sabato 16 agosto 2014

Gli amici nemici

di Tonino D'Orazio

Gran confusione regna nel mondo del pensiero unico. I nemici sono diventati amici e gli amici, nemici.
In Iraq, il premio Nobel per la pace Obama non può fare a meno di dichiarare operazioni di guerra, le solite operazioni mirate o mascherate che non convincono più nessuno, per salvare i mobili, con tutte le conseguenze degli inevitabili effetti collaterali tollerabili. Cioè il massacro dei civili. I sunniti, gli islamisti meno fanatici, alleati qualche anno fa nella “ricostruzione” dell’Iraq contro i jadisti sciiti iraniani, oggi sono diventati terroristi, semplicemente perché vogliono sopravvivere al loro genocidio in atto e riprendersi la loro terra.
Obama, troppo buono, lancia cibo, acqua e bombe. Un mix perfetto delle guerre di pace. Intorno a Erbil (!), dove stranamente sembrano essersi concentrati i diplomatici e i “contractors” americani occupanti da salvare. E nei dintorni non sappiamo quanti a noi cari cristiani. Con il plauso ostentato del socialista rivoluzionario francese Hollande, pronto a menar le mani per nascondere il suo fallimento in patria. Ci risiamo con i pozzi di petrolio, derubati da più di 10 anni, da salvaguardare.
Ovviamente chi fa resistenza per difendere o riprendersi la propria terra è un terrorista, una volta erano partigiani. Era idem per la Resistenza italiana e i nazi-fascisti. Eppure l’esperienza storica ci dice che nessun popolo, almeno da mille anni, è mai riuscito a sopraffarne un altro fuori casa per parecchio tempo. Prima o poi tocca scappare o massacrare fino all’estinzione. Armeni, curdi, Viet Nam, Afganistan, Palestinesi ecc…
Lo stesso concetto di esportazione della democrazia occidentale e delle popolazioni bianche sembra un grande flop. Potrà durare solo con le armi.
Dopo aver combattuto contro i nazisti e i fascisti nell’ultima guerra, ribadendo il grande valore della democrazia contro le dittature, nell’anniversario dello sbarco di Normandia, cacciati dalle cerimonie i russi che avevano perso solo 20 milioni di persone dall’altro lato, ritroviamo i nord americani e gli inglesi, che nascondono sempre la mano, che potenziano i fascisti di ogni tipo, in tutto il mondo, pur di raggiungere l’obiettivo di essere l’unica potenza. Grandi gli amici nazisti ungheresi, poi ucraini e adesso i turchi e presto altri paesi.
Potete cercare in tutti i colpi di stato del mondo, dalla “liberazione” in poi, e troverete tutti gli esempi reali possibili, dall’America latina al sud-est asiatico. Dalle teorie di Kissinger, e i suoi genocidi, ai presidenti nord americani. Fra gli ultimi del dopo guerra solo Carter non ha promosso nessuna guerra di rapina e infatti non è stato rieletto. Mentre è in atto, in modo soft, una guerra economica micidiale contro l’Europa e la sua storia sociale. Una specie di “fotti compagni” consenzienti.
Ukraina e sostegno di Cia, Nato e quant’altro, tramite i nuovi mazzieri nazisti, nel colpo di stato “democratico” di piazza, nuova formula magica di soggiogamento e sopraffazione. Ipocrisia ? Se ne assume la responsabilità un capitalista rinomato, Soros. I nazi-fascisti, quando servono, possono essere solo che amici. Tanto la colpa è sempre degli altri, dei nemici che diventano per incanto dei terroristi, delle vittime o dei corrotti che diventano subito amici. Un capovolgimento sfacciato delle questioni ideali sottomesse al “fine giustifica i mezzi”. Da quando Putin si è ripreso le sue fonti energetiche, (ancora ‘sto petrolio!) dalle grinfie anglo-americane cedute dall’alcolizzato Eltsin al libero mercato (cioè agli anglo-americani), è diventato il nemico da circondare e da abbattere. Il problema è che non è più nemmeno comunista il che avrebbe facilitato sicuramente le cose. E noi siamo partecipi, irragionevolmente di parte e servi, sia sul piano dell’intossicazione informativa e ideologica che sull’abbattimento dell’art.11 (divieto di guerra) della Costituzione ormai più volte violentata. In fondo ha ragione la banca nord americana JP Morgan Chase a chiedersi a che servono più le Costituzioni anti-fasciste, a chiedere di modificarle (operazione in atto soprattutto grazie ai nuovi e vecchi socialisti) poiché rischiano di mettere a nudo i comportamenti autoritari del neoliberismo e la sua concezione affina. Cosa proibita di per sé. Il faro è il faro. Guida la guerra dei ricchi contro i poveri, con il consenso di questi ultimi. Ossimoro? Alienazione? Grande stupidità?
Gli amici nemici palestinesi. Tutto l’armamento, le bombe, sui civili palestinesi su donne e bambini sono pagati da Obama. Troppo semplice? E’ necessario scremare l’intossicazione delle raffinate analisi di parte e la cruda realtà dei fatti. La violenza genocida degli israeliani, degli ebrei, è talmente evidente che si riesce a nasconderla solo con ipocrite chiacchiere. Basta seguire i telegiornali di questi giorni, con un rigurgito di film vecchi e nuovi sui poveri ebrei e sulla bibbia, su tutte le reti. Giornaliste italiane di origine ebraica che parlano dai loro comodi alberghi di Gerusalemme e immagini proiettate fuori campo. Le chiacchiere nascondono i fatti e sono la bevanda degli sprovveduti, o finti sprovveduti. 24 morti israeliani, 1600 morti palestinesi inermi fino ad oggi, in gran parte donne e bambini, i riproduttori del futuro, (esatta definizione del genocidio programmato), fino a sparare sui neonati dei brefotrofi proprietà della coscienza poco pulita dell’Onu, che si scandalizza ma non manda i caschi blu. Non hanno il consenso dei nord americani. E’ una guerra tra super armati e indiani con archi e frecce. Ma in pericolo ci sono gli israeliani, cioè quelli che occupano impunemente i territori degli altri, per questo si capisce la solidale amicizia dei nord americani, quelli che hanno ridotto la striscia di Gaza, ma anche il resto, ad un grande Lager a cielo aperto, dove i prigionieri non costano nulla ai loro carcerieri. Quelli che hanno costruito, con i soldi nord americani, il nuovo muro della vergogna e dell’apartheid. Capovolgimento della storia. In fondo il sionismo è un po’ uguale al fascismo, ha le stesse caratteristiche e lo stesso fascino. Bisogna sostenerlo in nome della democrazia. Però la ferita piange un po’, allora tutti i capi di stato embeded (addomesticati) si mettono di mezzo a fini umanitari, a pacificare l’impacificabile, in realtà per non far rimanere soli sui banchi degli imputati i nord americani e gli israeliani.
A volte mi domando, occupando gli americani il nostro paese, cosa faremmo. E’ vero che pezzi del nostro territorio, forse per “uso capione”, per accordi segreti di svendita, ormai gli appartiene. Tra poco anche l’Eni, giusto per entrare nei programmi italo-russi di Gazprom. Però molti pensano che, sul carro del vincitore guerrafondaio, staremmo più comodi, saremmo anche noi vincitori per alone, e vedremmo solo qualche pazzo partigiano riparlare di vera libertà e democrazia. Un po’ come tra il 1944 e il 1945.

