lunedì 14 aprile 2014

Hanno ucciso il mio paese (repost)

di Franco Cilli
Hanno ucciso il mio paese. 
Quando percorro la riviera adriatica in macchina o col treno posso vedere chiaramente le ferite mortali inferte al corpo del mio paese. Un’intera costa seppellita sotto il cemento. Per anni durante buona parte della mia infanzia, prima di capire cosa fosse successo, ho creduto che quella immensa colata di cemento fosse una cosa normale, quasi naturale, come le montagne e i fiumi. Non lo è affatto, il cemento ha divorato inutilmente un habitat bellissimo, che tutta l'Europa ci invidiava. Negli anni cinquanta prima della devastazione nelle spiagge della mia regione venivano  turisti da tutto il Nord Europa, gente devota alla  bellezza. Da quando il cemento ha fatto la sua comparsa su quelle  spiagge, sono andati  altrove. Qualcuno adesso ha il coraggio di dire che quel massacro è una sorta di eccellenza italiana. 
Se andate in Francia, soprattutto a Nord, potrete vedere chilometri e chilometri di costa inalterata e selvaggia, senza un caseggiato o un qualsiasi baracchino di gelati. D’accordo anche loro hanno Nizza e la costa azzurra, ma niente a che vedere con lo sfacelo italico. Non è solo la costa, tutta l’Italia è sommersa dal cemento. Le periferie urbane sono orrende, soffocate dai palazzi, nemmeno il più piccolo interstizio di luce e di verde, e l’edilizia italiana è, senza dubbio alcuno, la più brutta al mondo. Almeno su questo Sgarbi ha ragione. Dico cose scontate, lo so, ma è bene fare un ripasso ogni tanto, in modo che tutte le volte che li sentiamo parlare certi personaggi, i responsabili della catastrofe, lo stimolo condizionato agisca e ci faccia percepire chiaramente la loro la vera natura: pescecani che sguazzano in un mare putrido in cerca della preda. 
I responsabili di questo scempio hanno nomi e cognomi: sono i democristiani per primi, che hanno avuto la capacità di stipulare patti trasversali con tutti i ceti sociali in cambio di consenso elettorale: voti in cambio di lavoro e libertà di fare strame del territorio per realizzare profitti enormi. Per controllare interi pezzi della nazione non si sono fatti scrupoli di governare fianco a fianco con le mafie, a volte delegando ad esse il governo di intere regioni. I riottosi fra i politici, i funzionari dello stato e i cittadini comuni sono stati ridotti al silenzio con le minacce e quando queste non bastavano ci hanno pensato le lupare. Il grosso del sistema ad ogni modo ha retto per anni e lo scempio delle cavallette divoratrici di paesaggi e di natura è continuato indisturbato. Ai democristiani si sono accodati tutti gli altri. Ognuno con il suo pezzo di Italia e di natura da rivendicare come bottino, noncuranti né della distruzione né dell’inquinamento (vedi l’ILVA, Marghera e tanti altri esempi). L’importante che il patto con i ceti sociali reggesse e il sistema andasse avanti. 
Malgrado la situazione sia cambiata e i soldi pubblici siano meno, quelli che ci sono costituiscono ancora un bottino allettante per politici e mafie, ma chissà fino a quando. A pensarci non c’è problema, i patti si rinnovano, adeguandosi ai cambiamenti sociali e politici. I vecchi democristiani sono sempre pronti a fare da garanti e se ai devastatori si aggiunge un Vendola, meglio ancora, ci si copre di più a sinistra, basta dargli un contentino e così si mettono insieme diavolo e acqua santa e anche il potere delle tonache vaticane, che da secoli tengono questo paese sotto il loro tallone, è garantito. Possono tranquillamente continuare con i trucchetti delle madonne piangenti e con i loro santi e santini da portare in processione per nutrire l’ignoranza delle masse e rinfocolare un po’ di sanfedismo identitario e possono con altrettanta tranquillità, continuare ad ipotecare  i nostri diritti in nome del loro credo. 
Tutte queste persone andrebbero processate e condannate per strage di civiltà e di bellezza e invece si ripropongono continuamente come i soli salvatori della patria, gli unici che hanno saggezza e polso fermo contro una crisi i cui responsabili alla fine saremmo noi cittadini comuni, che abbiamo vissuto "al disopra delle nostre possibilità”. Ci danno a bere che saggezza e responsabilità si coniugano necessariamente con la spoliazione delle classi povere e incentivi per i ricchi e per le banche. Che bello. Un po' come negli USA dove una propaganda tanto sfacciata quanto pervasiva e fagocitatrice di neuroni, ha convinto molti poveri che la il loro più grande nemico è il socialismo e che la sanità pubblica è cosa da nazisti.
L'Italia, per chi ha viaggiato un po' è (era) fuori da ogni retorica uno dei paesi più belli al mondo, ci è voluto l'impegno e la perseveranza di una classe politica di dottor Stranamore all'amatriciana per provocare una devastazione dagli effetti così drammatici. Il mix perfetto costituito da una sinistra suicida,  un capitalismo straccione, un potere clientelare dei partiti e un' idiozia plebea abilmente alimentata dalle televisioni, ha consentito 20 anni di fascismo, 40 di Democrazia Cristiana e 20 di berlusconismo, oltre che di potere indisturbato di “menti raffinatissime” (e paracule), e ha fatto si che un museo a cielo aperto come l'Italia divenisse nel tempo un fogna a cielo aperto dove cercare tesori nascosti.
Non è colpa del sistema, come ho detto i colpevoli hanno nomi e cognomi, li conosciamo, potremmo nominarli uno per uno. Ma noi siamo buoni, non vogliamo vendette, lasceremo loro anche le pensioni dorate che si sono accaparrati a nostre spese, purché spariscano e non si facciano vedere più in giro. 
Di bruttezza in giro ce n'è già abbastanza.

domenica 13 aprile 2014

Statali, ovvero la cattiveria dei poveri (repost)

