venerdì 12 febbraio 2016

La situazione militare in Siria

di Pier Francesco Zarcone da utopiarossa

Si tratta di un argomento praticamente non trattato dai grandi media. Al massimo ogni tanto si comunica il numero di vittime civili a seguito di scontri e bombardamenti, e si dà notizia di successi militari dell'Isis e di altre formazioni jihadiste, magari dilatandone la portata suscitando il classico effetto di Hannibal ante portas, ma senza inquadrarli nelle oggettive proporzioni tattiche e strategiche. Cosa accada davvero sui campi di battaglia resta sconosciuto ai più, e nella presente fase, alquanto negativa per i cosiddetti takfiri (sinonimo dei jihadisti per il loro tacciare di apostasia i musulmani di orientamento diverso), il silenzio è pressoché totale. Eppure in questi circa quattro anni di guerra in Siria sul piano militare (e politico) ci sono stati sviluppi interessanti. 


LE PREMESSE TATTICO-STRATEGICHE

In primo luogo va rimarcata l'opportunità della scelta fin dall'inizio effettuata dal governo di Damasco di fronte a una massiccia e capillare invasione di combattenti stranieri sostenuti (militarmente ed economicamente) dall'esterno. Le opzioni possibili erano due: a) cercare di difendere subito tutto il territorio siriano, con prevedibili esiti disastrosi sul terreno, oppure b) attestarsi nella difesa della capitale e della zona costiera (cioè dell'area con la maggiore concentrazione alawita e sciita in genere). Questa seconda ipotesi implicava il temporaneo abbandono al nemico dei territori orientali – che, seppure in buona parte desertici, presentano risorse energetiche importanti - e poi manovrare da quello "zoccolo duro" territoriale per un'auspicata azione di riconquista. La scelta è caduta sulla seconda opzione.
Al riguardo i grandi media l'hanno generalmente interpretata come segnale o della prossima sconfitta militare dei governativi o di una precisa exit strategy, nel senso che Assad avrebbe fatto della zona costiera il ridotto in cui rifugiarsi e concentrarvi la resistenza dopo il disastro sul campo, dato come inevitabile. La prospettiva strategica alla base di quella decisione era diversa e si basava - in ragione della globale situazione siriana, più complessa e comunque diversa rispetto a quelle di Egitto e Tunisia - sulla vera carta giocabile dal governo damasceno: l'appoggio pratico e concreto da parte di Russia, Iran e Hezbollāh libanese. Era quindi essenziale mantenere aperti i canali aerei, terrestri e marittimi con questi alleati, fornitori di aiuti non solo diplomatici, ma anche militari ed economici. Come infatti è avvenuto.

All'inizio della guerra l'Esercito Arabo Siriano (Eas) disponeva di circa 300.000 uomini (tre Corpi d'armata e un raggruppamento direttamente dipendente dallo Stato maggiore, per tredici divisioni: sei corazzate, quattro meccanizzate, due di Parà/Forze speciali, una meccanizzata di Guardie repubblicane, due brigate di fanteria indipendenti e sei reggimenti di Commandos indipendenti). Struttura portante per ogni comando di divisione, la brigata. La maggiore presenza di truppe (divisioni) all'inizio della guerra si trovava nella parte sudovest della Siria, l'11ª divisione era nella zona di Homs, la 18ª in quella di Aleppo, mentre la 17ª era nella parte est, zona di Deir Ezzour.
Non casualmente gli invasori takfiri avevano concentrato gli attacchi sulle città lontane dai centri con maggiore presenza di truppe governative (Hama, Homs e anche Aleppo), al fine di far concentrare su di esse il più consistente sforzo bellico, lasciando così sguarniti centri vitali; tenuto conto dei continui e abbondanti flussi di militanti jihadisti, questo avrebbe significato esporsi a una vasta manovra di accerchiamento non solo in caso di rovescio militare su quel fronte, ma anche qualora il massiccio concentramento governativo su esso venisse - per così dire - "agganciato" dal nemico, in modo da non poter effettuare manovre di ripiegamento senza incorrere in forti perdite. Tanto più che inizialmente l'Eas non era preparato a condurre una guerra non puramente convenzionale.
La prima fase del conflitto, quindi, fu di sostanziale ripiegamento difensivo e poco impegnata sul piano militare, mentre su quello politico il governo riscosse i suoi successi nel referendum costituzionale del febbraio 2012 e nelle elezioni di primavera: entrambi ignorati dai media e dai governi occidentali, in quanto suscettibili di far argomentare (non foss'altro per l'entità della partecipazione popolare) che tutto sommato l'elettorato siriano preferiva lo statu quo alle scelte auspicate da Washington e dall'Ue. Si trattò di successi politici del tutto ininfluenti sul piano militare, e infatti la stessa Damasco fu direttamente minacciata dai jihadisti, con l'attentato al ministero della Difesa (in cui morirono il ministro, generale Dawoud Rajiha, e furono seriamente feriti vari ufficiali d'alto rango) e combattimenti nella capitale. Poi i jihadisti vennero respinti, fu messo in sicurezza l'Aeroporto internazionale e le residue sacche nel Rif Dimanshq non furono più un reale pericolo.
Prima dell'intervento russo si è rivelata fondamentale, nel gennaio 2013, la decisione governativa di formare i Comitati popolari di difesa (detti anche "Milizia Ndf"), nelle cui fila entrarono veterani, giovani non ancora in età di leva, miliziani di gruppi già formatisi in via spontanea, militari rimasti separati dalle unità di appartenenza o anche disertori pentiti. Non solo furono dotati di armi automatiche, ma anche di lanciarazzi, mortai leggeri e medi, e di artiglierie di piccolo e medio calibro, in modo da far svolgere a questi miliziani gli indispensabili compiti di appoggio all'Eas, o presidiando e pattugliando territori già liberati o effettuando operazioni su scala ridotta. Il fatto di operare essenzialmente nelle zone di origine ha reso queste formazioni maggiormente motivate. Né va trascurata al riguardo l'importanza dell'apporto addestrativo da parte di elementi della Guardia rivoluzionaria iraniana. Poi sono intervenuti i Battaglioni del Partito Baath, unità di profughi palestinesi filosiriani e anche milizie religiose sciite e cristiano-assire. Questi volontari sono "coperti" dal mantenimento dei precedenti posti di lavoro, le loro famiglie ricevono dal governo aiuti alimentari e sovvenzioni, e spetta loro metà della paga dei soldati.
Nell'immediato le cose non sono state tanto semplici, giacché le forze armate di Damasco hanno dovuto subire duri colpi da parte jiahdista, come a Idlib, a Jisr al-Shoughour e a Tadmur-Palmira. Tuttavia il collasso militare non c'è stato. Da notare che l'"informazione" occidentale nulla dice circa la tenace resistenza, da anni, dei centri sciiti di Fouaa e Kafraya, oppure dei villaggi della zona di Aleppo come Nubbul e Zahraa; oppure del lungo assedio sostenuto dai militari nella prigione principale di Aleppo, solo alcuni mesi fa liberati dalla stretta jihadista, o anche dei due anni di assedio alla base di Kuweires o della strenua resistenza dei governativi a Deir Ezzour e Hasakah (difesa, oltre che da soldati dell'Eas e miliziani dell'Ndf, dalle Brigate del Baath e da cristiani assiri e curdi).
 