ISIS: Che fare?

dal Blog di Beppe Grillo

Veramente utile questo sunto. Un vademecum essenziale per capire cosa succede là fuori.



"Dagli anni '20 ai '60
A Sèvres, nel 1921, Francia e Gran Bretagna si spartirono i possedimenti mediorientali dell'ormai decaduto Impero Ottomano.
Alla Francia andarono Libano e Siria, alla GB la Palestina, la Transgiordania e l'odierno Iraq. I confini vennero segnati utilizzando matite, righelli e, probabilmente, sotto l'influsso di qualche coppa di champagne.
Altrimenti come ci si potrebbe spiegare l'invenzione folle del Regno dell'Iraq, uno stato abitato, oltre che da decine di minoranze, da tre popolazioni profondamente diverse tra loro: i curdi, gli sciiti e i sunniti?
La drammatica storia dell'Iraq nasce tutta da qui. Colpi di stato, spinte autonomiste curde, resistenze sunnite, attentati sciiti, difesa del controllo petrolifero da parte del Regno Unito, intervento della Germania nazista. Non si sono fatti mancare nulla fuorché la pace.
La CIA e i colpi di Stato che fanno meno scalpore del terrorismo
Durante la crisi di Suez Baghdad divenne la principale base inglese, nel 1958 venne abolita la monarchia e nel 1963, anche in chiave anti-sovietica, la CIA favorì un colpo di stato per deporre Abd al-Karim Qasim, l'allora premier iracheno, colpevole di aver approvato una norma che proibiva l'assegnazione di nuove concessioni petrolifere alle multinazionali straniere. In Iraq, tra deserto, cammelli e rovine babilonesi accadde quel che già si era visto all'ombra delle piramidi maya nel 1954 quando Allen Dulles*, direttore della CIA, armò truppe mercenarie honduregne per buttare giù Jacobo Arbenz, il Presidente del Guatemala regolarmente eletto, colpevole di voler espropriare le terre inutilizzate appartenenti alla statunitense United Fruit Company e distribuirle ai contadini. Risultato? Presidenti fantoccio, guerra civile e povertà.
Mi domando per quale razza di motivo si provi orrore per il terrorismo islamico e non per i colpi di stato promossi dalla CIA. Destituire, solo per osceni interessi economici, un governo regolarmente eletto con la conseguenza di favorire una guerra civile è meno grave di far esplodere un aereo in volo?
L'Iraq, come il Guatemala o il Congo RCD hanno avuto il torto di possedere delle risorse. I poveri hanno il torto di avere ricchezza sotto ai piedi. Il petrolio iracheno è stato il peggior nemico del popolo iracheno. A Baghdad nel 1960, tre anni prima della deposizione di Qasim, Iraq, Iran, Venezuela e Arabia Saudita avevano fondato l'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC), per contrastare lo strapotere delle “7 sorelle”, le principali compagnie petrolifere mondiali così chiamate da Enrico Mattei, il Presidente dell'ENI di quegli anni.
Mattei e la sovranità nazionale in Medio Oriente
Una digressione su Mattei è d'obbligo, se non altro per capire quanto, dall'invenzione del “profitto ad ogni costo”, ogni industriale, stato sovrano o partito politico si sia messo contro il capitalismo internazionale abbia fatto una brutta fine. E' successo a brave persone e a delinquenti, a politici democratici e a dittatori sanguinari difesi fino a che lo spargimento di sangue dei quali erano responsabili non avesse intaccato gli interessi del grande capitale. Mattei, dopo aver concluso importanti affari con l'Iran, si stata avvicinando a Qasim quest'ultimo alla ricerca di un nuovo partner commerciale che gli garantisse maggiori introiti di quelli concessi dagli inglesi. La sacrosanta ricerca di sovranità economica, politica ed energetica da parte di alcuni paesi mediorientali era ben vista da Mattei il quale, mosso da una intraprendenza tipicamente italiana e dall'ambizione di fare gli interessi dello Stato, ne scorgeva un'opportunità imperdibile.
Quando nel 1961 il Regno Unito concesse l'indipendenza al Kuwait Mattei fiutò l'affare. Baghdad ha sempre ritenuto il Kuwait parte del suo territorio e quando la GB lo proclamò stato sovrano Qasim si indignò per lo smacco subito convincendosi della necessità di trovare nuovi paesi con cui concludere affari**. Mattei e Qasim, nonostante il primo ministro Fanfani e il ministro degli esteri Segni negarono qualsiasi coinvolgimento italiano, iniziarono una serie di trattative e, sembra, che dei tecnici ENI si recarono in Iraq. Quel che è certo è che le 7 sorelle sono come i fili della luce: “se li tocchi muori”. Tre mesi e mezzo prima che Qasim, con il beneplacito della CIA, venisse trucidato a Baghdad, Mattei esplode in aria con il suo aereo privato. I mandanti e gli esecutori del suo assassinio sono ancora ignoti tuttavia è bene ricordare che Tommaso Buscetta, il pentito che descrisse per filo e per segno la struttura di “Cosa Nostra” a Giovanni Falcone, dichiarò che Mattei venne ucciso dalla mafia per fare “un favore agli stranieri” e che Mauro De Mauro, il giornalista che stava indagando sulla morte di Mattei, venne rapito e ucciso da Mimmo Teresi su ordine di Stefano Bontade***.
Il futuro è nero, come l'oro che fa scorrere il sangue
In “La verità nascosta sul petrolioEric Laurent scrive: “Il mondo del petrolio è dello stesso colore del liquido tanto ricercato: nero, come le tendenze più oscure della natura umana. Suscita bramosie, accende passioni, provoca tradimenti e conflitti omicidi, porta alle manipolazioni più scandalose”.
Conflitti omicidi, manipolazioni scandalose, tradimenti”. Queste parole sembrano descrivere perfettamente la storia dell'Iraq moderno.
Saddam Hussein divenne Presidente della Repubblica irachena nel 1979 sostituendo Al-Bakr, l'ex-leader del partito Ba'th che qualche anno prima aveva nazionalizzato l'impresa britannica Iraq Petroleum Company. Saddam, con l'enorme denaro ricavato dalla vendita di petrolio, cambiò radicalmente il Paese. Sostituì la legge coranica con dei codici di stampo occidentale, portò la corrente fino ai villaggi più poveri, fece approvare leggi che garantivano maggiori diritti alle donne. L'istruzione e la salute divennero gratuite per tutti. In quegli anni di profonda instabilità regionale il regime di Saddam divenne un esempio di ordine e sicurezza. Tuttavia tutto questo ebbe un prezzo. I cristiani non erano un pericolo per il regime e vennero lasciati in pace ma i curdi, vuoi per le loro spinte autonomiste che per la loro presenza potenzialmente pericolosa in zone ricche di petrolio, vennero colpiti, discriminati e spesso trucidati. Lo stesso avvenne agli sciiti che non abbassavano la testa. Quando Saddam gli riversò contro le armi chimiche fornitegli dagli USA in chiave anti-iraniana nessuna istituzione statunitense parlò di genocidio, di diritti umani violati, di terrorismo islamico. Saddam era ancora un buon amico. L'amichevole stretta di mano tra il leader iracheno e Donald Rumsfeld, all'epoca inviato speciale di Reagan, dimostra quanto per gli USA la violenza è un problema a giorni alterni. Negli anni '80 Washington era preoccupata dall'intraprendenza economica di Teheran e Saddam era un possibile alleato per contrastare la linea anti-occidentale nata in Iran con la rivoluzione del '79.
Anni di guerre
Tuttavia, sebbene la Repubblica islamica iraniana fosse apertamente anti-americana gli USA fornirono armi a Teheran durante la guerra Iran-Iraq. Il denaro è sempre denaro! Con i proventi della vendita di armi all'Iran gli USA finanziarono tra l'altro i paramilitari delle Contras che avevano come obiettivo la destituzione in Nicaragua del governo sandinista regolarmente eletto.
Ovviamente gli USA (anche l'URSS - la guerra fredda diventava tiepida se si potevano fare affari assieme) finanziarono contemporaneamente Saddam. Il sogno dell'industria bellica, una guerra infinita combattuta da due forze equivalenti, era diventato realtà. Per diversi anni le potenze occidentali lasciarono Iraq e Iran a scannarsi tra loro. Un milione di morti dell'epoca non valevano, evidentemente, le migliaia di vittime provocate dall'avanzata dell'ISIS di questi giorni. Le multinazionali della morte appena finito di parlare con Saddam alzavano la cornetta e chiamavano Teheran. «Ho appena venduto all'Iraq 200 carri armati ma a te ti do a un prezzo stracciano questa batteria anticarro». Le cose cambiarono quando l'esercito iraniano prese il sopravvento. Teheran stava per espugnare Bassora quando gli USA, sedicenti cacciatori di armi chimiche in tutto il mondo, inviarono una partita di gas cianuro a Saddam il quale non perse tempo e lo utilizzò per respingere le truppe iraniane. Ma si sa, gli USA sono generosi e di gas ne inviarono parecchio. Saddam pensò bene di utilizzarne la restante parte per gassare l'intera popolazione curda del villaggio di Halabja ma in occidente nessuno si strappò le vesti, il dittatore era ancora un buon amico. Saddam divenne un acerrimo nemico quando invase il Kuwait. Anche in quel caso non furono i morti o le centinaia di migliaia di profughi a preoccupare i funzionari di Washington sempre a stretto contatto con Wall Street. La conquista irachena del Kuwait metteva in pericolo gli interessi economici statunitensi. Una cosa inaccettabile per chi da anni lavora per il controllo mondiale del petrolio. L'operazione “Desert Storm” venne lanciata, il Kuwait “liberato” ma Saddam rimase al suo posto. Un'eccessivo indebolimento dell'Iraq avrebbe favorito Teheran e questo sarebbe stato intollerabile. I bombardamenti USA causarono oltre 30.000 bambini morti ma erano “bombe a fin di bene”.
L'11 settembre