 Al di là della sua funzione di riproduzione delle dinamiche del capitale, e della sua rappresentazione più diretta dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, il lavoro può essere considerato una categoria etica indipendente dalle dinamiche sociali. L'attaccamento al lavoro insomma è la manifestazione di una moralità intrinseca, che prescinde dalla valenza sociale e politica del lavoro stesso. 
Quelli della generazione di mio padre, come ho avuto di dire in altre occasioni, consideravano il lavoro come una benedizione e come un dovere imprescindibile. Mio padre bancario non ha mai saltato un giorno di lavoro se non quando si è ammalato seriamente e non ha mai pensato che lavorare in banca significasse essere un servo del capitale. Il lavoro era lavoro e basta. 
L'esempio estremo di questa concezione dell'etica del lavoro ce lo offre il servo fedele di Fëdor Pavlovič, il vecchio Karamazov, Grigorij, che considera la fedeltà al padrone, malgrado le sue nefandezze, come un valore assoluto, e allo stesso tempo considera un'ignominia il venir meno al proprio dovere di servitore. Un po' come un samurai che fa del servire un padrone lo scopo della sua esistenza e della sua realizzazione umana, proprio in forza della purezza assoluta del gesto, indipendente dalle qualità morali del padrone che si è trovato a servire e sufficiente a se stesso. Il dovere per il dovere.
Cosa c'entra tutto ciò con gli statali è presto detto. La maggioranza degli statali lavora sodo e con il suo lavoro fa muovere la macchina dello stato. Senza gli statali sarebbe la paralisi di qualsiasi attività amministrativa. La paralisi totale dello stato insomma, e se consideriamo il welfare nel suo complesso, la morte di qualsiasi garanzia di sicurezza. Oggi però, diversamente da ieri, una parte degli statali e dei lavoratori in generale ha smarrito il senso di un'etica del lavoro, vuoi per l'indebolirsi in sé della fibra morale della società, vuoi per il rifiuto ideologico del lavoro stesso, rifiuto spesso usato goffamente come alibi, senza distinzione fra il lavoro come sfruttamento e il lavoro come auto-realizzazione. A tutto ciò va aggiunto che la forte spinta al consumo, indotta dalla pervasività di modelli di comportamento sociali veicolati dai media e la gratificazione personale ridotta alla pura fruizione di merci, pone il lavoro come un fastidio necessario e mal tollerato, una pausa greve, che si frappone fra la brama di consumo e la merce. 
 
È vero alcuni comportamenti degli statali, come di tutta la classe lavoratrice sono sgradevoli: timbrare il cartellino e poi darsi alla macchia, fare straordinari fasulli per raggranellare qualche lira, mettersi in malattia in giorni strategici per andare in vacanza, fare male il prorpio lavoro scaricandone il peso su altri, timbrare al posto del collega assente ecc. ecc. sono cose irritanti per chi possiede un minimo di etica. Potrei andare avanti a lungo, ma non servirebbe a nulla. Sappiamo tutti di cosa stiamo parlando. Stiamo parlando unicamente della cattiveria dei poveri. Granelli di polvere in un mare di sabbia. Al confronto delle cattiverie dei ricchi queste cattiverie fanno persino sorridere. Il fatto è che i ricchi odiano i poveri, li hanno sempre odiati, li considerano una massa di fannulloni oziosi, ignoranti e neghittosi, che trascorrono il proprio tempo a bearsi nell'inedia o a trastullarsi con le proprie bassezze. Gentaglia che ti striscia ai piedi giurandoti amore e rispetto, ma pronta a pugnalarti alle spalle se poco poco cadi in disgrazia. Questa feccia tecnocratica che ci governa è l'esempio lampante di quest'odio. Sono sempre gli stessi, anche se cambiano le facce e le epoche. Sono i ricchi liberali, gli stessi che hanno considerato e considerano tuttora un dovere colonizzare i selvaggi, specie se hanno la faccia nera, così come considerano un dovere educare i poveri ad una sana moralità, moralità dalla quale ovviamente essi sono esentati.
“Se dessimo un reddito di cittadinanza agli italiani se lo spenderebbero in pastasciutta”. Queste parole descrivono l'odio e il disprezzo dei ricchi verso i poveri meglio di qualsiasi trattato. Ed è così che gente malvagia, che considera la libertà di arricchire come il bene supremo e incondizionato e la proprietà come un legittimo trofeo di chi è più forte e si crede più intelligente, è così che questa gente si attacca alla cattiveria dei poveri come pretesto per smantellare tutte le conquiste che gli stessi poveri hanno ottenuto in secoli di lotte sanguinose, e per rintuzzare il loro potere, sempre eccessivo a parere dei ricchi. Che si credono questi, che il lavoro è un diritto, mangiare, avere una casa, divertirsi, amare è un diritto? No, tutto costa e quindi tutto va guadagnato, eppoi ognuno a casa sua senza disturbare, che la feccia non imbratti il paesaggio.  I ricchi fanno schifo e non ho ritegno a dirlo, né ho il timore di essere ritenuto una sorta di giapponese imprigionato nel novecento. Mi duole soltanto sentire i lavoratori del settore privato compiacersi se gli statali vengono bastonati, facendo il gioco di questi governanti infidi: "perché dobbiamo togliere garanzie e diritti solo ai lavoratori del privato? Non è equo, giusto?", disse la strega cattiva, e i poveri si fecero la guerra.
E' per questo motivo che difendo la cattiveria dei poveri, anche se non mi piace. (F.C.) 

venerdì 11 aprile 2014

Statali se non altro

Statali fannulloni, parassiti, cialtroni. Grazie, grazie! I cattivi statali, poveri con il vizio della 104, affamati di social network antinoia e vaccinati alla muffa delle scrivanie, cittadino che riverberi le litanie del potere sul piattume lucidato della tua indifferenza, sono quelli che ti permettono di esistere. 
Dove vai se non hai insegnanti, medici, impiegati e burocrati che ti complicano la vita? Siamo la linfa, i gangli, il nervo scoperto, il sudore e il sangue di un plantigrado affamato, lento ma inesorabilmente necessario. 
Se non vi va bene cercate un altro modo di scontare gli anni persi a vivere accovacciati nella pancia del mostro, ma non ci rompete. 

mercoledì 26 marzo 2014

Intervento XII congresso Cgil Abruzzo

di Antonio D'Orazio 

La base di discussione, a sinistra, noi compresi (grazie), è l’uscita dalle politiche recessive, la priorità all’occupazione, l’abbandono delle teorie economiche liberiste anche in un quadro di democraticizzazione delle istituzioni europee, ma anche nostre. Obiettivi sacrosanti. Vorrei però che si ragionasse se è realistico, oltre che sensato, pensare di uscire da questa crisi affidandosi alla “crescita” (misurato da questo Pil insufficiente e distorto) e a “politiche espansive”? Quelle stesse proposte prioritarie nel nostro Patto per il lavoro, giustamente rivendicando un ruolo maggiore per il pubblico, ma avvitato sull’esistente e veramente sull’improbabile concetto di “pieno impiego” che ci trasciniamo da anni perdendone continuamente i pezzi.