L'INTERVENTO RUSSO E LA SITUAZIONE ATTUALE

Ovviamente l'intervento russo ha fatto sì che le forze armate governative potessero passare a una fase più apertamente offensiva su veri settori, e da qui la riconquista di Homs e Hama, e una sostanziale rimonta ad Aleppo. In questa città i combattimenti continuano, ma ai jihadisti resta solo la parte est con 300.000 abitanti, mentre la parte ovest con 2 milioni di abitanti è sotto il controllo delle forze di Damasco. Innegabilmente senza l'intervento russo - a fronte del non ancora esaurito "serbatoio" di rinforzi umani per i jihadisti - il governo damasceno non avrebbe potuto passare all'attuale fase offensiva. Viene infatti valutata a circa il 70% la perdita del potenziale bellico dei jihadisti a seguito dei bombardamenti russi sui loro magazzini e fabbriche di armi, munizioni, esplosivi e sui depositi di carburante, oltre che sui centri di comando. Anche la loro capacità di manovra e di coordinamento rientra nella predetta percentuale.
Da ciò derivano estreme difficoltà per i jihadisti, dovendosi essi orientare sulla difesa delle posizioni ancora tenute. Proseguire nelle operazioni offensive implicherebbe infatti manovre e concentramenti di uomini e mezzi di una certa entità; cioè qualcosa di non occultabile alla sorveglianza aerea (oggi russo-siriana). E sempre di qui la maggiore capacità di manovra dell'Eas, tanto più che il ritiro dei jihadisti da vari centri abitati rende più agevole l'utilizzazione delle forze corazzate sostenute da un'aviazione che martella le postazioni nemiche prima dell'assalto finale. Superfluo dire che da sempre i conflitti locali servono pure a "testare" i nuovi armamenti, come sta accadendo per i blindati russi 8×8 Bumerang e il nuovo carro T-15.
L'intervento aereo russo conta su vari punti di partenza: la base di Mozdok nell'Ossezia del Nord, con 12 bombardieri pesanti Tu-22M3, in grado di operare in Siria dopo 2 ore e 44 minuti, protetti da una batteria di missili antiaerei S-400 stanziata nella base di Humaymim, Lataqia (è una delle quattro inviate in Siria), e dalla batteria della base di Quwayris, a 30 km a est di Aleppo; circa 64 aerei saranno presto operativi a Humaymim (24 Su-24M2, 12 Su-25, 12 Su-34 e 16 Su-30SM). Infine, una volta terminato il processo di modernizzazione dell'aeronautica militare siriana, entreranno in funzione dai 66 ai 130 aerei siriani (9 MiG-29SMT, 21 Su-24M2, 36 Jak-130 e probabilmente 64 MiG-23-98), in aggiunta ai 112 non modernizzati ma riparati dai russi (MiG-21, Su-22M4 e L-39). Sarebbe folle ritenere che tutto questo costoso materiale riguardi solo un intervento a favore di un alleato sul punto di crollare.
La presenza dell'Isis in Siria è innegabilmente pericolosa, ma non va valutata semplicemente guardando la carta geografica, oppure omologandola a quella in Iraq. Mentre in quest'ultimo paese l'Isis è insediato nella ricca e fertile zona di Ninive, in Siria in realtà controlla solo una piccola parte di "territorio utile", alcune vie di comunicazione e alcuni punti di rilievo strategico, tra cui la città di Raqqa. Le cartine pubblicate dai media in cui si evidenziano i territori siriani in mano all'Isis comprendono enormi estensioni desertiche o rocciose praticamente spopolate, talché non hanno torto quanti le considerano fonte di oggettiva disinformazione, facendo cioè dell'Isis in Siria qualcosa di più incombente e massiccio di quanto non sia.
Il 2 ottobre e il 1° dicembre dello scorso anno, Obama dichiarò che la Russia incontrava in Siria difficoltà di rilievo e che i pochi successi non compensavano gli elevati costi sostenuti e futuri, tanto da parlare di sprofondamento russo in un nuovo Afghanistan. Ma il 28 dicembre la certo non filorussa Reuters ha pubblicato una valutazione fondata su interviste ad analisti del Pentagono, con conclusioni opposte: ottimi risultati già nei primi tre mesi di intervento, scarsi costi operativi (circa 1-2 miliardi di dollari l'anno), e quindi senza sostanziali problemi di bilancio per Mosca. In concreto i predetti analisti avrebbero valutato l'intervento russo come assai flessibile e soft in quanto a materiali e forze, ma rivelando una proficua capacità di coordinamento con le forze di terra. Particolare valenza è stata attribuita a un aspetto sopra accennato: la sperimentazione russa di nuovi armamenti in condizioni di combattimento e della loro capacità operativa immediata. A parte ciò, sembra che dagli analisti del Pentagono pervengano conclusioni non in linea con la tesi ufficiale circa la Siria teatro di guerra civile in cui i russi si sarebbero infilati, trattandosi in realtà di una guerra ibrida e asimmetrica alimentata da aggressori esterni e da competizione fra potenze straniere. Valutazioni del genere inducono a riflessioni critiche circa l'operato statunitense nei recenti teatri del suo intervento bellico. Vale a dire, si profila un dubbio: finora le imprese statunitensi hanno messo in campo mezzi, uomini e risorse economiche infinitamente maggiori, ma dai non esaltanti risultati, del resto sotto gli occhi di tutti. La performance russa in Siria dal canto suo attesterebbe una sorprendente situazione di recupero militare rispetto agli anni '90, con l'ulteriore interrogativo - in prospettiva - circa l'eccesso di congruità del potenziale militare russo rispetto agli odierni conflitti locali. 


GLI USA

Poiché film e serie televisive made in Usa ci hanno abituati a divaricazioni e conflitti operativi fra Cia, Fbi, Dea e varie altre agenzie di intelligence, quanto segue non sembrerà molto strano o del tutto anomalo. Secondo un articolo di Seymour Hersh, pubblicato alla fine dello scorso anno sulla London Review of Books, vertici del Pentagono avrebbero dato vita a una svolta contraria alla linea finora tenuta da Washington e dalla Cia. La premessa sta nell'inclusione della Turchia nel programma della Cia per armare i "ribelli moderati" in Siria, e nel fatto che il governo turco decise di effettuare un "riorientamento" di questi aiuti statunitensi in favore dei jihadisti, tra cui Jabhat an-Nusra e l'Isis. Al Pentagono, invece, si sarebbero "accorti" della sostanziale inesistenza di questi ribelli moderati, e quindi nell'autunno del 2013 i Joint Chiefs of Staff (Jcs) del generale Martin Dempsey avrebbero deciso di inviare informazioni di intelligence a Germania, Russia e Israele affinché le trasmettessero al governo di Assad. Certo non gratuitamente, ma con la richiesta a Damasco di cercare di mettere un po' di freno a Hezbollāh verso Israele, di tenere aperti i negoziati sulle alture del Golan e di indire le elezioni dopo la fine della guerra. Secondo questa ricostruzione, nell'estate del 2013, in barba alla Cia sarebbero state inviate ai ribelli siriani armi obsolete, quale attestazione di buona fede ad Assad. Il ritiro di Dempsey a settembre avrebbe posto fine al tentativo di intesa.
Nella Siria nordoccidentale la sconfitta jihadista sembra essere più che prossima. Nella provincia di Aleppo i governativi hanno già tagliato le maggiori vie di rifornimento dalla Turchia ed è finito il quadriennale assedio di Nubul e al-Zahra, con la liberazione di più di 70.000 abitanti, e la stessa grande città del nord non è lungi dall'essere ripulita dalla presenza takfira, e non c'è da stupirsi se a breve tutto il confine turco sarà di nuovo sotto il controllo di Damasco. Anche la provincia di Lataqia è praticamente ripulita.
Importante, anche in prospettiva, il fatto che nella Siria nordoccidentale la sconfitta jihadista sembra essere più che prossima. Si ha notizia che dal 10 febbraio sono in corso scontri e bombardamenti a nordovest della base aerea di Kuweyres contro militanti dell'Isis che cercano sia di arginarne l'avanzata governativa verso la parte orientale del sobborgo industriale aleppino di Sheikh Najjar (il che preluderebbe alla chiusura di una vasta sacca tra l'aeroporto di Aleppo e Kuweyres), sia di prevenire la riconquista di Al-Sin e Jubb al-Kalb. Il giorno 9 si è avuta notizia dell'arrivo a Damasco e Aleppo di ben 6.000 ufficiali e soldati iraniani: questo dopo un'opera di disinformazione di Teheran per far credere a un suo ritiro militare dalla Siria. 


TORNA IL PROBLEMA CURDO


Ci sono due fatti importanti da ricordare. Il 7 febbraio truppe siriane (appoggiate da miliziani di Hezbollāh e da paramilitari iracheni di Nujaba, Kataeb Hezbollah, Badr) hanno occupato la località di Kiffin, prossima a Ziyarah (sotto controllo di milizie curde) e creato nella zona un centro di coordinamento siriano-curdo, sia in funzione operativa sul campo, sia per non lasciare ai soli occidentali la "carta curda". A ciò si aggiunga che truppe siriane e iraniane hanno l'ordine di non ostacolare l'azione delle milizie curde, ed è chiaro l'intento russo di far valere nei "colloqui di pace" (a prescindere dall'esito che daranno) il peso dell'avanzata delle forze curde verso il confine turco.
E proprio la questione curda potrebbe trovarsi dietro al fatto che, nel quadro della persistente e non ridotta tensione fra Russia e Turchia, si sia parlato da parte russa di un possibile intervento turco in Siria – seguìto dal minaccioso avvertimento che ogni eventuale incursione sarà affrontata con la forza e non con la diplomazia. Che Erdoğan possa compiere qualche colpo di testa non è impossibile: semmai c'è da chiedersi fino a che punto la Nato sarebbe così folle da andargli dietro. E c'è pure da domandarsi se esista un collegamento tra una tale previsione e la messa in allerta - ai primi di febbraio - delle forze aviotrasportate del Distretto militare meridionale russo. Il fatto è che il coordinamento tra i governativi siriani e le milizie curde potrebbe accelerare la completa e forse definitiva chiusura del confine turco ai rifornimenti per i jihadisti. Su Ankara incombe sempre il pericolo di saldature fra i curdi della Siria e quelli della Turchia, cosa suscettibile di complicare le relazioni anche con gli Usa. In precedenza Erdoğan aveva minacciato di bombardare i curdi siriani se avessero superato la linea dell'Eufrate, e quando in estate si prospettò un'operazione curda per prendere Jarabulus e quindi interrompere i rifornimenti all'Isis, la Turchia minacciò l'intervento militare: questione tamponata dagli Stati Uniti annullando quell'operazione. Sta di fatto che a nord di Aleppo i curdi hanno operato sotto la copertura degli aerei russi e si sono comunque avvicinati al confine. In questo pasticcio le possibilità di manovra russe ci sono eccome, facilitate dalla contraddittorietà (ovvero incompatibilità) delle alleanze di Washington. Non è chiaro fino a che punto Bashar al-Assad sia del tutto felice per la prospettiva di un'alleanza con i curdi, ma è certo che - a prescindere dal non potersi opporre alle manovre moscovite in questo senso e dall'utilità militare dell'apporto curdo - nel dopoguerra la questione dovrà essere affronta da Damasco realisticamente, e non certo lasciandola irrisolta alla maniera turca. Vedremo come andrà a finire, ma se davvero Putin riuscisse a sfilare i curdi (Iraq a parte) dall'intesa con gli Stati Uniti farebbe un bel colpaccio.

