giovedì 30 luglio 2015

Il male della banalità: la sinistra nell'epoca del sogno europeo

da asimmetrie.org

In questi drammatici giorni, la Grecia ha dimostrato, nella maniera più tragica, l’impossibilità per qualsiasi forza della cosiddetta “sinistra” di affrancarsi dalla gabbia dell’euro e di prendere pienamente coscienza che l’Unione Europea, e il coacervo di trattati sui quali si fonda, sono espressione del più becero neoliberismo, dal quale è assente ogni sia pur tenue traccia di democrazia.
In questi giorni stiamo assistendo, una volta di più, allo smascheramento del vero volto di quest’istituzione totalitaria e del suo braccio armato, la BCE che, come volgari strozzini di una qualsiasi organizzazione mafiosa ricattano un governo nazionale, legittimamente eletto, e pretendono di sostituirlo con una tecnocrazia di proprio gradimento. Operazione che è paragonabile, pur se non effettuata con mezzi esplicitamente violenti ai golpe etero diretti avvenuti nei paesi i cui governi erano sgraditi alle èlites economico-finanziarie sovranazionali.
È ormai evidente che quest’Unione Europea è totalmente irriformabile perché incompatibile con la democrazia: non si pone più alcuna questione su quali cambiamenti siano necessari per renderla migliore.
Fanno sorridere gli appelli delle variopinte anime belle delle varie sinistre movimentiste sulla necessità di ridisegnare le regole europee, i parametri e i patti di stabilità, allo scopo di contrastare le politiche di austerità, visto che nella gabbia della moneta unica e dei trattati europei non c’è possibile redenzione. Il ricorso ad improbabili iniziative referendarie od elettoralistiche, su queste basi, è quindi destinato all’irrilevanza.
Quest’ingenuità politica è talmente grossolana, da sconfinare nella complicità e nel collaborazionismo con quelle forze che stanno distruggendo le democrazie e i popoli d’Europa, e stanno mettendo in serio pericolo quella pace il cui merito, con ingenuità ancora maggiore, viene attribuita ad esse, perché, in realtà è ed è sempre stata pax americana e non pax europea.
Quali forze politiche, esistenti o in fieri possono quindi farsi carico di un mutamento di rotta politico, economico e, soprattutto, culturale? Se si pensa all’Italia, certamente non il PD del “noi siamo quelli dell’euro”, oppure il vario campionario di insignificanti formazioni alla sua “sinistra”, come SEL, indistinguibile dal fratello maggiore, o il PRC del “no all’austerità, sì all’euro!”. Nel resto d’Europa, peraltro il quadro non è migliore: le cosiddette “sinistre riformiste” sono scomparse (Pasok) o sono perfettamente inglobate (come il PD) nel quadro neoliberale europeo, mentre le cosiddette “sinistre radicali” (Die Linke, Izquierda Unida, Front de Gauche) dimostrano drammatiche incapacità ad orientarsi nel rapido mutamento del quadro internazionale, rifugiandosi nel vagheggiamento di un’irrealizzabile idea d’Europa incuranti delle cogenti necessità dei popoli e dei lavoratori.
D’altro canto, le nuove formazioni, come Syriza e Podemos, sembrano più essere una sorta di ricettacolo elettorale, atto a raccogliere il consenso di coloro che soffrono per le politiche di austerità, con vacue proposte, ma non certo in grado di prescindere da una cornice europeista immaginaria che è già morta e sepolta dalla “testa dura” dei fatti.
Tutto questo dimostra l’incapacità, per qualsiasi formazione della sedicente sinistra, di affrancarsi ideologicamente dalla gabbia dell’euro. Persino il simpatico dilettante Atene, pur di non mettere in discussione l’appartenenza della Grecia a questa gabbia, ha preferito trasformarsi in carnefice del proprio popolo.
Tuttavia, se ragioniamo in termini storici (anche se è una storia piuttosto recente), e ci limitiamo ai confini del nostro Paese, è facile comprendere i motivi che sottostanno a quest’europeismo di maniera. Negli ultimi 25 anni, ovvero dopo il crollo del muro di Berlino, per la sinistra italiana, vi sono state unicamente due ragioni d’essere. La prima è stata la mera logica di appartenenza/sopravvivenza, coagulata attorno a slogan senza alcun significato fattuale come “più Europa”, il “sogno europeo”, “l’Europa ci ha garantito 60 anni di pace”, “Stati Uniti d’Europa” e altre amenità di questo tenore. La seconda è stata la creazione di una nemico, dipinto come il male assoluto (Silvio Berlusconi), contro il quale fare un fronte (più o meno) comune.
Ciò che ha fatto da collante è la volontà di rinuncia alla sovranità, l’ideologia del “vincolo esterno” che, nel secondo caso, si è manifestato sottoforma di letterina della BCE e nella spirale anabatica eterodiretta dello spread; entrambi i “vincoli” sono stati fondamentali per il successo del golpe non violento che rovesciò il governo Berlusconi (che, piaccia o no, era stato legittimamente eletto dagli italiani).
Per ciò che riguarda la prima ragion d’essere di quest’insulsa e sedicente sinistra, invece, le cose sono un po’ più complesse, anche se facilmente comprensibili. Se l’ideologia scompare in vacui slogan e vi è la totale assenza di un disegno politico strategico e sensato, la ragion d’essere di una parte politica si riduce al mero perseguimento del potere, nella cura delle varie clientele o nella ricerca di confortevoli cariche politiche che possano mantenere al riparo della “durezza del vivere”. Cosa c’è di meglio, quindi dell’appellarsi al “ce lo chiede l’Europa”, per giustificare l’inettitudine al governo della cosa pubblica?
Si può facilmente comprendere come una disordinata congerie di tal fatta, accomunata soltanto da queste politiche, o meglio, da questa assenza di politiche, non possa far altro che propagandare quest’europeismo cosmetico, senza peraltro comprendere che le caratteristiche fattuali di questa cosiddetta “Unione Europea”, non possono avere altro risultato che quello di sgretolare le nazioni e i cittadini e, in ultima analisi distruggere la democrazia e la pace nel nostro continente.
La morale di questo discorso, si può riassumere in poche parole: è impossibile essere di sinistra, ovvero proteggere il lavoro, essere contro l’austerità e difendere l’euro.
Per cercare di tratteggiare gli scopi e il possibile percorso di una alternativa politica a questo stato di cose, è opportuno delineare ulteriormente le caratteristiche di ciò che è necessario combattere, anche per mettere una pietra tombale sulle proposte sconclusionate che, con una certa regolarità scaturiscono dalle menti confuse di vari esponenti della politica, del giornalismo o dai cosiddetti “intellettuali” («le genti dolorose/c’hanno perduto il ben de l’intelletto»): il “più Europa” su tutti.
La cosiddetta “Unione Europea”, come abbiamo già accennato, si basa su una competizione economica forsennata, sulla compressione dei salari e sulla distruzione della domanda interna, tramite una concorrenza spietata tra gli stati, in un processo di corsa al ribasso del benessere, dei diritti dei lavoratori e dei cittadini. Il risultato sono le misure di austerità imposte da poteri illegittimi che hanno provocato e aggravato la crisi nella quale ci troviamo.
