisi richiedono risposte decisive. Il problema è questo ambiguo tentativo di usare la crisi per centralizzare il potere, di sovvertire la democrazia, di evitare il dibattito pubblico dicendo: "Non abbiamo tempo per la democrazia. È tutto in confusione. Non importa quello che volete. Non abbiamo scelta. Dobbiamo forzare". Sta accadendo tutto su vasta scala».

E la storia va ancora più indietro. Due anni e mezzo fa Mike Konczal ci ha ricordato un classico saggio del 1943 di Michal Kalecki, il quale suggeriva che gli interessi del business odiano la teoria economia keynesiana perché temono che potrebbe funzionare. E questo comporterebbe che i politici non dovrebbero più umiliarsi davanti agli uomini d'affari in nome del fatto di preservare la fiducia. È un argomento abbastanza vicino alla tesi che l'austerità è necessaria perché lo stimolo potrebbe togliere l'incentivo alle riforme strutturali che, avete indovinato, offrono alle aziende la fiducia di cui hanno bisogno prima di degnarsi di produrre la ripresa.

Quindi, un modo di vedere la via dell'austerità è l'implementazione di una sorta di giuramento di Ippocrate al contrario: «In primo luogo, non far nulla per limitare il danno». Perché la gente deve soffrire se le riforme neoliberiste devono prosperare.

venerdì 17 maggio 2013

Appello urgente : è in pericolo la nostra democrazia e sovranità. Lidia Undiemi.


di Lidia Undiemi da italiaincrisi

  “Quello che sto per lanciare è un appello ai cittadini europei e in particalare ai cittadini dei 17 paesi che la politica europea vuole incanalare dentro un trattato che costituisce una organizzazione finanziaria intergovernativa. Questi paesi sono: il regno del Belgio, la repubblica federale di Germania, la repubblica di Estonia, l’Irlanda, la repubblica ellenica, il regno di Spagna, la repubblica francese, la repubblica italiana, la repubblica di Cipro, il gran ducato di Lussemburgo, di Malta, regno dei Paesi Bassi, repubblica d’Austria, repubblica portoghese, di Slovenia, repubblica slovacca, repubblica di Finlandia. 