Il lungo boom che ha accompagnato un buon secolo e mezzo di rivoluzione industriale si è esaurito” e dobbiamo rassegnarci ad una “nuova normalità”. Cioè, ad un cosiddetto “sviluppo stazionario”. Infatti sul lungo periodo la crescita della produzione in occidente non supera mai l’1- 1,5% all’anno. Nemmeno la cosiddetta grande Germania. Queste percentuali di “crescita” sono assolutamente insufficienti per il mantenimento di un paese.

Dobbiamo trovare anche noi delle vie di uscita non fondate sulla crescita e sulla espansione nei termini che ci vengono proposti? Diciamo anche noi che per aumentare l’occupazione bisogna far cresce la domanda interna e le esportazioni. Ma se le merci di largo consumo (specie quelle più a basso costo) sono tutte d’importazione, un aumento della domanda interna, ammesso che ci fosse, quale occupazione accrescerebbe?

Viene sempre auspicata come leva anticrisi l’aumento degli investimenti (“stimoli”, sgravi fiscali, opere pubbliche, ecc.) per far ripartire le imprese. Ma se i denari con cui si fanno queste operazioni li si prende a debito (emissioni di titoli pubblici, bond, project financing, ecc.) e se sul debito bisogna pagare gli interessi e se gli interessi sono più alti della crescita dell’economia “reale”, alla fine a guadagnarci non saranno mai i salari, ma solo le rendite finanziarie. Esattamente quello che è successo negli ultimi trent’anni: la quota dei salari sul reddito nazionale è diminuita a favore di quella andata ad appannaggio dei profitti e delle rendite. Se le cose stanno così, allora, condizione preliminare non è l’investimento (pubblico o privato) in sé, ma la ristrutturazione alla radice del funzionamento della finanza. Sfugge solo a chi non vuole vedere che esiste una criminalità finanziaria che governa aree fondamentali del mercato mondiale: un sistema in cui il legale e l’illegale si fondono, al di là e al di sopra dei poteri ufficiali degli Stati. E ci stanno facendo quadrare i conti, a noi.

Intanto se il lavoro non c’è, forse, invece, di cose utili da fare ce ne sarebbero anche tante. Un numero sempre più grande di persone cominciano a darsi delle risposte da soli organizzandosi in gruppi di acquisto e banche del tempo solidali, in cooperative di comunità, in gruppi di auto-mutuo-aiuto per un welfare di prossimità, in gestioni condivise dei beni comuni, in scambi non monetari, se non a volte con monete locali. Non riusciamo nemmeno ad immaginare quanta partecipazione è prioritariamente e in modo preponderante gestita di nuovo dalle donne. Dovremmo chiedere ai nostri economisti progressisti, e anche a noi stessi per ritrovare una identità che ritengo un po’ perduta, visto che quello che pensano i neoliberisti ormai dovremmo averlo imparato sulla nostra pelle, che posto c’è nelle nuove teorie economiche non convenzionali per l’economia solidale o sociale o civile o morale. Per esempio predisporre una conversione strutturale dei rapporti sociali di produzione e di consumo. Oppure dobbiamo tornare alle indicazioni dei socialisti libertari e mutualistici del passato. Senza lo stato ma con la bilateralità, visto che in fondo i soldi sono sempre dei lavoratori per i lavoratori. Per intenderci, sarà mai possibile ipotizzare almeno una via di uscita dalla crisi che non sia solo anti-neoliberista, ma anche oltre-capitalista? Nemmeno a medio e lungo termine?

Se tutti gli economisti indicano una impossibilità di poter continuare a consumare il pianeta, a breve e anche in pochi; se indicano altresì una sconfitta reale del capitalismo da produttivo a finanziario-speculativo e preannunciano anche a breve un’altra bolla, cioè una vera débacle, allora un nuovo concetto tra produzione e consumo ecocompatibile dovrà pur iniziare ad avere un po’ più sostenitori di quelli attuali. E comunque almeno quella della nostra organizzazione.

Con una certa perplessità si può pensare che la chiusura di numerose imprese produttrice possa farci scegliere obbligatoriamente, non tanto di riaprirle se i loro prodotti non vengono “consumati”, cioè venduti, ma anche di diminuirne l’immensa frammentazione del non assolutamente necessario assumendo il “diverso” consumo, se non di disconsumo ragionato, al quale so che molti compagni sono allergici, diciamo per farci capire nei termini berlingueriani di fine anni ’70 indicato con la parola di “nostra austerità”, con un concetto di non consumo a tutti i costi. È quindi è l'intero impianto neo-mercantilista a dovere essere rimesso in discussione assieme all'austerità propostaci, perché quest’ultima, da sola, e in questo modo non basta, non serve ed è distruttiva. I risultati sono davanti agli occhi di tutti, anche di chi vuol vedere che questo è l’unico mondo possibile. L’impoverimento della maggioranza della popolazione, non solo nostra, ma mondiale e l’arricchimento di pochi.

Ma questo solo se il “lavoro”, che non è solo occupazione manifatturiera, ma è anche realizzazione personale e quindi richiede sussistenza di reddito, di vita e di consumo austero, (di nuovo nei termini in cui lo intendeva Berlinguer) può iniziare ad avere teorie, programmi e comportamenti di fondo profondamente cambiati. Si tratta concretamente di uno sviluppo che privilegia il ben-essere e non solo il consumo di merci. Stavo quasi per dire il diritto alla felicità giusto per puntare un po’ più su. Altrimenti ci avvitiamo in un realismo costruito dagli altri su precarizzazione, povertà, sfruttamento e rimaniamo soltanto come momento difensivo, ma poi quasi a sostegno, purché si produca”, di un mercantilismo sprecone e guerrafondaio.

E’ questa una linea culturale non necessariamente nuova, ma l’unica per uscire dalla crisi a sinistra e riconquistare il diritto a una vita dignitosa. D’altra parte la parola crisi indica normalmente un periodo corto di rottura, mentre noi sappiamo quanto sia diventata strutturale, lunga e incontrovertibile. Ci dobbiamo ragionare molto come organizzazione del mondo del lavoro e essere poi conseguenti. Dobbiamo chiedere alla Confederazione di farsi carico di indicare una nuova linea in questo senso che possa resistere nella contrattazione politica generale alle spinte continue di un capitalismo in declino perché senza regole, lo dicono i loro economisti, e condotte fraudolenti in serie, che ci stanno trascinando nella sua follia distruttrice.