La costrizione in un sistema di cambi fissi, la cosiddetta moneta unica, gestita da una banca centrale sovra nazionale e “sovra giuridica”, che ha sfacciatamente usurpato i poteri delle istituzioni democratiche nazionali, e gli scellerati patti di “stabilità” che ne fanno da corollario, impediscono agli Stati l’attuazione di qualsivoglia politica fiscale e valutaria, ovvero qualsiasi politica che possa agire da stimolo all’economia (politiche anticicliche), tutto questo nella violazione più palese dei principi costituzionali.
L’assenza di controllo della banca centrale da parte dei governi, ha lo scopo di impedire il finanziamento monetario dei paesi che ad essa sottostanno, ovvero, nel divieto di agire, da parte della banca centrale medesima, da cosiddetto “prestatore di ultima istanza” per lo Stato. Questo ruolo, ora precluso, permetteva di calmierare il tasso di interesse sui titoli di stato, consentendo ai governi di tenere sotto controllo il costo del finanziamento del debito. Il fine ultimo di tutto ciò, è quello di costringere gli stati a rivolgersi ai mercati per le proprie esigenze di finanziamento, con la conseguente maggiore spesa per interessi e una minore disponibilità per altre spese come sanità, istruzione, assistenza, previdenza (avanzo primario).
Questo costituisce anche una potente arma di ricatto nei confronti dei governi recalcitranti a seguire i diktat europei. Quest’ ultimo aspetto fu assai evidente nel caso della caduta del governo Berlusconi nel 2011: sotto la pressione pilotata dello “spread” fu prontamente sostituito dal governo più acquiescente verso gli altrui interessi. Lo scopo di questo percorso scellerato è quella di abolire lo “stato sociale” che ha caratterizzato le nazioni europee nel dopoguerra e privatizzare i settori menzionati.
Per ciò che riguarda il nostro Paese, il fatto di aver accettato regole che hanno reso i governi democraticamente eletti ostaggi dei mercati, costituisce una evidente e gravissima violazione dei principi della Costituzione. Le classi politiche attuali, in totale spregio della Carta Costituzionale, stanno conducendo l’Italia su una strada di rapido declino che ne sta sconvolgendo profondamente la trama sociale e le istituzioni democratiche. È vergognoso assistere alla messa in mora della Costituzione della Repubblica in nome della sudditanza ai diktat delle oligarchie europee, espressione di centri di potere economico-finanziari, il cui scopo è la soppressione della democrazia e dei diritti dei cittadini e dei lavoratori.
Che fare?
Data la gravità della situazione, riteniamo, pertanto, che sia necessario avviare un percorso di “resistenza”, che inizi a riunire la sparpagliata galassia di quelle forze che possano contrastare questo processo esiziale. L’emergenza è tale che è necessario costituire un vero e proprio Comitato di Liberazione Nazionale, che si riconosca necessariamente in pochi ma inderogabili principi:
  1. Ripristino della Costituzione e, di conseguenza,
  2. Sovranità politica,
  3. Sovranità monetaria.
La Costituzione della Repubblica Italiana consegna la piena sovranità al popolo e definisce gli elementi economici e politici conciliabili con l’interesse dei cittadini. La Costituzione democratica e antifascista, nata dalla Resistenza non può coesistere con il cosiddetto “trattato di Maastricht”, una vera e propria resa senza condizioni al più feroce e avido neoliberismo globalizzato.
Il ripristino dei principi della Costituzione non può prescindere da quel principio fondamentale che è la sovranità e l’indipendenza dello Stato, e la sovranità politica non può essere disgiunta dalla sovranità economica e monetaria: per cercare di riportare il ruolo dello Stato a quello indicato dalla Carta è necessario un ruolo proattivo dello stesso, ovvero la possibilità di finanziare la ripresa con l’iniezione di moneta nel sistema economico tramite la spesa pubblica, anche a deficit. È pertanto indispensabile uscire dalla unione monetaria, abbandonare la moneta unica e ripristinare il controllo del potere esecutivo sulla Banca Centrale, unico modo per consentire l’effettivo possesso degli strumenti per effettuare una politica economica efficace. Questo implica, ovviamente, il pieno controllo della politica fiscale, che deve agire nell’interesse del Paese e non a favore delle oligarchie europee che hanno concepito i parametri del trattato di Maastricht e hanno costretto l’Italia a introdurre il vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione art 81.
Affinché l’Italia possa salvarsi dalla spirale di declino nella quale è caduta, è essenziale poter promuovere le politiche sociali e ambientali, quelle volte alla piena occupazione, alla cura dei beni dello Stato, la pubblica istruzione, nonché tutte quelle politiche economiche che si ritengono strategiche per il futuro del Paese.
A questo proposito, è d’obbligo prescindere dai luoghi comuni propri della visione del mondo neoliberista contro il ruolo dello stato nell’economia, perché sarà necessario un forte intervento statale pubblico, anche tramite la creazione di un nuovo Istituto di Ricostruzione Industriale, per ripristinare quelle filiere produttive che sono state gravemente compromesse dalla crisi e per sostenere e riorganizzare l’economia di distretto, caratteristica precipua del nostro Paese. Inoltre sarà importante individuare quelle attività che sono monopolio naturale, e che sono state privatizzate nei decenni passati, perché siano rese nuovamente di proprietà pubblica. Allo stesso modo si agirà nei confronti delle attività in sofferenza nei settori che siano individuati come strategici, così come quelle che abbiano agito in contrasto con l’art. 41 della Costituzione privatizzando utili e socializzando perdite.
La riconquista della sovranità nazionale porta alla necessità e di una ridefinizione della collocazione dell’Italia rispetto all’Europa, al Mediterraneo e, più complessivamente nel quadro internazionale.
La costruzione di un’alternativa, dovrà necessariamente prescindere dalle logiche di appartenenza. Si tratta invece di costruire nuove alleanze politiche e nuovi blocchi sociali per l’attuazione della Costituzione.
Oggi ha senso solamente parlare di blocchi sociali composti da carnefici e vittime, e le vittime sono tutti coloro che stanno soccombendo sotto il giogo delle politiche deflazionistiche dei carnefici di Bruxelles (e dei vari Quisling sparsi per i governi nazionali): lavoratori dipendenti pubblici e privati, artigiani, piccole e medie imprese, professionisti, commercianti, pensionati.
Poniamo quindi all’attenzione la necessità di elaborare culturalmente quelle linee di azione che consentano di aprire spazi a politiche sociali ed economiche non liberiste, nonché al coagularsi di forze che sappiano portarle fruttuosamente nello spazio politico italiano ed internazionale.