Questi paesi hanno in comune una importantissima battaglia di democrazia, che forse è l’ultima di questo ciclo storico. La posta in gioco è troppo alta per essere indifferenti oppure per peccare in mancanza di coraggio ed è per tale ragione che ci siamo trovati in una situazione di grave crisi. In gioco non ci sono soltanto i nostri diritti, il nostro posto di lavoro, i nostri soldi. In gioco c’è anche il futuro delle nuove generazioni. I diritti, la libertà e la dignità : cose che una volta perse, una volta che abbiamo concesso ai poteri finanziari di poter denigrare totalmente la nostra democrazia non possiamo più veder tutelati in qualche modo. 
Ciò che sta affliggendo le nostre vite, infatti, non è la crisi economica : quella è la conseguenza del prevalere della logica del potere e del denaro sui principi di uguaglianza, democrazia e giustizia che hanno garantito fino ad oggi il benessere della maggior parte dei cittadini dei paesi europei. 
Immunità e privilegi, scudi patrimoniali e condoni fiscali, soggetti che gestiscono il fondo salva stati godendo di totale immunità nell’esercizio delle proprie funzioni. E’ con questo spirito che la politica europea intende delegare la gestione del debito pubblico degli stati in difficoltà ad un organizzazione finanziaria intergovernativa. 
Nonostante la scandalosa disinformazione sull’argomento, l’ESM (ossia l’organizzazione intergovernativa che gestirà il fondo salva stati) non è ancora entrato in vigore. Sentiamo parlare nelle ultime notizie di stampa dell’avvio di questo fondo salva stati tantè che la cancelliera Angela Merkel è andata in Cina per andare a contrattare una eventuale partecipazione della grande potenza asiatica nella gestione del debito pubblico. Tuttavia però attenzione perchè nonostante i governatori abbiano apposto la firma al trattato affinchè questo possa essere reso operativo nei 17 paesi membri che ho citato all’inizio occorre la ratifica da parte delle istituzioni nazionali. 
Se le istituzioni nazionali ratificano l’entrata in vigore del trattato ESM ossia dell’attribuzione ad un organizzazione intergovernativa del fondo salva stati si potrebbero anche verificare (e questa non è più ormai fantapolitica) degli scenari di retrocessione civile che nemmeno il più visionario dei registi sarebbe in grado di raprresentare. Forse magari nelle elezioni del 2013 possiamo candidare i nostri animali domestici. 
Dobbiamo fare qualcosa e dobbiamo farlo in fretta perchè abbiamo poco tempo. La nostra stessa vita rischia di sfuggire al nostro controllo perchè fin quando noi viviamo in uno stato di diritto e l’economia e la finanza speculativa in qualche modo abusano del diritto allora possiamo fare qualcosa. Ma li dove tutta la politica dei leader europei spinge verso una clamorosa autoassoluzione perchè è chiaro che è stata la politica a non essere stata in grado di sapere gestire il fenomeno della finanza speculativa. E adesso cosa vogliono fare? Attribuire ad una organizzazione finanziaria il nostro destino. Il destino dei cittadini di 17 paesi membri. Non possiamo più delegare e non possiamo più aspettare perchè nessuno verrà a salvarci. 
La logica del leaderismo delle persone deve tramontare. Dobbiamo ritornare a pensare nell’ottica della collettività. Dobbiamo iniziare ad avere il rispetto del NOI anzichè dell’IO perchè è esattamente per questo motivo che ci troviamo in questa situazione. E i nostri politici, mi dispiace dirlo, stanno dimostrando di non essere all’altezza della situazione perchè io non ho sentito parlare nessun politico del fatto che il fondo salva stati sarà gestito da una organizzazione che è essa stessa in quanto soggetto giuridico godrà dell’immunità cosi come i soggetti che gestiranno questo fondo. 
Io ho realizzato un dossier, sono una studiosa di economia e di diritto. Appena ho visto che c’era poca chiarezza… basta semplicemente mettere assieme gli articoli di giornale per capire che in fondo nessuno vuole spiegare che cos’è questo ESM. In questo dossier ho descritto un po quelle che sono le linee guida delle ultime vicende in materia di politiche internazionali e di finanza. Magari sarà anche un po lungo… anche un po noioso… per certi versi tecnico. Però visto che la posta in gioco qui è davvero troppo alta vi invito tutti quanti a leggerlo. Invito i magistrati, invito gli intellettuali, invito i giornalisti, invito i cittadini di qualsiasi categoria sociale, di qualsiasi partito politico, di qualsiasi ideologia a mettersi in prima linea contro quello che potrebbe essere anche l’ultimo atto per la realizzazione definitiva di una dittatura economica e le conseguenze noi non possiamo sapere quali possono essere. 
Bisogna avere comunque una idea. Bisogna avere un obiettivo. E bisogna soprattutto sapere come concretamente ciascun cittadino europeo può contribuire a bloccare l’entrata in vigore di questa organizzazione finanziaria intergovernativa. Occorre anzitutto che i cittadini verifichino nel proprio stato se effettivamente la ratifica da parte del proprio paese è stata concessa. Attenzione : ciò che è chiesto ai paesi nazionali non è la ratifica del trattato ESM che gestirà il fondo salva stati ma la modifica dell’articolo 136 del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea in cui si intende far approvare indirettamente (poichè è già stato firmato dai nostri ministri) il trattato che costituisce l’organizzazione intergovernativa. Dunque occorre che nei siti istituzionali si vada a verificare se è avvenuta la modifica dell’articolo 136 del trattato sul funzionamento dell’unione europea. 
Se deve esistere un europa deve essere quella dei cittadini e dei diritti, non un luogo dove potenti finanziari vengono ad acquistare degli stati in svendita. Leggete questo trattato ed è veramente allucinante il contenuto dello stesso. Rappresenta come una specie di delega in bianco ai poteri finanziari. E voglio dire una cosa alla cancelliera Merkel : lei è andata in Cina a contrattare con il premier cinese la partecipazione al fondo. Beh, ancora non ha ottenuto la ratifica da parte di tutti gli stati membri, quindi se c’è qualcosa che vuoi contrattare è il denaro che tieni nelle tue tasche e non il nostro.” 

