mercoledì 27 maggio 2015

Una Nazione Cristiana? E da Quando? Stati Uniti, lo Storico Patto tra Grande Capitale e Destra Religiosa


di Kevin M. Kruse dal New York Times

L'America sarà pure una nazione di credenti, ma per quel che riguarda la sua identità come “Nazione Cristiana” le credenze dei suoi cittadini sono piuttosto confuse.
Appena qualche settimana fa, l'agenzia Public Policy Polling [1] riferiva che il 57% dei Repubblicani è favorevole a dichiarare ufficialmente gli Stati Uniti una nazione cristiana. Ma nel 2007 un sondaggio effettuato dal First Amendment Center [2] mostrava che il 55% degli americani era convinto che lo fosse già.
Una tale confusione è comprensibile. Con tutti i discorsi che facciamo sulla separazione tra Stato e Chiesa, il linguaggio religioso si è diffuso nella nostra cultura politica in innumerevoli modi. È inscritto nel nostro giuramento di fedeltà patriottica [3], stampato sul nostro denaro, inciso sulle pareti dei nostri tribunali e del Campidoglio [4]. Forse la sua onnipresenza ci fa presumere che tale linguaggio ci accompagni fin dalla nascita della nazione.
Ma non sono stati i padri fondatori a creare gli slogan e le cerimonie che ci vengono in mente quando ci chiediamo se questa sia o meno una nazione cristiana. Sono stati invece i nostri nonni.
Negli anni 30 i grandi uomini d'affari si ritrovarono in difficoltà. Il loro prestigio sociale, a causa del crollo del '29, era crollato anch'esso; le loro imprese si ritrovavano tra il martello del New Deal di Roosevelt e l'incudine dei lavoratori organizzati. Per riconquistare il loro predominio, le grandi società contrattaccarono a tutto campo. Scatenarono una guerra metaforica nelle assemblee legislative, e a volte una letterale nelle strade; le loro campagne spaziarono dalle corti di giustizia ai forum dell'opinione pubblica. Ma nulla si rivelò particolarmente efficace finché non diedero il via a un'offensiva propagandistica che dipingeva il capitalismo come l'ancella del cristianesimo.
In passato i due erano già stati descritti come anime gemelle, ma in quella campagna la loro unione era plasmata da una violenta opposizione al “socialismo strisciante” del New Deal. Il governo federale non aveva mai realmente fatto conto dell'opinione degli americani sui rapporti tra fede e libera impresa, per lo più perché non si era mai intromesso così massicciamente negli interessi dell'impresa privata. Ma adesso la sua ombra sul business si allungava in modo inquietante.
Andando al contrattacco, durante gli anni 30 e 40 le grandi imprese lanciarono una nuova ideologia che combinava elementi del Cristianesimo con un libertarismo antigovernativo. A fare da apripista, potenti lobby affaristiche come la United States Chamber of Commerce e la National Association of Manufacturers, che promuovevano quest'ideologia attraverso conferenze e campagne pubblicitarie. Contributi generosi arrivarono da importanti uomini d'affari, con nomi blasonati quali Harvey Firestone, Conrad Hilton, E. F. Huton, Fred Maytag e Henry R. Luce, o personaggi meno noti, a capo della U.S. Steel, della General Motors o della DuPont.
Con scaltra decisione, questi dirigenti fecero dei sacerdoti i loro portavoce. Come osservò J. Howard Pew (della Sun Oil), i sondaggi provarono che un ministro del culto riusciva a plasmare l'opinione pubblica più di ogni altro professionista. Per questo il mondo degli affari iniziò il reclutamento tra il clero cristiano, per mezzo di pubblici appelli e incontri privati. Furono in molti a rispondere alla chiamata, ma tre di essi meritano un'attenzione particolare.
Il reverendo James W. Fifield – noto come “il tredicesimo apostolo del grande affare” e “il San Paolo degli Abbienti” - fu uno dei primi evangelisti dediti alla causa. Predicando alle congreghe milionarie dell'esclusiva First Cogregational Church di Los Angeles, Fifield diceva che leggere la Bibbia è “come mangiar pesce – scartiamo le ossa per gustare la carne. Non tutte le parti hanno ugual valore.” Accantonava i moniti del Nuovo Testamento riguardo la natura corruttrice della ricchezza. Al contrario, vedeva capitalismo e Cristianesimo uniti contro lo “statalismo pagano” del New Deal.
Per mezzo della sua organizzazione nazionale, la Spiritual Mobilization (fondata nel 1935), Fifield promuoveva la “libertà al cospetto di Dio.” Per la fine degli anni 40 il suo gruppo diffondeva il suo vangelo di fede e libera impresa in una diffusissima rivista mensile e un programma radiofonico settimanale che alla fine sarebbe stato diffuso da 800 stazioni in tutto il paese. Furono anche messi in palio premi in denaro per incoraggiare i ministri a tenere sermoni ad hoc. I liberal protestarono contro quella fusione di Dio e avidità; nel 1948 il giornalista radicale Carey McWilliams la stigmatizzò in una fulminante invettiva. Ma Fifield cavalcò quelle critiche per raccogliere ancora più fondi, moltiplicando il suo attivismo.