Andrea Magoni Pier Paolo Dal Monte Ugo Boghetta
[1] Indimenticabili sono I titoli di giornale del tempo, come quelli de L’unità o del Sole 24 ore
[2] Questo fenomeno è stato descritto da Alberto Bagnai in: (1) Il tramonto dell’euro, Imprimatur, 2012, e in: (2) L’Italia può Farcela, Il Saggiatore, 2014
[3] E altri lo hanno già spiegato meglio di noi, vedi Alberto Bagnai, o.p cit.(1) e (2); Luciano Barra Caracciolo, Euro e/o democrazia costituzionale, Dike, 2013; Vladimiro Giacchè, Titanic Europa, Imprimatur 2012 e Anschluss, Imprimatur 2013

mercoledì 29 luglio 2015

Vi spiego (ancora) cosa non va nella sinistra

Cari professori, padri costituenti della sinistra, strateghi della palingenesi a rate, ho stima di voi e mi sento parte del vostro mondo, un luogo dove ho vissuto condividendo con voi brandelli di immaginario e teleologie millenaristiche, ma permettete che esprima il mio pensiero e anche una critica su un dato cruciale che investe la nostra comunità. 
Non credo di essere uno che con grande intelligenza e capacità di analisi, ma una cosa l'ho capita: voi, anche con le vostre migliori intenzioni siete depressogeni e ispirate malinconia e senso del martirio, un martirio eticamente necessario e posto come inevitabile, ma che non prefigura nessun successo e nessun sol dell'avvenire dopo. Cosa c'è che non va in voi: un senso della tragedia che i più colti di voi forse potranno rinvenire nei classici greci o nel pessimismo di Schopenhauer o magari in una mal digestione di tipi come Heidegger o Sartre, non so. Vi ostinate ad opporre all'effimero post-moderno e all'edonismo plebeo, una serietà che ha un sapore tragico e melanconico. Concedete poco o nulla all'irriverenza cafonal e alle bizzarrie del gusto nazional popolare, che piaccia o non piaccia è espressione della maggioranza degli individui. Ogni vostra analisi inizia con l'elenco delle piaghe che grazie al capitalismo affliggono la nostra società e terminano con l'esortazione al dover fare, al soggetto che unisce la sinistra, al lavoro di Giobbe per uscire dalle secche in cui siamo arenati e appunto al martirio. Cioè voi esortate al sacrificio dando l'idea che la difficoltà sia tale che uno accetti di farlo solo perché deve sentirsi investito di una missione cruciale per il mondo intero e non per il gusto di farlo. No, non è così che si fa, e non parlo di marketing o di banalità tipo il pensiero positivo, parlo di una  una rivoluzione copernicana del linguaggio e dello stato d'animo: quando si fa un'analisi non è necessario sciorinare il rosario delle disgrazie, è più importante fornire gli strumenti che ti permettono di acquisire codici di interpretazione della realtà, ma non solo, è necessario fornire anche un minimo di base scientifica di ciò che si afferma, enfatizzandone gli aspetti positivi. Non ci si può esprimere solo per categorie: il liberismo cattivo e il benecomunismo buono. Se ad esempio non spendete un po' di sudore per spiegare che tutta la manfrina sugli sprechi e sulle tasse come imperativo categorico kantiano è fuorviante, perché  la cosa importante è una diversa concezione dell'economia. che considera il debito e gli investimenti statali cosa buona, rimarrete impantanati in un moralismo sciatto da ragioniere del piano di sopra, che farà il gioco di quelli che vi mettono all'angolo con la fatidica domanda: "dove li prendete i soldi per il reddito di cittadinanza?". Altra cosa importante, non potete usare sempre quell'enfasi catastrofista per concludere poi con la retorica da boy scout del "occorre l'impegno di tutte e tutti e bla, bla, bla", occorre dare dei punti fermi, delle certezze che si esprimono con passaggi graduali e la visione del traguardo finale. Non vi si dice di interpretare il mondo e di scrivere un catechismo, ma di esporre una strategia organica spiegata passo passo per dare l'impressione che l'impegno preveda una ricompensa finale e non il martirio. Certo direte questo è quello che fa Renzi e gente come lui, noi siamo seri. Non non c'è niente di male, una volta fatti bene i compiti a casa, nell'illustrare una strategia che abbia anche il sapore di una scommessa - perché questo è, non pretendiamo verità assolute - e sia in grado di instillare entusiasmo invece che la rassegnazione del condannato. 
Per finire ci vuole massimalismo: diciamolo chiaro e tondo che vogliamo il potere, scalzare la casta, battere la troika, rivoltare l'Italia come un calzino, restituire bellezza al nostro territorio, dare speranze a chi fa un concorso di vincerlo ecc. ecc. 
 "Vogliamo tutto", "siamo logici, chiediamo l'impossibile" si diceva nel '77, ecco quello era lo spirito giusto. Il minimalismo triste, fatto di contorcimenti dell'anima è figlio dei propri fantasmi interiori e della palude del privato e porta con sé un'inutile rimuginazione sul presente. 
Insomma nessuna estasi regligiosa, nessun fanatismo messianico, ma ottimismo e gioia si.
Questo è ciò che io sento e questa credo che sia la nostra malattia, non mi spiego diversamente perché tutto le volte che mi propongono un'iniziativa politica, io abbia quel senso di angoscia e di inutilità.


Fare subito ciò che si deve fare

di  Argiris Panagopoulos, Marco Revelli da Il Manifesto

 