L'attentato alle Torri Gemelle fu una panacea per il grande capitale nordamericano. Forse anche a New York qualcuno “alle 3 e mezza di mattina rideva dentro il letto” come capitò a quelle merde dopo il terremoto a L'Aquila. Quei 3.000 morti americani vennero utilizzati come pretesto per attaccare l'Afghanistan, un paese con delle leggi antitetiche rispetto al nostro diritto ma che con il terrorismo internazionale non ha mai avuto a che fare, e l'Iraq. Era ormai tempo di buttare giù Saddam e prendere il pieno controllo del petrolio iracheno. La vittoria della Nato fece piombare il Paese in una guerra civile senza precedenti e le fantomatiche armi di distruzione di massa non vennero mai trovate. Ripeto, Saddam le aveva, ahimè, già utilizzate e gli USA lo sapevano benissimo. A questo punto mi domando quanto un miliziano dell'ISIS capace di decapitare con una violenza inaudita un prigioniero sia così diverso dal Segretario di Stato Colin Powell colui che, mentendo e sapendo di mentire, mostrò una provetta di antrace fornitagli da chissà chi per giustificare l'imminente attacco all'Iraq. Una guerra che ha fatto un numero di morti tra i civili migliaia di volte superiore a quelli provocati dallo Stato Islamico in queste settimane. La sconfitta del sunnita Saddam Hussein scatenò la popolazione sciita che covava da anni desideri di vendetta. Attentati alle reciproche moschee uccisero migliaia di persone. Da quel giorno in Iraq c'è l'inferno ma i responsabili fanno shopping sulla Fifth Avenue e vacanze alla Caiman. L'avanzata violenta, sanguinaria, feroce dell'ISIS è soltanto l'ultimo atto di una guerra innescata dai partiti occidentali costretti a restituire i favori ottenuti dalle multinazionali degli armamenti durante le campagne elettorali. Comprare F35 mentre l'Italia muore di fame o bombardare un villaggio iracheno mettendo in prevenivo i “danni collaterali” sono azioni criminali che hanno la stessa matrice: il primato del profitto sulla politica.
Cosa fare adesso?
L'ISIS avanza, conquista città importanti e minaccia migliaia di cristiani. In tutto ciò l'esercito iracheno, creato e addestrato anche con i soldi dei contribuenti italiani, si è liquefatto come neve al sole dimostrando, se ancora ve ne fosse bisogno, il totale fallimento del progetto made in USA che noi abbiamo sposato senza diritto di parola. E' evidente che la comunità internazionale e l'Italia debbano prendere una posizione. Se non è semplice scegliere cosa fare, anche se delle idee logiche già esistono, è elementare capire quel che non si debba più fare.
1) Innanzitutto occorre mettere in discussione, una volta per tutte, la leadership nordamericana. Gli USA non ne hanno azzeccata una in Medio Oriente. Hanno portato morte, instabilità e povertà. Hanno dichiarato guerra al terrorismo e il risultato che hanno ottenuto è stato il moltiplicarsi del fenomeno stesso. A Roma, nel 2003, manifestammo contro l'intervento militare italiano in Iraq. Uno degli slogan era “se uccidi un terrorista ne nascono altri 100”. Siamo stati profeti anche se non ci voleva un genio per capirlo. Pensare di fermare la guerra in atto in Iraq armando i curdi è una follia che non credo che una persona intelligente come il Ministro Mogherini possa davvero pensare. Evidentemente le pressioni che ha subito in queste settimane e il desiderio che ha di occupare la poltrona di Ministro degli esteri della Commissione europea, l'hanno spinta ad avallare le posizioni di Obama e degli USA ormai autoproclamatisi, in barba al diritto internazionale, poliziotti del mondo. Loro, proprio loro, che hanno sostenuto colpi di stato in tutto il pianeta, venduto armi a dozzine di dittatori, loro che hanno impoverito mezzo mondo, loro che, da soli, utilizzano oltre il 50% delle risorse mondiali. Loro che hanno invaso Iraq e Afghanistan con il pretesto di distruggere le “cellule del terrore” ma che hanno soltanto progettato oleodotti, costruito a Baghdad la più grande ambasciata USA del mondo ed esportato, oltre alla loro democrazia, 25.000 contractors in Iraq, uomini e donne armati di 24ore che lavorano in tutti i campi, dalle armi al petrolio passando per la vendita di ambulanze. La guerra è davvero una meraviglia per le tasche di qualcuno.
2) L'Italia, ora che ne ha le possibilità, dovrebbe spingere affinché la UE promuova una conferenza di pace mondiale sul Medio Oriente alla quale partecipino i paesi dell'ALBA, della Lega araba, l'Iran, inserito stupidamente da Bush nell'asse del male e soprattutto la Russia un attore fondamentale che l'UE intende delegittimare andando contro i propri interessi per obbedire a Washington e sottoscrivere il TTIP il prima possibile. Essere alleati degli USA non significa essere sudditi, prima di applicare sanzioni economiche a Mosca, sanzioni che colpiscono più le imprese italiane che quelle russe, si dovrebbero pretendere le prove del coinvolgimento di Putin nell'abbattimento dell'aereo malese. Non dovrebbe bastare la parola di Washington, soprattuto alla luce delle menzogne dette sull'Iraq.
3) L'Italia dovrebbe promuovere una moratoria internazionale sulla vendita delle armi. Se vuoi la pace la smetti di lucrare sugli armamenti. «L'economia ne risentirebbe» sostiene qualcuno. Balle! Criminalità, povertà e immigrazione sono il frutto della guerra e la guerra si alimenta di sangue e di armi. Nel 2012 la Lockheed Martin, quella degli F35, ha incassato 44,8 miliardi di dollari, più del PIL dell'Etiopia, del Libano, del Kenya, del Ghana o della Tunisia. Chi si scandalizza dei crimini dell'ISIS è lo stesso che lo arma o, quanto meno, che lo ha armato. «Armiamo i curdi» sostiene la Mogherini. Chi ci dice che una volta vinta la guerra i curdi non utilizzeranno quelle armi sui civili sunniti? In fondo non è già successo con Saddam, con i signori della guerra in Afghanistan o in Libia dove la geniale linea franco-americana che l'Italia ha colpevolmente assecondato, ha eliminato dalla scena Gheddafi facendo cadere il Paese in un caos totale?
4) L'Italia dovrebbe trattare il terrorismo come il cancro. Il cancro si combatte eliminandone le cause non occupandosi esclusivamente degli effetti. Altrimenti se da un lato riduci la mortalità relativa da un altro la crescita del numero di malati fa aumentare ogni anno i decessi. E' logico! Vanno affrontate le cause. Si condanna in Nigeria Boko Haram ma si tace di fronte ai fenomeni di corruzione promossi da ENI che impoveriscono i nigeriani dando benzina alle lotte violente dei fondamentalisti.
5) L'Italia dovrebbe porre all'attenzione della comunità internazionale un problema che va risolto una volta per tutte: i confini degli stati. Non sta scritto da nessuna parta che popolazioni diverse debbano vivere sotto la stessa bandiera. Occorre, finalmente, trovare il coraggio di riflettere su un nuovo principio organizzativo. Troppi confini sono stati tracciati a tavolino con il righello dalle potenze coloniali del '900. L'obiettivo politico (parlo dell'obiettivo politico non delle assurde violenze commesse) dell'ISIS, ovvero la messa in discussione di alcuni stati-nazione imposti dall'occidente dopo la I guerra mondiale ha una sua logica. Il processo di nascita di nuove realtà su base etnica è inarrestabile sia in Medio Oriente che in Europa. Bisogna prenderne atto e, assieme a tutti gli attori coinvolti, trovare nuove e coraggiose soluzioni.
6) Dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione. Questo è un punto complesso ma decisivo. Nell'era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella. E' triste ma è una realtà. Se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche nonviolente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana. Non sto ne giustificando né approvando, lungi da me. Sto provando a capire. Per la sua natura di soggetto che risponde ad un'azione violenta subita il terrorista non lo sconfiggi mandando più droni, ma elevandolo ad interlocutore. Compito difficile ma necessario, altrimenti non si farà altro che far crescere il fenomeno.
7) Occorre legare indissolubilmente il terrorismo all'ingiustizia sociale. Il fatto che in Africa nera la prima causa di morte per i bambini sotto i 5 anni sia la diarrea ha qualcosa a che fare con l'insicurezza mondiale o con il terrorismo di Boko Haram? Il fatto che Gaza sia un lager ha a che fare con la scelta della lotta armata da parte di Hamas?
8) L'Italia dovrebbe cominciare a pensare alla costruzione di una società post-petrolifera. Il petrolio è la causa della stragrande maggioranza delle morti del XX e XXI secolo. Costruire una società post-petrolifera richiederà 40 anni forse ma prima cominci prima finisci. Non devi aspettare che il petrolio finisca. Come disse Beppe Grillo in uno dei suoi spettacoli illuminanti: «L'energia è la civiltà. Lasciarla in mano ai piromani/petrolieri è criminale. Perché aspettare che finisca il petrolio? L’età della pietra non è mica finita per mancanza di pietre»." Alessadro Di Battista
Note:
*Allen Dulle, famoso per aver preso parte alla “Commissione Warren”, la commissione presidenziale sull'assassinio di JFK, fu contemporaneamente direttore della CIA e avvocato delle United Fruit Company, l'attuale Chiquita. Qualche mese prima di aver sostenuto il colpo di stato ai danni di Arbenz si era macchiato della stessa vergogna in Iran. Sotto la sua direzione, infatti, venne lanciata l'Operazione Ajax per sovvertire il governo presieduto da Mohammad Mossadeq, anch'egli colpevole di aver nazionalizzato l'industria petrolifera il che avrebbe garantito introiti per il popolo iraniano e non più per le imprese anglo-americane.
**Anche in quest'ottica va letta l'invasione del Kuwait da parte di Saddam. Non si è trattato di un capriccio di un pazzo.
***Bontade e Teresi sono i due mafiosi che stipularono il “patto di non-aggressione” con Silvio Berlusconi grazie all'intermediazione criminale di Dell'Utri.