Allo stesso tempo, il reverendo Abraham Vereide promuoveva la causa cristiano-libertarian con una rete nazionale di gruppi di preghiera. Dopo aver svolto la funzione di pastore per gli industriali che fronteggiavano grandi scioperi a Seattle e a San Francisco alla metà degli anni 30, Vereide cominciò a organizzare colazioni di preghiera in tutta America, allo scopo di unire le élite politiche ed economiche in una causa comune. “I grandi uomini e i veri leader di New York e Chicago,” scriveva a sua moglie, “guardano a me con un'ammirazione che mi imbarazza.” Nella sola Manhattan gli chiedevano udienza James Cash Penney, Thomas Watson della IBM, Norman Vincent Peale e il sindaco Fiorello La Guardia.
Nel 1942 l'influenza di Vereide giunse fino a Washington. Convinse il Senato a tenere incontri settimanali di preghiera “affinché possiamo essere una nazione diretta e controllata da Dio.” Vereide inaugurò un suo quartier generale a Washington – battezzandolo “L'Ambasciata di Dio” - diventando una presenza potente presso istituzioni in precedenza laiche. Tra le sue iniziative ci furono le “cerimonie di consacrazione” per molti giudici della Corte Suprema. “Nessun paese, nessuna civiltà può perdurare,” proclamo il giudice Ton C. Clark durante la sua consacrazione nel 1949, “a meno che non siano fondate sui valori cristiani.”
La maggiore figura ecclesiastica nel campo del cristianesimo libertarian, comunque, fu quella del reverendo Billy Graham. Dall'inizio del suo ministero, nei primi anni 50, Graham fu un sostenitore talmente acceso degli interessi dell'impresa che un giornale di Londra lo chiamò “l'evangelista del Big Business.” Il Giardino dell'Eden, diceva ai suoi fedeli , era un paradiso “senza quote sindacali, senza leader dei lavoratori, senza serpenti e senza malattie.” Con spirito simile stigmatizzava le “restrizioni governative” in campo economico, che invariabilmente attaccava in quanto “socialismo.”
Nel 1952 Graham andò a Washington, per fare del Congresso la sua congregazione. Reclutò parlamentari che facessero da cerimonieri [6] per i suoi affollati raduni, e organizzò il primo ufficiale servizio religioso mai tenuto sui gradini del Campidoglio. Quello stesso anno, assecondando le sue richieste pressanti, il Congresso istituì un'annuale Giornata Nazionale della Preghiera. “Se mi candidassi oggi come presidente degli Stati Uniti, con un programma che chiamasse il popolo a ritornare a Dio, a ritornare a Cristo, a ritornare alla Bibbia,” pronosticò, “Vincerei.”
Ci pensò Dwight D. Eisenhower a realizzare quella predizione. Con le citazioni bibliche fornite da Graham, il candidato Repubblicano lanciò una campagna che denominò “una grande crociata per la libertà.” Il suo curriculum militare faceva del generale un candidato formidabile, ma durante il confronto elettorale Eisenhower accentuò le tematiche spirituali a discapito di altre più mondane. Come ebbe modo di osservare il giornalista John Temple: “Nella concezione di Eisenhower l'America non è semplicemente la terra dei liberi. È una terra di libertà al cospetto di Dio.” Eletto in un vero plebiscito, Eisenhower disse a Graham che gli era stato affidato un mandato per compere un “rinnovamento spirituale.”
Malgrado si fosse appoggiato ai gruppi di cristiani libertarian durante la campagna elettorale, una volta eletto Eisenhower si discostò dalla loro agenda. Gli sponsor industriali avevano visto la retorica religiosa come strumento per smantellare la struttura del New Deal. Ma il nuovo presidente riteneva che quella sarebbe stata un'impressa persa in partenza. “Qualunque partito politico che tentasse di abolire la Social Security, gli ammortizzatori per la disoccupazione, e di eliminare le leggi sul lavoro o i programmi statali per l'agricoltura,” osservò in privato, “quel partito scomparirebbe per sempre dalla nostra storia.” Adifferenza di chi vedeva la tematica spirituale come mezzo per un fine, Eisenhower l'adottò come un fine in sé.
Separando il messaggio della “libertà al cospetto di Dio” dalle sue radici cristiane libertarian, Eisenhower creò una comunità di rinnovamento spirituale più ampia, che accoglieva ebrei, cattolici e protestanti, Democratici e Repubblicani. Percorrendo il paese, mise in campo tutta una serie rivoluzionaria di riti e slogan religiosi.
Già la prima settimana del febbraio 1953 [il mese successivo alla sua elezione - ndt] impostò il ritmo vertiginoso della sua presidenza: la domenica mattina si fece battezzare; quella stessa sera diffuse un messaggio presidenziale per la campagna “Ritorno s Dio” dell'American Legion; quel giovedì presenziò, insieme al reverendo Vereide, alla prima Colazione di Preghiera Nazionale; il venerdì inaugurò la preghiera di apertura nelle riunioni di gabinetto.
Anche il resto di Washington si consacrava a Dio. Il Pentagono, il Dipartimento di Stato e altri organismi governativi si affrettarono a istituire i loro incontri di preghiera. Nel 1954 il Congresso aggiunse “al cospetto di Dio” al Giuramento di Fedeltà, fino ad allora laico. Quello stesso anno fu impresso uno slogan simile, “Confidiamo in Dio”, sui francobolli, e l'anno successivo si votò per aggiungerlo anche sulla carta moneta; nel 1956 “In God We Trust” divenne il motto ufficiale della nazione.
Nel corso di quegli anni gli americani si sentirono dire, ancora e ancora, non tanto che il loro paese sarebbe dovuto essere una nazione cristiana, quanto che lo era sempre stato. Cominciarono ben presto a concepire gli Stati Uniti come “una nazione al cospetto di Dio.” E hanno continuato a crederci fino ad oggi.