Non solo, siamo sempre più implicati in una spirale occidentale-centrica e guerrafondaia, strisciante o aperta. Ci fanno fare il tifo, da una distruzione all’altra. Nel resto del mondo, multipolare, un nuovo socialismo sta viaggiando altrove e ce lo ricorda inviandoci un loro papa, che predica per noi luoghi comuni quasi rivoluzionari per un popolo che ci appartiene laicamente e socialmente, i poveri.

Ho voluto fare un intervento di questo tipo, sulla nostra identità futura perché i tempi che altri, i vincitori, ci impongono sono ormai veloci. C’è anche chi va talmente veloce che rischia di incontrare un palo, però noi viaggiamo troppo piano. Mi spiego meglio. E’ almeno il mio terzo congresso, fra gli undici a cui ho partecipato nella mia militanza sindacale, nei quali, dopo sei mesi di iter e di dibattito, alla fine mi ritrovo che complessivamente, essendo il quadro sociale e politico cambiato a volte anche radicalmente, il documento congressuale diventa quasi inutilizzabile, se non a volte contraddittorio. Lo so che la democrazia è pesante, però dobbiamo trovare qualche metodo organizzativo che ci permetta di essere aderenti alla misura dei tempi. Un documento politico sindacale snello, di identità, confederale, unitario, di dieci pagine e non di cento che nessuno a letto. Non serve di più per indicare una via di medio e lungo periodo, e una piattaforma e un metodo rivendicativo strettamente sindacale da affinare puntualmente al quadro in movimento, per quanto possibile, sulla linea ideale del testo congressuale. Sdoppiare le due questioni, come fanno quasi tutti i sindacati almeno europei. Magari rinforzare o moltiplicare, che so, le conferenze di organizzazioni in termini non solo per problemi interni ma farne anche un elemento propulsivo e unitario alle rivendicazioni complessive. Diciamo conferenze confederali piattaformiste, con grandi orientamenti nazionali unitari. In questo quadro di disastro del mondo del lavoro, e non, non è più possibile che ognuno vada per conto proprio. La delega di rappresentanza decisionale ai direttivi non basta più, e non può essere un congresso di ascolto. Scusate, chi ascolta chi? Ci vogliono più delegati che dirigenti. Più contatto (si dice anche democrazia) alla base, con i lavoratori e i delegati, nostra vera ricchezza, uomini e donne in prima linea e sempre più a rischio. Tra l’altro rischiamo, già da un po’, di non essere più la Confederazione del lavoro di riferimento nazionale, perché una grande fetta del mondo del lavoro e non, anche numericamente, sta altrove.

mercoledì 19 marzo 2014

Prostituzione di stato.

di Tonino D'Orazio

Tralascio la parte storica della prostituzione nell’era antica, dove veniva considerata addirittura un obbligo sacro da Assiri, Babilonesi, Egiziani e anche Greci e Romani. Divenne poi estremamente riprovevole e punibile dalla cristianità statalizzata in poi, fino al tardo medioevo. Ma non per tutte (e tutti), perché le prostitute venivano considerate e divise diciamo in “escort” di lusso o volgarmente puttane. A secondo del rango e dell’utilizzo necessario. Il tema è scabroso, ma in fondo vi dirò perché analogico, interessante e premonitorio.

A Roma, siamo nel Cinquecento, come era avvenuto tempo prima per la costruzione delle Terme di Caracalla e successivamente per il selciato di Piazza del Popolo anche la Basilica di San Pietro fu finanziata da una imposta sulla prostituzione che fruttò una somma quattro volte superiore a quella ricavata dalla vendita di indulgenze.

Le prostitute erano chiamate in gergo ufficiale Donne Curiali perché dipendevano direttamente dalla Curia che rilasciava regolare licenza di esercizio, assegnava determinati posti dove potevano svolgere la loro attività, imponeva la tassa sul “mestiere” e le costringeva tutti i sabato pomeriggio a recarsi nella chiesa di S. Agostino per ascoltare la predica al fine di ricondurle alla retta via. L’ipocrisia è proprio un arte.
 

A Napoli erano costrette a portare gonne sopra al ginocchio, per distinguersi dalle donne oneste mentre in Francia dovevano portare un laccetto rosso tra i capelli, lungo circa un braccio e mezzo.
A Bologna potevano andare in giro solo nei giorni di mercato indossando un cappuccio con un sonaglio. A Venezia i ruffiani erano obbligati a palesare il loro mestiere indossando abiti gialli. Staremo a vedere quale articolo della legge ci proporrà cosa.

Comunque, la prima casa autorizzata dalla legge e di fatto costruita, aprì i battenti a Messina nel 1432 durante il regno di Alfonso d'Aragona. Nell’editto era scritto a chiare lettere che "Le femmine non hanno diritto a preferenza in fra questo e quell'ospite. Tutti quelli che si presentano devono essere ricevuti e accontentati eccezion fatta per i leprosi, i briachi fuori di senno e coloro che mostrassero pustole e piaghe ripugnanti all'eccesso" (Ma un pochino sì!).

Per ragioni sempre legate al controllo dell’ordine pubblico si divisero le prostitute in diverse categorie: la donna innamorata, una specie di cortigiana del tempo, la concubina che frequentava uomini di elevato ceto sociale, la cantunera, cioè colei che si prostituiva per le strade, la “donna di partito” che esercitava nei luoghi autorizzati dalla legge, la “schiava”, costretta con la violenza a prostituirsi.

Anche nel periodo rinascimentale la prostituzione sopravvisse tra la proibizione e la tolleranza. Ad esempio Alfonso d'Aragona, re delle Due Sicilie, legalizzò di fatto lo sfruttamento dando ad un suo confidente la "patente di roffiano". Era autorizzato, cioè, a tenere donne atte al meretricio in uno stabile civile, perché potessero concedersi all'ospite con pace e decoro. Il roffiano era autorizzato a tenere metà del prezzo pattuito, l'altra spettava alla donna. Possiamo considerare roffiano lo Stato ? Magari insieme a biscazziere per il gioco d’azzardo?

A Roma, i palazzi della curia erano pieni di questo tipo di donne e la Chiesa condannava duramente solo le “puttane libere” in quanto sfuggivano al controllo e al pagamento delle imposte. Infatti le comuni prostitute quando morivano non avevano diritto alla sepoltura cristiana e venivano inumate ai piedi del Muro Torto dove esisteva un cimitero sconsacrato che accoglieva tutti coloro che lasciavano questo mondo senza la benedizione della Chiesa. Tuttavia queste povere donne venivano perdonate ed evitavano la vergogna di una simile sepoltura se ad un certo punto della loro vita peccaminosa, si pentivano o addirittura si facevano monache. Quindi le puttane in grazia di Dio avevano la possibilità di ritirarsi in un monastero in Via delle Convertite e dedicato a Santa Maria Maddalena, la più celebre prostituta “convertita” della storia. Fatte salve le malelingue su Gesù.