mercoledì 15 maggio 2013

Terapia con staminali, riassumendo...


da Medbunker


Dopo l'impegnativa vicenda delle pseudocure con le staminali che hanno fatto tornare l'Italia ai tempi più bui della ragione e della scienza, mi fermo un po' a riflettere. Può servire anche chi non riuscisse a leggere i tanti commenti del precedente articolo.
Avevo pensato di scrivere una riflessione personale sui fatti ma, rendendomi conto che i miei commenti possano essere poco importanti, ho pensato di riassumere la vicenda con veloci domande e risposte, vediamole.

Cos'è il "metodo Vannoni"?

Consiste nella somministrazione di cellule staminali mesenchimali per curare malattie di diverso tipo, anche molto diverse tra loro per cause, sintomi e decorso. Le terapie con staminali sono studiate da diversi anni ed in alcuni campi hanno ottenuto dei successi in altri degli insuccessi. Sono considerate un campo di ricerca molto promettente.

Le terapie con cellule staminali, sono una novità?

No.
Esistono già malattie curabili con trapianto di cellule staminali, mentre in molti altri casi si è in una buona fase di sperimentazione. Se per alcune patologie i risultati sono incoraggianti, per altre sono del tutto negativi. Anche nel caso delle staminali quindi, esistono migliaia di ricercatori nel mondo che con impegno, volontà e soprattutto nel completo silenzio dei media, svolgono il loro lavoro per curare la nostra salute.

Nel 2005 la questione staminali fu trattata da un referendum che proibì l'uso di questo tipo di cellule. Cosa ha a che vedere quel referendum con questa vicenda?

Solo il fatto che si parlava di cellule staminali ma la legge era relativa a quelle embrionali. Il quesito del referendum quindi era incentrato sulla possibilità di utilizzare embrioni umani per motivi di ricerca o di cura (quindi utilizzando l'embrione come "serbatoio" di cellule staminali). I quesiti del referendum erano relativi alla legge 40 (del 19/02/04) che regola le norme legate alla fecondazione assistita. Oggi, per legge, non è possibile utilizzare cellule embrionali (quindi distruggere un embrione) a scopi di ricerca o cura. Il referendum del 2005 quindi non ha nulla a che vedere né con il caso di Sofia né con il tipo di cellule protagoniste della vicenda (che si possono prelevare da individui adulti o in ogni caso "già nati").

Che malattia ha la piccola Sofia?

Nel caso della piccola Sofia parliamo di una malattia genetica di tipo neurodegenerativo (leucodistrofia metacromatica) che ha una variante a comparsa infantile, a decorso ingravescente e che ha esito letale (nella forma infantile entro 5 anni dai primi sintomi).

Esistono cure mediche efficaci in questo caso?

No. In caso di malattia manifesta è utile un supporto alle funzioni vitali (respirazione, nutrizione, funzioni fisiologiche di vario tipo) e fisioterapico per contrastare il decadimento tipico di queste funzioni in queste malattie. Sono state provate alcune terapie che hanno un risultato promettente in caso di somministrazione nella fase "presintomatica" (prima cioè della comparsa dei sintomi) che sembrano ritardare la comparsa dei sintomi più gravi. Sono in sperimentazione altre terapie.

Nei casi come quello di Sofia, la terapia con cellule staminali ha avuto successo?

Esistono pochi casi (la malattia è già molto rara) di applicazione di cellule staminali mesenchimali in casi come quello di Sofia e non hanno mostrato né miglioramenti, né cambiamenti nel decorso della malattia, né guarigioni.

Perché il ministero ha bloccato la somministrazione del "metodo Vannoni"?