Kevin M. Kruse è professore di Storia a Princeton; la sua opera più recente è One Nation Under God: How Corporate America Invented Christian America.


Note del traduttore
[1] Public Policy Polling: un'agenzia di sondaggi che opera per committenti liberal.
[2] Ricordiamo che il Primo Emendamento (alla Costituzione degli Stati Uniti) non riguarda solo la libertà d'espressione, ma anche, tra l'altro, la separazione tra Stato e Chiesa.
[3] Nel Pledge of Allegiance (giuramento di fedeltà) che viene recitato (non obbligatoriamente) nelle scuole, il riferimento a Dio è stato inserito nel 1954 (v. più sotto).
[4] Si tratta di questioni controverse, pesantemente manipolate da opinionisti di tendenza teocratica (cfr, Snopes).
[5] Qui e altrove ometto, o sostituisco con parafrasi (incontro religioso , raduno ecc.) il termine “revival (meeting)”, una manifestazione di proselitismo e predicazione tipici degli Stati Uniti.
[6] Traduco così il termine “usher”, che indica i fedeli incaricati di accogliere i convenuti a un evento religioso, ed eventualmente dirigerli verso i posti loro assegnati (cfr. Wikipedia)

traduzione di Domenico D'Amico

Dobbiamo Fermare gli Stati Canaglia. Tipo l'Iran (Satira)


di Paul Bibeau da Goblinbooks

L'Iran mi preoccupa. No, davvero. E mi fa piacere che almeno qualche nostro governante lo veda per quello che è – una nazione fuorilegge. Una minaccia per la pace. Basta rifletterci un po' per capirlo.
L'Iran, non dimentichiamolo, è stata l'unica nazione che abbia mai utilizzato armi nucleari contro la popolazione civile.
D'accordo, è successo molto tempo fa. Ma loro hanno continuato ogni anno a spendere miliardi per sostenere l'unico paese nella regione in possesso di un arsenale nucleare segreto, un paese colpevole di crimini di guerra, e che ha cercato di condividere le sue armi atomiche con regimi iniqui come il Sud Africa dell'apartheid. È una fedina che parla da sé.
Qui non ci possiamo permettere false equivalenze – fingendo che l'Iran sia come qualsiasi altra nazione che persegua l'autodifesa. L'Iran è una potenza aggressiva di scala globale. Possiede una rete di istallazioni militari in tutto il mondo. Sostiene nazioni autoritarie e sanguinarie per poi usarle per la tortura di prigionieri a scopo di informazione, in un odioso programma di “extraordinary renditions”. Distrugge i governi che non gli piacciono, camuffando le proprie azioni con menzogne e pretesti farlocchi propinati ai suoi stessi cittadini, Questo andazzo di destabilizzare altri paesi per farli crollare e mettere su governi fantoccio va avanti ormai da un secolo. È questo lo schema di comportamento che continua a compromettere i nostri rapporti con l'Iran. Come puoi, in quanto paese, stringere accordi con un governo che dimostra costantemente di volerti rovesciare? Com'è possibile essere in pace con una nazione del genere?
Una nazione che non ha mai svolto un ruolo di responsabilità nella regione. Chi potrà mai dimenticare che gli iraniani hanno sostenuto Saddam Hussein mentre lui commetteva atrocità utilizzando armi chimiche, per poi, molti anni dopo, rovesciare il suo regime col pretesto ridicolo di dare la caccia alle armi di distruzione di massa? Chi potrà mai dimenticare la guerra civile e il terrorismo che seguirono all'occupazione del paese da parte loro? E le torture che avvenivano nelle carceri gestite dagli iraniani? E le continue uccisioni di civili da parte degli iraniani?
Non ci si può fidare dell'Iran, Ha messo in opera una massiccia campagna di sequestri di persona e di uccisioni mirate. Viola i diritti civili dei suoi stessi cittadini; cittadini ormai abituati a una costante sorveglianza da parte dello stato e a un'élite politica che metodicamente tiene loro nascosto quello che combina nel resto del mondo. Sopprime il dissenso e mette in galera le “gole profonde” [whistleblowers]. È un paese violento, autocratico fino all'osso, e nessuna persona responsabile si augurerebbe che il suo potere rimanga incontestato.
Ma quello che in questa nazione fa davvero paura è la sua ideologia religiosa. Avrete sentito sicuramente parlare di quei fautori della linea dura in Medio Oriente, che sperano ardentemente che ci sia una guerra sanguinaria, apocalittica, combattuta in nome della loro fede. Sono fanatici, e detengono posizioni di grande potere all'interno del governo. Ma la cosa ancora più inquietante è che la gran maggioranza dei comuni cittadini di quel paese credono in una sorta di nazionale “eccezionalismo”. È un concetto che li accompagna sin dalla fondazione della loro nazione – li ha portati alla conquista della maggior parte del loro continente, combattendo guerre spietate sia contro i nativi sia contro i loro confinanti. Fa credere loro che i loro valori siano universali, il che gli fornisce un pretesto sempre pronto per una guerra incessante e senza confini. E a tutto questo si unisce la curiosa capacità di razionalizzare i loro molti tradimenti di quegli stessi valori. Abbiamo a che fare con una nazione che finge di avere la missione di liberare a forza l'intero mondo, tralasciando il fatto che siffatta liberazione non è altro che la copertura del pianeta con una rete di basi militari e prigioni segrete. È quel genere di nazione che si ritrova sempre un inesauribile numero di nemici, e non si domanda mai il perché. È quel genere di nazione che idolatra un uomo la cui sola impresa è stata l'uccisione di 200 persone, una nazione che tratta la faccenda girando un film che è interamente basato su come ammazzare tutta quella gente lo ha fatto sentire.
Capite quanta ignoranza e arroganza tutto questo comporta? Capite quanta febbrile certezza di essere il faro che illumina il mondo, unita a un totale disprezzo per le vite di qualunque cittadino di altri paesi? Come si fa a trattare con una nazione del genere?
La cosa migliore da fare è attendere che questo manicomio si crei un tale numero di nemici, insieme a tante guerre, interventi militari, colpi e contro-colpi di stato, da rollare sotto il peso dello sforzo politico ed economico. Ovviamente, è la decisione che hanno preso tutti gli altri.
Non si può ragionare con questa gente. Sono irrecuperabili.