 Mai come oggi la situa­zione — nazio­nale e inter­na­zio­nale – è stata così gra­vida di peri­coli e in così rapido muta­mento. Mai come oggi sen­tiamo la paura di per­dere del tutto il “nostro mondo”. Al tempo stesso, le evi­denti con­trad­di­zioni aprono straor­di­na­rie oppor­tu­nità di cam­bia­mento, se solo la sini­stra sapesse ritro­vare il senso del pro­prio esi­stere, come ha invi­tato a fare mar­tedì Norma Ran­geri sul mani­fe­sto del 28 luglio.
Lo sce­na­rio euro­peo in par­ti­co­lare – dal quale dipen­dono buona parte dei nostri destini e che non può non costi­tuire il rife­ri­mento prin­ci­pale del nostro agire – va rive­lando dram­ma­tici punti di caduta che met­tono in discus­sione la soprav­vi­venza dell’idea stessa di Europa. E che comun­que rive­lano che così com’è essa non può soprav­vi­vere. Che l’Europa o cam­bia o muore.
L’iniziativa poli­tica corag­giosa del governo greco e del suo popolo ha avuto il grande merito di mostrarlo a tutti, con­fer­mando la por­tata dav­vero sto­rica dello scon­tro che si sta svol­gendo nello spa­zio euro­peo. Il fatto che in que­sti giorni cru­ciali la Gre­cia sia rima­sta sola, denun­cia tutto il ritardo e l’inadeguatezza della sini­stra euro­pea a svol­gere il pro­prio ruolo in que­sto nuovo spa­zio poli­tico e sociale.
Il mer­can­ti­li­smo libe­ri­sta dei Trat­tati, defi­niti a misura dell’interesse nazio­nale tede­sco, è inso­ste­ni­bile. Porta l’eurozona al nau­fra­gio. E d’altra parte, non pos­siamo nascon­der­celo, è debole oggi il con­senso, non solo al livello dei governi, per la radi­cale cor­re­zione di rotta neces­sa­ria alla soprav­vi­venza eco­no­mica e demo­cra­tica dell’eurozona. L’ostacolo immenso lungo la strada non è solo la debo­lezza delle lea­der­ship poli­ti­che ma il defi­cit, morale e cul­tu­rale, dei popoli pri­gio­nieri dei diver­genti inte­ressi nazio­nali. Dob­biamo con urgenza defi­nire insieme come uscire da una trap­pola che svuota di senso sto­rico e poli­tico la sinistra.
Non sono, que­sti, gli unici segnali deva­stanti che ci arri­vano da Bru­xel­les, Fran­co­forte e Berlino.
Vi si aggiunge l’ostentazione di “disu­ma­nità sovrana” mostrata nella que­stione dei migranti, la vera emer­genza uma­ni­ta­ria del nostro tempo affron­tata come fasti­diosa que­stione di sicurezza.
La crisi delle cul­ture poli­ti­che demo­cra­ti­che tra­di­zio­nali, a comin­ciare da quella socia­li­sta, tra­volta dalla subal­ter­nità cul­tu­rale al libe­ri­smo delle social-democrazie occi­den­tali, e il sim­me­trico rie­mer­gere di popu­li­smi xeno­fobi e raz­zi­sti, non dis­si­mili da quelli che carat­te­riz­za­rono la cata­strofe euro­pea degli anni trenta.
La pra­tica costante di chie­dere ai governi mem­bri – a comin­ciare dal nostro, e da quelli spa­gnolo, por­to­ghese e irlan­dese oltre che, natu­ral­mente, a quello greco — di “far male” ai pro­pri popoli, impo­nendo loro sacri­fici dan­nosi e par­ti­co­lar­mente dolo­rosi per gli strati più deboli, come prova di fedeltà a un patto mai siglato da quei popoli e dive­nuto insop­por­ta­bile eco­no­mi­ca­mente, social­mente e moralmente.
In que­sto qua­dro il governo ita­liano è total­mente subal­terno a quella impo­si­zione e a quei dogmi, non solo inca­pace di modi­fi­carne quan­to­meno gli aspetti più pena­liz­zanti ma, anzi, impe­gnato a por­tare a com­pi­mento con zelo il man­dato rice­vuto dall’oligarchia che dirige l’Europa.
Vanno in que­sta dire­zione la mano­mis­sione del nostro ordi­na­mento demo­cra­tico costi­tu­zio­nale; la ten­den­ziale liqui­da­zione della nostra demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva in nome di una forma di governo bru­tal­mente sbi­lan­ciata sul potere ese­cu­tivo (una “demo­cra­zia ese­cu­tiva” o “ese­cu­to­ria”); l’imposizione di una legge-truffa desti­nata a defor­mare gra­ve­mente le volontà dell’elettorato e di con­se­gnare al dema­gogo di turno un potere senza più con­trap­pesi né anti­corpi; la volontà di can­cel­lare le rap­pre­sen­tanze sociali (in primo luogo quelle sin­da­cali) e l’umiliazione del mondo del lavoro con la can­cel­la­zione dei suoi diritti; l’aggressione vol­gare al mondo della cul­tura e della scuola, con l’umiliazione del sapere in nome di cri­teri gerar­chici azien­dali; la ridu­zione a merce di ciò che rimane del nostro patri­mo­nio ter­ri­to­riale e dei nostri beni comuni…
Quella che si con­fi­gura con il governo Renzi è una vera “emer­genza demo­cra­tica”. L’azione svolta finora e quella che si pre­para a por­tare a com­pi­mento defi­ni­scono il pro­filo di un muta­mento di sistema che richiede, per essere con­tra­stato, un’innovazione poli­tica e orga­niz­za­tiva all’altezza della sfida.
Come mostra la vicenda greca in tutta la sua dram­ma­ti­cità, oltre al con­flitto tra Stati e inte­ressi nazio­nali , si pro­fila all’orizzonte un con­flitto poli­tico e sociale di tipo nuovo, tra demo­cra­zia e oli­gar­chie finan­zia­rie e buro­cra­ti­che trans­na­zio­nali; tra domi­nio tota­liz­zante della forma denaro e affer­ma­zione dei prin­ci­pii fon­da­men­tali di giu­sti­zia sociale, egua­glianza e soli­da­rietà; tra governo dall’alto di società sem­pre più ingiu­ste e par­te­ci­pa­zione con­sa­pe­vole e dif­fusa alle scelte col­let­tive, com­bat­tuto non più solo nell’angusto spa­zio nazio­nale ma in campo euro­peo, in cui sarà fon­da­men­tale la capa­cità di dar vita a for­ma­zioni di grandi dimen­sioni, cre­di­bili, forti, auto­re­voli, capaci di supe­rare le distin­zioni di nazio­na­lità e le altret­tanto asfit­ti­che fram­men­ta­zioni identitarie.
Per que­sta ragione noi oggi rite­niamo non più rin­via­bile l’impegno di tutte le forze che si pon­gono in alter­na­tiva a que­sto qua­dro dram­ma­tico e che ancora si richia­mano ai valori di egua­glianza, auto­no­mia e libertà che furono della migliore sini­stra a porre in campo anche in Ita­lia, nei tempi brevi impo­sti dalla gra­vità della situa­zione, una forza uni­ta­ria, inno­va­tiva nello stile poli­tico e cre­di­bile nel pro­prio pro­gramma, non mino­ri­ta­ria né chiusa in ste­rili pra­ti­che testi­mo­niali ma capace, come già è avve­nuto in Gre­cia e in Spa­gna, di costi­tuire un’alternativa di governo e di para­digma allo stato di cose pre­sente. Un sog­getto poli­tico dichia­ra­ta­mente anti­li­be­ri­sta, dotato della forza per com­pe­tere per il governo del paese in con­cor­renza con gli altri poli politici.
Tutte le ultime tor­nate elet­to­rali hanno rive­lato che senza un pro­getto uni­ta­rio a sini­stra, capace di supe­rare l’attuale fram­men­ta­zione, non c’è spe­ranza di soprav­vi­venza per nes­suno. Non pos­siamo con­ti­nuare a ripe­tere che il tempo è ora. Biso­gna dare, da subito, un segnale chiaro. Che si è pronti. E che c’è biso­gno di tutte e tutti. Non solo di chi, in que­sti mesi, nell’area poli­tica alla sini­stra del PD, ha avviato un fitto dia­logo in vista dell’apertura di un “pro­cesso costi­tuente”, ma soprat­tutto degli altri, che nei “luo­ghi della vita” con­ti­nuano a tes­sere resi­stenza, soli­da­rietà, azioni civili, coe­sione sociale. A com­bat­tere l’imbarbarimento e a spe­ri­men­tare il bien vivir. Quelli che aspet­tano che qual­cosa si muova, e che sia cre­di­bile, nuovo, diverso, forte.
Dovranno essere soprat­tutto loro i pro­ta­go­ni­sti della grande “casa comune” che di deve ini­ziare a costruire.
Fac­ciamo sì che sia da subito un “per­corso del fare”. Indi­vi­duiamo fin d’ora nell’iniziativa refe­ren­da­ria sui temi più vicini alla vita delle per­sone un ter­reno su cui impe­gnarsi qui ed ora. Impe­gnia­moci a costruire su ogni tema la più larga rete di sog­getti, che già ci sono, e già sono attivi.
Si lanci, ancor prima della pausa estiva, un mes­sag­gio chiaro e forte: che ci siamo. Che par­tiamo. Che pos­siamo far­cela. Lo dob­biamo ai tanti che aspet­tano da troppo tempo.