Perché in seguito alla segnalazione di diversi eventi avversi è stata effettuata un'ispezione nei locali nei quali era preparata la "cura". Le carenze segnalate erano diverse e molto gravi: carenze igieniche, prodotti mal conservati, attività scarsa delle cellule preparate, presenza di inquinanti, mancanza di adeguate misure di sicurezza. Una seconda ispezione ha segnalato anche un'assoluta mancanza di chiarezza (somministrazione delle cellule gravemente irregolare) nel protocollo. Era dovere del ministero quindi chiedere chiarimenti ai responsabili del laboratorio, interrompendone l'attività per i gravi danni che poteva causare la prosecuzione di quelle terapie, non sperimentate sufficientemente e somministrate in condizioni precarie, su bambini gravemente malati.

Come mai quindi le cure erano somministrate in un ospedale?

L'ospedale di Brescia somministrava la "cura" secondo una legge del 2006 relativa alle cosiddette "terapie compassionevoli". Per una malattia che non conosce terapie o cure efficaci, è possibile somministrarne una che non sia ancora "autorizzata" ma che abbia due caratteristiche: sia almeno in una buona fase di sperimentazione ed il paziente ne riceva beneficio. La "cura" inoltre deve essere accompagnata da tutta la documentazione relativa alla sua efficacia, alla sicurezza, alla modalità di somministrazione. In realtà la cura con le staminali non è "sufficientemente sperimentata" e quindi non è chiaro come mai sia stata autorizzata la sua somministrazione, senza considerare che, come recitano i verbali dell'ispezione NAS-AIFA non erano soddisfatti nemmeno i requisiti di sicurezza né erano stati depositati i documenti relativi alle sue presunte azioni sulla malattia.

Il ministero della salute ha fatto il suo dovere?

Dal punto di vista "istituzionale" sì, ha bloccato una presunta cura mai dimostrata, somministrata in condizioni carenti e potenzialmente pericolose. Dal punto di vista "comunicativo" no. Vista l'eco della notizia, il ministro Balduzzi non ha (almeno così mi sembra) mai spiegato le sue motivazioni, non ha chiarito i passi della vicenda né ha parlato alla popolazione mettendola in guardia da situazioni simili. Il suo atteggiamento è stato insicuro, altalenante e condizionato dalla pressione mediatica, ha risposto da perfetto politico.

Il caso di Sofia è "unico al mondo"?

No. Seppur raro, esistono centinaia di bambini in Italia con questo problema. Nessuno ha riflettutto sullo stato d'animo, sulle speranze e sullo strazio che certe notizie possono causare in queste famiglie.

Com'è nato allora il "caso" mediatico?

In seguito ad uno show televisivo (Le Iene) che ha mandato in onda un servizio nel quale era mostrata la piccola Sofia ed i suoi genitori che chiedevano aiuto per continuare le cure in quel centro.

Come mai molte persone note hanno "abbracciato" la causa di Sofia?

Proprio in seguito alla trasmissione televisiva.
Probabilmente perché non sanno di cosa si parla. Tutte le istituzioni scientifiche, gli specialisti, i ricercatori, hanno posto l'attenzione sul fatto che non si possono sperimentare cure insicure che finora non hanno mostrato effetti positivi su una malattia e che, secondo le autorità, erano somministrate in condizioni pessime: è anche un problema di salute pubblica e del singolo.

Il prof. Vannoni è medico?

No. E' laureato in lettere, insegna "psicologia della comunicazione" all'università di Udine

Il prof. Vannoni ha pubblicato delle ricerche sulle staminali o sul suo metodo o ha ufficializzato dei test sperimentali?

No.

Il prof. Vannoni ha spiegato agli scienziati il suo "metodo" ed i motivi che lo renderebbero più efficace di altri che finora non hanno dato i risultati sperati?

No.

Il prof. Vannoni ha mostrato uno o più casi di malattie giudicate inguaribili dalla medicina ma che con il suo "metodo" abbiano raggiunto la guarigione?

No.

Il "metodo Vannoni" può essere pericoloso?

Sì, già per la stessa modalità di esecuzione il trapianto di cellule staminali è rischioso per vari motivi (anche per il donatore). Nel caso di Brescia si aggiungono le condizioni del laboratorio che secondo i NAS erano del tutto inadeguate e non a norma. In ogni caso non si tratta di una "cura" priva di rischi.

