venerdì 30 settembre 2016

Se è l’euro la causa dei tanti populismi europei

 da Il Manifesto


Intervenendo sul manifesto del 23 settembre Giorgio Lunghini fornisce “qualche cifra sugli effetti dell’abbandono della moneta unica”. In sintesi: l’uscita provocherebbe una svalutazione del 50% della nuova valuta italiana, cui conseguirebbe nel primo anno un’inflazione del 15%, che poi si attesterebbe su una media del 20% nel quinquennio successivo. La svalutazione farebbe raddoppiare il valore dei titoli di Stato in mano ai non residenti, determinando il default dello Stato italiano, mentre l’inflazione farebbe dimezzare il valore dei titoli di Stato in mano ai residenti, causando un crollo del reddito disponibile delle famiglie dell’11%. L’inflazione, inoltre, eroderebbe i salari, causando una perdita media annua di reddito del 10%. Il risultato sarebbe una perdita di Pil pari a circa il 40% per l’Italia nel primo anno, seguito da 15% negli anni successivi per almeno un triennio.
Nessuno si nasconde le criticità dell’abbandono della moneta unica. D’altra parte, lo stesso Lunghini ammette che essa è insostenibile. Corre quindi l’obbligo di discuterne gli esiti con serenità e attenendosi, nella misura del possibile, alla base fattuale fornita dai dati statistici e dalla ricerca scientifica.
Nelle statistiche della Banca d’Italia leggiamo che una perdita di Pil del 40% come quella paventata da Lunghini ha un solo precedente storico: i cinque anni del secondo conflitto mondiale. Questo per valutare la plausibilità dello scenario, che inoltre è aritmeticamente incoerente. Lunghini cita un crollo del 10% di redditi da lavoro: un valore che è difficile conciliare, senza ipotesi “eroiche” sulle altre componenti di reddito, con una caduta del 40% dei redditi totali.
Va anche valutata la tesi secondo cui a fronte di una perdita di competitività del 30% verso la Germania l’Italia svaluterebbe del 50% portando l’inflazione al 20%. Il ministero dello Sviluppo Economico ci ricorda che al mondo non siamo in due: fra i 30 partner commerciali più importanti dell’Italia solo otto appartengono all’Eurozona. Rispetto agli altri, che esprimono il 44% del nostro commercio, abbiamo già svalutato del 20% fra marzo 2014 e marzo 2015. Ne discendono due considerazioni. Primo: i paesi che già hanno subito la svalutazione competitiva di Draghi difficilmente lascerebbero cadere il cambio di un concorrente pericoloso come l’Italia di un altro 50%. Secondo: con un euro così indebolito rispetto ai paesi da cui importiamo materie prime, di inflazione non se n’è vista.
L’idea che i riallineamenti del cambio oltrepassino il nuovo equilibrio (overshooting), per cui una perdita di competitività del 30% porterebbe a una svalutazione del 50%, è propria dei modelli economici neoliberisti, che non trovano grande riscontro in pratica. L’idea che esista un legame diretto fra svalutazione e inflazione è anch’essa smentita dall’evidenza: in nessuno dei paesi europei che hanno reagito alla crisi del 2009 svalutando in media del 25,7% (Inghilterra, Polonia, Svezia) si è manifestata inflazione nelle proporzioni evocate da Lunghini (l’inflazione è stata in media del 2,5%). Esiste un’ampia letteratura che riscontra e spiega perché le grandi svalutazioni non sono associate a grandi inflazioni (Burstein et al. sul J. Pol. Ec. del 2015). Ci scusiamo per il riferimento pedante: il rischio apparire tali ci sembra inferiore rispetto a quello di non essere scientificamente rigorosi.
Nell’esprimere le proprie opinioni occorre interrogarsi sull’opportunità politica di presentarle come fatti intervenendo in un dibattito così delicato. Se quello che preoccupa Lunghini, come tutti noi, è l’avanzata delle destre populiste, dobbiamo allora confrontarci sul punto che combattere il populismo con argomenti altrettanto populisti è una strategia che finora è risultata controproducente. L’unica speranza di contrastare le destre è aprire a sinistra un dibattito basato su fondamenta analitiche e fattuali più solide
***Sergio Cesaratto, Massimo D’Antoni, Vladimiro Giacché, Mario Nuti, Paolo Pini, Antonella Stirati

La replica: “Se nessuno spiega le conseguenze positive del no euro”

Nessuno dei miei molti articoli pubblicati in tanti anni sul manifesto aveva suscitato tanti commenti: quasi 50 sullo stesso manifesto, almeno altri 50 in altri luoghi. Commenti quasi tutti nella forma dell’invettiva e della denuncia di un mio bieco anticomunismo.
Del tutto diverso, per forma e contenuto, è il commento di Paolo Pini e altri amici, che anzi ringrazio. Ricordo soltanto che nel mio testo avevo parlato di “stime”, e non di “dati” o di “fatti”: dunque è benvenuta qualsiasi correzione, soprattutto se così autorevole.
Sì, una delle mie preoccupazioni è l’avanzata delle destre populiste, tuttavia anche a sinistra talvolta si parla di una uscita dalla Uem e dall’euro. Nessuno ha però ancora dato risposta alla domanda in cui consisteva il mio articolo: quali potrebbero essere le conseguenze positive di una uscita dalla Uem e dall’euro, per l’economia italiana tutta e in particolare per i lavoratori? E desidero anche ricordare che sempre sul manifesto, tre anni fa, era uscita una lettera aperta sulla necessità di cambiare le politiche di austerità e di modificare i Trattati, lettera che qui viene ripubblicata.
Giorgio Lunghini

La lettera-appello: “Invertire la rotta”

Al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano
Al Presidente del Consiglio dei Ministri, Enrico Letta
Al Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso
Al Governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi
La crisi dura ormai da sei anni. Innescata dalla povertà di massa figlia di trent’anni di neoliberismo,
esaspera a sua volta povertà e disuguaglianza. Moltiplica l’esercito dei senza-lavoro. Distrugge lo
Stato sociale e smantella i diritti dei lavoratori. Compromette il futuro delle giovani generazioni.
Produce una generale regressione intellettuale e morale. Mina alle fondamenta le Costituzioni
democratiche nate nel dopoguerra. Alimenta rigurgiti nazionalistici e neofascisti.