La deflazione salariale spiegata ai compagni operai della Whirpool (che la conoscono già)

da Politica&Economia Blog

Da http://cobaswhirlpoolsiena.blogspot.it/
 
Negli ultimi tempi sui giornali, su internet o alla TV sempre più spesso capita di leggere o ascoltare pessime notizie sul mondo del lavoro, in particolare la tendenza che hanno le multinazionali come ad esempio l'ikea di chiedere o imporre un "aggiustamento" ovviamente al ribasso dello stipendio. L'abbassamento del salario prende il nome di "deflazione salariale", noi Cobas Lavoro Privato della Whirlpool di Siena abbiamo chiesto quindi al Professor Sergio Cesaratto (Professore ordinario di Economia della crescita e dello sviluppo e di Politica monetaria e fiscale nell'Unione Monetaria Europea) di spiegarcene le cause e gli effetti, di seguito potete leggere l'articolo che gentilmente ha scritto su nostra richiesta.
 
Sergio Cesaratto
Spiegare ai compagni della Whirpool cosa significhi deflazione salariale è in un certo senso imbarazzante. Suppongo che loro sappiano benissimo cosa significhi per averla provata sulla propria pelle. Il padrone glielo avrà spiegato mille e una volta: in tanti altri paesi i salari sono molto, ma molto più bassi che in Italia. Allora che fate? O i vostri salari diminuiscono, oppure decentriamo la produzione (oppure chiudiamo e basta). E’ la globalizzazione bellezza, e se a decidere è una multinazionale è ancor peggio perché il ricatto di spostare la produzione è più forte.

BOX 1 Deflazione salariale vuol dire competere con gli altri paesi giocando su un basso costo del lavoro. Si noti che questo vuol dire rinunciare a un ampio mercato interno per i prodotti – se i salari sono bassi, tali saranno anche i consumi – con l’obiettivo di conquistare mercati esteri. La strategia di deflazione salariale è detta anche deflazione competitiva: si punta a tenere prezzi e salari nazionali bassi per spiazzare i concorrenti sui mercati esteri. L’obiezione fondamentale alla deflazione competitiva è che se tutti i paesi adottano questa strategia, chi compra? E’ questo il nodo fondamentale del capitalismo, per cui oggi si parla di stagnazione secolare, un pericolo che deriva dal pauroso aumento della diseguaglianza.
Una prima linea di difesa dei lavoratori è nella qualità del lavoro, che non è la medesima in tutti i paesi ed è certamente più elevata in Italia. In sostanza quello che l’impresa guadagna via minori salari se sposta la produzione, lo perde sul piano della produttività (prodotto per lavoratore). Ma naturalmente questo è vero fino a un certo punto, in quanto le produzioni più standardizzate sono facilmente trasferibili, e con macchinario adeguato la produttività è la medesima. E’ solo quando il prodotto richiede conoscenze molto puntuali e non facilmente trasferibili che ci si difende bene. Ma a quel punto è il medesimo padrone a non voler trasferire la produzione, che viene anzi spesso riportata in Italia dove i lavoratori sono più addestrati. Ma su questo, di nuovo, siete voi che fate scuola a me.
Entro certi versi, quello che un tempo si chiamava il ciclo del prodotto è un fatto fisiologico. L’idea è che le produzioni più innovative svolte nei paesi avanzati col tempo si standardizzino e vengono trasferite nei paesi più arretrati, essendo sostituite con nuove produzioni innovative e così via. Un tempo si riteneva anche che fosse compito dei governi stimolare questi processi facendo scivolare il paese verso produzioni più sofisticate, cedendo quelle meno avanzate ai paesi più arretrati.
In Italia questo upgrading è avvenuto in misura inferiore agli altri paesi avanzati, e con delle peculiarità. I punti di forza del Made in Italy sono diventati, com’è noto, la meccanica, il sistema moda e, ultimamente, l’agroalimentare. Molto poco per un paese che a fine degli anni 1960 vantava quella che un tempo si chiamava una “matrice industriale completa”, vale a dire produceva un po’ di tutto, dal nucleare all’elettromeccanica, dal chiodo al microchip, dal farmaco alle scarpe.
Purtroppo l’industria di Stato che concentrava molte di queste competenze è stata dapprima vittima della spartizione partitica, che l’ha spogliata delle grandi capacità imprenditoriali maturate dagli anni 1930 sotto la guida dei grandi commis d’Etat antifascisti che l’avevano presa in mano (comprese le grandi banche). E infine svenduta a brandelli al settore privato attraverso le privatizzazioni. Spesso a capitali stranieri che l’hanno acquisita a saldo dei debiti esteri che l’Italia ha maturato negli anni dello SME (il sistema monetario europeo) e poi dell’euro, i due sistemi di cambio fissi a cui il Paese ha in successione aderito dal 1979 e su cui torneremo. L’eccesso di conflitto sociale a partire dai primi anni 1960 non ha poi certo favorito una evoluzione positiva della grande impresa italiana, la quale si è invece ritratta sino quasi a scomparire. Perché la Ignis, o la Rex-Zanussi non sono diventate una Samsung o, almeno, una Bosch? Perché tanti brand dei Caroselli di quand’eravamo bambini (o almeno io lo ero) sono spariti?
Mentre altri Paesi come la Corea del Sud o Taiwan si incamminavano verso produzioni di massa avanzate, il nostro si smarriva nel conflitto sociale. Ma vale la pena chiedersi di chi è la responsabilità di una conflittualità spesso esacerbata. Mentre ulteriore lavoro storico sarebbe necessario, non si è lontani dalla verità se la si attribuisce a una borghesia incapace da sempre a venire incontro alle istanze sociali delle grandi masse popolari. Dai cannoni di Bava Beccaris, al fascismo, alla “stretta monetaria” e prime minacce golpiste del 1963, alla strategia della tensione, sino a Berlusconi (e al suo epigono Renzi), e infine con l’euro, la borghesia italiana ha sempre reagito alla domanda di giustizia negando legittimità alle istanze sociali, timorosa di perdere i propri privilegi, al massimo corrompendo masse con il clientelismo diffuso e le elemosine - dai pacchi di pasta di Lauro agli ottanta euro di Renzi. E’ al principio degli anni 1960 che si compie la scelta decisiva: il Paese era cresciuto, le premesse economiche per una vera modernizzazione del Paese c’erano, una borghesia capace di guidarla no. Alla difesa dei settori nazionali moderni (l’elettronica di Olivetti, il nucleare di Ippolito, il petrolio di Mattei), e a una riposta in positivo alle istanze di giustizia sociale del primo ciclo di lotte operaie, si sostituì la svendita di quei settori al capitale straniero, la stretta monetaria, e lo sfruttamento selvaggio della forza lavoro, senza riforme sociali. Il secondo ciclo di lotte operaie dal 1969 fu la risposta dei lavoratori. Molto si ottenne, altrettanto lo si sta ora restituendo.
Negli anni 1970 il Paese continuò comunque a crescere, con il conflitto spesso moderato attraverso l’impiego non sempre appropriato della finanza pubblica e l’utilizzo del cambio (svalutazione della lira) per compensare la maggiore inflazione interna. Le istanze progressive delle lotte operaio e studentesche furono molto, solo molto parzialmente guidate dalla sinistra verso un riformismo forte, ostacolate in questo dalla borghesia golpista, in un clima reso più cupo da un estremismo diventato col tempo violento. L’aumento del prezzo del petrolio, per cui anche i Paesi petroliferi ambirono a una fetta maggiore della torta, fu un’ulteriore elemento esacerbante del conflitto.
BOX 2 Il conflitto distributivo fra lavoratori e capitalisti genera inflazione, la famosa spirale prezzi-salari. I Paesi produttori di petrolio e materie prime possono costituire il terzo incomodo. Una inflazione interna maggiore dei concorrenti (per esempio di Germania e Francia) porta a una perdita di competitività. In termini semplici: i nostri prodotti cominciano a costare più dei loro. Una svalutazione della nostra moneta, quando ce l’avevamo, aumentava il potere d’acquisto degli stranieri: coi marchi un tedesco comprava più beni prezzati in lire. Allora la svalutazione, accrescendo il potere d’acquisto degli stranieri, compensava l’aumento dei prezzi in lire dei nostri prodotti. Certo, con una lira deprezzata, diminuiva il potere d’acquisto di merci estere per i lavoratori italiani. Ma né questo, né l’inflazione interna erano sufficienti a annullare l’aumento dei salari reali ottenuto con le lotte.
La svolta avvenne alla fine degli anni 1970 quando, superato l’apice del terrorismo, il Paese allineò le proprie politiche alla nuova ventata monetarista che si andava affermando in Europa e negli Stati Uniti. In questi ultimi, muore con Carter l’ultimo rigurgito keynesiano. L’adesione al sistema europeo di cambi fissi, lo SME (sistema monetario europeo), fu il segnale ai sindacati che la politica economica non avrebbe più accomodato il conflitto sulla distribuzione del reddito attraverso il tasso di cambio. Il meccanismo è spiegato nel BOX 2: il conflitto salariale genera inflazione; quest’ultima fa perdere competitività al paese, per la ragione banale che i prezzi delle merci che produce aumentano più che all’estero; il deprezzamento del cambio fa recuperare la competitività. Abilmente, per gran parte degli anni 1970 l’Italia aveva cercato di svalutare rispetto al marco, preservando la competitività nel mercato tedesco che è il nostro più importante, mantenendo invece stabile il cambio col dollaro (avvalendosi del contestuale indebolimento di quest’ultimo nei confronti del marco), sì da mantenere invariato il prezzo delle importazioni petrolifere (fatti salvi gli aumenti decisi dai produttori). In tutto questo i dati mostrano che i salari reali riuscivano a crescere – la deflazione e non l’inflazione è nemica dei salari. Tanto più che la produttività del lavoro continuava a crescere, guidata dalla domanda interna ed estera.
BOX 3tassi di inflazione relativamente sostenuti sono spesso associati a tassi di disoccupazione contenuti e quindi a posizioni di forza dei lavoratori nelle contrattazioni sindacali, a beneficio del mantenimento della crescita dei salari reali, e della quota dei salari sul prodotto. Il processo di disinflazione [successivamente] compiuto …ha eroso (via disoccupazione) le posizioni contrattuali dei lavoratori, favorendo lo smantellamento dei presidi del loro potere d’acquisto (meccanismi di indicizzazione del salario) e quindi, inevitabilmente, riducendo la quota dei salari sul prodotto.” A.Bagnai, Il tramonto dell’euro, Imprimatur, 2012).
Certo, di meglio si poteva fare: più giustizia distributiva e fiscale avrebbero potuto moderare il conflitto, ciò che avrebbe però richiesto una borghesia lungimirante; un più rapido adeguamento dell’imposizione fiscale e la lotta all’evasione, a fronte di una spesa sociale che finalmente cominciava ad adeguarsi agli standard europei avrebbe impedito l’esplodere del debito pubblico, la cui concausa furono gli alti tassi di interesse conseguenza dello SME. Per chiarire quest’ultimo punto: nel corso degli anni 1980, con i cambi fissi e un’inflazione in discesa, ma pur sempre più alta della Germania, il nostro Paese si trovò con forti disavanzi esteri. Non potendo infatti più svalutare adeguatamente per compensare la più elevata inflazione, la competitività del Paese ne soffrì.  Questo implicò indebitamento verso l’estero a tassi di interessi crescenti (gli stranieri investivano sì in titoli italiani, ma per coprirsi dal rischio di svalutazione della lira chiedevano tassi assai onerosi). Con l’uscita (temporanea) dallo SME nel 1992, la svalutazione e la ripresa delle esportazioni consentì al Paese di riaggiustare i conti esteri e restituire il debito estero.
Dagli anni 1990 la globalizzazione di capitale e lavoro si fa più massiccia. Questa va intesa come un imponente movimento del capitalismo verso l’estensione su scala globale dell’esercito industriale di riserva (la sacca di disoccupati che serve a calmierare i salari, il termine è di Marx). Da un lato gli impianti si spostano verso paesi dove il costo del lavoro è più basso, dall’altro i fenomeni migratori portano all’interno dei paesi industrializzati la concorrenza della forza-lavoro a basso costo. La pressione su salari e diritti si fa tremenda. Al contempo il rafforzamento delle grandi istituzioni internazionali come il WTO (oggi il TTIP) è volto a smantellare i poteri degli Stati sovrani, sì da depotenziare la linea di difesa dei diritti costituito dalle istituzioni democratiche nazionali. Il rafforzamento delle istituzioni europee culminato nella creazione della moneta unica si iscrive in questo quadro.
L’euro è la sanzione della strategia della deflazione salariale. L’ideologia che guida l’Italia ad aderire alla moneta unica è quella del “legarsi le mani”, come fu definita da due sciagurati economisti (Francesco Giavazzi e Marco Pagano): cancellata definitivamente la possibilità di aggiustare il cambio, l’unica via per mantenere i posto di lavoro è la deflazione salariale. Naturalmente questo non viene detto esplicitamente: si dice che l’euro imporrà di effettuare le riforme che il Paese da lungo attende (leggi la riforma del mercato del lavoro culminata nel Jobs Act).
Il BOX 1 illustrava come, tuttavia, se tutti i paesi adottano la deflazione competitiva, questo è un gioco a somma zero, se vince uno perde l’altro e dunque il paese che fa più deflazione salariale spiazza gli altri in un suicida gioco al ribasso. E il paese più bravo a farla è stata la Germania che, con le riforme del mercato del lavoro del socialdemocratico Schroeder, spiazzò tutti nel 2003. Alla deflazione salariale la Germania affiancò la sua tradizionale forza produttiva sostenuta da un poderoso apparato statale pro-business (ricerca, ottima formazione a ogni livello, apparato pubblico e politica estera sostegni delle esportazioni ecc.), quello che si chiama Stato mercantilista insomma. Pur con un’inflazione ridotta al lumicino, il nostro Paese si vede di nuovo spiazzato dal temuto concorrente, ed è allora che il discorso sul declino italiano si fa più pressante. Oggi la Spagna è portata ad esempio di successo della deflazione salariale: vedete, si dice, come tempestive riforme del mercato del lavoro (leggi smantellamento dei diritti sindacali e condizioni di lavoro massacranti) portano alla ripresa del Pil? Non ci si rende conto che in Europa questo, alla lunga, non è neppure un gioco a somma zero, in cui almeno uno vince, ma è un gioco al massacro collettivo: il vincitore si ergerà alla fine sulle rovine dei concorrenti, e sulle proprie. Non esattamente un successo.
Qual è l’alternativa? Quella più ragionevole sarebbe di politiche europee espansive concertate fra i diversi paesi, con la Germania a fare da traino espandendo il proprio mercato interno attraverso un cospicuo aumento di salari e spesa pubblica. Dunque l’abbandono della deflazione salariale innanzitutto da parte del paese leader. Ma ciò non accadrà. La Germania non abbandonerà mai il proprio modello mercantilista (vendere agli altri e non comprare). Questo paese costituirebbe comunque un problema anche se l’euro crollasse.
In questo quadro scoraggiante, non sono in grado di dare suggerimenti ai compagni della Whirpool su quale strategia sindacale adottare a livello locale. Sindacati ed enti locali dovrebbero forse costringere l’azienda ad impegnarsi in politiche dell’innovazione, in collaborazione per esempio con le università toscane, per individuare nuovi prodotti di alta gamma, anche puntando sulla formazione del personale. Ma sono solo idee, come noto, chi sa fa, chi non sa insegna. A livello nazionale si tratta ovviamente di combattere le politiche di austerità che sono anch’esse parte della deflazione salariale in quanto mirano ad abbattere il salario indiretto, quello consistente di erogazioni sociali (pensioni, sanità, istruzione, assistenza sociale). Queste politiche hanno distrutto il mercato interno portando a una drammatica perdita di capacità produttiva. Va inoltre accresciuta la consapevolezza che l’Europa, monetaria e non, è lo strumento della deflazione salariale (ce lo chiede l’Europa), e poco conta il contentino che ci viene dato sul terreno dei diritti civili, che funge da specchietto per le allodole.
BOX 4 La deflazione salariale come strategia del capitalismo nazionale ha l’obiettivo di catturare i famosi due piccioni con una fava: i bassi salari tengono alti i profitti, e allo stesso tempo consentono di vendere l’eccedenza del prodotto all’estero. Così, nonostante i bassi consumi interni dovuti ai bassi salari, non c’è un problema di mercato. La questione è che se fan tutti così, come s’è visto, la strategia diventa un gioco al ribasso rovinoso per tutti.