La Chiesa anche in questa circostanza, sempre prima dello Stato, adocchiò il business e con l’ordinanza di Papa Clemente VIII si impose che tutti i beni di queste donne fossero devoluti al monastero che faceva da tramite verso le casse del Vaticano. In questi beni erano ricompresi anche le proprietà di quelle signore, la cui vita di piacere era stata scoperta solo dopo la morte. Le prostitute che invece facevano in tempo a redigere testamento erano obbligate a lasciare alle Convertite un quinto dei loro beni.

Da considerare che tale ostracismo e l’intervento dell'autorità e del clero diede una forte impennata ai prezzi (il mercato è mercato!) e quindi relegò il fenomeno ad una attività di nicchia.

Siamo nel periodo della controriforma. Furono chiusi i bordelli municipali e le ètuves (una sorta di bagni pubblici, luoghi ideali) e la Chiesa diede inizio alla "ghettizzazione" delle prostitute identificandole con segni distintivi come poteva essere per esempio un fiocco rosso. (Famosa la Lettera scarlatta).

La Prussia (quando si dice l’efficienza tedesca) fu il primo paese europeo, nel 1700, ad adottare una nuova politica contro la prostituzione e le malattie: il sistema di controllo che venne varato rendeva obbligatori l'autorizzazione delle case di tolleranza, la schedatura delle loro pensionanti e i controlli sanitari. Ben presto altri paesi seguirono l'esempio.

La Gran Bretagna rese obbligatoria la visita medica alle prostitute che lavoravano nelle zone portuali e militari. Tale misura diede luogo ad una sorta di “sesso sicuro ed affidabile” per cui circoscrisse il fenomeno relegandolo in zone ben identificate. Alle forze di polizia erano concessi poteri straordinari per identificare e registrare prostitute, costrette a subire ispezioni corporali obbligatorie. Le donne che rifiutavano di sottoporsi volontariamente potevano essere arrestate, portate davanti a un magistrato e identificate come prostitute. La schedatura ad esclusivo giudizio della polizia scatenava evidenti ingiustizie sotto forma di soprusi e ricatti. Basta riferirsi anche ad oggi, quando i problemi sociali diventano solo di “ordine pubblico”. La legge sul divorzio introdotta nel 1857 (però!!) consentì ad ogni uomo di divorziare dalla propria moglie per adulterio, ma viceversa una donna poteva divorziare dal marito adultero solo se l'adulterio si associava alla crudeltà. (Sic!)
 

In Italia solo nel 1859 Camillo Benso conte di Cavour emise un decreto che autorizzava l'apertura di "case" in Lombardia sotto controllo diretto dallo Stato. La legge venne fatta più per un favore all’alleato francese che per dovere di regolare il fenomeno, in quanto Napoleone III, in occasione dell’appoggio ai piemontesi contro gli austriaci, si preoccupò che la sua truppa avesse bordelli a disposizione.

Tale decreto segna di fatto la nascita delle "case di tolleranza" (tollerate dallo Stato) in Italia seguito nel 1860 da una legge più in dettaglio che regolava la modalità di apertura di una casa, le imposte (ovviamente), il controllo igienico e le tariffe che al tempo andavano dalle 5 lire per le case di lusso alle 2 lire per le case popolari (cifre comunque alte se si pensa che la paga giornaliera di un operaio ammontava a 3 lire). Alcuni anni dopo la legge del 1860 fu emendata e allo scopo di favorire il sesso nelle case chiuse rispetto alla prostituzione libera vennero abbassate le tariffe, ridotte fino a 1 lira (agevolazioni tradizionali: 50 centesimi per i militari e 70 centesimi per i sottufficiali) per le case popolari. Quando si dice uguaglianza di classe. Case concepite nell’esclusivo utilizzo di erogazione di servizi legati al sesso per cui fu vietata la vendita di cibo, bevande o l’organizzazione di feste e balli e quant’altro. Era inoltre vietata l'apertura delle medesime in prossimità di luoghi di culto, asili e scuole e, soprattutto, le persiane della casa dovevano restare sempre chiuse. Ecco il perché del nome "case chiuse".
 

Nel 1949, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la “Convenzione per la soppressione del traffico di persone e lo sfruttamento della prostituzione altrui”, affermando che la prostituzione forzata è incompatibile con la dignità umana, richiedendo a tutte le parti coinvolte di punire i protettori e i proprietari dei bordelli e gli operatori (anche lo Stato?) e di abolire tutti i trattamenti speciali o la registrazione delle prostitute. La convenzione fu ratificata da 89 paesi ma la Germania, i Paesi Bassi e gli Stati Uniti (sempre all’avanguardia!) non parteciparono. Si vede che ebbero altri criteri sulla dignità umana.

Oggi, in Germania la prostituzione è riconosciuta come un vero e proprio lavoro. Le case chiuse legalizzate. Le lavoratrici del sesso godono di garanzie assicurative in materia di malattia, disoccupazione e pensione. L’orario è regolamentato (5 giorni a settimana), come le ferie (un mese l’anno) e nessun obbligo di prestazioni sessuali non volute. Iscritte al sindacato. Vuoi vedere quanto la legge di Renzie sarà vicino alla concezione della Merkel?
 

Nei primi anni del nuovo secolo e soprattutto con l’avvento della cultura fascista i bordelli (chiamati così perché situati ai bordi delle città) diventano icone di virilità e celebrazione del maschio.

Il funzionamento delle case chiuse era molto semplice. La tenutaria generalmente ex prostituta, reclutava le "pensionanti". Generalmente rimanevano quindici giorni, contro i rischi di innamoramento e di protettori. Prendevano il 50% della marchetta, il resto andava alla tenutaria e alle tasse. Il numero delle prestazioni giornaliere di ciascuna prostituta si aggirava attorno alla quarantina e il pagamento era sempre anticipato. Le ragazze dovevano essere titolari di un libretto sanitario, in assenza del quale non era possibile “lavorare”. Ad un certo punto anche la tessera del partito fascista.