Concepita nel segno della speranza, l’Europa unita arbitra della scena politica continentale
rappresenta oggi, agli occhi dei più, un potere ostile e minaccioso. E la stessa democrazia rischia di
apparire un mero simulacro o, peggio, un pericoloso inganno.
Perché? È la crisi come si suole ripetere la causa immediata di tale stato di cose? O a determinarlo
sono le politiche di bilancio che, su indicazione delle istituzioni europee, i paesi dell’eurozona
applicano per affrontarla, in osservanza ai principi neoliberisti?
Noi crediamo che quest’ultima sia la verità. Siamo convinti che le ricette di politica economica
adottate dai governi europei, lungi dal contrastare la crisi e favorire la ripresa, rafforzino le cause
della prima e impediscano la seconda. I Trattati europei prescrivono un rigore finanziario
incompatibile con lo sviluppo economico, oltre che con qualsiasi politica redistributiva, di equità e di
progresso civile. I sacrifici imposti a milioni di cittadini non soltanto si traducono in indigenza e
disagio, ma, deprimendo la domanda, fanno anche venir meno un fattore essenziale alla crescita
economica. Di questo passo l’Europa la regione potenzialmente più avanzata e fiorente del mondo
rischia di avvitarsi in una tragica spirale distruttiva.
Tutto ciò non può continuare. È urgente un’inversione di tendenza, che affidi alle istituzioni politiche,
nazionali e comunitarie il compito di realizzare politiche espansive e alla Banca centrale europea una
funzione prioritaria di stimolo alla crescita.
Ammesso che considerare il pareggio di bilancio un vincolo indiscutibile sia potuto apparire sin qui
una scelta obbligata, mantenere tale atteggiamento costituirebbe d’ora in avanti un errore
imperdonabile e la responsabilità più grave che una classe dirigente possa assumersi al cospetto
della società che ha il dovere di tutelare.
*** Étienne Balibar, Alberto Burgio, Luciano Canfora, Enzo Collotti, Marcello De Cecco, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Giorgio Lunghini, Alfio Mastropaolo, Adriano Prosperi, Stefano Rodotà, Guido Rossi, Salvatore Settis, Giacomo Todeschini, Edoardo Vesentini

giovedì 29 settembre 2016

Quel penoso accordo sulle pensioni...

di Giorgio Cremaschi 

La sostanza dell'accordo è che la Fornero non si tocca. Il catastrofico innalzamento dell'età pensionabile resta tutto a fare i suoi danni alla condizione di lavoro e alla occupazione. Si potrà andare in pensione prima solo se si vincerà la lotteria dei lavori usuranti. Pochi saranno scelti tra coloro che hanno già 41 anni di contributi. Oppure se le aziende ti manderanno via come esubero. Oppure se ti indebiterai per 20 anni con quel raggiro usuraio che è l'APE.
Il solo risultato che viene sbandierato è la quattordicesima aumentata o elargita per la prima volta a circa tre milioni di pensionati con i redditi più bassi. A parte il fatto che gli aumenti non sono quelli vantati dalla propaganda, ma molto inferiori e legati al reddito complessivo del pensionato, c'è da chiarire che i soldi per questo piccolo risultato vengono direttamente dai tagli di tutte le altre pensioni per tutti gli altri pensionati.
L' ultimo comma del verbale firmato da Cgil Cisl Uil rinvia al 2019 la questione del taglio delle indicizzazioni delle pensioni. Come tanti ricordano nel 2012 Elsa Fornero si era commossa in pubblico mentre annunciava che avrebbe bloccato la rivalutazione delle pensioni rispetto all'inflazione. Nel 2014 la Corte Costituzinale ha dichiarato incostituzionle questa misura. Il governo però, come da abitudine, non ha rispettato la sentenza e ha dato solo piccole mance a una platea ridotta di pensionati. Sono in corso molte cause e diversi giudici hanno già rinviato di nuovo il contenzioso alla Corte. Ora governo e Cgil Cisl Uil concordano che se ne riparli nel 2019, nel frattempo milioni di pensionati continueranno a perdere soldi. Per un ammontare calcolato a suo tempo dallo stesso governo in almeno 10 miliardi. Ora siccome tutta la manovra pensionistica, secondo Poletti, costa 6 miliardi si può ben affermare che il bancomat pensionati ha permesso al governo di farsi bello prima del referendum e di intascare 4 miliardi di resto....
Il governo ormai lo conosciamo con i suoi trucchi. La cosa che davvero ci indigna è il degrado di Cgil Cisl Uil, che hanno abbandonato la loro già moderatissima piattaforma per fare da stampella a Renzi. E alla Fornero.

lunedì 26 settembre 2016

Fesserie di un economista



A proposito di un incredibile articolo di Giorgio Lunghini

di Leonardo Mazzei da Sollevazione

 
Poi c'è chi si chiede come mai, davanti al disastro dell'euro, la sinistra brancoli nel buio più della destra. Certo, c'è il problema della direzione politica e non è poco. Ma ci sono anche economisti che sparano immani stupidaggini spacciandole per verità. Il bello è che le loro improbabili certezze neppure provano a spiegarle. Le buttano lì come fossero indiscutibili, tanto per quella mercanzia un Manifesto che le pubblica si trova sempre, così come è sicuro che un anemico sito come quello del Prc le rilancerà con gioia.