giovedì 14 agosto 2014

Il Manifesto. Uno spettro si aggira per l'Italia



Ogni tanto mi guardo indietro e ripenso a quando compravo "il Manifesto" e mi chiedo perché ho smesso di comprarlo. La risposta non è semplice, ma credo che abbia molto a che vedere con la frustrazione. Tutta la gioventù passata dietro l'illusione della rivoluzione e a credersi meglio dei tuoi compagni del gruppuscolo affianco, accusato delle peggiori nefandezze e delle peggiori infrazioni alla teologia ufficiale, santificata dal messia di turno o da una personale esegesi dei libri sacri. Alla fine capisci che tutti sti gruppuscoli altro non sono che la proiezione pubblica della frantumazione del tuo cervello e allora la frustrazione si impadronisce di te e quando a distanza di anni ci ripensi devi dare la colpa a qualcuno come il Manifesto che magari non c'entra nulla. Insomma orfano del tuo gruppo vorresti continuare a essere comunista, ma non capisci più come fare e a quale santo votarti. Poi quando è venuto il tempo dei vari Deleuze, Guattarì, Foucalt, Lacan e compagnia, una liberazione. Grazie Manifesto per avergli dato così tanto spazio. Via i vecchi arnesi arrugginiti del marxismo alla Pcml e finalmente il cuore si apre ad un linguaggio tanto più assurdo e incomprensibile, quanto portatore di verità, se solo si riuscisse a capire qual'è il cifrario giusto per decodificarlo. Ma l'entusiasmo dura poco, perché quando parli con la gente la mercato o con gli emarginati di ogni colore e nazionalità, capisci che con Deleuze non ci fai una mazza. Ecco questo è il momento che la frustrazione ti porta ad un gesto estremo, liberatorio, mandi a quel paese il Manifesto padre che ti ha creato o se preferite il Manifesto madre, ti emancipi e prendi il volo senza sapere dove andare, ma rinfrancato dall'assenza di concetti inutili.