Le case furono definitivamente chiuse nel 1958 quando entrò in vigore la legge Merlin. Il 20 settembre 1958 furono chiuse ben 560 case d’appuntamenti con oltre 3300 posti letto frequentate ufficialmente da 2705 ragazze registrate come prostitute professionali che contribuivano ad un fatturato totale di circa 15 miliardi di vecchie lire dell’epoca. Una manna! Magari per l’integerrima Guardia di Finanza un nuovo studio di settore. Per favore non cominciamo a contare quanti milioni potrebbe incassare oggi lo Stato, in questo caso pappone, altrimenti toccherà capire anche come la sempre avida casta se li spartirebbe. E se ne dessero una piccola parte ai pensionati?
 

Ora si torna indietro, per il “bene di tutti”, argomento indiscutibile del pensiero unico e grimaldello per un altro piccolo passo verso l’abolizione della libertà individuale. Ovviamente: “Non si tratta di legalizzare la prostituzione, ma di regolamentare quello che avviene nella realtà, togliendo il fenomeno dalle strade e sottraendolo alla malavita”. Certo, si intende anche quella maschile.

Chi potrebbe non essere d’accordo.

Il corpo è mio e lo gestisco io? Delle donne? Ma vah!

La storia qui riportata, che potete leggere in dettaglio sul sito http://www.liberaeva.com, (in fondo alla pagina web nel riquadro: Storia della prostituzione) serve semplicemente a verificare se la prossima legge di regolamentazione del fenomeno (in greco:ciò che appare) riesca ad inserire, articolo per articolo, tutti questi argomenti repressivi, e connotativi, chiesa cattolica permettendo o aiutando. Oppure come verrà aggirata la legge, salvo i voyeurs e gli spioni bigotti.

lunedì 17 marzo 2014

Il crimine dell’austerità e l’impunità dei vertici Ue

di Luciano Gallino da Micromega


 A fine 2012 un gruppo di giornalisti e politici greci presentava alla Corte Penale Internazionale dell’Aja una denuncia per sospetti crimini contro l’umanità a carico del presidente della Commissione Europea (Barroso), della direttrice del Fmi (Lagarde), del presidente del Consiglio Europeo (Van Rompuy), nonché della Cancelliera Merkel e del suo ministro delle Finanze Schäuble. A sua volta un’attivista tedesca nel campo dei diritti umani, Sarah Luzia Hassel, appoggiava la denuncia con una documentatissima relazione circa le azioni compiute dalle citate istituzioni a danno sia della Grecia che di altri Paesi, europei e no.

Tutte azioni suscettibili di venir configurate addirittura come crimini contro l’umanità ai sensi dell’articolo 7 dello Statuto di Roma della Corte Penale dell’Aja. Si va dalla liquidazione della sanità pubblica alle politiche agricole che hanno affamato milioni di persone; dalla salvaguardia del sistema finanziario a danno dei cittadini ordinari alle ristrette élite che influenzano le decisioni delle istituzioni stesse, sino agli interventi nel campo del lavoro e della previdenza atti a ledere basilari diritti umani. Un altro documento ancora che accusa i vertici Ue di gravi forme d’illegalità, simili a quelle testé indicate ma senza etichettarle come crimini contro l’umanità, è stato pubblicato a fine 2013 dal Centro Studi di Politiche del Diritto Europeo di Brema, su richiesta della Camera del Lavoro di Vienna.

Per quanto è dato sapere i documenti citati sopra giacciono tuttora nei cassetti dei destinatari. Di recente sono però intervenuti fatti nuovi che potrebbero indurre qualche Ong o formazione politica a rilanciare le citate denunce. Si veda il rapporto uscito a fine febbraio su Lancet, numero uno delle riviste mediche, circa i danni che sta infliggendo alla popolazione la crisi della sanità in Grecia per via delle misure di austerità imposte dalle istituzioni Ue. Chi soffre di cancro non riesce più a procurarsi le medicine necessarie, divenute troppo costose. La quota di bambini a rischio povertà supera il 30 per cento. Sono ricomparse, dopo quarant’anni, malaria e tubercolosi. I suicidi sono aumentati del 45 per cento. Chi fa uso di droga non dispone più di siringhe sterili distribuite dal sistema sanitario, per cui utilizza più volte la stessa siringa. Risultato: i casi di infezione Hiv rilevati sono passati da 15 nel 2009 a 484 nel 2012.

Un secondo fatto nuovo è che l’Italia, insieme con Spagna, Portogallo e Irlanda, appare avviata sulla stessa strada della Grecia. Anche da noi i tempi di attesa per le visite specialistiche si sono allungati sovente di molti mesi perché i medici che vanno in pensione non sono rimpiazzati. Molti rinviano o rinunciano a visite mediche o esami clinici perché i ticket hanno subito forti aumenti e non riescono più a pagarli. Coloro che vanno in un laboratorio convenzionato si sentono dire che se scelgono la tariffa privata spendono meno del ticket. Molte famiglie non riescono più a mandare i bimbi all’asilo o alla scuola materna perché i posti sono stati ridotti, o la retta è aumentata al punto che non possono farvi fronte.

L’intera questione si può quindi riassumere in questo modo: le politiche di austerità, gli aggiustamenti strutturali, le privatizzazioni imposte agli Stati membri dai vertici Ue, ovvero dalla cosiddetta Troika (Bce, Fmi e Commissione) stanno infliggendo privazioni insostenibili a milioni di cittadini. Come si legge nel rapporto di Lancet, “se le politiche adottate avessero effettivamente migliorato l’economia, allora le conseguenze per la salute potrebbero essere un prezzo che val la pena di pagare. Per contro, i profondi tagli hanno avuto in realtà effetti economici negativi, come ha riconosciuto [perfino] il Fmi”. In Italia, non meno che in Grecia, Spagna, Portogallo, la disoccupazione e l’occupazione precaria hanno toccato livelli altissimi. Il Pil ha perso oltre 10 punti rispetto al 2007. La combinazione di micidiali indicatori, quali la deflazione, ossia una forte caduta del livello dei prezzi in molti settori, la domanda aggregata stagnante, più una crescita del Pil che nei prossimi anni continuerà a registrare tassi dell’1 per cento o meno, sta portando le rispettive economie, a cominciare dalla nostra, verso il disastro.