E' questo il caso di un articolo di Giorgio Lunghini, uscito venerdì scorso. L'articolo è talmente maldestro che ce occupiamo solo per l'indiscussa fama dell'autore. Il fatto che certe cose vengano dette da un illustre cattedratico, già presidente della Società italiana degli economisti, è infatti la migliore dimostrazione di come l'ideologia (in questo caso quella eurista) prevalga quasi sempre su cultura, conoscenza, esperienza e capacità d'analisi che certo al Nostro non mancano.

Vediamo di cosa si tratta.
Nel breve testo intitolato "Le conseguenze di un'uscita dall'euro", Lunghini giunge a vette davvero ineguagliate. La sua non è un'analisi più o meno pacata, ma un elenco di traumi economici che colpirebbero il Paese al determinarsi del temuto evento. Il fatto è che neppure gli euristi più sfegatati, i liberisti più accaniti, gli indefessi adoratori della moneta unica a prescindere, sono mai giunti a sparare certe cifre.

Non siamo tra quelli che pensano che l'uscita dall'euro sarà una passeggiata. Non lo sarà di certo, ma i ceti popolari da molti anni non "passeggiano". Non siamo comunque tra coloro che si nascondono i problemi di una scelta pure necessaria. Ma che a sinistra circolino ancora "ragionamenti" terroristici come quello di Lunghini è di una gravità inaudita.

Esageriamo a parlare di terrorismo? Giudichino i lettori.
Prendiamo due previsioni contenute nel suo articolo, quella sul livello di inflazione e quella sulla caduta del Pil che si determinerebbe con l'uscita dall'euro.

Partiamo dall'inflazione, che secondo l'economista salirebbe al 20% annuo, non si sa - bontà sua - per quanti anni. Alla base di questa previsione ce n'è un'altra concernente la percentuale di svalutazione, che egli stima al 30% nei confronti della Germania.

Ora, a parte il fatto che il 30% sulla Germania (calcolato sulla base della perdita di competitività verso quel paese) non è un 30% applicabile all'intera area euro, qui il punto è un altro. Ed è che non si capisce da cosa spunti fuori il 20% di inflazione, se non dal manifesto desiderio di terrorizzare i lettori.

In proposito è sufficiente ricordare due eventi, uno di un quarto di secolo fa, ed un altro invece recentissimo.

Il primo è quello della famosa svalutazione della lira rispetto al marco (anche qui, si badi, rispetto al marco, non ad un indistinto paniere di monete) del settembre 1992. Quella svalutazione finì per attestarsi proprio sul temuto 30% di cui ci parla oggi Lunghini. Bene. Quale fu l'effetto sull'inflazione di quella svalutazione? L'inflazione media del triennio successivo (1993-1995) fu del 4,6%. Oggi può sembrare molto, ma l'inflazione media del triennio precedente a tassi fissi (1990-1992) - era stata del 5,9%! Come si vede la realtà è a volte un po' diversa da come ce la raccontano.

E il confronto con la Germania? Uno si aspetterebbe l'esplosione del differenziale di inflazione dopo il 1992. E invece quel differenziale, che era pari al 2,7% nel triennio 1990-1992 (quello precedente la svalutazione), scende sorprendentemente all'1,6% nel triennio post-svalutazione (1993-1995) nel quale la lira arriva a deprezzarsi fino al 50% sul marco (esattamente il picco che Lunghini ipotizza oggi uscendo dall'euro), per poi scendere all'1,2% nel triennio successivo (1996-1998) quando la lira prende a rivalutarsi.

Lungo sarebbe il discorso sulle ragioni di tutto ciò, e magari uno come Lunghini potrebbe utilizzare la sua scienza per illuminarci un po' su questo, ma due dati balzano agli occhi di chiunque: primo, non ci fu alcun vero effetto inflattivo determinato dalla svalutazione del 1992; secondo, siamo comunque nel campo dei decimali, non certo dei rotondi 20% messi lì solo per incutere terrore. Che l'andamento dell'inflazione dipenda da numerose altre variabili, oltre che dalla variazione dei cambi, ci pare comunque cosa assai evidente.

Questa osservazione è in realtà piuttosto banale, anche se così non sembra all'illustre economista. C'è però un fatto recente che dimostra quanto egli abbia torto. Negli ultimi due anni l'euro si è svalutato di circa il 20% sul dollaro, eppure abbiamo l'inflazione a zero. Se il Nostro avesse ragione, e tenendo conto della maggiore importanza della valuta americana, con la quale si effettuano i pagamenti delle principali materie prime importate, dovremmo avere un'inflazione a due cifre. E invece siamo a zero. Perché Lunghini omette questo piccolo particolare? Anche qui, giudichino i lettori.

Veniamo ora al disastro annunciato del Pil. Se sull'inflazione Lunghini ha sparato a caso giusto per impressionare, è sul Pil che dà il meglio di se. Citiamo:
«Come conseguenza di tutto ciò(degli effetti dell'uscita dall'euro, ndr), la caduta del Pil dell’Italia sarebbe pari a circa il 40% nel primo anno e al 15% negli anni successivi per almeno un triennio».
Avete letto bene: meno quaranta per cento, così per iniziare; poi un bel meno quindici per cento per almeno un triennio. Insomma l'azzeramento dell'economia italiana. Ma si può!!!???

Ora, ricordandoci che la pazienza è una virtù, andiamo a vedere il precedente di un autentico disastro: quello dell'Argentina. Quando uno dice Argentina sa di dire una cosa paurosa, che evoca i peggiori timori, l'esperienza peggiore che possa capitare all'economia di una nazione. E allora andiamo a vedere i dati di quell'inferno.

Nel 2002, anno in cui (a gennaio) viene abbandonato il cambio fisso con il dollaro, ed il pesoinizia a fluttuare, il Pil cala del 14,7%. Un calo drammatico e con gravissime conseguenze sociali, prima tra tutte la disoccupazione. Il calo, peraltro, fu anche il frutto del precipitare di una recessione già iniziata (proprio a causa del cambio fisso) nel 1999. In ogni caso drammatico, ma parliamo di un 14,7% in un paese con un'economia assai più debole di quella italiana, non certo dell'assurdo 40% che spara Lunghini per il nostro paese.