Cosa costerebbe sottoporre Sofia alle cure con le staminali?

Se il "metodo Vannoni" avesse le stesse potenzialità degli altri trapianti di staminali eseguiti nel mondo la bambina potrebbe sottoporsi alla stessa "cura" in uno qualsiasi dei centri autorizzati in Italia (ne esistono 13). Se invece il "metodo" avesse proprietà differenti, il suo "inventore" dovrebbe semplicemente mostrarli, dimostrarli e diffonderli, cosa che non ha mai fatto. Sempre secondo l'ispezione, le staminali utilizzate da Vannoni avevano un'"attività biologica" (ovvero una "durata d'azione") molto breve, come recita il report dei NAS: "una irrilevante attività biologica ai fini della rigenerazione nervosa, che scompare dopo 24 ore". Il costo economico a carico delle famiglie è da dimostrare, visto che, secondo le indagini della magistratura (anche se non riferite a questo caso), Vannoni chiedeva ingenti somme di denaro sotto forma di donazioni per la sua fondazione.

Perché "non provarci", visto che non esistono altre cure?

Perché i trapianti di cellule staminali sono una procedura particolarmente delicata che richiede, oltre ad una elevata specializzazione, una serie di norme di sicurezza e tecniche che, dall'ispezione dei locali bresciani, non esisteva. Per fare un paragone solo a titolo esemplificativo, sarebbe come eseguire una trasfusione di sangue utilizzando sacche di cui non si conosce bene la composizione, che nei controlli hanno mostrato presenza di sostanze estranee e infuse in un locale sporco. Tutto questo per ottenere un beneficio mai dimostrato e mai ottenuto da nessuno in un soggetto per forza di cose più a rischio di complicazioni. Il possibile danno quindi, è fortemente superiore al riferito (e mai dimostrato) beneficio.

Ma allora come mai i genitori di alcuni dei piccoli sottoposti alla cura parlano di "miglioramenti"?

Escludendo per buon senso un effetto placebo o di "esagerazione" delle normali fasi di una malattia neurodegenerativa, fino ad oggi i trapianti con cellule staminali hanno mostrato, in alcuni casi e per certe malattie, un transitorio (e breve) effetto "antiinfiammatorio" e di miglioramento di alcuni disturbi. Nessuno dei test clinici effettuati fino ad oggi nel mondo ha mai guarito o cambiato il decorso di una delle gravi malattie che Vannoni riferisce di poter curare. In alcuni casi sono le terapie di supporto che mantengono per più tempo uno stato di salute accettabile relativamente alla gravità delle condizioni generali. Se il prof. Vannoni ha notato miglioramenti "non abituali" nei casi che ha trattato, perché non li ha illustrati in maniera corretta alla comunità scientifica? Perché Vannoni parla di "possibilità di guarigione" se per il mondo scientifico questa possibilità non esiste e nessuno l'ha mai notata? Ne è convinto? Perché non lo dimostra?

Chi sostiene queste cure parla di "boicottaggio" da parte delle aziende farmaceutiche

Oltre a non esserci alcuna prova di questo boicottaggio, il fatto stesso che non esista alcuna cura per questa malattia dovrebbe fare pensare che se davvero la cura fosse efficace, non solo le aziende non perderebbero un euro (non vi sono "farmaci" o "cure" che andrebbero sostituite) ma investirebbero subito in qualcosa che sarebbe rivoluzionario. Se davvero il prof. Vannoni fosse mosso da "altruismo" disinteressato, sarebbe bastato illustrarla e metterla a disposizione della comunità scientifica, cosa che non è avvenuta. Il prof. Vannoni non ha mai illustrato scientificamente i suoi metodi ed i risultati ed ha brevettato la sua idea per renderla sua proprietà personale, esattamente ciò che fanno le multinazionali farmaceutiche. In tutta questa storia è Vannoni che si è comportato da "azienda".


Ma allora i genitori di Sofia sono caduti in una trappola?