#TalkReal: due puntate sui rapporti tra sinistra ed Europa

da DinamoPress
I negoziati tra la Grecia e i creditori, l’arroganza del governo tedesco, la portata del ricatto praticato attraverso il debito hanno aperto un grosso dibattito a sinistra sulle prospettive spaziali dei processi di trasformazione sociale.
In queste due puntate di Talk Real, una girata ad Atene ed una a Torino, ne abbiamo discusso con diversi attivisti e importanti intellettuali della scena europea, come Toni Negri, Sandro Mezzadra, Srecko Horvat, Costa Douzinas, e molti altri.
Da Atene: per la sinistra è davvero il momento di abbandonare l'UE?
Pochi giorni fa, il giornalista di The Guardian Owen Jones ha chiesto pubblicamente se per la sinistra sia giunto il momento di abbandonare l’Unione Europea. In questo episodio di #TalkReal, quattro ospiti d’eccezione discutono questo tema.
La strategia praticata da Syriza per mettere fine all’austerità è fallita. Che cosa comporta ciò per il futuro della sinistra greca e per il movimento europeo contro l’austerità?
Nelle ultime settimane, le maschere sono davvero cadute: le strutture e la legittimità della zona euro sembrano ora completamente distrutte. Ma è davvero giunto il momento per la sinistra di abbandonare la moneta unica, o addirittura l’Unione Europea? E che ruolo possono giocare i movimenti sociali nella ricostruzione di un progetto transnazionale radicale contro l’austerità e per un’Europa democratica e socialmente equa?
Queste sono alcune delle questioni al centro del nuovo episodio di Talk Real “Syriza and Europe”, registrato ad Atene durante la Democracy Rising Conference organizzata dal Global Centre for Advanced Studies.
Ne abbiamo discusso con: Costas Douzinas, noto intellettuale greco vicino a Syriza; Margarita Tsomou, performer greca e opinionista, residente a Berlino; Jerome Roos, scrittore e fondatore di ROAR Magazine; e Srećko Horvat, filosofo croato e membro del consiglio di European Alternatives. Presenta e modera Lorenzo Marsili, direttore di European Alternatives.
[In inglese, con la possibilità di attivare i sottotitoli in italiano]


Da Torino: si cambia quest’Europa?
Dalla Grecia all’immigrazione, il processo decisionale europeo continua ad accumulare errori storici. L’incapacità di costruire una reale democrazia transnazionale sta compromettendo il benessere di tutti i popoli d’Europa. Le vicende delle ultime settimane dimostrano con chiarezza che le strutture di governance sono rotte.
Ma l’Europa appare oggi a molti come uno spazio in cui è sempre più difficile costruire politiche ed economie realmente alternative al pensiero unico dominante.
Ma è ancora possibile immaginare una trasformazione radicale, democratica e costituzionale del nostro continente? Siamo ancora in tempo per farlo? E con quali mezzi? Con quali forze ed alleanze?
Nella puntata di TalkReal girata al festival dei Beni Comuni di Chieri, in provincia di Torino, abbiamo posto queste ed altre domande a: Toni Negri (controverso teorico dell’Autonomia e oggi tra i più noti intellettuali mondiali), Sandro Mezzadra (professore all’Università di Bologna e animatore del collettivo Euronomade), Ugo Mattei (giurista e personalità chiave del movimento per i beni comuni), Laura Pizzirani (attrice e attivista del Teatro Valle), e Guido de Togni (ricercatore e attivista). Presenta e modera Lorenzo Marsili, direttore di European Alternatives.

sabato 25 luglio 2015

Il PD non è il PCI

di Tonino D’Orazio
Quantunque, in nome dell’eredità, molti purtroppo, sia nel PD che nella Cgil, siano ancora convinti del contrario. Conviene ribadirlo che né nella sostanza, né nelle strategie a difesa dei lavoratori o della Costituzione, il PD può minimamente esserne l’erede, nemmeno precedentemente con i DS. Anzi, in realtà è diventato esattamente l’opposto. E’ punta di lancia nella disgregazione della Costituzione, organizzata e sostenuta per dieci anni da un oggi ex-presidente “garante”, che più storicamente deleterio non si può.

Il mercato del lavoro, come quello delle vacche, può anche essere cambiato come prestazione d’opera salariale, ma non lo può nel valore dei diritti e della sua dignità. Oggi si è passati alla umiliazione del lavoro, dei lavoratori e delle loro famiglie e al furto organizzato delle loro deboli risorse. Questi ultimi ne stanno sperimentando gli effetti dal centrosinistra “ereditario”, ancora con le bandiere di Che Guevara e i manifesti di Berlinguer.

Sale nella società il cosiddetto, e pur insufficiente, “malumore”. Vengono a galla gli errori dei vari Prodi e D’Alema, sia sulla precarietà del lavoro, sulla svendita dei beni comuni, sia sull’Europa che sulle “guerre umanitarie” innescate. Tutte anticostituzionali. I frutti ci stanno tornando addosso.

A Chieti il PD è stato cacciato pubblicamente dall’associazione “Salviamo la Costituzione”, nata, (sembra un secolo!), nel 2005. Dice il comunicato ufficiale: “La decisione è stata assunta dai rappresentanti dell’Altra Chieti, di Rifondazione Comunista, SEL, dell’ANPI-sezione “Alfredo Grifone” di Chieti, del Comitato di quartiere Santa Maria, della Confesercenti, di Legambiente, dell’Unione Sindacale di base” ed è stato trasformato, nell’assemblea del 2 luglio 2015 in un Comitato della Costituzione di persone, per volontà della maggioranza dei presenti, come soluzione alla “esclusione del PD dal Comitato Costituzione”. Hanno pensato tutti: “ormai, che ci stanno a fare?”., “Non manteniamo l’alibi”. Intanto la presidente, pur dimettendosi, si tiene personalmente il logo, il marchio dimezzato, ma non si sa mai. Così rimane presidente del “resto”.

Non funziona più dire una cosa e farne un’altra. Alla fine ce se ne accorge, anche se le bugie di questi anni non hanno avuto veramente le gambe corte. Continuano a correre più veloci.

La nostra Repubblica non è più fondata sul lavoro. Di fatto. Veramente non lo è mai stata, se penso a milioni di emigrati costretti alla fuga, allora e oggi. (1 milione in sei anni). Che eredità può esserci nel PD, sia del PCI che della CGIL, che, su questo concetto di valore e ideale, ha lasciato tanti morti per le strade? Hanno abolito i valori principali della Carta. Lavoro, onestà, beni comuni e uguaglianza, democrazia. Certo non da soli. Si aiutano l’un l’altro con le destre da alcuni anni, facendo a gara per essere i primi della classe. E’ la nuova cultura degli stati europei. Ad occupare le istituzioni repubblicane che non appartengono né a loro né ai loro partiti. A rendere zerbini i deputati e i senatori eletti, in modo tanto naturale quanto sfacciato, compresa la compra-vendita e i cambi di casacca continui. Con il silenzio assenso di un altro presidente poggiato lì ad hoc e di nuovo sedicente “garante”. Di chi? Di che? Che c’entrano con il PCI o il PSI di un partigiano come Sandro Pertini? E’ un’altra storia dalla quale molti leader attuali, anche già rottamati, si dissociano da anni in fatti e parole, scappando a destra o rinnegando ufficialmente il loro passato “comunista”. I nuovi non c’erano, sfruttano ambiguamente ai propri fini il ricordo positivo che ne avevano i lavoratori e il termine “sinistra”. Gli ereditieri PD sono oggi diretti da ex DC. Pensano anche di negarlo. Pace alla loro coscienza, è un problema tutto loro, fino alla totale rottamazione.

L’assunzione di tutti i poteri ad un solo uomo, unto dal signore, anche se di evidenza un pupazzo in mano esterna al nostro paese e messo lì a fare i compitini sulle nostre spalle. Si abolisce il diritto di voto. Vedi Province e vedi Senato, e poi Camera Deputati, potendo solo ratificare le decisioni, le cordate e la lista degli amici stretti di un segretario plenipotenziario e scorazzante non eletto da nessuno, sembra nemmeno dai suoi. Terzo personaggio messo lì di forza. Evidente lo sforzo di mettere sotto tutela la magistratura e la Corte Costituzionale, troppo ribelle per un PD avanguardista che “non fermerà nessuno”, minandone e minimizzandone la certezza (vedi pensioni e P.I. ma anche legalità di questo parlamento). Il Consiglio Superiore della Magistratura, con presidente e vice presidente, è già allineato. Vedi situazione di Palermo dove promuove chi non ha titoli ma fa parte degli amici sicuri, proprio in un posto di frontiera tra stato/mafia. L’uomo giusto al posto giusto? O solo invasione di toscani.