Questo per il primo anno. E negli anni seguenti? Per l'Italia il Nostro ha già parlato: meno quindici per cento all'anno, almeno per tre anni. E in Argentina, cosa successe al Pil negli anni successivi al divorzio con il dollaro? E' presto detto: +8,7% nel 2003, +8,3% nel 2004, +9,2% nel 2005, +8,5% nel 2006, +8,7% nel 2007. Detto in altri termini: in due anni si è più che recuperata la perdita del 2002, mentre nei cinque anni successivi allo sganciamento dal dollaro la crescita cumulata è stata del 51,6%. Dobbiamo aggiungere altro?

In Italia invece, rimanendo nell'euro, abbiamo un Pil inferiore dell'8% a quello dei livelli pre-crisi del 2007. Ecco le virtù della moneta unica! Ma i drammi sociali prodotti da questa situazione non preoccupano Lunghini quanto quelli ipotetici che seguirebbero l'uscita dall'euro.

Ad ogni modo, la cosa che grida vendetta è che il Nostro prevede per l'Italia —non si sa come, ma lasciamo perdere— un'Argentina moltiplicato tre per il primo anno post-euro, mentre per gli anni successivi il disastro continuerebbe, contraddicendo —ed anche qui non si sa perché— quanto avvenuto nel caso argentino.

Ora, la sparata è talmente colossale che conviene lasciare da parte ogni dettaglio tecnico. E' evidente che qui siamo davanti ad una religione, quella dell'euro, di fronte alla quale chi vi aderisce perde il lume della ragione. Che oggi, nell'anno 2016, si debbano leggere ancora robe di questo tipo fa però un certo effetto. Non che gli argomenti del Nostro siano nuovi. Al contrario, sono vecchissimi. Ma mentre nel campo degli economisti mainstream si evita ormai il ricorso a cifre così insensate, a sinistra invece non si riesce proprio a farne a meno.

"Sinistra"?
Ecco, forse su questo ci sarebbe da discutere. Un tempo "sinistra" significava anche, tra le altre cose, volontà di cambiamento, coraggio nell'affrontare il difficile compito della trasformazione dell'esistente. Oggi, ecco cosa ci propone invece Lunghini nella sua conclusione: «In breve, l’Unione Economica e Monetaria europea è come l'«Hotel California nella canzone degli Eagles: forse sarebbe stato meglio non entrare, ma una volta dentro è impossibile uscire».

Eccoci così arrivati al decisivo inno alla conservazione! Peggio: alla conservazione non per un supposto bene (come fanno da sempre gli "onesti" conservatori), ma per l'impossibilità anche solo di pensare ad un'alternativa al male presente.

E' sicuramente anche per questo male dell'anima che si vanno poi a sparare certe cifre. Ma in questo modo non ci si salva di certo né l'anima né la reputazione. 

venerdì 23 settembre 2016

SI debole perché NO è onnicomprensivo



di Tonino D’Orazio 23 settembre 2016.