Afferrate lo scenario? La conservazione del'euro accelera verso il Maelstrom



1. Proviamo a fare un quadro comprensivo dei più importanti elementi che determinano lo scenario economico globale, europeo e italiano
Una volta che, infatti, abbiamo deciso che dobbiamo rinunciare alla sovranità perché lo Stato è brutto e porta alle guerre e alla mancanza di cooperazione tra i popoli (!), la situazione italiana è inevitabilmente segnata da fattori determinati a livello internazionale e, segnatamente, sovranazionale.
Tutto questo, poi, discende dalla linea politica dei governi che si sono succeduti in Italia da almeno 30 anni, in base alla quale l'art.11 Cost., invece che come una norma di forte - se non totale- limitazione dei trattati di natura economica, e in particolare liberoscambisti, è assunto, da economisti scopertisi intepreti autentici della Costituzione, e da giuristi "ideologicamente" convinti che monetarismo e liberoscambismo portino a una maggiore crescita, come titolo giustificativo di ogni vincolo esterno derivante dai trattati internazionali.

Il quadro da delineare è estremamente complesso e, in questa sede, cercheremo di darne uno schema sintetico.
Proviamo a fare un'elencazione fondata sull'attualità, cioè su quanto i vari aspetti del "vincolo esterno", economico e sovranazionale, siano oggetto di esposizione mediatica. 
Per quello che vale naturalmente: l'attenzione cronacistica dei media non significa priorità dei problemi, ma semplicemente urgenza di costruire una versione neo-orwelliana dei vari problemi, in modo da distogliere sistematicamente l'opinione di massa dalle cause e, possibilmente, compiere l'inversione causa/effetti che tanto giova al controllo sociale ordoliberista-tecno-pop, alternativo alla conservazione della democrazia (sostanziale).