Oggi mi trovo a domandarmi se il Manifesto farà prima o poi qualcosa di utile (il Fatto promuove campagne da centinai di migliaia di firme e almeno serve a qualcosa), ma quando ti imbatti in tipa velenosa e urticante come Ida Dominijanni, che ancora da retta a tipi come Massimo Recalcati, capisci perché hai lasciato il Manifesto e quasi rimpiangi Valentino Parlato e Rossana Rossanda. Essere “un giornale, un giornale, un giornale” non necessariamente è un merito, forse è solo un limite, anche cognitivo, e se poi non indichi una strada e ti perdi dietro gli ondeggiamenti di SEL, allora che ti seguo a fare?

Scusa Manifesto, in fondo siete delle brave persone e vi sono anche affezionato, ma perché da quando non vi compro più mi sento meno frustrato?

giovedì 31 luglio 2014

Lo strano default dell’Argentina

da gennarocarotenuto.it
 

Dopo il default, quello vero, quello del 2001 provocato dal fallimento strutturale del modello neoliberale, l’Argentina di Néstor Kirchner e poi di Cristina Fernández, aveva raggiunto accordi col 92.4% dei creditori per la ristrutturazione del debito. Restavano un manipolo dei più avvoltoi dei fondi speculativi, quelli che dagli anni ’80 reaganiani in qua si arricchiscono sulla fame dei popoli spostando capitali da un angolo all’altro del mondo e mandando in rovina l’economia reale con un click.
A quelli, ai fondi speculativi che detengono il 7.6% del debito argentino, la corte suprema di un paese terzo, gli Stati Uniti, aveva dato ragione, obbligando il paese a pagare non le condizioni pattuite col 92.4% restante dei creditori, ma fino all’ultimo dollaro. In buona sostanza quel tribunale ha affermato che, nonostante quel debito fosse palesemente usuraio, contratto da un governo corrotto e violatore dei diritti fondamentali della popolazione, costruito per portare un paese alla rovina e spolparlo fino alle ossa e nonostante 9 creditori su 10 avessero accettato l’idea di aver già speculato abbastanza sull’Argentina, considerando infine equo quanto proposto dal legittimo governo di Buenos Aires, questa dovesse comunque pagare quel debito ingiusto pena un capestro che vorrebbe far ripiombare nel caos un paese di 40 milioni di abitanti.
L’Argentina, pur restando in una situazione complessa sulla quale s’è più volte scritto, in questo decennio ha rialzato la testa in tanti modi, innanzitutto tornando ad essere un paese più giusto, con lo Stato che ha ripreso il suo posto, con una politica dei diritti umani modello per tutto il mondo e tornando ad essere un attore dell’economia internazionale. Lo ha fatto dopo che i 13 anni del cambio uno a uno col dollaro, preteso dall’FMI e accettato supinamente dai governi fondomonetaristi e costato la morte per fame di migliaia di bambini, l’avevano di fatto esclusa dall’economia reale, quella produttiva, nella quale un paese avanzato come l’Argentina produce di suo ed esporta sui mercati.
È in questo contesto che matura questo strano default che è una continuazione della guerra economica per strangolare il paese e seguitare a speculare. Di questa guerra sono complici le istituzioni finanziarie internazionali, le compagnie di rating, i fondi speculativi. L’Argentina in questi anni ha compiuto alla lettera i propri impegni di pagamento. Ancora lunedì, tre giorni fa, ha versato al Club di Parigi ben 650 milioni di dollari. Ora quello che c’è in ballo con questa sentenza non è tanto sedare gli appetiti degli avvoltoi ma rimettere in discussione oltre 500 miliardi di dollari che i vecchi creditori potrebbero pretendere con ricorsi a cascata una volta riaperta la porta. L’obbiettivo è sempre quello: porre fine all’anomalia latinoamericana, di governi che nell’ultimo decennio si sono allontanati dall’ortodossia monetarista e riprendere possesso da padroni di quello che dalle dittature genocide alla notte neoliberale hanno considerato loro.
L’Argentina però non solo ha agito in queste settimane con serietà e coerenza per ottenere condizioni giuste e legali e depositando al Banco Mellon di New York la somma dovuta come garanzia. L’Argentina, che era completamente isolata nel 2001, oggi non è sola. Ha la solidarietà di tutta l’America latina integrazionista, dal Brasile al Venezuela, ma anche di paesi come il Messico e la Francia, oltre che di grandi paesi come la Cina e istituzioni come il G77 e perfino della Unctad. Il mondo è cambiato non solo in peggio in questi tredici anni, gli avvoltoi che volano sul cielo di Buenos Aires vogliono riportarlo agli anni ’90.

mercoledì 30 luglio 2014

Da Renzi dialogo zero. E il senato va nel caos

di Daniela Preziosi da Il Manifesto

Riforme. Il premier non accetta mediazioni, Grasso spiana il dibattito, votazioni a passo di carica. Strilli, canguri, voti a tamburo battente, regole stracciate. Così nasce la nuova Costituzione


 

 Alle 16 e 50 il senato entra uffi­cial­mente nel più totale inar­re­sta­bile ine­men­da­bile caos. Così va avanti fino a notte. L’aula esplode, i 5 stelle bat­tono le mani sui ban­chi e urlano «non-si-può»,«non-si-può», le cra­vatte verdi dei leghi­sti gar­ri­scono come ban­diere; dalla parte oppo­sta dell’emiciclo la sena­trice De Petris si sbrac­cia per inter­ve­nire. I demo­cra­tici son­nec­chiano ma i gril­lini li pro­vo­cano: «Vi ha scritto il com­pi­tino Renzi». E allora quelli: «è a voi che lo scrive Grillo»; il tori­nese Espo­sito, era un dale­miano prima del ciclone Renzi, «smet­te­tela di dire che siamo ricat­tati»; il capo­gruppo Pd Zanda «Andremo fino in fondo, vogliamo lavo­rare in pace»; dai ban­chi gril­lini si alza un car­tello sar­ca­stico «Grasso cedi la pol­trona a Zanda». E Petro­celli (M5S): «Grasso si sta com­por­tando come lo zer­bino della mag­gio­ranza, se oggi non ci sono stati i tumulti, occhio a domani».