Bratislava (summit dei leader europei) sancisce con profonde divergenze una ulteriore spaccatura di questa Unione. Il non aver capito che la “risoluzione” dei rapporti con l’Urss dei cosiddetti paesi del’est passasse soprattutto tramite una forte concezione di identità nazionale, sembra un grosso sbaglio. Prodi compreso che facendo di tutto per inglobarli urgentemente nell’Unione, seguendo un “forte consiglio” della Nato, ha tentato di barare sui tempi necessari. Non si sono sganciati da una Urss prepotente per infilarsi in una Europa altrettanto irrispettosa.  Che questa Unione stia arrivando alla fine per implosione interna, avendo messi tutti i paesi uno contro l’altro in una competitività dissennata e sotto una regia unica e ferrea tedesca (bisogna ribadire che i francesi non contano), che fa solo i propri interessi di classe (con gran parte dei lavoratori tedeschi che si avviano alla povertà), lo ha sancito la riunione di Bratislava. Basta vedere i dati di Eurostat invece di sentire i luoghi comuni sul benessere generale del popolo tedesco o di qualche premio annuale solo nelle grandi industrie automobilistiche. Ma principalmente la “salita” a due decimali (aspettando l’Austria) delle formazioni politiche di “ultra-destra” rivendicative di identità. Il rifiuto di ubbidire ai mille laccioli di Bruxelles ( che non sono “regole” e che nascondono interessi tedesco-francesi precisi, dallo zucchero nei mosti ai formaggi con polvere di latte ecc…), con i polacchi in testa (hanno appena dato il loro premio nazionale al migliore politico europeo all’ungherese Orban) e a seguire anche gli altri. Il Brexit è già fatto. Soldi (e armi Nato) contro servitù non è sufficiente, come non lo era con l’Urss.
Le scintille? L’immigrazione incontrollata (o auspicata) e l’austerity della Troika di Bruxelles. Alle prime elezioni che si presentano (cioè a quelle in cui ancora si riescono a votare), in tutti i paesi della cosiddetta Unione arriva, in un modo o nell’altro, una profonda protesta “contro” i propri governi, anche se le maggioranze innaturali tengono. Persino Renzi lo ha capito e con la solita giravolta, tornando da Bratislava, si scaglia a parole contro l’austerity che invece persegue nei fatti, aspettando il prossimo voto del popolo italiano. Il primo, oltre alcune grosse sconfitte amministrative, è quello sulla sua nuova costituzione autoritaria che inficia la sovranità popolare, come richiestogli dai poteri oligarchici e “forti”, cioè non democratici, esterni al nostro paese.
Una volta capito questo, e le pressioni internazionali arrivano forti e puntuali, a dire il vero manca all’elenco qualche piccola strage (sempre arrivata puntuale nei momenti di svolta dell’Italia) che rimetta il popolo nella sua iconoclastica paura, diventa difficile non individuare in questo voto, procrastinato e allontanato al limite, è pur vero con tutti i vari regolamenti vigenti, ma già con un parere tardivo della Cassazione che glielo permette, un NO onnicomprensivo di tutti i problemi e gli scempi politici ed economici tragici sul tappeto. Può essere un NO cosiddetto “della pancia”. E forse più che altro dalle menzogne continue del governo (“punti di vista diversi sui dati”), su tutto, puntualmente scoperte da altre informazioni. Lavoro, jobs act fallito, emigrazione alle stelle (250/300.000 all’anno, come nel 1890 e più del dopoguerra), voucher invece di retribuzione e previdenza corrette tali da affossare anche il futuro dell’Inps, (tra l’altro continuamente derubato dal governo), disoccupazione giovanile e non, pensionati alla fame, come gran parte delle famiglie italiane, neo-pensionati nelle mani delle banche(da piangere per il ridicolo, se non fosse che sarà un altro flop), correntisti timorosi e allo sbando per i propri soldi (bail in), saccheggio della Cassa Depositi e Prestiti per regalare alle banche i risparmi degli italiani, tassazioni dirette e indirette alle stelle e sempre insufficienti, sanità allo sbando (cioè avviata alla privatizzazione) e specialistica vitale inaccessibile a molti, insegnanti che “viaggiano” in tutta Italia spaccando la vantata e non più reale sacralità della “famiglia”, privatizzazioni del pubblico a cooperative per pagare i lavoratori al ribasso, alta mortalità sul lavoro malgrado una enorme massa in disoccupazione. Paura dell’immigrazione, problema snobbato dall’Unione e gestito solo con il nostro pietismo francescano, che però ha anche un limite prima o poi. Tutti i giorni ci vengono forniti dai mass media informazioni sulla povertà degli italiani e il “benessere” degli immigrati, quanto costano al giorno, di sfratti e hotel, in un crescendo di irrazionalità rabbiosa. (Vedi soprattutto la Lega di Salvini ma sarei curioso di sentire il “popolo silenzioso”). Il problema andrà al voto come sta succedendo in tutti gli altri paesi europei?
Mi dite, in questo mix, perché se l’occasione si presenta (e sembra proprio l’ultima, date le deforme previste dalla nuova costituzione dei ragazzini sotto l’ombrello di un ultra decano ancora in fase di disastri politici) di mandare possibilmente a casa gran parte di questa fallita dirigenza politica con un NO pesante, non lo si debba fare? Non mischiamo le cose? Le cose sono mischiate e diventa difficile anche a quelli del Sì uscirne fuori. E’ come se sostenessero questa impossibilità di sperare in un futuro migliore. Anzi, da Ciampi in poi, tutti hanno mentito, e Padoan continua imperterrito, sulla “riduzione delle tasse”, nemmeno su una sua migliore gradualità. Sono diminuite solo quelle delle imprese. Le grandi però, quelle appetibili dall’estero, perché le piccole (con 85% della manodopera italiana) continuano a fallire.  C’è una menzogna enorme sul debito “pubblico” dove lo stato è obbligato a prendere i soldi al 5% dalle banche private, in funzione di strozzinaggio, che invece lo prendono a 0,5% dalla Bce. Non è ineluttabile, è semplicemente un furto ai danni del popolo che aggrava scientificamente “il debito pubblico” e lo tiene “prigioniero” da anni e per anni. Se ne è accorto?
Forse da noi non sarà un NO esplicito contro l’Unione, e molti tenderanno a minimizzare, ma poco ci manca, soprattutto se dovesse vincere. Il Sì è la continuità del disastro, velenosamente sancito nella deforma, perché chiude all’angolo con vari sofismi, proprio la pericolosa sovranità popolare. La popolazione che andrà a votare percepisce questo?  Se sì, allora hanno ragione le oligarchie politico-bancarie internazionali a preoccuparsi di un successivo Italexit, sicuramente più disastroso del Brexit, che pur ha fatto tremare l’establishment e continua a dimostrare contro tutti e contro tutto, una rinnovata vitalità di quel paese. Era solo un problema di identità di quel Regno confederale mai realmente Unito? O le imposizioni dell’Unione a egoistica trazione tedesca avevano creato un mix economico-finanziario altrettanto asfissiante di quello italiano, dei paesi mediterranei o dei paesi dell’est, tipo colonie? Hanno votato “con la pancia” contro i neoliberisti i lavoratori britannici, considerati dalle oligarchie della City “ignoranti e ubriaconi”? La mappa del voto dà una netta vittoria del Brexit nei quartieri popolari e dove il degrado e la povertà erano maggiori e non per grazia ricevuta.
A questo si può aggiungere che ogni partito (o spezzoni) rifiuta le modifiche perché ritiene le proprie prioritarie. In genere la destra, compresa F.I. e pezzi del NCD, dicono NO  e chiedono il presidenzialismo (così caro a Berlusconi e a Napolitano che l’ha esercitato senza “permesso” costituzionale per 10 anni), la Lega un nuovo federalismo (con l’arma “di pancia” dell’immigrazione così redditizia in tutta l’Unione), il M5S il decentramento e un ritorno al proporzionale per ribadire la sovranità popolare e di partecipazione il più diretta possibile, il PD francamente difende il suo segretario, e la troika di Bruxelles (con “ce lo chiede l’Europa” con ulteriore cessione di sovranità), con il Sì mentre una parte più tradizionale difende il NO. La Sinistra,tutti compresi, difendono la Costituzione così come definita dalla Resistenza, pur ritenendo parti tecniche migliorabili ma non sui principi generali di rappresentanza e dei diritti.
Certamente, se il NO si carica anche di tutte le frustrazioni nazionali, se non individuali, della difficoltà di vivere e meno sulla valutazione di merito, articolo su articolo, possiamo anche dire che sarà di “protesta”, e Renzi dovrà andare via, insieme al suo governo verdiniano e ambiguo, lasciando una scia terremotata con problemi di “ricostruzione”. Allora, affinché tutto cambi e niente cambi, invece di andare al voto, (anche perché l’Italicum è in fase di aggiustamento per l’asso piglia tutto, come la legge ungherese, controllate per favore), si dovrà designare un altro “tecnico” di “provata esperienza”, e non potrà essere che un banchiere di Goldman Sachs, Padoan, o qualche altro genio bancario. 