3. Dunque abbiamo:
a- il crollo borsistico devastante di questi giorni iniziali del 2016, in particolare nel settore dei titoli bancari. In Italia, e lo abbiamo visto da numerosi post, ciò deriva dall'esigenza tedesca di accelerare la destrutturazione-ristrutturazione delle economie, piegate dal mercantilismo consentito dalle regole liberoscambiste dei trattati UE-UEM, concentrando il potere di emissione di "moneta bancaria", e di finanziamento di ogni azione pubblica o privata, presso un oligopolio ristretto di superbanche, estere rispetto all'Italia. 
Con l'effetto, - già iniziato invero dal QE nella forma attuale, che determina un indebitamento in euro (non convertibile in altra valuta, eventualmente ridivenuta nazionale) delle banche centrali nazionali verso la BCE-, di spostare progressivamente il rendimento dei titoli pubblici italiani e le condizioni valutarie di restituzione della sorte capitale corrispondente, verso le tasche e le condizioni valutarie dettate dai neo-creditori: siano essi le banche o l'ESM o l'ERF.  

a.1.- Con riguardo a questo specifico aspetto, del crollo delle quotazioni azionarie bancarie, ci limitiamo a riportare questo scambio di battute:


b- l'estendersi delle difficoltà del sistema bancario a tutto il quadro mondiale del settore, includendo il caso Deutschebank che, tra smentite e "minimizzazioni", preannunzia però che la Germania, nel caso di default di tale istituto, ricorrerebbe senza esitazioni al salvataggio pubblico, ponendo però a rischio, con drasticità, la tenuta del quadro istituzionale della moneta unica.

http://www.zerohedge.com/sites/default/files/images/user3303/imageroot/2016/02/08/20160209_DB.jpg


AEP: Torna la paura sui mercati del credito europee

Di Ambrose Evans-Pritchard, 9 febbraio 2016

I problemi di credito del sistema bancario europeo sono improvvisamente diventati enormi e iniziano a pesare sul debito pubblico italiano, spagnolo e portoghese, riattizzando i timori del “circolo vizioso” sovrano che mise in crisi l’Europa quattro anni fa.
“La gente è spaventata. Siamo davvero vicini a una crisi creditizia auto-alimentata”. Ha dichiarato Antonio Guglielmi, capo della ricerca bancaria europea presso l’italiana Mediobanca.
“Abbiamo un forte sbilanciamento sui mercati del credito. La liquidità è completamente evaporata ed è molto difficile condurre transazioni. Non si trovano gli acquirenti”.
Il risultato perverso è che gli investitori stanno vendendo le azioni delle banche per sistemare le proprie posizioni, peggiorando le cose.
Marc Ostwald, un esperto di credito presso ADM, ha detto che la terribile novità è che le difficoltà delle banche ha improvvisamente iniziato a pesare sui rendimenti degli stati già in crisi dell’Europa del sud.
“Il vortice della disgrazia sta rialzando la testa”, ha detto, riferendosi al circolo vizioso del 2011-2012 quando le banche dell’eurozona e gli stati si erano inguaiati a vicenda in un vortice distruttivo.
Questo succede mentre i fondi sovrani del blocco degli esportatori di materie prime e dei mercati emergenti sono costretti a vendere gli asset stranieri a ritmo sostenuto – o per difendere le proprie valute o per coprire le proprie spese pubbliche.
Il signor Ostwald ha detto che il fallimento del mese scorso della Banca del Giappone nel suo tentativo di far scendere i tassi di interesse in territorio negativo ha innescato la crisi, avendo minato la fiducia nei poteri “magici” delle banche centrali. “E’ stata indubbiamente la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ha innescato il panico”.
Lo spread sui titoli italiani e spagnoli a 10 anni è balzato a quasi 150 punti base rispetto ai Bund, rispetto ai 90 punti della fine dello scorso anno. Lo spread portoghese è balzato a 235 punti mentre il governo di sinistra del paese si scontra con Bruxelles riguardo le politiche di austerity.
Anche se questi livelli sono più bassi di quelli tipici delle crisi, stanno però aumentando mentre la BCE compra il debito di questi paesi in grandi quantità con il Quantitative Easing. L’aumento dei rendimenti è l’antipasto di quello che potrebbe accadere se e quando la BCE dovesse fermarsi.
Il signor Guglielmi ha detto che una delle cause principali dell’ultima crisi creditizia è l’imposizione del nuovo, duro regime di “bail-in” per i bond delle banche europee senza che elementi cruciali dell’unione bancaria europea sono stati implementati.
“I mercati si prendono la rivincita. Sono stati troppo imbrigliati e ora pretendono un agnello sacrificale da parte dei politici”.
Così Evans-Pritchard, tradotto da Voci dall'estero:
"Il signor Guglielmi ha detto che c’è una paura strisciante tra gli investitori globali che queste misure draconiane di “bail in” possano cristallizzarsi mentre le banche europee affogano in mezzo a 1.000 miliardi di euro di crediti deteriorati. I crediti deteriorati dichiarati sono il 6,4% del totale, in contrasto con il 3% degli USA e il 2,8% del Regno Unito.
La regola del bail-in è stata imposta per la prima volta a Cipro a seguito della crisi debitoria dell’isola, togliendo ai debiti delle banche europee il loro stato di pilastri della stabilità finanziaria, e la loro garanzia statale implicita. Il nuovo regime è entrato in vigore per l’intera eurozona a gennaio. Sia i debiti subordinati che quelli “senior” devono ora sostenere il rischio di essere azzerati prima che i contribuenti siano chiamati a contribuire nei salvataggi.
Questo meccanismo da una parte ha senso, ma ha deformato pericolosamente la struttura bancaria dell’eurozona. I singoli stati dell’eurozona non possono più facilmente ricapitalizzare il proprio sistema bancario perché ciò infrangerebbe le regole UE sugli aiuti di stato, ma non c’è nessun organismo europeo che possa sostituirli..."

c- se aumentano le prospettive autoalimentate (dalla disciplina €uropea dell'Unione bancaria!), di crisi bancaria diffusa, e dunque, in vista di una qualche forma indispensabile di '"aiuto di Stato" per il salvataggio, - autorizzabile dall'UE a certe rigide condizioni, comunque post tosatura dei conti correnti-, aumentano gli spread, si può arrivare al de-rating del debito pubblico italiano, che sotto la soglia del BBB-, attualmente posseduto, non sarebbe più acquistabile dalla BCE nell'ambito del QE.
Risultato: prima si avrebbe l'attualizzazione di una nuova crisi degli spread e poi, - a causa delle perdite sui corsi dei titoli sovrani che inciderebbero sugli attivi delle banche italiane, già messe alla prova dalla devalorizzazione dei crediti "problematici"-, seguirebbe inevitabilmente, un'ondata di vendita degli stessi, in una situazione, di rendimenti e di collocabilità del debito, che andrebbe fuori controllo;

d) da ciò, l'ulteriore conseguenza che, proprio mentre le istituzioni UE si trincerano dietro la non concedibilità all'Italia di ulteriore flessibilità nel rientro dei limiti di indebitamento annuale legati al fiscal compact (e alla astratta, ma del tutto velleitaria pretesa che ciò potrebbe far diminuire il rapporto debito/PIL nei limiti previsti dallo stesso fiscal compact), il governo italiano, prima di dover ricorrere al fondo europeo di stabilità finanziaria (ESM, con l'imposizione del consueto memorandum e del trattamento "trojka" già visto per la Grecia), potrebbe essere costretto a imporre una forte patrimoniale (le fonti parlano, forse ottimisticamente, del 2% sull'intera ricchezza privata nazionale). 
Con effetti depressivi dei consumi, dei prezzi immobiliari, della domanda interna e, perciò, dell'occupazione, repentini ed immediati (come abbiamo più volte visto, in funzione della propensione marginale al consumo del risparmio e della ricchezza in genere)

e) rammentiamo, poi, che se anche non si concretizzasse questa duplice prospettiva, - cioè di aumento verticale degli spread in conseguenza dell'esclusione dal QE e simultanea rigidità di applicazione del fiscal compact, inclusivo della copertura in pareggio di bilancio (!) anche degli interventi di salvataggio bancario-, i meccanismi di normazione €uropea in attuale gestazione, guidati dalla Germania, spingono comunque per una neo-graduazione del rischio dei titoli del debito sovrano detenuti dalle banche; cioè agisce, tale nuova "inevitabile" regolazione, svalutandoli fortemente e portando allo stesso effetto di vendite massicce da parte del sistema bancario nazionale, nonchè al consolidamento di enormi perdite di bilancio (per qualche decina di miliardi) col conseguente ricorso all'ESM, a cui, nella stessa disciplina che si vuole introdurre da parte dei tedeschi, conseguirebbe l'automatico default dello Stato richiedente.
E tutto questo, si badi, nasce dal fatto che non esiste alcuna banca centrale che possa svolgere il suo naturale ruolo di prestatore di liquidità di ultima istanza e di tesoriere dello Stato in casi come questi.
Tanto che, proprio in mancanza di tale entità monetaria, si riattualizzerebbero anche le pulsioni (distruttive per l'Italia) all'introduzione del sistema dell'ERF per ridurre a tappe forzate di espropriazione di flussi fiscali e di asset pubblici, l'ammontare del debito pubblico.