Suc­cede quello che si temeva, spe­rava, paven­tava, orga­niz­zava e ten­tava di sven­tare da giorni. Il governo sem­brava pronto a discu­tere con le oppo­si­zioni sulle riforme costi­tu­zio­nali? Era uno scherzo, un sapiente lavoto di spin. Oppure Renzi ha capito di avere la mag­gio­ranza ed ha cam­biato idea. Si doveva discu­tere sulla demo­cra­zia diretta, l’equilibrio dei poteri, i refe­ren­dum? Si fa il brac­cio di ferro, e la discus­sione diventa caos.
La mat­tina del giorno che doveva essere quello della media­zione, il capo­fila dei dis­si­denti Pd Van­nino Chiti espone in aula il suo ramo­scello di pace: per non disper­dersi «in migliaia di emen­da­menti», si può con­cen­trare la discus­sione sulle «pro­po­ste fon­da­men­tali» entro l’8 ago­sto, per poi riman­dare l’approvazione finale a set­tem­bre «così da con­sen­tire ai cit­ta­dini di per­ce­pire la serietà e del con­fronto par­la­men­tare». La mini­stra Boschi tace. Sel, 5 stelle, Lega, spie­gano che se c’è un gesto di buona volontà gli emen­da­menti ostru­zio­ni­stici — solo quelli — si pos­sono riti­rare. Ma il gesto non arriva. La mini­stra Boschi anzi sce­glie con cura le parole per far sal­tare i nervi alle oppo­si­zioni: «Il governo ha dato prova di col­la­bo­ra­zione e volontà di media­zione» in que­sti mesi «ma non può sot­to­stare al ricatto ostru­zio­ni­sta» non è con­ce­pi­bile, «che sia la mino­ranza ad affer­mare le pro­prie ragioni a sca­pito della mag­gio­ranza». Media­zione fal­lita. La riu­nione dei capi­gruppo poi san­ci­sce la fine del dia­logo fra sordi. Sel offre il ritiro di 1475 emen­da­menti ma, spie­gherà poi in aula De Petris «evi­den­te­mente si voleva girare un altro film».
Alle tre del pome­rig­gio l’aula riat­tacca i lavori. Ma c’è un fatto nuovo: Pie­tro Grasso, quello che il Pd aveva dura­mente con­te­stato per aver accet­tato alcuni voti segreti («i rego­la­menti sono chiari», si era giu­sti­fi­cato), quello a cui da giorni le oppo­si­zioni si rivol­gono con rispetto e gra­ti­tu­dine, si è tra­sfor­mato. È un’altra per­sona. Va avanti tutta. Per primo fa appro­vare, su richie­sta del Pd, un emen­da­mento sulla parità di genere. Poi parte il brac­cio di ferro dei voti segreti. Si ini­zia con l’1.29 di Sel. È il primo voto segreto che Grasso ha ammesso, lo rende obbli­ga­to­rio una cita­zione delle mino­ranze lin­gu­sti­che. Ma Grasso è pronto a spac­chet­tarlo, l’aula si infiamma, i gril­lini urlano il loro grido di bat­ta­glia «non-si può», «non-si-può». Grasso inter­rompe, alla ripresa il disor­dine è peg­gio, De Petris ritira l’emendamento e lo tra­sforma in un ordine del giorno. È una tec­nica ostru­zio­ni­stica, la ripe­terà varie volte. Arriva l’emendamento 1.28, dice che le camere deb­bono essere elette con il «suf­fra­gio uni­ver­sale diretto»: se passa, salta l’elezione indi­retta del senato. Si vota se votare, come in un aula magna occu­pata dagli stu­denti. Il librone bianco e rosso dei rego­la­mento è il best sel­ler su tutti i ban­chi. Il for­zi­sta Schi­fani fa l’elogio del voto segreto ma poi è dice sì a quello palese, i gril­lini fanno l’elogio del voto palese ma poi sono per quello segreto. Il cen­tri­sta dis­si­dente Di Mag­gio attacca: «La mag­gio­ranza teme il voto segreto, delle due l’una: o non è una mag­gio­ranza o ha i suoi par­la­men­tari ricattati».
A que­sto punto è Chiti a rispon­dere: «Il voto segreto non tutela i sena­tori del Pd, non ne abbiamo biso­gno». Avanti a sin­ghiozzo, a strilli, a strappi. Il for­zi­sta Paolo Romani: «Pren­diamo atto che così non si può andare avanti. Deci­diamo una volta per tutte come si fa il voto segreto». Grasso non intende pren­dersi la respon­sa­bi­lità di deci­dere — che pure gli spetta per rego­la­mento. Va avanti. Parte il can­no­neg­ga­mento con­tro Sel. Arriva il sot­to­se­gre­ta­rio Lotti e dichiara: l’atteggiamento di Sel «pre­clude ogni alleanza futura, soprat­tutto sul ter­ri­to­rio. Non so voi, ma io un accordo poli­tico con chi distrugge la Carta non lo farei». Sel but­tata fuori da tutte le alleanze? Il ven­do­liano De Cri­sto­faro replica in aula: «Non ci ricat­tate. Una resa senza con­di­zioni non ci sarà». Accanto a lui c’è il sena­tore Dario Ste­fàno, già can­di­dato alle pri­ma­rie della Puglia. La Lista Tsi­pras fa sapere che oggi i sena­tori di Sel sono attesi al loro sit in al Pan­theon. Intanto Grasso pro­cede a passo di carica con il «can­guro», la tec­nica di accor­pa­mento degli emen­da­menti. Nes­suno capi­sce quello che vota, M5S chiede uno stop: «Ci ha fatto sal­tare d’un salto 600 pagine». A fine serata man­cano ancora più di 4mila emen­da­menti. Renzi sa che alla fine la riforma pas­serà, ma vuole sca­ri­care la figu­rac­cia sulle oppo­si­zioni, «la palude». In serata scrive su face­book: «La nostra deter­mi­na­zione è più forte dei loro gio­chetti. Andiamo avanti pronti a discu­tere con tutti ma non ci faremo mai ricat­tare da nessuno».

domenica 27 luglio 2014

Le balle economiche di Renzie

dal blog di Beppe Grillo 

Pubblicare i post di Beppe Grillo non è mia abitudine vista la mole di contatti del blog e i contenuti non sempe condivisibili, ma questo mi sembra un utile riassunto