 traduzione di Domenico D'Amico

Amnesty International Criminalizza i Palestinesi per la Scarsità delle Loro Armi

Quali Sono i Veri Attacchi Indiscriminati

di Nicola Perugini e Neve Gordon da Counterpunch 

Unlawful and Deadly, il recente rapporto di Amnesty International riguardante gli “attacchi con razzi e mortai da parte di formazioni armate palestinesi durante il conflitto Gaza/Israele del 2014”, accusa Hamas e altri di aver condotto “attacchi indiscriminati” contro Israele: “Quando attacchi indiscriminati uccidono o feriscono civili, essi costituiscono un crimine di guerra.”
Il rapporto riafferma una simmetria formale tra israeliani e palestinesi (precedenti rapporti hanno accusato Israele di crimini di guerra durante l'operazione Protective Edge), chiede a entrambe le parti di prendere tutte le precauzioni per salvaguardare le vite dei civili, e raccomanda loro di “selezionare metodi e strumenti di attacco appropriati”.
“L'uso di armi che sono intrinsecamente indiscriminate, quali i missili privi di guida, è proibito. L'uso, in aree densamente popolate, di armi imprecise che non possano essere dirette contro obbiettivi militari con sufficiente precisione, ad esempio i mortai, si configura con probabilità come un attacco indiscriminato, ed è ugualmente proibito.”
Implicitamente qui si evocano per contrasto le superiori capacità tecnologiche di Israele, che secondo l'IDF permettono di effettuare incursioni aeree con “precisione chirurgica”. Ma le cifre raccontano tutt'altra storia. Durante la campagna militare israeliana a Gaza della scorsa estate sono stati uccisi almeno 2100 palestinesi; circa 1500 di essi si ritiene siano vittime civili (secondo Amnesty alcuni sarebbero stati uccisi da razzi palestinesi vaganti). Sul lato israeliano sono state uccise 72 persone, 66 militari e 6 civili. Sono numeri che indicano una evidente discrepanza. Non si tratta solo del fatto che Israele ha ucciso 300 volte più civili dei palestinesi, ma che la percentuale di civili uccisi tra i palestinesi è stata molto più elevata. Queste cifre indicano chiaramente che non c'è correlazione tra bombardamenti di precisione e distinzione tra militari e civili. Anche i sistemi d'arma ad alta tecnologia riescono a uccidere indiscriminatamente.
Il rapporto di Amnesty non solo dimostra quanto ambigua possa essere la normativa internazionale sui diritti umani, ma anche che le organizzazioni che se ne occupano tendono a ignorare le asimmetrie dei rapporti di potere, anzi a perpetuarli. Quello che in sostanza dice il rapporto è che l'uso di missili artigianali – chi vive sotto assedio permanente non ha altro a disposizione – è un crimine di guerra. In altri termini, le formazioni armate palestinesi vengono criminalizzate per via della loro inferiorità tecnologica.

Nicola Perugini è ricercatore e Direttore del Programma di Legge Internazionale e Diritti Umani presso il Al Quds Bard Honors College (Gerusalemme). Per seguirlo: @PeruginiNic

Neve Gordon è autore di Israel's Occupation e co-autore (insieme a Nicola Perugini) di The Human Right to Dominate, in uscita per il giugno del 2015.

Questo articolo è apparso originariamente sulla London Review of Books.