Vedi situazione in Campania, quasi tutta in mano alla camorra, politica ed economica, (non basta Saviano?), dove un De Luca, inquisito, corrotto e condannato anche per associazione mafiosa, viene fatto eleggere sapendo che non poteva esserlo per legge dello stato, ma sapendo anche che qualche Tar amico di Renzie, ovviamente di Napoli, avrebbe trovato l’escamotage, già scritto, e lo avrebbe assolto per farlo “governare”. Assolto, ma da che? Reinsediato in continuità, sì, con tutto il “savoir faire”. Sgretolare le istituzioni: mettere il “popolo” contro la Corte. Dilemma: conta il popolo o la Costituzione e i tribunali? Sgretolare prossimamente anche la Consulta. Siamo sicuri del ritornello che, in quell’area, lo “Stato è assente” quando votano? Commento di De Luca: “ho lottato come un partigiano”. Quasi la camorra fosse già lo stato moderno allineando i nuovi partigiani Occupy Italy del PD e degli altri in equo partisan.

In questi ultimi anni il PD è un partito (??), al pari delle destre compresa la Lega, che ha un numero elevato di trafficanti e affaristi politici, sia in galera, pochi, che inquisiti, compresi tutti nelle istituzioni, in parlamento, nei grandi appalti, sindaci e consiglieri regionali. Mi sembra che la parola lottizzazione sia sempre più viva oggi. Ma non fa più scandalo, è l’assuefazione storica al potere. (Sembra di rivivere Sciascia). Agli occhi di molti il PD non è più difendibile, è uguale agli altri, (lo dicono i loro astenuti), malgrado la favola di ritenersi “diverso”. Mi dispiace, ma il PCI, almeno in questo era diverso. Non me ne vogliano gli illusi “ereditieri” che sostengono ancora, con grande inerzia, questo PD. Lo sanno soprattutto loro che è diventato ipocrita da anni dire che è di “sinistra”. Niente autocritica.

Il mercanteggio delle deleghe pubbliche, agli amici degli amici in una corte ristretta ambisex, senza necessarie competenze ma come utile cordata dei poteri forti, che corre sull’etere dei cellulari e delle inchieste della magistratura, quella ancora sana e imperterrita e, dati i tempi, coraggiosa. Con un Padoan posto a “controllo” del bimbo chiacchierone, paffuto e allegro, da parte sempre dei nostri padrini internazionali di Goldman Sachs.

Il PD è all’avanguardia della vendita dei beni comuni che non gli appartengono. Iniziando da Prodi e continuando con quest’ultimo nella scia di Berlusconi. Ha favorito la sottomissione economica e produttiva del paese a Francia e Germania, che non sono più l’Europa. Dopo la vendita degli ultimi “gioielli” rimane ancora l’oro nelle casse della privata Banca d’Italia. Per i libretti postali Renzie ha già infilato una faina di Goldman Sachs nel ricco pollaio della Cassa Depositi e Prestiti (già Spa). E smettetela di dire “dove troverà i soldi”. Quelli rimasti stanno ancora in mano a lavoratori e pensionati da tosare fino alla pelle. Tanto pagano sempre loro. A loro basta “l’araba fenice” della riduzione delle tasse che si trascina da 25 anni, un giorno sì e uno no. E’ sufficiente continuare a tassare iva, benzina, giochi, macchine, case, morti, tra poco le prostitute. Grande stato cristiano, biscazziere e prosseneta. Con tanti moralisti a ruota. Che c’entrano con il PCI o con Berlinguer!

E’ lo storico metodo del “doppiopettismo” del PCI rimasto nella memoria degli “ereditieri” . Ma oggi c’è Internet, e le notizie viaggiano in altro modo, per quelli che lo vogliono, malgrado la propaganda televisiva di stato di Renzie (a quando la legge di messa sotto tutela personale della Rai?) e privata dei ricchi. Nel decreto “Salva Italia”, per esempio, c’è la decisione del governo di far trivellare tutti i nostri mari dai petrolieri angloamericani. L’Eni può perforare solo il patrio suolo. L’Adriatico è più facile vista la sua relativa profondità presso le nostre coste. I “governatori” delle varie regioni interessate, tutti PD, giurano al proprio popolo che non avverrà mai e poi mai. Le trivelle stanno già operando. Anzi i sindaci eletti del PD si permettono anche di partecipare in massa a manifestazioni contrarie. Non ci si può scindere tra rappresentanza e persona, troppo facile. Sono lì per occhio di popolo, perché sanno che non contano più nulla, anzi sono ridotti alla fame dal famelico governo centrale e dalla troika, anche loro. Alla grande manifestazione abruzzese di Lanciano (CH) “NO Ombrina” (nome di una piattaforma petrolifera) i sindaci e i loro gonfaloni sono stati posti pudicamente quasi in fondo al corteo. Qualcosa non funziona più.

In queste ultime elezioni amministrative, in regioni in realtà sempre vicine a loro, molti del PD (1 milione?) non sono andati a votare. (Nel sud hanno vinto dove le organizzazioni malavitose sono più forte). Forse è stata più per una presuntuosa vergogna di corresponsabilità che per un pentimento. Forse avevano creduto innocentemente nell’eredità del PCI, malgrado i “tempi fossero cambiati”.

Certamente sono cambiati, c’è anche chi ne ha diretto il cambiamento, realisticamente non in positivo visto i risultati economici e sociali, e non c’è niente di più ipocrita farne semplicemente la costatazione senza prendersene le responsabilità. Per gli ereditieri veri del PCI non rimane, prima di essere completamente rottamati e per onestà intellettuale, che difendere la Costituzione, l’uguaglianza e la dignità del lavoro in memoria vera del loro defunto partito dal 1989, non nella sua deriva, ma soprattutto di fronte al fascismo dolce che avanza con il loro sostegno. Siamo già in ritardo. Non servono altri intralci a una nuova Resistenza ed è impossibile avere il piede in due staffe. I siciliani dicono:”ti vitti!”. Ti ho visto, e sei nudo. 

giovedì 23 luglio 2015

La tragedia greca e il futuro della sinistra

 
 
 Qui sotto l'intervento di Moreno Pasquinelli (a sinistra nella foto) al seminario promosso da Fassina e D'Attorre "Europa, sovranità democratica e interesse nazionale".
 
Ringrazio i promotori, Stefano in particolare, per l’invito. Com’era inevitabile chi mi ha preceduto si è soffermato sull’ultimo atto della vicenda greca. Le opinioni sono discordi. Se gli economisti che mi hanno preceduto, con argomenti inoppugnabili, hanno condannato l’accordo siglato da Tsipras come una capitolazione politica che avrà effetti recessivi disastrosi; alcuni esponenti politici hanno qui invece difeso la decisione di SYRIZA come la sola possibile per evitare il peggio, dove il "peggio", per essi, sarebbe appunto stata la “grexit”. Valdimiro Giacché ci ha invece spiegato perché Tsipras, se non fosse stato prigioniero del dogma altreuropeista, avrebbe dovuto cogliere al volo l’assist di Scheuble e uscire dalla gabbia euro tedesca.