"Il Governo Renzi, impegnato al braccio di ferro sulle riforme costituzionali care alla P2, nasconde la testa sotto la sabbia negando l’evidenza di dati ed indicatori economici sempre più preoccupanti ed allarmanti, che necessitano di una robusta ed inevitabile manovra autunnale di aggiustamento, evidente anche agli studenti ai primi anni dei corsi di economia per corrispondenza, da 24 a 36 miliardi di euro.
Debito-Pil: in Italia nel primo trimestre 2014, il rapporto tra debito pubblico e Pil, che secondo i parametri europei dovrebbe attestarsi al 60%, è salito al 135,6% dal 132,6% del trimestre precedente. Con un aumento del 5,4% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, quando si attestava al 130,2%. A maggio 2014 il debito è cresciuto a 2.166,3 miliardi di euro, con un incremento di 92 mld di euro rispetto a 12 mesi prima. Nell'UE e nella zona euro in rapporto al Pil, il debito italiano è secondo solo a quello greco, che alla fine del primo trimestre era al 174,1%.
Crescita economica: Il Def del Governo aveva stabilito un rapporto Debito/Pil al 134,9%, basato sulla proiezione di crescita del Pil per il 2014, pari allo 0,8% ed un rapporto di indebitamento netto del 2,6% sul Pil. Sia Bankitalia (+0,2%) che FMI (+0,3%), nel prevedere una crescita più bassa, ritengono inevitabile un buco nei conti che dovrà essere ripianato.
Spesa pubblica: invece di diminuire è aumentata nei primi 5 mesi del 2014, passando da 181,9 miliardi di euro a 206,7 con un incremento di 25 miliardi di euro.
Privatizzazioni: il Def, che dava conto di esborsi al Fondo Salvastati o Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) per 92,552 miliardi di euro nel biennio 2012 (36,932 mld euro) e 2013 (55,620), aveva stabilito proventi da privatizzazioni pari allo 0,7% del Pil (quindi per 10,9 miliardi di euro), diventati una chimera.
Disoccupazione: a maggio (Istat) sale ancora il tasso di disoccupazione che si porta al 12,6% rispetto al 12,5% del mese precedente. I giovani senza lavoro sono il 43%, con 2,3 milioni di occupati in meno sotto i 35 anni dal 2004.
Fisco: la pressione fiscale, pari al 43,8%,per le imprese arriva al 68,6 % sui profitti, dati che non hanno eguali in tutta Europa e non sono riscontrabili neppure tra i grandi paesi industriali extra Ue.
Consumi: Prosegue il tracollo delle vendite al dettaglio calate del 3,5% su base annua. L’andamento nell’indicare una fase recessiva, conferma che la voce “Consumi interni privati” costituisce circa il 60% del PIL Italiano, per cui se non si riprende questo indicatore, difficilmente il PIL si “riprende”.
Sofferenze bancarie: 168,5 miliardi di euro a maggio, con un apporto sofferenze impieghi pari all’8,9%;
Conti Correnti: i costi di gestione dei conti correnti, più elevati della media Ue di un +225%, dove sono attestati a 114 euro, 257 euro in più su ogni conto fissato in Italia a 371 euro contro 114 (+225%), che si traduce in costi complessivi di 6,7 miliardi di euro in più l’anno a carico di famiglie ed imprese.
Tassi mutui: la presunta maggiore solidità delle banche italiane, è stata pagata da correntisti ed utenti dei servizi bancari, che continuano a pagare su ogni mutuo trentennale di 100.000 euro (fissato oggi al tasso del 5,11% in Italia contro 3,79% dell’area euro), uno spread di circa 30.000 euro in più alla scadenza dei mutuatari europei.
RCAuto: dal 1994 (ultimi 20 anni), i costi delle polizze (per una cilindrata media) sono aumentati di oltre il 254%, non giustificati dall’andamento dell’incidentalità’. Tra il 2008 e il 2013 in Italia gli automobilisti hanno pagato 231 euro annui in più rispetto alla media Ue (con un aggravio di circa 8,5 miliardi di euro l’anno a carico dei cittadini)”.
Corruzione: Corruption Perceptions Index 2013, la lista dei 177 Paesi più corrotti al mondo, redatta dalla Ong Trasparency International, assegna all’Italia il 69esimo posto nella classifica, tra il Montenegro e il Kwait. Tra gli indici presi come riferimento, attraverso un punteggio che va da 0 (molto corrotto) a 100 (non corrotto), nella percezione della corruzione, c'è l'analisi del settore pubblico, seguita dall'abuso di potere, dagli scarsi livelli di integrità e gli accordi segreti. Fattori che non solo opacizzano la governance di un Paese, ma che lo indeboliscono anche dal punto di vista economico e sociale.
Per queste ragioni in autunno, arriverà una manovra lacrime e sangue, da 24 a 30 miliardi di euro per tappare il dissesto dei conti pubblici, sui quali incombono fiscal compact e pareggio di bilancio".
Elio Lannutti

venerdì 25 luglio 2014

Controriforma del Senato

dal blog di Tonino D'Orazio
 
Ovvero abolizione di parte della Costituzione verso la prima tappa del presidenzialismo previsto dalla P2 dei massoni eversivi di Gelli. Ma non è che nella famosa cupola, rimasta segreta, della P2 non vi siano i maggiori attori attuali?
Ancora un piccolo sforzo e la P2 targata DC andrà in porto, del resto la ministro Boschi non a caso cita Fanfani, un democristiano destroide, per rafforzare il suo(nefasto) ragionamento per far approvare il nuovo corso che porterà i senatori non ad essere scelti e votati dai cittadini, ma nominati dai poteri forti o dai capi bastone (anche con tanti inquisiti da salvare), il tutto grazie all’accordo renzi-berlusconi,un accordo che porterà altri disastri e rovina per i cittadini, lavoratori e pensionati. Il democristiano citato dalla Boschi, non solo è un suo (e di Renzi ) corregionale, ma addirittura un suo “compaesano”. Entrambi aretini. Non si può non ricordare in questo caso, come disse Dante, “di Arezzo, manco l’aria è bona”.
Né poteva mancare l’intervento a gamba tesa di re Giorgio a sostegno del suo ragazzo, forse ha fretta di vedere il risultato della decostituzionalizzazione prima di morire, dopo avervi lavorato per benino per 10 anni. E’ un giudizio sui risultati non sul lesa maestà con piccole diplomatiche indisposizioni.
Non a caso l’altra destra, Roberto Calderoni, quando e’ il suo turno di intervenire in aula al Senato dice:”Abbiamo riportato sui binari un treno che andava per conto suo” e rilancia il presidenzialismo, caro a Berlusconi che ci spera ancora, e ultimo tassello della P2.
Piccola differenza di posizioni nel PD:
- Bozza Chiti: i deputati vengono ridotti a 400, i senatori vengono ridotti a 106 ancora eletti direttamente dal popolo. Resta il voto e si risparmia sui costi della politica.
- Bozza Renzi: i deputati restano 630, i senatori vengono ridotti a 148 non eletti ma nominati dai 1100 consiglieri regionali dei quali quasi la metà (521) sono attualmente indagati.
Viene tolto il voto e i costi della politica aumentano, in quanto bisognerebbe pagare le trasferte ai senatori part-time ogni volta che si recano a Roma. Oltre al fatto che in realtà il Senato non conterà più nulla, viene messo su un binario morto e la sua abolizione è prevista sicuramente nella prossima urgentissima e necessaria riforma per rilanciare il paese. S’intravede già il pungolo del canuto Napoletano ad accelerare.
Comunque i “dissidenti” hanno annunciato che non voteranno contro il testo. Mezza faccia salvata. Stanno solo scherzando, nella commedia dell’arte la parodia è un elemento fondamentale.
Certo non si può cambiare la Costituzione così, a tutta velocità, con un gruppo di potere che si è consolidato grazie ad un colossale conflitto di interessi, e leggi anticostituzionali, così non è più democrazia. I potenti, favoriti dai loro servi, si rinserrano nella loro roccaforte. La democrazia si trasforma non solo di fatto ma anche di diritto in un’ oligarchia. Una specie di democrazia monarchica. Quando si dice riforme!
L’importante è tenere fuori il popolo. Come si fa? Referendum: serviranno 800.000 firme. Dopo le prime 400.000 la Corte costituzionale (sempre più politicizzata. A quando la sua semi-abolizione?) darà un parere preventivo di ammissibilità. Potranno riguardare o intere leggi o una parte purché essa abbia un valore normativo autonomo (!). Insomma hanno reso più difficile il ricorso ai referendum, cioè il ricorso alla democrazia diretta. (Ricordate i consigli di Junker per Grecia, Austria e Cipro?).
Per i Ddl di iniziativa popolare: salgono da 50.000 a 250.000 le firme necessarie per presentare un ddl di iniziativa popolare. Però i regolamenti della Camera dovranno indicare tempi precisi di esame, clausola che oggi non esiste, e speriamo senza “ghigliottina”.