f) A questo quadro sintetizzato degli aspetti principali della situazione creatasi a seguito della inevitabile evoluzione della disfunzionalità dell'euroarea, e della folle volontà di preservarne AD OGNI COSTO l'esistenza, occorre aggiungere un'altra incombente prospettiva.
Infatti, a seguito della scadenza della clausola eccettuativa del WTO dedicata, nel 2001, alla situazione della Cina, ai fini della liberalizzazione globale degli scambi, si porrebbe il problema del riconoscimento dello status di economia di mercato della stessa Cina
Se la sostanza di questa clausola sia stata rispettata, - cioè se la Cina non sia più configurabile come capitalismo "di Stato" e  non pienamente rispondente alle norme concorrenziali, sul piano delle tutele del lavoro, previdenziali e ambientali (tra l'altro, sebbene questo aspetto non stia, per tradizione, particolarmente a cuore in sede WTO)- è oggetto di forti perplessità da parte di USA e Giappone: l'UE invece, sarebbe disponibile a tale riconoscimento, ritenendolo un effetto della scadenza automatica della clausola eccettuativa in questione, con la conseguenza che verrebbe meno la possibilità di imporre dazi selettivi sulle merci cinesi e l'applicazione di misure antidumping.
L'arrivo di merci a prezzi "competitivi" sul mercato UE, avrebbe un impatto molto forte in termini di occupazione e di sopravvivenza del residuo manifatturiero europeo: ma, ancora di più andrebbe ad incidere sul nostro sistema industriale (ancora sopravvissuto a austerità e insolvenze), caratterizzato da una rete (un tempo fiorente) di PMI che verrebbe definitivamente disarticolata, precipitando ulteriormente i livelli occupazionali (si parla di un effetto incrementale tra lo 0,9 e l'1,9% della disoccupazione: ma spero di avere stime attendibili da economisti accreditati...nello studio dell'economia internazionale e nella conoscenza dell'economia cinese).

lunedì 8 febbraio 2016

L’establishment democratico contro Sanders

di Carlo Formenti da Micromega
 
In un lungo, interessante articolo pubblicato dall’Huffington Post, il professore Jedediah Purdy della Duke Law School esamina gli argomenti con cui l’establishment democratico tenta di screditare la candidatura di Bernie Sanders, dopo che l’anziano senatore del Vermont, contro ogni pronostico, si è rivelato un pericoloso competitor per la beniamina dell’apparato, Hillary Clinton. Purdy esamina, in particolare, due posizioni: quella dell’economista neokeynesiano Paul Krugman e quello di un’autorevole firma del New Yorker, Alexandra Schwartz.
L’argomentazione di Krugman, ridotta all’osso, suona così: governare è un compito troppo duro per un socialista democratico “idealista” come Sanders, incapace di accettare i compromessi che ogni vero leader politico deve necessariamente compiere. Per inciso: visto che le proposte di politica economica di Sanders sono neokeynesiane, Krugman confessa candidamente che le proprie idee sono impraticabili, visto che fra tali idee e quelle liberiste tertium non datur (ove si escluda il superamento del capitalismo). La Schwartz attacca invece sul versante del massiccio consenso che Sanders riscuote fra giovani e giovanissimi: ciò gli riesce, scrive, perché Sanders evoca antichi fantasmi di “purezza”, coltiva nostalgie per un tempo immaginario in cui la politica era più semplice e diretta. Bisognerebbe dunque aprire gli occhi ai ragazzi e invitarli a scegliersi leader più “adulti” (come dire: Sanders è un vecchio rimbambito).
I due approcci, nota Purdy, condividono la visione secondo cui il tempo delle campagne è il tempo degli slogan e delle promesse, poi viene il tempo delle scelte realistiche di chi dovrà governare. Non a caso si ispirano entrambi a Obama, l’uomo che, dopo essere andato al potere salmodiando “yes we can”, non ha smesso di fare guerre, ha fatto ben poco per migliorare l’ambiente, si è accontentato di applicare pannicelli caldi sulle piaghe di lavoro, debito studentesco, carcerazioni di massa, ha fatto una “riforma” sanitaria che è un regalo alle assicurazioni private ecc. Ecco perché preferiscono la Clinton: perché sanno che le sue promesse di mettere la museruola a Wall Street non valgono un soldo bucato in quanto, se vincerà, si guarderà bene dall’irritare i poteri forti della finanza (i quali lo sanno tanto bene che continuano a coprirla d’oro).
Gli argomenti di Krugman e Schwartz, continua Purdy, somigliano a quelli di due noti intellettuali della prima metà del Novecento: Walter Lippmann e Joseph Schumpeter, i quali erano convinti che la democrazia altro non sia che una tecnica – da maneggiare con cautela – per ottenere il consenso della maggioranza dei cittadini – incapaci di capire le “leggi” del sistema politico ed economico – e mettere gli addetti ai lavori nella condizione di fare tranquillamente il loro mestiere (“Lasciateci lavorare” invocava Berlusconi, un grido che ritorna oggi sulle labbra di Renzi). Per inciso, noi europei potremmo rivendicare un pedigree ancora più “nobile” e vetusto: basti pensare agli “elitisti” Mosca, Pareto e Michels.
Il dibattito americano ci tocca da vicino, perché la visione “realista” della democrazia (della “democrazia reale”, per dirla con Colin Crouch) è oggi condivisa da tutti i partiti politici che si contendono il potere nei Paesi occidentali, ad eccezione dei movimenti che, non a caso, vengono considerati espressione di un’ingenua visione “populista”, perché invocano una politica in cui le parole coincidano con i fatti. L’idea che il popolo abbia voce in capitolo su temi “complessi” (la parolina magica per legittimare l’egemonia delle caste) quali l’economia e le regole del gioco politico terrorizza i padroni del vapore. Ovviamente, non c’è garanzia che una svolta populista migliorerebbe le cose: non va infatti dimenticato che il populismo, pur se si dichiara né di destra né di sinistra, è sempre ideologicamente orientato: può produrre redistribuzione del reddito, solidarietà e amicizia fra i popoli, come è avvenuto per i populismi bolivariani, ma può anche produrre razzismo, nazionalismo e intolleranza, come avviene con i populismi alla Salvini e alla Le Pen. In altre parole, il populismo è oggi il terreno su cui si gioca la sfida di un cambiamento radicale, con tutti i rischi relativi, mentre la democrazia reale è il terreno su cui germogliano oppressione, sfruttamento, dominio sulle masse popolari da parte dell’élite economica e politica.

domenica 7 febbraio 2016

Brexit e teatrino Cameron.