traduzione di Domenico D'Amico

How Austerity Kills

di David Stuckler e Sanjay Basu dal  NY Times

EARLY last month, a triple suicide was reported in the seaside town of Civitanova Marche, Italy. A married couple, Anna Maria Sopranzi, 68, and Romeo Dionisi, 62, had been struggling to live on her monthly pension of around 500 euros (about $650), and had fallen behind on rent.
Because the Italian government’s austerity budget had raised the retirement age, Mr. Dionisi, a former construction worker, became one of Italy’s esodati (exiled ones) — older workers plunged into poverty without a safety net. On April 5, he and his wife left a note on a neighbor’s car asking for forgiveness, then hanged themselves in a storage closet at home. When Ms. Sopranzi’s brother, Giuseppe Sopranzi, 73, heard the news, he drowned himself in the Adriatic.
The correlation between unemployment and suicide has been observed since the 19th century. People looking for work are about twice as likely to end their lives as those who have jobs.
In the United States, the suicide rate, which had slowly risen since 2000, jumped during and after the 2007-9 recession. In a new book, we estimate that 4,750 “excess” suicides — that is, deaths above what pre-existing trends would predict — occurred from 2007 to 2010. Rates of such suicides were significantly greater in the states that experienced the greatest job losses. Deaths from suicide overtook deaths from car crashes in 2009.
If suicides were an unavoidable consequence of economic downturns, this would just be another story about the human toll of the Great Recession. But it isn’t so. Countries that slashed health and social protection budgets, like Greece, Italy and Spain, have seen starkly worse health outcomes than nations like Germany, Iceland and Sweden, which maintained their social safety nets and opted for stimulus over austerity. (Germany preaches the virtues of austerity — for others.)
As scholars of public health and political economy, we have watched aghast as politicians endlessly debate debts and deficits with little regard for the human costs of their decisions. Over the past decade, we mined huge data sets from across the globe to understand how economic shocks — from the Great Depression to the end of the Soviet Union to the Asian financial crisis to the Great Recession — affect our health. What we’ve found is that people do not inevitably get sick or die because the economy has faltered. Fiscal policy, it turns out, can be a matter of life or death.
At one extreme is Greece, which is in the middle of a public health disaster. The national health budget has been cut by 40 percent since 2008, partly to meet deficit-reduction targets set by the so-called troika —  the International Monetary Fund, the European Commission and the European Central Bank — as part of a 2010 austerity package. Some 35,000 doctors, nurses and other health workers have lost their jobs. Hospital admissions have soared after Greeks avoided getting routine and preventive treatment because of long wait times and rising drug costs. Infant mortality rose by 40 percent. New H.I.V. infections more than doubled, a result of rising intravenous drug use — as the budget for needle-exchange programs was cut. After mosquito-spraying programs were slashed in southern Greece, malaria cases were reported in significant numbers for the first time since the early 1970s.
In contrast, Iceland avoided a public health disaster even though it experienced, in 2008, the largest banking crisis in history, relative to the size of its economy. After three main commercial banks failed, total debt soared, unemployment increased ninefold, and the value of its currency, the krona, collapsed. Iceland became the first European country to seek an I.M.F. bailout since 1976. But instead of bailing out the banks and slashing budgets, as the I.M.F. demanded, Iceland’s politicians took a radical step: they put austerity to a vote. In two referendums, in 2010 and 2011, Icelanders voted overwhelmingly to pay off foreign creditors gradually, rather than all at once through austerity. Iceland’s economy has largely recovered, while Greece’s teeters on collapse. No one lost health care coverage or access to medication, even as the price of imported drugs rose. There was no significant increase in suicide. Last year, the first U.N. World Happiness Report ranked Iceland as one of the world’s happiest nations.
Skeptics will point to structural differences between Greece and Iceland. Greece’s membership in the euro zone made currency devaluation impossible, and it had less political room to reject I.M.F. calls for austerity. But the contrast supports our thesis that an economic crisis does not necessarily have to involve a public health crisis.
Somewhere between these extremes is the United States. Initially, the 2009 stimulus package shored up the safety net. But there are warning signs — beyond the higher suicide rate — that health trends are worsening. Prescriptions for antidepressants have soared. Three-quarters of a million people (particularly out-of-work young men) have turned to binge drinking. Over five million Americans lost access to health care in the recession because they lost their jobs (and either could not afford to extend their insurance under the Cobra law or exhausted their eligibility). Preventive medical visits dropped as people delayed medical care and ended up in emergency rooms. (President Obama’s health care law expands coverage, but only gradually.)
The $85 billion “sequester” that began on March 1 will cut nutrition subsidies for approximately 600,000 pregnant women, newborns and infants by year’s end. Public housing budgets will be cut by nearly $2 billion this year, even while 1.4 million homes are in foreclosure. Even the budget of the Centers for Disease Control and Prevention, the nation’s main defense against epidemics like last year’s fungal meningitis outbreak, is being cut, by $293 million this year.
To test our hypothesis that austerity is deadly, we’ve analyzed data from other regions and eras. After the Soviet Union dissolved, in 1991, Russia’s economy collapsed. Poverty soared and life expectancy dropped, particularly among young, working-age men. But this did not occur everywhere in the former Soviet sphere. Russia, Kazakhstan and the Baltic States (Estonia, Latvia and Lithuania) — which adopted economic “shock therapy” programs advocated by economists like Jeffrey D. Sachs and Lawrence H. Summers — experienced the worst rises in suicides, heart attacks and alcohol-related deaths.
Countries like Belarus, Poland and Slovenia took a different, gradualist approach, advocated by economists like Joseph E. Stiglitz and the former Soviet leader Mikhail S. Gorbachev. These countries privatized their state-controlled economies in stages and saw much better health outcomes than nearby countries that opted for mass privatizations and layoffs, which caused severe economic and social disruptions.
Like the fall of the Soviet Union, the 1997 Asian financial crisis offers case studies — in effect, a natural experiment — worth examining. Thailand and Indonesia, which submitted to harsh austerity plans imposed by the I.M.F., experienced mass hunger and sharp increases in deaths from infectious disease, while Malaysia, which resisted the I.M.F.’s advice, maintained the health of its citizens. In 2012, the I.M.F. formally apologized for its handling of the crisis, estimating that the damage from its recommendations may have been three times greater than previously assumed.
America’s experience of the Depression is also instructive. During the Depression, mortality rates in the United States fell by about 10 percent. The suicide rate actually soared between 1929, when the stock market crashed, and 1932, when Franklin D. Roosevelt was elected president. But the increase in suicides was more than offset by the “epidemiological transition” — improvements in hygiene that reduced deaths from infectious diseases like tuberculosis, pneumonia and influenza — and by a sharp drop in fatal traffic accidents, as Americans could not afford to drive. Comparing historical data across states, we estimate that every $100 in New Deal spending per capita was associated with a decline in pneumonia deaths of 18 per 100,000 people; a reduction in infant deaths of 18 per 1,000 live births; and a drop in suicides of 4 per 100,000 people.
OUR research suggests that investing $1 in public health programs can yield as much as $3 in economic growth. Public health investment not only saves lives in a recession, but can help spur economic recovery. These findings suggest that three principles should guide responses to economic crises.
First, do no harm: if austerity were tested like a medication in a clinical trial, it would have been stopped long ago, given its deadly side effects. Each nation should establish a nonpartisan, independent Office of Health Responsibility, staffed by epidemiologists and economists, to evaluate the health effects of fiscal and monetary policies.
Second, treat joblessness like the pandemic it is. Unemployment is a leading cause of depression, anxiety, alcoholism and suicidal thinking. Politicians in Finland and Sweden helped prevent depression and suicides during recessions by investing in “active labor-market programs” that targeted the newly unemployed and helped them find jobs quickly, with net economic benefits.
Finally, expand investments in public health when times are bad. The cliché that an ounce of prevention is worth a pound of cure happens to be true. It is far more expensive to control an epidemic than to prevent one. New York City spent $1 billion in the mid-1990s to control an outbreak of drug-resistant tuberculosis. The drug-resistant strain resulted from the city’s failure to ensure that low-income tuberculosis patients completed their regimen of inexpensive generic medications.
One need not be an economic ideologue — we certainly aren’t — to recognize that the price of austerity can be calculated in human lives. We are not exonerating poor policy decisions of the past or calling for universal debt forgiveness. It’s up to policy makers in America and Europe to figure out the right mix of fiscal and monetary policy. What we have found is that austerity — severe, immediate, indiscriminate cuts to social and health spending — is not only self-defeating, but fatal.
 