Sono semplicemente genitori di una bambina che sta male. Se si perde la necessaria lucidità è comprensibile credere a qualsiasi miracolo, anche quello meno probabile.

In fondo che male c'è, hanno scelto loro, ognuno scelga il suo destino

Una nazione civile deve proteggere il cittadino da false promesse, comportamenti rischiosi ed eventuali reati. Per questo motivo, nel caso esaminato, c'è un'indagine in corso, se non si evidenziasse alcun reato chiunque, consapevolmente ed a sue spese, potrebbe sottoporsi a queste cure.
Se così non fosse da domani una trasmissione televisiva potrebbe esercitare pressioni per fare operare i guaritori filippini nelle sale operatorie o si potrebbero richiedere cure odontoiatriche da dentisti abusivi. Fermo restando che qualsiasi cittadino è libero di curarsi o meno con ciò che offre la scienza, non è diritto di nessuno fare affermazioni senza alcuna base scientifica inducendo i più bisognosi a pesantissime conseguenze psicologiche quando non fisiche ed ingenerando confusione nella popolazione. E' dovere di tutti inoltre, difendere e proteggere gli individui più deboli da possibili speculazioni, illusioni e false promesse, cercando di non farsi coinvolgere emotivamente.

Il caso ha provocato un'ondata di sdegno e commozione in tutto il paese, il cittadino sa bene di cosa si tratta o è stato solo "condizionato" dalla vicenda trasformata in "dramma televisivo"?

Proviamo a fare un test, guardiamo la notizia da un'altro punto di vista: "associazione privata somministrava cure non provate e secondo le indagini della magistratura, questo avveniva in locali inadeguati e non a norma su adulti e bambini gravemente malati. Sempre secondo le indagini, ancora in corso, ciò avveniva in cambio di donazioni di migliaia di euro. L'inventore della cura, che non è un medico, prometteva la guarigione da malattie inguaribili senza aver mai dato prova delle sue affermazioni. Il ministero della salute era al corrente di tutta la vicenda e, nonostante le diverse irregolarità ed i potenziali pericoli per la salute rilevati dalle ispezioni dei NAS, non ha subito impedito che ciò avvenisse".

La storia è la stessa ma cambiano i ruoli. Come avrebbe reagito la popolazione se la vicenda fosse stata presentata così? Perché trasmissioni come "Le Iene" "perseguitano" falsi dentisti, falsi medici e simili dipingendoli come piaga sociale e pericolo pubblico quando in una situazione molto più delicata il "non medico" lo ha presentato come "eroe altruista"?

Il serio sospetto che l'opinione pubblica sia stata condizionata dal cattivo servizio televisivo è evidente.

Chi riceverà un aiuto da tutta questa vicenda?

I privati che vendono la cura. Fino a prova contraria questa terapia non ha alcun valore medico, non servirà a guarire nessuna delle malattie in esame ed impoverisce chi deve pagare di tasca sua gli altissimi costi di quei preparati, oltre a rappresentare un pericoloso precedente storico e giudiziario. Chi volesse rispondere al dubbio "cui prodest?" ha la risposta a portata di mano.

Chi danneggia tutta questa vicenda?

Tutti noi ed i nostri bambini. Scientificamente e culturalmente questa è una sconfitta per tutti noi. Se i rimedi più efficaci per la salute nostra e dei nostri figli dovranno essere decisi durante uno show televisivo o per "acclamazione", si preannuncia un futuro buio e pericoloso per la nostra sanità. Senza considerare la voragine profonda di inattendibilità ed allarme sociale nella quale precipita l'informazione televisiva quando diffonde notizie di questo tipo, in questo modo.

La piccola Sofia, con procedimento d'urgenza disposto dal tribunale del lavoro di Livorno, proseguirà l'intera "terapia" con il centro del prof. Vannoni a Brescia. A lei ed alla sua famiglia un forte abbraccio da parte mia e, credo, da parte di tutti gli italiani.

Alla prossima.