La nostra discussione, per stare al coraggioso tema del seminario —“Europa, sovranità democratica e interesse nazionale”—, sta mostrando che si confrontano due posizioni: la prima sostiene che se si vuole davvero porre fine all’austerità antipopolare e difendere la democrazia, occorre ripristinare il dettato costituzionale riguadagnando piena sovranità nazionale, politica e monetaria; dall’altra c’è chi ritiene che malgrado l’Unione europea non sia affatto quella sognata a Ventotene, nonostante sia strutturata in maniera oligarchica e con un imprinting neoliberista, essa è e deve restare la nostra casa comune, e non importa che sia un reclusorio imperiale, si auspica anzi che ai carcerieri vengano ceduti altri pezzi di sovranità. Nessuna ritirata è ammessa, avanti tutta nella demolizione delle nazioni.

Così accade che il momentaneo e triste epilogo della vicenda greca, invece di accorciare le distanze tra queste due visioni, le ha aumentate. Non solo non vedo un’eventuale linea mediana tra loro, ritengo al contrario che ogni tentativo di conciliarle è solo perdere tempo.

Diverse sono le lezioni politiche che si debbono trarre dalla vicenda greca. La prima, di natura oggettiva, è esplicita: il sistema-euro è talmente rigido e disfunzionale che imploderà vanificando tutti i tentativi di riformarlo. La seconda, di natura soggettiva, è implicita: sarebbe esiziale, immaginando il nuovo partito politico a sinistra di cui si avvertono i primi vagiti, imitare SYRIZA: un partito o un fronte politico al cui interno vi siano forze che tirano in direzione opposta, sono destinati a fare una brutta fine.

Coloro i quali, si ostinano a non riconoscere l’evidente sconfitta dell’ipotesi altreuropeista di SYRIZA, che ribadiscono cocciutamente che si deve procedere verso gli Stati uniti d’Europa, ci stanno dicendo almeno due cose: (1) che non sono disposti a rinunciare al loro dogma e, (2) che in nome di questo dogma, quando la tempesta toccherà il nostro Paese, non esiteranno a fare anche peggio di quel che lo stesso Tsipras ha fatto. Uomo avvisato, mezzo salvato.

Siamo davanti a secondarie differenze tattiche? No, siamo di fronte e differenze strategiche insanabili, che si appoggiano su visioni teoriche e culturali inconciliabili. Diavolo e Acqua santa non possono stare assieme.

Vediamola questa visione che D’Attorre ha definito argutamente “l’europeismo del dover essere”. Rubo questo concetto del “dover essere” per mettere in luce quello che a me pare il nocciolo teorico, oserei dire teologico, della visione della sinistra altreuropeista. Questo nocciolo teorico consiste appunto nella vittoria postuma del cosmopolitismo kantiano. La sinistra sistemica e quella cosiddetta radicale non sono accumunate per caso dal medesimo “europeismo del dover essere”. Questo connubio è il risultato ultimo della metamorfosi subita dalla sinistra italiana, l’effetto di un doppio divorzio, in primis dalla tradizione teorica marxista —quindi abbandono del lascito di Hegel, che richiamava alla dura centralità dell’essere, ovvero della realtà oggettiva per come essa concretamente si da, e davanti alla cui potenza ogni velleitario slancio soggettivistico-morale è destinato a soccombere— in secondo luogo con la peculiare tradizione gramsciana.

Varrebbe la pena tornare al dibattito sul concetto di sovranità, lanciato da Norberto Bobbio a cavallo tra la fine degli anni settanta e gli inizi anni ottanta. A sinistra esso prese la forma della disputa tra le tesi di due eminenti filosofi del diritto quali Luigi Ferrajoli e Danilo Zolo. Ebbe il sopravvento il pensiero di Ferrajoli per cui, a prescindere da quale fosse la natura ideologica e di classe delle forze che proprio allora premevano per la globalizzazione, quest’ultima andava sostenuta, poiché progressiva. Indovinate perché era comunque progressiva? Perché la forma dello stato nazione era comunque reazionaria, un ostacolo da rimuovere nella prospettiva della federazione umana mondiale. Di qui le tesi: (1) che fosse necessario demolire le sovranità nazionali, (2) che il diritto internazionale dovesse prevalere su quelli nazionali, infine, (3) che i “diritti umani” fossero sovraordinati rispetto a quelli costituzionali di cittadinanza.

E’ quello che definisco “cattivo universalismo”, l’ideologia che disarmò la sinistra davanti alla devastante avanzata della globalizzazone, la quale finirà per lasciare sul campo non uno ma tre cadaveri: quello del movimento operaio, quello delle politiche di welfare keynesiane e quello dell’ordinamento democratico-costituzionale. Chi c’era in quegli anni non dimentica che lo stesso Berlinguer, mentre si congedava dal “socialismo reale” e accettava l’ombrello della NATO, vero braccio armato del Washington Consensus, alludeva addirittura al “governo mondiale”. Né si dimenticherà quale fosse, vent’anni dopo, il paradigma del movimento altermondialista, ovvero la cosiddetta “globalizzazione sì ma dal basso”.

Questo “cattivo universalismo” divenne il pensiero egemone sia nella sinistra radicale che in quella socialdemocratica. La prima considerò la globalizzazione come un inveramento, per quanto distorto, dell’ideale internazionalista, mentre per la sinistra riformistica esso forniva il quadro concettuale per entrare in una relazione simbiotica, anzi di more uxorio, con l’avanzante globalizzazione neoliberista, prestando quindi il proprio personale politico al nuovo sistema di governance.
Profonde sono quindi le radici dell’altroeuropeismo.

La domanda è d’obbligo: quanti, di quella generazione di intellettuali e di militanti, saranno in grado di sbarazzarsi della narrazione globalista? Quanti cesseranno di “raccontarsi storie” per mettersi in sintonia con la nuda realtà? Pochi. Crudele ma efficace l’allegoria di Alberto Bagnai: la sinistra dovrà risorgere dalle sue ceneri… quindi occorre darle fuoco”.

Questo “cattivo universalismo”, alias falso internazionalismo, è l’alibi col quale la gran parte della sinistra giustifica ancora oggi la permanenza nel regime dell’euro, figlio prediletto ma nato storpio della globalizzazione neoliberista.
Gli altreuropeisti ricorrono al più mendace realpoliticismo. Dicono: “l’Unione europea siccome oramai esiste,  sarebbe il solo campo da gioco in cui la sinistra potrà restare in partita”. Si tratta della versione aggiornata del risibile argomento del dentifricio e del tubetto. Non conta per essi che questo campo sia minato, ed a nulla serve ricordare loro che chi insegue un nemico più potente sul suo terreno va incontro a sconfitta certa.

Chiediamoci: davvero viviamo la fase storica della dissoluzione degli stati nazione? O non è forse vero che il riflusso dell’alta marea della globalizzazione neoliberista è destinato a far riemergere le entità statuali momentaneamente sommerse?

Se la crisi sistemica globale trova il suo epicentro in Europa è proprio perché quella, mentre travolge le costruzioni geopolitiche fallaci, rinforza quelle che hanno profonde radici storiche, economiche, spirituali e statuali. Come stanno rispondendo gli Stati Uniti alla crisi delle loro pretese egemoniche globali se non agendo come potente stato nazione? E come stanno reagendo le potenze concorrenti, grandi e piccole, se non considerando come non negoziabili le loro prerogative di nazioni sovrane —di qui il policentrismo? Forse che la riconquistata egemonia tedesca sull’Europa potrebbe spiegarsi prescindendo dalla prepotente rinascita della Germania come nazione? E non è forse, questa rinascita, una delle cause della tendenza all’implosione dell’Unione europea?