giovedì 22 settembre 2016

Valutazione di una nota agenzia letteraria di "Spinoza Rosso Sangue". Poi ditemi che non è un capolavoro

Di seguito la valutazione di una nota agenzia letteraria, della quale preferiamo non fare il nome, del nostro romanzo

Valutazione del testo “Spinoza rosso sangue”

Gentili signori Cilli e D’Amico,
come da Vostra richiesta, abbiamo letto e valutato il romanzo “Spinoza rosso sangue”, che reputiamo idoneo agli standard qualitativi che ...omissis


Si tratta di un romanzo trasversale e che si inserisce nell’ambito di un ventaglio di generi letterari, dal fantasy gotico al noir al romanzo puro, di cui gli autori hanno sapientemente utilizzato i codici linguistici ed espressivi.
Difficile e limitante, darne una definizione univoca.
Il target in cui potrebbe essere inserito, tuttavia, sembrerebbe essere (efficacemente) quello del fantasy.

La scrittura è caratterizzata da un ritmo e un taglio cinematografici particolarmente efficaci; lo stile appare brillante; il linguaggio, colto e dal tono spesso ironico.
Si ravvisa, in alcuni passaggi, una certa “frenesia narrativa” che porta a una sovrapposizione poco fluida degli scenari e dei personaggi.
Il mood della narrazione è permeato da una atemporalità latente, che tuttavia non si esprime in maniera esplicita: da qui, la sensazione di trovarsi di fronte a scenari spazio/temporali paralleli.


“Sensazione” e non certezza, perché l’elemento temporale resta la grossa incognita di tutto il romanzo.
“Quando” e “Dove” sono i due interrogativi che un ipotetico lettore si pone costantemente.

Ottima ci è parsa la caratterizzazione dei personaggi.
Il ritmo e il tono dei dialoghi appaiono adeguati al contesto e conferiscono vivacità e brio alla narrazione.

L’alternanza di scenari si sussegue con perizia narrativa coinvolgente ed efficace, che non annoia perché il cambio di fronte sposta continuamente l’attenzione da una vicenda all’altra.
Tuttavia, occorre fare attenzione affinché il lettore non resti disorientato da salti spazio/temporali repentini quanto affollati di personaggi.

L’apparente leggerezza della scrittura, che non diventa mai superficialità, accompagna la lettura inducendo una sempre rinnovata curiosità.

Nell’opera in visione si ravvisano notevoli margini di miglioramento stilistico/formale, che renderebbe il linguaggio più fluido e le sequenze narrative meno stridenti.

Si evidenzia, inoltre, la necessità delle note a piè di pagina che aiutino il lettore nella comprensione della terminologia adottata, nonché un indice dei personaggi e dei ruoli, particolarmente utile in un romanzo ricco come questo.



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martedì 20 settembre 2016

domenica 18 settembre 2016

L’impossibile uscita “da sinistra” dall’euro


Guido Iodice, usa argomentazioni molto stringenti. Mi piacerebbe sentire il parere di qualcuno che capisce di economia sulle posizioni epsresse da questo articolo.

Partendo dall’intervista pubblicata su MicroMega all’economista Brancaccio, il coautore di Keynesblog.com alimenta il dibattito sul tema della moneta unica: “L’euro è stato un errore ma il rischio è che la cura sia peggiore della malattia”. L’uscita sarebbe inevitabilmente a destra. Da qui le critiche alle tesi di Brancaccio.  
di Guido Iodice da Micromega

Questo articolo è un commento critico all’intervista a Emiliano Brancaccio pubblicata da Micromega. Ho scelto di prenderla come spunto proprio perché stimo Brancaccio e credo che le sue tesi siano ispirate da una riflessione seria. Come premessa devo chiarire che non sono un difensore dell’euro: credo anzi che la moneta unica sia stata un errore. Ma questo non implica che uscirne riparerebbe l’errore commesso. Al contrario, come già ho avuto modo di scrivere insieme a Daniela Palma su Economia e Politica, il rischio è che la cura sia peggiore della malattia. E su questo siamo stati confortati da analoghe analisi (Gallegati, Biasco, Visco)
L’euro non è più quello di una volta

Il punto di partenza di Brancaccio è l’impossibilità politica di riformare l’unione monetaria. E’ una posizione che sembra non temere conto di quanto successo a partire dal 2012. L’euro di oggi è già molto diverso da quello fondato nel 1992 e da quello che abbiamo visto nella prima fase della crisi (2008-2012). Si diceva che la Germania non avrebbe mai permesso allentamenti monetari significativi: oggi il tasso di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali è zero. Si diceva che la banca centrale europea non poteva acquistare massicciamente titoli di stato. Oggi la BCE sta acquistando massicciamente titoli di Stato, portando l’onere del debito pubblico del nostro paese al 4% del Pil (per avere un’idea, nel 1995 era pari all’11%) e i tassi sui nostri titoli al minimo storico.

Brancaccio all’inizio dell’intervista parla della necessità di acquisti differenziati, poiché attualmente la BCE compra in maggioranza titoli tedeschi seguendo il criterio del capital key. Ma è proprio l’abbandono di questo criterio uno dei temi all’ordine del giorno, visto che i titoli tedeschi “eligibili” si stanno esaurendo. Un ulteriore sintomo del cambiamento avvenuto è il fatto che i debiti del nostro paese con il sistema Target2 hanno raggiunto recentemente il massimo storico, eppure nessuno se ne preoccupa, per le ragioni ben illustrate in un recente articolo sul blog Econopoly del Sole 24 Ore.