In altre parole, non soltanto i vertici Ue hanno dato prova, con le politiche economiche e sociali che hanno imposto, di una scandalosa indifferenza per le persone che vi erano soggette: dette politiche si sono pure dimostrate clamorosamente sbagliate. La questione presenta alcuni punti di contatto con la crisi finanziaria esplosa nel 2008. Allora diversi giuristi americani ed europei parlarono di “crimini economici contro l’umanità”, commessi dai dirigenti dei maggiori gruppi finanziari. Ma il caso odierno della Ue presenta una differenza abissale. Nel caso della crisi finanziaria gli attori erano soggetti privati. Nel caso della crisi europea si tratta dei massimi esponenti della dirigenza pubblica della Ue, cui è stato affidato l’oneroso impegno di presiedere ai destini di 450 milioni di persone ai tempi della crisi. Nello svolgere detto impegno essi hanno mostrato anzitutto una clamorosa incompetenza della gestione della crisi; hanno scelto di favorire gli interessi dei grandi gruppi finanziari andando contro agli interessi vitali delle popolazioni Ue; hanno dato largo ascolto alle maggiori élite europee, e in più di un caso ne fanno parte; hanno mostrato di non tenere in alcun conto le sorti delle persone cui si dirigevano le loro politiche. È mai possibile che non siano chiamate a rispondere per nulla delle illegalità non meno che degli errori che hanno commesso, e delle sofferenze che hanno causato con l’indifferenza se non addirittura il disprezzo dimostrato verso le popolazioni colpite?

Stando al documento di Brema, le violazioni dei diritti umani compiute dai vertici Ue, in spregio agli stessi trattati dell’Unione, potrebbero essere portate davanti a varie corti e istituzioni europee, nonché davanti a organizzazioni internazionali quali l’Onu e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Senza dimenticare che di crimini e illegalità della Ue parlano anche in modo sbrigativo i partiti nazionalisti, ma con una radicale differenza rispetto alle iniziative sopra citate: mediante tali accuse essi vogliono distruggere la Ue, mentre lo scopo dovrebbe essere quello di cacciare gli attuali dirigenti della Troika e sostituirli con altri, dopo aver proceduto a una approfondita revisione dei trattati europei. Mediante la quale si ribadisca sin dall’inizio che nel loro stesso interesse costitutivo, come scrivono i giuristi di Brema, le istituzioni europee debbono prendere sul serio le questioni sociali esistenziali delle cittadine e dei cittadini dell’Unione. Non esiste stato di eccezione che possa esentarle da tale dovere, come invece esse stanno facendo con le politiche di austerità.


Fonte:Repubblica, 15 marzo 2014

domenica 16 marzo 2014

Parla Maduro: «L’unica primavera è quella bolivariana»



di Gerardina Collotti da ilmanifesto 

 
Venezuela. Il presidente Maduro risponde alle domande del manifesto



«I gol­pi­sti hanno cer­cato di pre­sen­tare una falsa pri­ma­vera vene­zue­lana, ma i loro fiori sono sec­chi: per­ché la pri­ma­vera del popolo vene­zue­lano è comin­ciata con il governo socia­li­sta, ed è stata capace di pas­sare dalla pro­te­sta alla pro­po­sta». A Mira­flo­res, il pre­si­dente Nico­las Maduro risponde ai gior­na­li­sti. Il mani­fe­sto ha potuto rivol­ger­gli domande dirette.

Sullo schermo, scorre un video delle vio­lenze che, dal 12 feb­braio, hanno pro­vo­cato 28 morti. Si scorge un gior­na­li­sta della Cnn fra­ter­niz­zare con gli oltran­zi­sti, e agenti delle poli­zie locali faci­li­tare le deva­sta­zioni. Il pre­si­dente illu­stra i dati del mini­stro degli Interni Miguel Rodri­guez Tor­res, pre­sente al tavolo insieme a quello degli Esteri, Elias Jaua: «Solo il 36% dei 1.529 fer­mati (105 dei quali dete­nuto), risulta essere stu­dente». Su 350 feriti, 250 sono civili, 109 fun­zio­nari di poli­zia o mili­tari. Come hanno pre­ci­sato a Gine­vra — durante il XXV Con­si­glio per i diritti umani dell’Onu – sia la Pro­cu­ra­trice gene­rale Luisa Ortega Diaz che la Difen­sora per i diritti umani, Gabriela Rami­rez, molti dei feriti o dei morti sono stati rag­giunti da colpi di arma da fuoco: «il che dimo­stra che la natura delle pro­te­ste è tutt’altro che pacifica».

A Gine­vra, l’Onu ha lodato il Vene­zuela per aver rispet­tato i diritti umani, 29 paesi dell’Organizzazione degli stati ame­ri­cani (Osa) hanno riget­tato la pro­po­sta di inge­renza negli affari interni di Cara­cas pro­po­sta da Usa e Panama. E i mini­stri degli Esteri della Una­sur invie­ranno una mis­sione per soste­nere le Con­fe­renze per la pace e la vita messe in atto dal governo in tutto il paese. «Se l’opposizione avesse accet­tato il dia­logo fin dall’inizio – dice Maduro – non saremo arri­vati a que­sto punto. Invece sono codardi e lasciano che un gruppo di gol­pi­sti fomen­tati da Washing­ton alzino la ten­sione nel paese. Desta­bi­liz­zare il Vene­zuela, signi­fica però incen­diare tutta la regione, per­ché l’epoca dei golpe è finita. Non è più come ai tempi di Allende, e non siamo soli. Que­sto popolo è dispo­sto a difen­dere la rivo­lu­zione con la vita, pas­se­rebbe alla resi­stenza armata».

Le san­zioni pronte negli Usa con­tro il Vene­zuela? Maduro iro­nizza: «Se vogliono bloc­carci i visti, fac­ciano, ci sarà meno gente che corre a Miami. Vuol dire che mi toc­cherà andare a piedi per par­te­ci­pare alla pros­sima con­fe­renza sul clima a cui mi ha invi­tato Ban Ki-moon».

Poi si rivolge a Obama: «Lo stanno spin­gendo verso l’abisso. Voglia il cielo che il primo pre­si­dente nero degli Stati uniti non debba pas­sare alla sto­ria come assas­sino del Vene­zuela». Maria Corina Machado, parte dei trio di oltran­zi­sti che ha pro­mosso la cam­pa­gna per «la salida» (l’uscita) di Maduro dal governo, è stata rice­vuta dal pre­si­dente del Panama, Ricardo Mar­ti­nelli, in prima fila con­tro il Vene­zuela. Maduro ha inter­rotto le rela­zioni poli­ti­che e ha con­ge­lato il debito con­tratto dagli impren­di­tori vene­zue­lani col Panama. Un debito gon­fiato «per aiu­tare gli indu­striali vene­zue­lani a sfug­gire al con­trollo dei cambi e otte­nere più dol­lari», hanno ammesso per­so­naggi del governo pana­mense. Chie­diamo al pre­si­dente quanto pesi que­sta vicenda sul dia­logo in corso tra il suo governo e i grandi impren­di­tori: «Paghe­remo tutto, fino all’ultimo boli­var – risponde Maduro – il Vene­zuela non ha debiti con nes­suno, ma paghe­remo il giu­sto, e senza ingerenze«.