Correction: May 25, 2013
An Op-Ed essay on May 13 about the health effects of economic austerity misstated cuts to the budget of the Centers for Disease Control and Prevention. The sequester will cut the budget by $293 million this year, not “at least $18 million.” (The $18 million represents cuts to a C.D.C. immunization program.)

domenica 24 maggio 2015

Renzi non esiste

Non vorrei dire una cosa tanto banale e scontata, ma qualcuno deve pur dirla: Renzi non esiste. 
Il Presidente del consiglio è un'invenzione della società dello spettacolo sussunta dentro l'ordine economico. E' un simulacro virtuale, non ha nè personalità, nè un'anima. 
La sua essenza si definisce per le finalità per le quali è stato creato, egli esprime concetti che non gli appartengono, ma sono solo la mera esecuzione di codici.
Il premier o se preferite il suo avatar  è un programma ideato da programmatori al soldo dei banchieri. Renzi è stato creato, non in un garage, ma in sontuose società di marketing, che hanno espunto e buttato a mare il suo involucro umano e lo hanno sostituito con i pixel e con i codici.
Prima di lui c'erano altri programmi, troppo lenti e troppo brutti, con delle interfaccia deprimenti come Monti o Letta. Renzi rappresenta l'evoluzione, è un programma che sa agire come un trojan per infettare tutti i media. 
Il vecchio Renzi ha abdicato alla sua natura umana per diventare un superoe senz'anima con il potere di ipnotizzare il popolo stravolgendo le immagini della realtà, che mostrano bello e desiderabile ciò che  altro non è se non inganno e fregatura.
Dobbiamo prenderne coscienza e creare subito un programma, un software in grado di contrastarlo o presto anche i nostri diritti diventaranno virtuali.


sabato 23 maggio 2015

La pensione è un furto.