Sul fronte fiscale il cambiamento è molto più lento che sul fronte monetario. Tuttavia occorre notare che il Fiscal Compact è rimasto lettera morta e anzi paesi come Spagna e Portogallo sono stati “perdonati” per eccessi di deficit abnormi. Ovviamente questo è molto meno di quanto servirebbe, ma è decisamente di più di quanto ci si poteva aspettare da un’Unione che quattro anni fa ha costretto gli stati membri ad inserire il pareggio di bilancio nelle proprie costituzioni.

Cambiamenti forse troppo “al rallentatore” per risultare percepibili anche ad attenti osservatori, ma non di meno cambiamenti che hanno sconvolto le previsioni di quanti avevano data per certa, addirittura imminente, la fine dell’euro.
La sinistra noeuro non ha spazi

Sostiene Brancaccio che “coloro i quali oggi sostengono di voler lottare per cambiare l’Unione dall’interno dovrebbero occuparsi di miracolistica, non di politica”. Ma la sinistra che vorrebbe uscire dall’euro (e dall’Unione) è già stata testata in Grecia e non è neppure arrivata ad eleggere un deputato in parlamento. Persino Yanis Varoufakis, che con quella posizione aveva avuto qualche rapporto, ha precipitosamente fatto dietrofront dopo il disastro degli scissionisti di Syriza. Brancaccio nel 2012 sostenne che Syriza non aveva vinto perché non aveva posto il tema dell’uscita dall’euro. La realtà era opposta, e Syriza poi ha vinto ben due elezioni giurando fedeltà alla moneta unica. Il Blocco di sinistra e i comunisti portoghesi, che a parole dicono di sostenere l’uscita dall’unione monetaria, appoggiano un governo che ha nel programma l’esatto contrario. In Spagna Podemos ed Izquierda Unida, che avevano in passato caldeggiato l’ipotesi dell’uscita, l’hanno espunta dai loro programmi.

Matti? Forse no.
L’uscita dall’euro è a destra

Alcuni a sinistra cadono in una banale fallacia logica quando traggono la seguente implicazione: poiché l’euro è “di destra”, l’uscita dall’euro è “di sinistra”. Brancaccio non è tra questi. Il monito degli economisti, da lui promosso insieme a Riccardo Realfonzo, parla infatti di “modalità alternative di uscita dall’euro”, con risultati diversi tra loro. Eppure è difficile immaginare un’uscita “da sinistra” dall’euro. Lo stesso Brancaccio ha riconosciuto che la Grecia non aveva altra opzione che sottoscrivere il nuovo memorandum con i suoi creditori. Vale la pena soffermarsi su questo punto. La Grecia è infatti un paese strutturalmente dipendente dai capitali esteri per finanziare i suoi disavanzi con l’estero. Mentre nell’euro questo finanziamento è automatico, attraverso il sistema Target2, fuori dall’euro Atene avrebbe dovuto trovare finanziatori esterni. Tsipras ha chiaramente ammesso di averci provato senza riuscirci (a USA e Cina certo non serve una Grecia fuori dalla moneta unica o persino dall’Unione). Una Grecia fuori dall’euro e senza accesso ai mercati avrebbe potuto contare solo sugli avanzi commerciali per finanziarsi, il che significa che avrebbe comunque dovuto deprimere la domanda interna. Impresa amaramente semplice in una situazione di collasso del sistema bancario.

Ovviamente altri paesi, come l’Italia, sono messi molto meglio della Grecia. Non troppo però. Vediamo perché. E’ chiaro a tutti che l’uscita unilaterale dell’Italia dalla moneta unica segnerebbe la fine dell’euro entro pochi mesi, se non settimane, a causa dell’intreccio finanziario del nostro paese con il resto dell’area euro. Lo scenario più probabile, del resto riconosciuto anche dagli economisti noeuro più ragionevoli, sarebbe una pesante recessione continentale con effetti di contagio finanziario anche nel resto del mondo. Se questo scenario si concretizzasse, la svalutazione della lira ci servirebbe davvero poco. Abbandonando il vincolo esterno dell’euro, ci troveremmo comunque davanti al vincolo della domanda estera. Ma persino ipotizzando che si possa davvero controllare la tumultuosa sparizione della seconda valuta di riserva del mondo, lo scenario appare molto meno roseo di quanto si possa immaginare. I paesi che hanno svalutato la loro moneta negli ultimi anni, soprattutto dopo il 2011-2012, hanno potuto godere di pochissimi benefici, se non nulli. Un esempio è il Giappone, paese fortemente vocato all’export. Dopo ripetute svalutazioni, a partire dal 2012, attuate nell’ambito dell’Abenomics, il paese è riuscito a tornare in attivo di bilancia commerciale solo quest’anno, paradossalmente dopo la parziale rivalutazione dello yen. La bassa domanda globale, le misure protezionistiche adottate da molti paesi in questa fase di deglobalizzazione, la guerra valutaria, ci dicono che almeno per qualche tempo l’ “elasticity pessimism” è più che giustificato. Stando così le cose, rischiamo di trovarci, all’indomani di un’uscita dall’eurozona, con uno spazio per politiche espansive che potrebbe rivelarsi molto ridotto.

Brancaccio condivide il ragionamento sull’inefficacia del tasso di cambio, ma non mi pare tenga adeguatamente in conto gli effetti finanziari di una deflagrazione dell’eurozona e il ridotto spazio di manovra in cui il nostro paese, e non solo il nostro, rischierebbe di trovarsi.