Aggiornamento 21/03/13; 21,30: Credo sia utile leggere l'appello dell'associazione famiglie SMA Onlus. La SMA (Atrofia muscolare spinale) è un'altra grave malattia, una di quelle che Vannoni dice di poter curare. Le Iene, hanno sentito anche il loro parere? No, non mi risulta, ascoltiamoli noi, visto che dicono quello che ho scritto anche io. Giulio Golia ha chiesto ad altre famiglie colpite dal problema se è vero che tutti i loro bambini sono immobili e sdraiati?
Ed alle loro emozioni ci ha pensato, prima di parlare di "cura"?

"Tutti noi, ovviamente, ci auguriamo che al più presto ci sia una terapia per la SMA, se non definitiva, almeno parziale. Ma in questa vicenda, che ci riguarda direttamente, sentir usare incondizionatamente e senza nessuna cautela la parola CURA, senza ad oggi nessuna prova scientificamente valida, alimenta dolore e frustrazione, in chi vive la malattia."



lunedì 13 maggio 2013

Fuga dall'euro

Tonino D’Orazio

La Polonia ha deciso di non entrare nell’euro. Troppi rischi, e il popolo non capirebbe. Il vero rischio è di diventare presto come la Grecia, la Slovenia e Cipro, in reale default. Meglio vivi fuori che morti dentro.

In tutta Europa, ad ogni elezione, salgono in modo esponenziale i partiti anti-Euro o anti-Europa. Per due motivi identici. Il primo è che l’euro è diventato una trappola a vantaggio, momentaneo, solo di un paese, la Germania. La Francia aveva creduto di spartire l’impero con i tedeschi, ma si stanno ricredendo, man mano si va avanti. Nel frattempo però si sono mangiati tutto l’agroalimentare del nostro paese (Buitoni, Mulino Bianco, Parmalat, Cirio, Algida, le Maison di moda, tutte le acque minerali, ecc.), l’Alitalia e alcune banche (prima la Banca Nazionale del Lavoro per quattro soldi, alcune banche venete, che avevano già racimolato una serie di Casse di Risparmio del centro-sud dell’Italia, e tra poco, essendo in pole position, il MPS). E un po’ di Spagna. Con un ministro delle finanze che ha precisato che l'esecutivo non ha nessuna intenzione di privatizzare le società in cui lo Stato ha una quota di maggioranza.

Il secondo motivo è che un’ Europa al limite della dittatura tecnocratica di persone non elette né designate almeno dal Parlamento Europeo, eletto invece a suffragio universale, diventa democraticamente debole. Sono tecnocrati e banchieri che hanno imprigionato il sogno di una Europa Unita come comunità alla ricerca di armonizzazione, soprattutto nei suoi valori storici come le conquiste sociali, e finalmente contro la storica guerra intestina.

Questi emeriti imbecilli (e i politici che li hanno seguiti) hanno trasferito “la guerra” sul piano economico e bloccato la storia per almeno mezzo secolo. Cancellandoci, tra l’altro, dallo scacchiere economico mondiale a tutto vantaggio degli Stati Uniti.

Anzi facendo ideologicamente un punto d’onore ad abolire il sociale il prima possibile, riportando l’Europa a una situazione economica depressiva pre-seconda guerra mondiale, con una disoccupazione disastrosa e con pulsioni nazionalistiche pericolose perché coniugate alla miseria e alle sue prospettive peggiori.

Oskar Lafontaine, tra i padri fondatori dell'euro, cambia radicalmente la sua posizione e ne chiede la dissoluzione per evitare un disastro economico e sociale. Esprime tutte le sue perplessità nei confronti di quella che definisce “catastrofica moneta”. Lafontaine ammonisce che “la situazione economica sta peggiorando di mese in mese, la disoccupazione, in Europa, ha raggiunto un livello che mette in discussione sempre più le strutture democratiche”. Eppure la Linke perde consensi.