Di nuovo la Boschi: “ma noi sappiamo che su questa riforma c’è un consenso ampio anche dal mondo accademico. La riforma non è un’approssimazione casuale, ma poggia su spalle solide”. Quale mondo accademico, quali spalle? Quello dei baroni universitari ormai asserviti al regime dalla Gelmini in poi e entrati “in affare e gestione” con la Confindustria? Guardate lo sfacelo in corso degli atenei. Ma gli altri noti costituzionalisti che non sono d’accordo? Qual’è veramente il vecchio che avanza? Mi devo sentire conservatore perché difendo la Costituzione?
La Finocchiaro, capogruppo Pd al Senato, alla quale rimane qualche pudore democratico sedimentato nel passato: “Invito i colleghi, fermo restando che quest’aula è sovrana (ma va!) a riflettere sui toni che imprimiamo al nostro dibattito perché rischiamo di perdere per strada la pulizia (non c’era parola o lapsus più appropriati) dell’opera alla quale siamo chiamati, il rigore del disegno costituzionale. Le parole, se utilizzate con violenza, rischiano di diventare inutili. Le parole “regime”, “deriva autoritaria”, “violenza sulla Costituzione” se pronunciate in quest’aula sono macigni”. E’ quasi una demonizzazione della realtà, quella vera, non quella costruita ad hoc per chiacchieroni e babbei. Sembra invitare la Boldrini ad una nuova “tagliola”. Giusto per confermare che se si fa una volta, l’abuso e la deregolamentazione, si può fare sempre. Problema di assuefazione, tanto i media sono lì per giustificare e pipa. Magari la stessa opposizione non è democratica, è un nemico da abbattere.
Sempre nell’ambito della parodia, può un partitino come Sel, legato al carro del PD, sine qua non, proporre 6.000 emendamenti e alzare il polverone? Aiutano a giustificare la “tagliola” di Boldrini?
Per FI, Romani, non senza umorismo, si è soffermato sull’esigenza di “precisare meglio” alcuni punti del testo del nuovo articolo 57 della Costituzione e non propongono “cambiamenti rilevanti”. Ritenendo l’elezione dei futuri senatori da parte dei Consigli regionali, semplicemente “una piccola modifica sintattica”. Da doppiopettisti ormai conosciuti propongono intanto circa mille emendamenti.
Bisognerà pure ascoltare cos’ha da dire l’unica opposizione vera esistente, piaccia o no, nelle sedi parlamentari. Magari quelli che sostengono il valore della Costituzione repubblicana e antifascista ne potranno ritrovare il filo, Anpi compreso. M5S propone: l’elezione diretta ( che è il dettame della Corte Costituzionale, nulla di rivoluzionario) e il referendum senza quorum (affinché non si sprechino le opportunità di partecipazione quando il governo (magari il Parlamento!) fa quello che non va bene. Infatti i testi presentati dal M5S spaziano dall’introduzione dell’elezione diretta dei senatori, alla riduzione del 50% del numero dei deputati e dei senatori e nel dimezzare le loro indennità. Propone poi di rafforzare gli strumenti di democrazia diretta con referendum propositivi e abrogativi senza quorum. Tra gli emendamenti, anche uno per introdurre lo strumento del “recall”, con cui i cittadini possono togliere la fiducia ai singoli parlamentari fedifraghi o simoniaci della rappresentanza. Di questi tempi sembra un concetto amorale, abituati a scandalizzarci massimo per 30 secondi.
In realtà cosa nasconde questa fretta di riforma del Senato se non uno sfacelo economico e etico in atto e un narcisismo evidente da comando.
Una riforma al mese, pagamento di tutti i debiti della PA con le imprese entro 15 giorni, censimento sul patto di stabilità entro il 10 marzo, legge sul conflitto di interessi entro i primi 100 giorni, 4 miliardi per l’edilizia scolastica entro aprile, Job Act pronto per l’incontro con la Merkel, 1 miliardo per i giovani entro maggio, legge elettorale e porcata inclusa entro maggio, riforma del Senato entro luglio, giù le tasse per pensionati e partite IVA, 15 mila nuove assunzioni nella PA, pagamento tasse con un SMS, abolizione del 730, crescita entro l’anno (ipotesi duratura e rimandata da 10 anni! Eppure funziona ancora! Perché dimentichiamo che per pochi la crescita è raddoppiata e c’è ancora), nessuna nuova manovra finanziaria. Quest’ultima è incredibile, aspettiamo che ce lo “chieda l’Europa” così Renzi e il Partito Unico non ne hanno responsabilità e tutti i mass media saranno adoranti mentre lui farà finta di battere i pugni sul tavolo, almeno i suoi gli crederanno. Anzi tutto il Partito Unico (FI-PD) dovrà credergli. Vedremo cosa dirà quando dovrà applicare il dictat del FMI (preannunciato e ribadito da tempo), sul prelievo del 10% sui conti correnti dei cittadini che hanno la sfortuna di doverci lasciare qualche soldo, gli altri sono volati via da tempo. Un po’ come a Cipro dove la sperimentazione ha funzionato, e poi politicamente non è successo nulla. Allora si vede che se lo meritavano.
Dopo tutti questi annunci fini a se stessi e chiaramente falliti, (vero o no?), la sola cosa che Renzie sta facendo veramente è estendere l’immunità parlamentare ai sindaci e ai consiglieri, mantenerlo per Parlamento e futuro Senato perché ha troppi amici nei guai, a destra e sinistra, innalzare furbescamente le tasse e togliere il diritto di voto diretto. Oltre già a far ridere tutta l’Europa, che ovviamente ritenendolo semplicemente un italiano e non uno statista rivoluzionario della provvidenza come da noi, aspetta che “a da passà a nuttate” del semestre italiano, con tutte le sue chiacchiere. Qualcuno gli avrà pur detto che il suo 40% rappresenta solo 20 italiani su 100. Oltre alle proposte più strampalate e inesperte per la direzione delle Commissioni. Dove andrebbe bene sia la Mongherini che qualche vigile urbano toscano per la carica europea della rappresentanza delle politiche internazionali. Per quel che vale è forse meglio metterci direttamente qualche segretaria amministrativa anglosassone della Cia o della Nato. O la notissima e esperta amica Mongherini.