Ma il punto che mi convince meno dell’ “uscita da sinistra” prospettata da Brancaccio è quello della indicizzazione dei salari, che Emiliano ha sollevato in varie occasioni (come ad esempio in questa intervista a Giornalettismo). Se però si vuole almeno provare a sfruttare l’effetto della svalutazione per riconquistare competitività di prezzo per le nostre merci, pur con tutti i caveat già ricordati, la reintroduzione della scala mobile rischia di mangiare rapidamente il vantaggio ottenuto dal ritorno ai cambi flessibili. Gli economisti di destra che propongono l’uscita dall’euro, come Roger Bootle, sono estremamente sinceri in proposito, e purtroppo non si vedono chiare ragioni per dare loro torto: i salari nominali vanno tenuti al palo. Questo implica che l’inflazione importata ridurrà significativamente il salario reale dei lavoratori, come accaduto peraltro in diversi tutti i recenti episodi di svalutazione. Per fare solo un esempio, secondo i dati OCSE la caduta dei salari reali nel Regno Unito dal 2007 al 2015 è stata pari a quella dei salari reali in Grecia, che è il caso limite nell’area euro.

Potremmo allora decidere di non migliorare il nostro tasso di cambio reale, indicizzando le retribuzioni all’inflazione. Se l’Italia ripristinasse la scala mobile all’indomani dell’uscita, in una situazione già delicata, nella quale la nuova moneta dovrebbe “accreditarsi” presso i mercati valutari, questi ultimi incorporerebbero le aspettative di ulteriori svalutazioni future, portando la lira a deprezzarsi molto di più di quanto sia desiderabile per ripristinare la competitività di prezzo perduta negli anni di adesione all’euro. In tal caso, l’effetto combinato dell’aumento dei prezzi delle importazioni, del ritardo di reazione dell’export alla svalutazione (ammesso che si materializzi) e del peggioramento della posizione patrimoniale di banche e imprese indebitate in valuta estera, rischierebbe di produrre effetti recessivi significativi. Problemi che si pongono comunque, anche senza introdurre la scala mobile, ma che verrebbero accentuati dalla reazione dei mercati all’introduzione di misure di indicizzazione salariale.

La proposta finale avanzata da Brancaccio nell’intervista è anch’essa parte di una ipotesi di “uscita da sinistra”. Secondo Emiliano servirebbe “un labour standard sulla moneta, vale a dire un sistema di gestione delle relazioni internazionali finalizzato al controllo dei movimenti di capitale, fuori e dentro l’Europa, specialmente da e verso quei paesi che adottino misure di dumping sociale e fiscale”. Si tratta senza dubbio di una riforma molto ambiziosa. E condivisibile. Ma è anche un salto logico ardito: dopo aver escluso la possibilità di una riforma progressista dell’eurozona, Brancaccio propone una riforma progressista dell’intero sistema monetario internazionale.

Insomma, l’ipotesi di un’uscita “da sinistra” dall’euro appare difficilmente praticabile, se non addirittura “miracolistica”. L’uscita dall’euro sarebbe inevitabilmente a destra.
La sinistra intrappolata

Non voglio tediare ancora i lettori, ma ci sarebbe ancora molto da dire. Solo qualche accenno merita il fatto che quanti invocano l’uscita dall’eurozona, sostenendo che essa avrebbe costi minori che rimanervi (tra questi anche qualche Nobel per l’Economia), non hanno mai presentato una simulazione credibile a sostegno di questa affermazione. L’unico economista ad averci provato, Jens Nordvig di Nomura, alla cui analisi mi sono in parte ispirato nel paragrafo precedente, ha dovuto concludere che l’uscita unilaterale dall'eurozona di un paese periferico sarebbe un disastro. La soluzione secondo Nordvig è una dissoluzione controllata che richiederebbe in fine nientemeno di un giubileo dei debiti generalizzato. A proposito di “miracolistica”.

La sinistra radicale è da tempo preda di una discussione singolare. Mentre molti parlavano di inevitabile, o quasi, crollo dell’euro e invocavano fantomatici piani B e C, nessuno ha preparato il Piano A nel caso l’euro non crollasse, come in effetti è avvenuto. L’apice del dibattito odierno è rappresentato da un surreale confronto tra Stefano Fassina e Yanis Varoufakis (due politici oggi totalmente ininfluenti) sul Marx e la sovranità nazionale. Date queste premesse è più probabile l’estinzione della sinistra prima di quella dell’euro.
Che fare?

Al leniniano interrogativo “che fare?” le risposte non possono che essere parziali e mutevoli. Nessuno possiede la bacchetta magica e il sentiero è molto stretto. Il tentativo di Tsipras di creare un fronte dei paesi mediterranei è l’inizio di una risposta politica, che arriva con grande ritardo (non certo per colpa del leader greco). Una possibile risposta sul piano economico è invece quella contenuta nel paper “Why Further Integration is the Wrong Answer to the EMU's Problems: the Case for a Decentralised Fiscal Stimulus” che ho scritto con Thomas Fazi e che è ha vinto il Call for Papers del think tank “Progressive Economy” legato al gruppo Socialista al parlamento europeo. Una sintesi del suo contenuto è reperibile su Keynes blog.

Al di là delle proposte tecniche che ognuno prova a elaborare nella speranza che qualcosa arrivi ai decisori politici, il punto è che la risposta della sinistra dovrebbe collocarsi all’altezza della sfida posta da un lato da Mario Draghi, con la sua azione stabilizzatrice della moneta unica, e dall’altro dal crescente timore delle classi medie impoverite dei paesi relativamente ricchi dell’Europa di dover in fine pagare i costi della crisi dei paesi relativamente poveri, per salvare l’euro e l’Unione. La vera fragilità dell’euro non è costituita dagli squilibri commerciali che spingerebbero i paesi “periferici” a sganciarsi, ma dalle spinte centrifughe crescenti proprio nei paesi del “centro”.

Una riforma “progressista” dell’euro non è impossibile: è dannosa. Non è il momento di fare progressi: quello che serve è un passo indietro nel processo di integrazione, senza cadere nel burrone della dissoluzione della moneta unica. Solo così se ne potranno fare, in seguito, due avanti.

(13 settembre 2016)

sabato 17 settembre 2016