In più, alle prossime elezioni tedesche sta crescendo in modo esponenziale un nuovo partito, Alternative für Deutschland , che molto probabilmente supererà anche lui il 25%. Non è anti Europa, ma federalista e propone, oltre l’uscita dall’euro, la salvaguardia e la dignità democratica dei popoli che la compongono; che le banche paghino i loro errori e i debiti non con i nostri soldi; il ritorno al marco o a un paniere ragionato. Ribadiscono profondamente il valore sociale della connivenza e del welfare. Vuole spazzare via la tecnocrazia europea imperante e gestita dai vari club al limite della massoneria, come Bildeberg. Ribadiscono il valore assoluto della democrazia dei e nei partiti e quello del referendum popolare. Ribadiscono che i partiti non sono le istituzioni.

Il Fronte Nazionale francese della Le Pen, in forte ascesa (dato ormai a più di 20%), ha chiesto a Hollande un referendum, da organizzare in gennaio 2014, per una “uscita della Francia dall’Unione Europea”, e di ripristinare la Costituzione francese, cioè quella di prima del Trattato di Lisbona. Trattato disapprovato in Francia con referendum, ma comunque oggi con la loro Costituzione sgretolata da Bruxelles come da noi. Il grimaldello è stato il fiscal compact. Storicamente, sulla democrazia i francesi sono quelli che scherzano di meno. Ma che questa debba essere cavalcata da fascisti xenofobi diventa paradossale ! Purtroppo, in Europa una sinistra anti-capitalista è ormai inesistente.

Stessa situazione in Gran Bretagna dove il partito anti-europeista di Nigel Farace ha appena ottenuto il 23% (era al 3% cinque anni fa) alle amministrative a livello nazionali, spingendo la destra dei conservatori di Cameron al governo a chiedere anche loro un referendum sull’uscita, non dall’euro perché non sono mai voluti entrare, ma dall’Unione.

Non parliamo dell’Italia dove alle ultime elezioni politiche, un movimento, che aveva almeno il decoro di voler ridiscutere sull’euro e sulle condizioni di appartenenza all’Unione, ha ottenuto il 26% a furor di popolo.

In Grecia l’esempio è Syriza con più del 20% e sicuramente in crescendo.

In Slovenia sta avvenendo la stessa cosa. Era l'area più ricca della ex Jugoslavia. È stato il primo Paese dell'Est Europa ad adottare l'euro nel 2007. Sono passati solo sei anni e sono già pronti a cadere nella trappola degli usurai di Bruxelles e Berlino. Non solo, ma la Commissione chiede l’introduzione del fiscal compact in Costituzione e l’abolizione dell’istituto referendario (non si sa mai!). Certo che la gente non ci sta e chiede nuove elezioni. Oggi sul noto concetto dell’urgenza governano insieme centrosinistra e conservatori sulle stesse proposte. Ma le proposte del cartello della troika sono sempre le stesse, riguardano l’eliminazione a termine del sociale.

La domanda è perché tutti i paesi in difficoltà, casualmente, conoscono il medesimo ciclo? Adozione valuta unica – Collasso bilancia dei Pagamenti e dell’economia produttiva – Arrivo massiccio di capitali esteri, essenzialmente tedeschi o francesi (all’inizio), che finanziano e consentono le Bolle Immobiliari ed Azionarie – Collasso – Richiesta dell’Eurogruppo di misure suicide di Austerity fatte pagare al malcapitato e mai alle banche, tantomeno tedesche – Progressiva fuga dei capitali – Il paese di turno in profonda recessione e con crescita record della disoccupazione e della povertà. Aumento indefinito del debito. Iper-arricchimento del 7% della popolazione. E’ una trappola o un sistema imperiale?

Semplice, l’euro sottintende un’impostazione ideologica, pari nel disastro a quella sovietica, per la quale gli Stati non devono occuparsi di politica economica e tutto ciò che è richiesto per far funzionare il sistema è uno strumento oligarchico e tecnico e una banca centrale, indipendente dalla politica e quindi dalla democrazia, che si occupi teoricamente di controllare l’inflazione a tutti i costi, anche da macelleria sociale. Il disastro di oggi è semplicemente il risultato di questa ideologia. Molti sono ancora convinti di no e che non ci sia alternativa. Però sembra che i popoli si stiano svegliando da soli, con motivi un po’ diversi, ma in una unica direzione, con ripristino della democrazia partecipata e senza la “sinistra” storica e radicale.