Ma le nuove misure eco­no­mi­che, che vanno incon­tro alla costante richie­sta di dol­lari degli impren­di­tori e age­vo­lano l’impresa pri­vata, non saranno scon­tate dai lavo­ra­tori? Non ci sarà un aumento dei prezzi e un cedi­mento al modello neo­li­be­ri­sta? La parte avversa non finirà per zavor­rare il socia­li­smo boli­va­riano? Maduro risponde ancora al mani­fe­sto: «Per avere più risorse da distri­buire al popolo, abbiamo biso­gno di svi­luppo indu­striale, di sovra­nità ali­men­tare, ma il nostro sistema sociale non corre rischi: se i prezzi sal­gono, aumen­te­remo di più i salari e i bene­fici, come abbiamo sem­pre fatto. Lo abbiamo pre­vi­sto. E pre­sto sot­to­por­remo al paese la richie­sta di aumen­tare un poco il prezzo della ben­zina. Con quel che voi pagate in Ita­lia un litro di ben­zina, qui rifor­niamo 6 fuo­ri­strada, si deve pagare un poco».

Chie­diamo ancora: la notte delle ele­zioni pre­si­den­ziali, il 14 aprile, lei ha detto che il lea­der scon­fitto dell’opposizione, Hen­ri­que Capri­les, aveva chia­mato per pro­por­gli di spar­tirsi il potere, alla maniera tipica della IV repub­blica. Ora che Capri­les sem­bra volersi smar­care dalla via gol­pi­sta e che una parte della Mesa de la uni­dad demo­cra­tica (Mud) avanza pro­po­ste per dia­lo­gare, quei mec­ca­ni­smi tor­ne­ranno in gioco? «Con l’opposizione ci sono molti con­tatti – risponde il pre­si­dente – ma il dia­logo non è fra strut­ture, non è fra il Psuv e la Mud. Per que­sto, se occorre, ci sarà una riu­nione spe­ci­fica. Il nostro invito riguarda tutta la società. La demo­cra­zia par­te­ci­pa­tiva e pro­ta­go­ni­sta ha supe­rato i mec­ca­ni­smi di con­cer­ta­zione dall’alto. Oltre­tutto, la Mud ha un dop­pio discorso: parla di dia­logo e copre i «gua­rim­be­ros». E chiede a noi di cri­mi­na­liz­zare i col­let­tivi ter­ri­to­riali, che sono stati un argine durante la IV repub­blica e ora sono una risorsa pre­ziosa e matura del pro­ceso boli­va­riano».
Un paese in assem­blea per­ma­nente, dalle piazze a Mira­fiori. l livello di matu­rità poli­tica esi­stente nel paese a tutti i livelli sociali è impres­sio­nante. Nei governi della IV repub­blica, oltre il 50% della popo­la­zione diser­tava le urne, com’è acca­duto giorni fa alle legi­sla­tive in Colom­bia. Qui, invece, la «demo­cra­zia par­te­ci­pa­tiva e pro­ta­go­ni­sta» non è uno slo­gan per addetti ai lavori. La parola cul­tura assume senso pieno, come si è visto dalla par­te­ci­pa­zione alla Fiera inter­na­zio­nale del libro, che si è aperta venerdì. Una forza che si riflette nei pro­fili delle tante donne gio­va­nis­sime e pre­pa­rate che pro­ven­gono dai col­let­tivi di quar­tiere e dalle orga­niz­za­zioni popo­lari, pre­senti nel governo ai più alti livelli.

I grandi media pri­vati, parte in causa nel con­flitto (di classe), cer­cano di intor­pi­dire l’immaginario pre­sen­tando lo «scio­pero dei ric­chi» come rivolta gio­va­nile con­tro «la dit­ta­tura». Ma baste­rebbe tra­scor­rere una set­ti­mana in que­sto calei­do­sco­pico bazar di idee e pro­spet­tive per com­pren­dere l’assurdità della definizione.

Gio­vedì, nella capi­tale hanno sfi­lato ope­rai di tutte le cate­go­rie. Ieri si è svolta una mar­cia mol­ti­tu­di­na­ria «per il rispetto delle Forze armate e per la pace». Maduro ha con­se­gnato 40 case popo­lari com­ple­ta­mente ammo­bi­liate agli ope­rai del quar­tiere di Santa Cruz (nello stato di Miranda), e ha annun­ciato fondi per 100 milioni di boli­var per lo svi­luppo locale. Durante il mese di pro­te­ste, sono state con­se­gnate oltre 15.000 case popo­lari. Per il 2014, i fondi desti­nati all’edilizia pub­blica ammon­tano a 56mila milioni di boli­var, che si aggiun­gono ai 15.600 milioni stan­ziati que­sta set­ti­mana per la via­bi­lità e le infra­strut­ture. Frut­te­ranno oltre 70.000 posti di lavoro.

Diversi pro­getti riguar­dano la tutela dei moto­taxi. I «moto­ri­za­dos» sono circa 2 milioni, orga­niz­zati in coo­pe­ra­tive e impe­gnate al con­tempo nei col­let­tivi di quar­tiere. Un set­tore infor­male a cui il socia­li­smo boli­va­riano ha dato fisio­no­mia e diritti. Il governo li ha incon­trati gio­vedì all’Hotel Alba, dove si è svolto un capi­tolo della Con­fe­renza nazio­nale per la pace. C’erano anche i col­let­tivi di «moto­ri­za­dos con disca­pa­ci­dad», venuti all’incontro sulle loro sedie a rotelle. Prima della vit­to­ria di Chá­vez (1998), il Vene­zuela con­tava 700.000 uni­ver­si­tari, ora ha 2 milioni e 600.000 stu­denti uni­ver­si­tari (il II posto in Ame­rica latina e il V nel mondo) e un sistema total­mente gra­tuito. Gli stu­denti, in Vene­zuela come in altre parti del mondo, sono stati l’innesco per altri movi­menti popo­lari, come nel ’68 in Ita­lia o in Fran­cia. Qui, solo una parte degli uni­ver­si­tari di destra si è fatta abbin­do­lare dalle «gua­rim­bas», gli altri se ne sono distan­ziati e hanno ripreso i corsi. Pur con­sa­pe­vole delle dif­fi­coltà esi­stenti, la mag­gio­ranza degli strati popo­lari ha impa­rato da che parte stare.