Luciano Barra Caracciolo, riferendosi alla Grecia, ha sottolineato l’assurdo paradosso per cui, mentre il dominante germanico vuole cacciare dall’Unione monetaria il dominato greco, quest’ultimo implora di restarci ad ogni costo. Abbiamo così che mentre le classi dirigenti tedesche, anche grazie all’euro, non esitano ad avanzare le loro pretese espansionistiche su quella che considerano loro periferia, le élite periferiche, italiane comprese, non solo abbracciano come salvifica la germanizzazione dell’Europa, maledicono i “populismi” in ascesa in quanto espressione di deprecabile “nazionalismo”.

Una sinistra che voglia davvero diventare in futuro maggioritaria, quindi guidare il Paese, è obbligata a rompere ogni vincolo con queste élite globaliste e le sue narrazioni, andando invece incontro, per dargli un contenuto democratico e socialista, al rinascente bisogno popolare di identità nazionale. Un sentimento che rappresenta un prezioso e imprescindibile fattore di resistenza al neoliberismo, anche perché si sposa a sua volta con la richiesta di più Stato, di quell’organismo che i dominanti vogliono sfaldare riducendolo a mero guardiamo notturno, mentre, proprio in quanto depositario della sovranità nazionale, i cittadini vorrebbero fosse una barriera difensiva per proteggersi dalle scorribande della finanza predatoria, dagli squali che tirano i fili dei mercati mondiali.

Lo sforzo per entrare in sintonia con gli strati più profondi del popolo, la critica all’intellettualismo, la proposta di una grande alleanza democratica e rivoluzionaria, la tesi che i lavoratori potranno vincere solo se sapranno diventare classe dirigente nazionale, l’assunto che solo che fa gli interessi della maggioranza ha titolo per presentarsi come difensore dell’interesse nazionale, l’idea del partito politico come moderno principe; questi a me paiono i più preziosi lasciti dell’opera di Gramsci, a dimostrazione che esistono radici ben più profonde e solide di quelle della sinistra post-moderna e globalista.

Emiliano Brancaccio ha fatto una profezia funesta. Egli ritiene che la sinistra antiglobalista sia talmente in ritardo che da questo marasma l’esito più probabile sarebbe la vittoria di forze reazionarie e xenofobe, se non apertamente neofasciste. Questo accadrà se noi non saremo in grado di costruire un partito politico in tempi stretti, un partito che oltre a dotarsi di un “piano B” per sganciarsi dalla morsa mortale dell’euro sappia indicare con quale blocco sociale esso potrà essere realizzato e la sovranità riconquistata. Solo un partito di questo tipo potrà occupare le praterie dell’indignazione sociale, fare coraggio al popolo lavoratore, convincere i cittadini all’impegno politico diretto, evitando le fascinazioni inconcludenti sui soggetti liquidi, gassosi, internettari.


Se è questo che si vuole davvero fare, le nostre modeste forze sono a disposizione.

mercoledì 22 luglio 2015

Caro Erri De Luca, sull'euro dovresti documentarti prima di parlare

di Emiliano Brancaccio da brancaccio.blogautore.espresso


In una recente intervista su Micromega, sollecitato sulla crisi della Grecia, lo stimato scrittore Erri De Luca ha dichiarato: "Non c'era piano B all'infuori di un ritorno alla dracma, una sospensione dall'euro che avrebbe subito dimezzato il potere di acquisto, dunque affondato la Grecia nell'abisso argentino di anni fa". Ed ha quindi aggiunto: "Non esiste alternativa all'euro e nemmeno all'Europa".
C'è stato un tempo in cui, quando le discussioni arrivavano a lambire l'economia politica e la sua critica, gli artisti e gli scrittori impegnati avevano l'accortezza di tacere o di documentarsi prima di intervenire. Oggi purtroppo non è così. Nel deserto di pensiero critico in cui tutti versiamo, anche un intellettuale di rango come De Luca, da sempre impegnato nelle lotte sociali, sollecitato a intervenire su una questione che evidentemente non padroneggia si ritrova a fungere suo malgrado da megafono della vulgata, e quindi in ultima istanza dell'ideologia dominante.
Nell'intervista De Luca commette due errori grossolani.
In primo luogo confonde svalutazione e inflazione, cioè scambia le stime sul deprezzamento di una eventuale nuova dracma per una previsione sull'erosione del potere d'acquisto delle retribuzioni che deriverebbe da un'eventuale uscita della Grecia dall'euro. In realtà si tratta di due cose completamente diverse: attendersi che una eventuale nuova dracma possa svalutarsi del cinquanta percento non implica affatto prevedere che il valore reale dei salari si dimezzi o si riduca anche solo del dieci percento. La storia delle uscite da regimi monetari ci dice che la relazione tra svalutazione e potere d'acquisto dei salari cambia profondamente, di intensità e persino di segno, a seconda che le politiche economiche adottate nella transizione siano pro o contro i lavoratori.
In secondo luogo, riguardo al caso dell'Argentina, De Luca confonde le cause con gli effetti. La crisi infatti raggiunse il suo culmine quando il peso argentino era ancora agganciato al dollaro, e la ripresa iniziò quando la parità con la moneta statunitense era già stata abbandonata.
Erri De Luca non può averne idea, ma alcuni studiosi in questi anni hanno duramente lavorato per tentare di superare le banalizzazioni propagandistiche dei pasdaran pro-euro à la Renzi, da un lato, e degli ultras anti-euro à la Salvini, dall'altro. Questi economisti hanno proposto un'accurata analisi della crisi dell'eurozona, secondo quella che un tempo si sarebbe definita una prospettiva "di classe".
Penso che De Luca trarrebbe giovamento dalla conoscenza di questa letteratura critica. Ad esempio, sui possibili effetti salariali e distributivi di un'eventuale uscita dall'euro, mi permetto di suggerirgli di leggere un articolo recentemente pubblicato sullo European Journal of Economics and Economic Policies. Oppure, se preferisce l'italiano, potrà esaminare un analogo lavoro apparso sulla Rivista di Politica Economica. Sono certo che, dopo essersi adeguatamente documentato, De Luca non commetterà più l'ingenuità di confondere svalutazione e inflazione. E soprattutto, Erri si renderà conto che dentro l'euro, dal 2009 ad oggi, i lavoratori greci hanno visto crollare il loro potere d'acquisto in misura superiore a quella registrata in tutti i casi di uscita da regimi valutari che abbiano interessato paesi avanzati nell'ultimo trentennio.
La crisi del progetto europeo è quella che i marxisti un tempo avrebbero definito una "tendenza oggettiva" [1]. Chi sostiene che l'abbandono dell'euro rappresenti in quanto tale una panacea commette un grave errore. Ma chi pensa che la difesa dell'euro corrisponda in sé alla difesa degli interessi di classe prende un abbaglio ancor più grande, e soprattutto rende ancor più ostica l'impresa  di costruire un argine all'avanzata di quella nuova destra montante, al tempo stesso liberista e xenofoba, che sulle macerie dell'attuale eurozona è già pronta a posare il tallone di ferro della sua futura egemonia politica.
[1] Cfr. E. Brancaccio, Il monito degli economisti, un anno dopo (in "L'Euro: un destino segnato?", dibattito su Critica Marxista 5/2014).