di Tonino D’Orazio

Molti sono preoccupati per i “ricatti” del premier inglese Cameron verso la gang-troika di Bruxelles e l’eventuale sfaldamento definitivo dell’Unione, se la Gran Bretagna dovesse uscirne, (Brexit), vista già la drammatica situazione dell’euro e di Schengen con il cavallo di Troia dell'immigrazione selvaggia.
I conservatori inglesi, avendo accettato (anzi proposto prima che lo facessero altri) il referendum se rimanere o meno nell’Unione, a causa del malumore popolare, devono adesso scegliere. Sono cominciate le grandi manovre mediatiche per poter dire sì, facendo finta di aver ottenuto grandi vantaggi dalla contrattazione con i commissari UE. 
Diventa in gran parte un esercizio per mantenere le apparenze, visto che la maggior parte dei termini concordati fanno poca differenza sostanziale dalle condizioni pregresse di adesione del Regno Unito. Ma per Cameron, l'accordo rappresenta una vittoria per la Gran Bretagna, facendolo passare, fra l’altro, come riforma dell'Unione europea. Quindi ora è pronto a difendere il mantenimento della Gran Bretagna nell'Unione europea nel prossimo referendum. Qualcuno poteva pensare che la gestione economica mondiale delle destre avrebbe permesso a uno di loro di sganciarsi veramente dalla presa oligarchica massonica e statunitense?
L'opposizione ridicolizza il tutto. Secondo gli euroscettici, anche nel partito conservatore, certificano che l'accordo raggiunto con l'Unione europea non vale la carta su cui è scritto. A meno che vi siano i soliti oligarchici accordi segreti. Gli euroscettici promettono di intensificare la loro opposizione contro l'adesione britannica all'UE.
L’unico accordo vero, come sempre, è sulle spalle dei lavoratori e del welfare, costante ideologica ormai più che decennale. In realtà sul tema degli immigrati; tema preminente della paura popolare pilotata e delle destre europee.
Cameron ha voluto ridurre la migrazione verso la Gran Bretagna dal resto dell'UE, lasciando i lavoratori UE-migranti nel Regno Unito ad aspettare quattro anni prima di poter godere dei benefici sociali. Intanto, prima dovrà trovare una maggioranza qualificata in sede europea per imporre una tale restrizione, né potrebbe imporla unilateralmente. Se ognuno cominciasse a fare così dove altro andremmo a finire! Più stupidamente, una tale restrizione non farà nulla per fermare l'immigrazione nel Regno Unito, per l’Europa, soprattutto polacca e rumena.
Ma possibile che l'UE preferisca minare uno dei suoi pilastri fondamentali: la libera circolazione e sfruttamento dei lavoratori? Non sanno che la Corte di giustizia europea deciderà sicuramente di vietare questa discriminazione arbitraria nei confronti degli stranieri comunitari riguardo l'accesso al welfare? Allora è fumo attendista negli occhi. La vittoria di Pirro. Alla prossima Renzi bullistica maniera.
I lavoratori UE sono attratti verso il Regno Unito non a causa delle prestazioni sociali, ma a causa delle molte opportunità di lavoro che il Regno Unito offre, come in altri paesi fuori dalla €urozona. Sono persone che vanno a lavorare e non a beneficiare della generosità britannica. Anche perché questa, pur importante, è sempre più ridotta, dal socialista Blair in poi. La Thacher faceva solo il suo mestiere indicando la strada maestra della guerra ai poveri e ai lavoratori.
Cameron ha raggiunto l’accordo che il Regno Unito non parteciperà ai prossimi programmi di "unificazione europea", cioè quello che aveva già raggiunto come diritto di non essere trascinato in ulteriori allargamenti dell’Unione. Non ha veramente mai partecipato. Ormai, a parte inglobare la Russia non è che ci sia rimasto molto. E poi le mani in pasta ce l’hanno sempre con la Nato, che gestisce sempre più la politica estera dell'Europa. Non è un membro della zona euro. Non partecipa a Schengen e mantiene il pieno controllo sui propri confini. Era comunque già stato accettato da tutti che il Regno Unito non avrebbe partecipato a programmi futuri di unificazione. Era solo un pallino dei continentali tedesco centrici, che loro hanno guardato sempre con diffidenza. Il “riarmo” economico e di potenza della Germania, per ovvie ragioni storiche, non è mai piaciuto agli inglesi. Nemmeno una Europa a doppia velocità, una forte con tentativo federativo più stretto e una come va,va, serva dell’altra, come la Grecia di Syriza. Questa "vittoria" di Cameron è priva di significato pratico. Rimaneva solo da chiedere che la Gran Bretagna potesse mantenere il suo diritto a parlare inglese.
Cameron ha voluto imporre la sovranità del Parlamento britannico dandogli il diritto di veto sulle leggi future che verranno decise dall'UE. Bluff. Accordo che può passare solo se lo vota il 55% dei parlamentari europei. Tra l’altro la legislazione europea è decisa dal Consiglio europeo. La GB è minoranza nel Consiglio. Dunque? Tutti contenti?
Cameron ha voluto assicurarsi che il contribuente britannico non sarà costretto a contribuire in future operazioni di salvataggio finanziario nella zona euro. Ma anche qui il Regno Unito aveva già acquisito questo diritto. Non è nella zona euro, anche se le loro banche, tramite FMI, continuano a percepire lauti interessi sui debiti dei paesi in difficoltà della zona euro. E poi hanno la loro moneta e la loro crescita.
Infine, Cameron ha chiesto che l'Unione europea diventi più competitiva riducendo la quantità di regolamenti. Spera di svicolare. Non sarà possibile, volenti o nolenti, azzeccati o sbagliati, vi sono troppe cose da regolamentare in comune, dalla sicurezza alla sanità, al cibo e a tutto il resto. Quindi ve ne saranno sempre di più.
In sostanza, ritengo che l'accordo raggiunto da Cameron con l'Unione europea è il solito ed ipocrita esercizio di "mantenere le apparenze", affinché tutto cambi e niente cambi.
E’ evidente che l’altarino una volta scoperto non fa altro che dare fiato a quelli che vogliono uscire dall’Unione. La Gran Bretagna ne ha comunque una migliore di Unione, che si chiama Commonwealth, ed è ben estesa su tutto il mondo e della quale è capofila, culturale ed economica, come la Germania per l’Europa, e un’altra unione molto stretta, privilegiata e di sangue (e di guerre) con gli Stati Uniti.  

  

L'asse tedesco-tedesco

da Goofynomics

(...da Londra...)

Luigi (nome di fantasia) è un'affabile e intelligente persona. Ci sentiamo ogni tanto al telefono, più raramente mi invita nel suo lussuoso appartamento a discutere, en petit comité, gli sviluppi della situazione. Sono i momenti nei quali intuisco che in effetti essere un miliardario avrebbe un certo fascino, soprattutto in un paese nel quale ancora puoi permetterti di non girare per strada sotto scorta (salvo casi eclatanti). La vita di tutti i giorni ne risulta considerevolmente semplificata, il che, inutile negarlo, libera tempo da dedicare all'otium. Va anche detto che la maggior parte dei miliardari che conosco è la dimostrazione vivente del fatto che le materie prime non sono un problema: di tempo libero ne hanno tanto, ma lo buttano al cesso. Luigi è un po' diverso. A lui, che non è un economista ma i soldi li ha fatti (a differenza dei tanti cialtroni accademicamente titolati cui non affiderei dieci euro per andare a comprarmi il pane e il latte, perché non saprebbero controllare il resto), a lui, che quindi ha girato il mondo non per dimenticare l'Italia, ma per valorizzarla (il marchio che ha creato è parte integrante del nostro prestigio), a lui, dicevo, dell'integrazione europea colpisce la distonia culturale, l'aver voluto superare il nazionalismo degli Stati creando un mostro statalista che avrebbe senso solo se sostenuto da una cosa che non c'è perché non ci può essere: una nazione europea. Luigi insomma è la prima persona cui ho sentito articolare (anche nel dibattito) la riflessione che Giandomenico Majone stava sviluppando nel dibattito scientifico, e che anch'io avevo confusamente anticipato nei miei libri che non sono solo divulgativi: combattere il nazionalismo con una supernazione non è cosa molto coerente logicamente, e in fondo nemmeno operativamente. La creazione dei due stati nazionali più recenti (Germania e Italia) non credo possa essere considerata esattamente una best practice, eppure è avvenuta proprio nel modo in cui ci si dice che dobbiamo operare, perché, ci si dice, è l'unica via di salvezza: cedendo sovranità. Ora, ai tempi, questa cessione, che ha funzionato poco (vedi il persistere dei noti divari fra Nord e Sud o fra Ovest e Est), era almeno in parte motivata da uno stimolo positivo: l'esistenza di un dato culturale, l'identità linguistica, che giustificava l'ambizione a gestire insieme uno spazio comune, anche a costo di qualche sacrificio.

Oggi, se ci fate caso, questa cessione è motivata principalmente da uno stimolo negativo: la paura. Paura della Cina, paura dei migranti. Il terrorismo psicologico è stato apertamente teorizzato da Mario Monti come elemento portante della creazione di una nuova identità, come qui sappiamo bene. Che non sia solo teoria ma anche prassi lo abbiamo visto in occasione dei fatti di terrorismo che ci hanno sconvolto lo scorso anno, e che sono subito stati sfruttati dai media di regime per invocare, con un salto logico rivelatore di una vera e propria psicosi (e di un livello patologico di poraccesimo), gli Stati Uniti d'Europa.

Quindi, cosa vogliamo aspettarci da un sistema che non solo ricalca un modello di integrazione fallimentare (e in quanto tale disapplicato nel resto del mondo, dove non esistono esperimenti di integrazione economica che ambiscano a darsi statura politica), ma in più lo persegue sulla base di motivazioni negative e intrinsecamente distoniche? Se per costringere qualcuno a fare qualcosa devi terrorizzarlo, intanto c'è qualcosa che non va, e poi non è detto che la cosa finisca bene.

E infatti...

Nel corso delle nostre amabili conversazioni, Luigi, che è meno giovane di me, ricorda spesso una frase, credo di De Gaulle: quella secondo cui l'Europa sarebbe stata un carro tirato da un cavallo tedesco e condotto da un nocchiere francese (non so se la frase sia esattamente così, non so se sia di De Gaulle, ma sicuramente qualcuno di voi lo sa). Frase che ricorre ogni volta che Luigi mi riespone quella che secondo lui è la motivazione profonda dell'euro: il desiderio francese di supremazia, presentato, per indorare la pillola, come asse franco-tedesco.

Una cosa della quale mi è stato chiesto di parlare qui:

 

Ora, come sapete, io a questa versione dei fatti credo poco. Certo, Mitterrand era un tronfio imbecille puttaniere (definizione un po' riduttiva, ma tutto sommato comprovata dall'evidenza), però in questa concettualizzazione molte cose non mi convincono. Sì, chiaro, esisteva all'epoca l'idea, impersonata qui da noi da quell'altro fulmine di guerra di Modigliani, che la moneta unica avrebbe avuto una gestione comune, e che quindi "più Europa" avrebbe significato meno Germania. Come sia finito lo abbiamo potuto vedere: male. La Bce è una grande Bundesbank, e la stessa cosa accadrebbe a livello di politica fiscale, se si procedesse verso un bilancio federale europeo. Del resto, sta già accadendo, non vedete? Smigol vuole imporre un'accisa a casa nostra per risolvere un problema che il suo paese ha creato, e che però ora si manifesta anche da loro (finché si manifestava solo da noi, non c'era bisogno di condividere i costi). Non si capisce come andrebbe a finire? E poi, quale asse vuoi che esista fra un paese che una valuta debole (per lui) rende strutturalmente creditore, e un paese che una valuta forte (per lui) rende strutturalmente debitore? Cioè, rispettivamente, fra Germania e Francia?

E infatti l'asse non c'è. L'asse franco-tedesco è morto, e lo si vede bene se si conoscono le dinamiche in atto a Bruxelles. Dinamiche che, come sempre, non hanno nulla di occulto: tutte le informazioni disponibili a ricostruirle sono pubbliche, ma se non sei del mestiere necessariamente ti sfuggono. Il punto qui è molto evidente: mentre portava avanti l'Anschluss dei suoi fratelli dell'Est, la leadership tedesca (un gruppo, come vedremo, piuttosto ristretto di persone unite da legami partitici e personali) pianificava l'Anschluss di tutto il resto, infiltrando con abilità e senza alcuna particolare azione di contrasto dei suoi elementi in ogni posto chiave delle istituzioni europee. Posti, notate bene, che sono appena sotto il pelo dell'acqua (o del fluido al quale volete paragonare le istituzioni europee), e dei quali quindi il grande pubblico (europarlamentari e governanti periferici compresi) non intuisce la rilevanza strategica. Motivo per cui questa occupazione ha potuto procedere indisturbata, superando il punto di non ritorno.