di Tonino D’Orazio 
E’ scoppiata la disputa del pollaio, quello dei poveri. Quello dei 7 milioni, in stragrande maggioranza pensionati, in povertà assoluta, cioè senza sussistenza vitale. Il pollaio borghese, chiacchierato e amorale, si svolge nei salotti televisivi su quisquiglie caratteriali di dubbia sanità mentale e luoghi comuni dove nessuno deve dimostrare niente a nessuno.
Ci risiamo con le pensioni. Lavoro e pensioni sono il problema costante delle “riforme” dei fascisti neoliberisti di qualunque provenienza. Con l’affabulazione e i trucchi del prossimo furto. Tutto in nome catto-pietistico dei pensionati, poverini. Siamo nelle campagne mediatiche emozionali. E’ il solito derby, già utilizzato da Berlusconi e la destra a suo tempo, oggi rilanciato dal centro-“sinistra”, dei giovani contro i vecchi.
Gli operai non hanno finito di prendere ceffoni. Forse lo meritano anche. E’ il subdolo pensionato operaio che prendendo più di 1.000 euro al mese, (meno di 1.000 sono il 74% dei trattamenti) dopo una vita di contributi versati, che diventa l’affamatore e che ruba il futuro alle nuove generazioni. Non si rendono conto nemmeno che con quelle mille euro devono aiutare i figli, i nipoti disoccupati (quelli che, nel famigerato 43%, non lavorano), se non i pronipoti, visto l’allungamento della vita. Oltre ai normali ticket, non riescono più a fare nessuna visita specialistica per tutelare un minimo di salute qualitativa. Vuoi vedere che sono anche responsabili del disastro finanziario, sociale e culturale dell’Italia? Può darsi in parte, essendosi adeguati a qualunque cattiveria fatta loro dai politici e dai governi che hanno votato o che sono stati loro imposti. Inoltre c’è anche un po’ di recidiva.
E’ la più grande ironia e sfacciataggine del padronato italiano, al governo del paese da vent’anni ora con un fantoccio ora con un altro. Cioè quelli che hanno delocalizzato tutta l’industriosità italiana, che hanno rubato a più non posso e continuano tra malavita e politica, che hanno rivenduto beni che non appartenevano loro, che hanno spostato sedi fiscali per non pagare tasse facendole aumentare per i poveracci, quelli che nascondono soldi in paradisi fiscali (e non sono certamente i lavoratori), quelli che negli ultimi due anni hanno licenziato 350.000 lavoratrici perché incinte (ossimoro:poco produttive, ma feconde), cioè quelli che fanno  mobbing proprio verso quei lavoratori che hanno fatto il mazzo per arricchirli, perché sempre del loro lavoro si sparla. Ora, sfiancati in pensione, sono ancora sottotorchio perché quelli pensano che stiano scialacquando e non soltanto mangiare  per sopravvivere.
Gli si fanno i conti in tasca. Sicuramente i pensionati stanno avendo troppo dalla rendita dei loro versamenti. Anzi bisognerebbe trovare il modo di non pagare più quelli che vivono troppo a lungo, perché, a conti fatti, stanno ricevendo incredibilmente più di quanto versato. Fine della solidarietà, anzi fine dell’Inps ad itinere. Appare addirittura luminosa e progressista l’idea di versarsi i contributi ognuno per conto proprio, magari in banca, (Oh! Sempre presenti questi!), all’americana. Tanto la realtà è che la mia pensione non è cosa mia e che la quiescenza come diritto sia finita. Sono i padroni che si occupano della mia vita e della mia morte.
La tecnica per farci passare da scrocconi? Snocciolare cifre, percentuali e statistiche. E’ la vittoria dei numeri sulla vita degli uomini. E’ lo scorazzare caotico dei numeri, rimbalzanti e mai verificati, sulla pelle delle persone, affascinate o disinteressate. D’altronde la Troika di Bruxelles si esprime solo così (anzi da buoni banchieri, in percentuali) e fa testo e legge. Protestare? L’ideologia imposta e ribadita dai media in coro è ben più sottile: “la verità non esiste, essa è solo una questione di punti di vista”. Magari di algoritmi. Basta raccontarlo con tono serio alla cassiera del supermercato per non pagare.
E da quale pulpito viene la lezione? Da quelli che avranno, senza aver versato quasi nulla, migliaia di euro di “vitalizio”, ovviamente non rubati, per il poco lavoro svolto. Spesso solo alzare la mano, o premere un pulsante, anche senza una parola (c’è chi pensa per loro) per quattro anni. Da quelli che cazzeggiano tutti i giorni in televisione e nei “rivoluzionari” talkshow, ben attenti a che non si modifichi mai nulla per i loro ceti sociali di riferimento o i loro soldi. O dai quadri dirigenziali delle imprese private che dopo il fallimento della loro cassa pensionistica privata per gestione folle e presuntuosa, si rifanno sulle spalle dei lavoratori attivi per continuare una vergognosa speculazione. Ve lo immaginate una legge che dice, visto che all’Inps non avete versato nulla, non vi spetta nulla. Prendetevela, in tribunale, con la gestione fallimentare della vostra cassa privata. Finalmente tipico ed esemplare degli Stati Uniti. Lo stesso dicasi dei ferrotranvieri, degli elettrici e via dicendo, aspettando tra breve il bubbone dei medici. Tutta gente tranquilla che ha versato 10 per prendere 50. Diritto acquisito, tana libera tutti.
Ma c’è di peggio dal punto di vista istituzionale. Viene fuori la controprova che la Costituzione non serva più e che sta passando l’idea che una sentenza della Corte non è una sentenza vera, ma semplicemente un consiglio, una raccomandazione. E che alla fine sia il governo, o la troika di Bruxelles, a dover decidere se e in che misura attenersi alle decisioni della Corte Costituzionale, secondo il modello della monocrazia renziana o dei poteri forti sovrannazionali. Allora arriva il “bonus”, cioè una regalia, un obbligo giuridico trasformato in obolo, un trucco per non pagare. Eppure basta semplicemente comprare due caccia-bombardieri F-35 in meno. A quando la legge per inserire più amici possibili in una future Corte “riformata”? Che dice la banca internazionale J&P Morgan, tramite il guardiano Padoan, di questa abnorme democrazia?
E’ chiaro che intanto è la guerra di tutti contro tutti che continuamente viene alimentata. Il fatto è che ci stanno facendo “partecipare”, come nella cronaca nera e morbosa di taluni seguite trasmissioni, tutti sentenziando il “giusto” e qualcuno si scalda e si emoziona pure. Come possiamo essere arrivati a questo?