Pensate che esageri?

Non lo penserete più dopo che vi avrò fatto pochi esempi, fra alcune decine che potrei produrvi.


Iniziamo dal Parlamento europeo, il cui membro più longevo, che vi siede ininterrottamente fin dalla prima elezione nel 1979, è Hans-Gert Pöttering. Pöttering (classe 1945) è membro della CDU- CSU, il partito di Angela Merkel. È anche stato Presidente del Parlamento, fra il 2007 e il 2009, ed è presidente della Fondazione Adenauer, ma ciò che lo rende uno degli uomini più influenti a Bruxelles è il fatto di essere l'uomo di fiducia di Angela Merkel per tutte le questioni europee. Durante la sua presidenza, il suo capo di gabinetto era Klaus Welle, che poi è diventato non a caso il Segretario Generale del Parlamento, cioè il funzionario più alto in grado di tutta l'amministrazione. Classe 1964, Welle era responsabile per le politiche europee dello stesso partito di Pöttering e Merkel negli anni '90, poi passato nella delegazione del Parlamento europeo del PPE, per poi lavorare con Pöttering e finalmente insediarsi al vertice dell'amministrazione parlamentare.

Se ci spostiamo in Commissione, è noto persino ai giornali italiani (di solito non molto informati sulle vicende comunitarie) che il nuovo capo di gabinetto del Presidente Juncker sia il vero fac-totum della Commissione 2014-2019, colui il quale con una gestione inusualmente autoritaria sta imponendo una sua precisa linea politica, a volte anche scavalcando il Presidente. Martin Selmayr, classe 1970, è un giurista che ha studiato gli aspetti legali dell’unione monetaria, lavorando prima presso la BCE e poi negli uffici di Bruxelles della fondazione tedesca Bertelsmann. È stato lui e non Juncker a definire i limiti entro cui tutti i membri dell’esecutivo comunitario, i Commissari ed i Vice-Presidenti, possono muoversi, arrivando addirittura a modificarne liberamente i discorsi. Un’altra manovra piuttosto spregiudicata e significativa è stata la rotazione dei direttori generali fortemente voluta e completata da Selmayr qualche mese dopo il suo insediamento.

In quell’occasione ha abilmente piazzato il suo predecessore e connazionale Johannes Laitenberger, ex-capo di gabinetto di Barroso, a capo della Concorrenza, uno dei portafogli più importanti.
Johannes Laitenberger ha molte cose in comune con Selmayr. Entrambi sono giuristi, molto vicini al partito di Angela Merkel, la CDU-CSU. Laitenberger è stato il vero e proprio cane da guardia imposto dalla cancelliera a Barroso nel suo secondo mandato (2010-2014), in cambio della rielezione come Presidente della Commissione. Anche lui ha molto influenzato il lavoro della Commissione in perfetta sintonia con Berlino. Adesso è stato spostato a capo della direzione generale della concorrenza da Selmayr, senza che la Commissaria responsabile fosse proprio entusiasta. Per intenderci, è da lui che passeranno tutte le decisioni sugli aiuti di stato, come quelle per il settore bancario che l’Italia sta disperatamente cercando di ottenere, senza molto successo.

Chissà perché? Forse perché, come ci siamo detti, qualcuno ha deciso che invece di salvare le nostra banche con le nostre risorse, come fece la Germania, noi dovremo rivolgerci al MES, cioè alla troika. E chi comanda, al MES? Bè, ormai, dovreste averlo capito: un tedesco, Klaus Regling!

Regling è il direttore esecutivo del Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF) diventato poi il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), cioè il fondo che con assoluta discrezionalità e senza alcun controllo democratico decide le condizioni da imporre agli stati membri che chiedono aiuti finanziari a Bruxelles. Regling, classe 1950, è un altro economista tedesco la cui carriera si è sviluppata per oltre vent’anni fra il Fondo Monetario Internazionale e il Ministero delle Finanze tedesco, con una parentesi presso l’associazione delle banche tedesche e una banca d’affari londinese. Nel 2001, anche lui come esterno “prestato” all’amministrazione comunitaria, viene nominato direttore generale per gli affari economici e finanziari della Commissione europea, posto che ricopre fino al 2008. Dal 2008 al 2010 ritorna a Berlino come consigliere della Merkel, e poi dal 2010 diventa il capo dei vari meccanismi finanziari attraverso i quali l’Eurozona eroga i prestiti agli stati in difficoltà. E’ lui l’architetto dei vari “salvataggi” della Grecia, dell’Irlanda, del Portogallo, della Spagna, e degli altri che verranno. Significativa fu una sua intervista del 2010 in cui criticava duramente la Commissione per non aver adeguatamente vigilato sulle finanze pubbliche in Grecia, dimenticando di dire che il direttore generale responsabile dal 2001 al 2008 era stato lui stesso. Nel 2011 il suo nome circolò anche come candidato alla presidenza della BCE.

Notate che questo gruppo di persone è fortemente coeso: sono tutti a un grado di separazione da Frau Merkel, e pronti a esprimere il prossimo personaggio da collocare al posto suo o loro, che quindi sarà, anche lui, a un grado di separazione da tutti gli altri. Funziona così.

Potrei andare avanti per altre due pagine (sapete che non vi mento, e comunque gli organigrammi delle istituzioni europee sono consultabili sui relativi siti: andate a vedere, ad esempio, chi comanda il meccanismo di risoluzione bancaria...).
A questo punto la domanda diventa: e la Francia? Come ha potuto lasciar fare? Ricordo che quando incontrai a Rouen Jean-Paul Gozès lui espresse (in pubblico) la percezione netta che l'ingresso nell'euro, che lui difendeva come scelta di progresso ecc., aveva rappresentato un punto di svolta impostante: era stato l'euro a far dimenticare Auschwitz ai tedeschi. L'alterigia che avevano deposto quando, esponenti di una Germania sostanzialmente non denazificata, si affacciavano alle prime esperienze comunitarie schiacciati dal peso degli orrori compiuti poc'anzi, l'avevano ripresa una volta acquisita la certezza di averci incaprettato.

Ma allora la Francia perché non ha reagito, non reagisce?

Il fenomeno comincia a interessare e preoccupare i commentatori esteri, i quali, se danno per scontato che governanti fanfaroni, ignoranti e maggiordomi come i nostri non capiscano e non se ne curino, trovano viceversa molto meno normale che il "nocchiere" francese del carro europeo abbia deciso di suicidarsi. I motivi sono complessi. Politico.eu li analizza in un interessante articolo che propongo alla vostra riflessione. La prima riflessione da fare, però, è che in Francia si è costituito un gruppo di studio parlamentare per investigare le cause del problema. Vi immaginate una cosa simile da noi?

Le cause sono tante, e vanno da quelle evidenti (è chiaro che l'allargamento a Est dell'Unione è stato voluto dalla Germania nel suo interesse, che non era solo economico - manodopera qualificata da far entrare facilmente nelle sue fabbriche via Schengen - ma anche politico - creazione di una rete di vassalli da usare per mettere in minoranza i partner storici), a quelle meno evidenti, fra cui una questione generazionale: i rappresentanti francesi nelle istituzioni europee stanno andando in pensione, e i giovani enarchi sono molto meno attratti di un tempo da Bruxelles. Naturalmente, è un cane che si morde la coda: più la Francia passa in minoranza, meno prestigio offrono le cariche europee, e quindi minori incentivi hanno i giovini ram-polli dell'alta borghesia francese a recarsi nelle sedi dove i tedeschi li umiliano. Meglio restarsene a casa propria, o andare all'IMF, o in qualche multinazionale. Ma così la situazione si è degradata e si degraderà ulteriormente, e alla fine, del famoso asse franco-tedesco rimarrà solo un asse tedesco-tedesco, che la Francia non vedrà nemmeno più, perché lo avrà fuori dal campo visuale.


Questo lo dico a beneficio dei buontemponi che dicono "bè, però Renzi ha sbagliato, dovrebbe creare prima una rete di alleanze, e poi fare la voce grossa!". Forse non è chiaro come stanno le cose a Bruxelles e in Europa. I governi dei paesi in crisi sono tutti sostanzialmente ininfluenti, anche quando non sono direttamente commissariati dalla Bce (come quello greco, con la marionetta Tsipras), e l'unico paese di un certo peso politico che potrebbe schierarsi con noi, cioè la Francia, non lo fa perché pensa di essere migliore di noi (e vi ho mostrato più volte per tabulas che questa è presunzione), ma anche se lo facesse non ci potrebbe ormai aiutare più di tanto a cambiare i reali rapporti di forza a Bruxelles, le cui istituzioni sono marce di metastasi tedesche.

Chiaro il concetto? Abbiamo di fronte a noi un'alternativa non semplice: o un gesto disperato ma risolutivo, o alcuni decenni di disperazione.

Chi ci comanda non ha chiari i termini del problema, ve lo garantisco (e del resto lo vedete da voi), e quindi quale sarà l'esito ve lo lascio immaginare.

Ah, a proposito: buona domenica!