Quel pasticciaccio brutto dell'austerità


Mi viene in mente che il liberismo porta con sé, fra le altre cose, una rivoluzione semantica, una specie di stravolgimento dei nessi associativi che crea un linguaggio schizofrenico percepito da riceventi sordi. Giusto è ciò che apparentemente, almeno secondo i dettami dell'etica e del sentire comune, è palesemente ingiusto e illogico. È giusto che per far quadrare i conti si affami un intero popolo, è giusto affermare che vecchi, bambini, malati, disoccupati, pensionati, siano colpevoli del debito pubblico, e quindi che paghino a prezzo del sangue. Così non è, il debito è per la maggior parte (80% nel caso della Grecia) frutto dell'esposizione a creditori pubblici (UE-FMI), ma dubito che tali soldi vadano in tasca a pensionati e casalinghe greche, immagino che ne beneficino maggiormente banche e imprese che guarda caso poi in una sorta di circolo infernale lucrano anche sui titoli di stato emessi per ripianare il deficit, aumentando di conseguenza il debito e il gap fra ricchi e poveri. Ma se anche fosse vero che vecchi e bambini hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità magari utilizzando prestiti per comprare Ferrari e Playstation, possiamo tranquillamente affermare che sarebbe giustificato far pagare loro un debito a costo della vita?
Un giornalista (?) ieri a RaiNews 24 affermava che i greci non possono pensare di continuare a nascondere la sporcizia sotto il tappeto, andare in pensioni a 50 anni, indebitarsi, truccare i conti ecc. lasciando intendere che devono proseguire sulla strada dei tagli, per realizzare quello che banchieri e giornalisti servi chiamano riforme. Il giornalista non si è posto minimamente il problema che tale modo di intendere l'economia ha portato a suicidi, aumento della mortalità infantile, povertà, mancanza di cure, disoccupazione.

È giusto ciò che è palesemente ingiusto, sulla base di un'equazione semplice che contempla una sola variabile: il debito, al netto delle determinanti dello stesso debito, che di certo non è stato contratto dai bambini e dai pensionati poveri.

Quanto sta succedendo in Europa, è la dimostrazione palese del fallimento e dell'ingiustizia delle politiche di austerità, e le regole e normazioni da essa imposta, appaiono il risultato di variabili palesemente arbitrarie. 
Il fallimento è insito non solo nel non raggiungimento di nessuno degli obiettivi che la troika aveva prefissato: il debito pubblico cresce, la disoccupazione cresce, il PIL cresce ritmi letargici e la tanto agognata crescita non si vede neanche col binocolo, ma anche negli assunti di base. Se infatti siamo disposti ad ammettere che per funzionare un'economia ha bisogno di succhiare sangue a pensionati e lavoratori, diminuire le garanzie sociali e privatizzare i beni pubblici, siamo nel pieno di un'aporia con poche possibilità di scampo. In altre parole stiamo affermando che per realizzare una cosa giusta occorre essere ingiusti. Per un verso la cosa potrebbe avere anche una sua giustificazione. Si potrebbe affermare (e i politici lo fanno) che per raggiungere dei risultati che arrechino “il maggior benessere possibile al maggior numero di persone” occorre che una minoranza di persone si sacrifichi. A parte gli interrogativi etici che tale affermazione reca con sé, visto che non mancano esempi storici tragici degli effetti di tale principio, e a parte la palese contraddizione sul concetto di pochi, dato che milioni di lavoratori e pensionati non sono certo pochi, si tratta di capire sulla base di quale logica si è potuto affermare che sacrificare alcuni per il benessere di molti è inevitabile e necessario. Due sono le risposte possibili: 1) l'economia ha delle leggi ferree che non puoi aggirare, in pratica l'economia è una e soltanto una, e i suoi precetti sono scolpiti sulle tavole della dottrrina liberista dell'economia. 2) l'austerità è un'ipotesi di lavoro, che ha delle premesse argomentative solide e paradigmi ben collaudati e quindi quello che si fa altro non è che la sperimentazione in vivo sulla base di un costrutto ipotetico deduttivo, che dovrebbe condurre a trovare una cura efficace per un'economia malata.

Rispetto alla prima tesi, possiamo dire che il liberismo non è l'unica dottrina economica esistente, ne esistono numerose altre come quelle di derivazione keynesiana che hanno altrettanta se non maggiore autorevolezza, dimostrando di funzionare meglio in tempi di crisi, come ci dimostra l'esempio di Roosvelt o dello stesso Obama che invece di tagli e aumenti della pressione fiscale hanno attuato politico di sostegno della domanda e di aumento degli investimenti pubblici e privati. Affermare quindi che il liberismo e solo il liberismo rappresenti la teoria economica in assoluto, sconfina nel fideismo religioso, cosa che certo non si addice a una scienza o presunta scienza come l'economia.

Riguardo alla seconda tesi, appare improbo affermare che la società possa essere un laboratorio a cielo aperto dove sacrificare a piacimento cavie umane. Una cosa è sacrificare topi per sperimentare un farmaco, altra cosa è far morire bambini o malati di tumore per trovare una cura che si sta rivelando peggio della malattia stessa.

Per ultimo, se anche una tale terapia d'urto funzionasse e il PIL crescesse a ritmi levati, la disoccupazione fosse pari a zero e il debito pubblico estinto, quale sarebbe gli effetti pratici? Lavori precari e sottopagati, sanità e scuole privatizzate, mano libera ai privati, nessuna garanzia sociale. 
Conviene? Non credo.