venerdì 29 luglio 2016

La risposta al vuoto pneumatico del pensiero? L’inesistente Italian Thought

di Alfonso Berardinelli da ilfoglio

Condivido pienamente. Un articolo esemplare preso inaspettatamente da un giornale che, per motivi che si possono ben immaginare, leggo adesso per la prima volta. 
Direi che dovremmo cercare di guarire dal morbo della biopolitica, dell'ontologia e della "neometafisica".

Ma nel libro “Da fuori. Una filosofia per l’Europa” Esposito smette di essere un buon professore di Filosofia


Buon professore di Filosofia (ma non so fino a che punto) Roberto Esposito, nel suo ultimo libro “Da fuori. Una filosofia per l’Europa” (Einaudi, 238 pp., 22 euro) tenta di dare al nuovo, nuovissimo Pensiero Italiano, o Italian Thought, un primato di assoluta attualità per la debole e divisa Europa di oggi. Sarebbe il Pensiero Italiano, secondo lui, quello cioè degli ultimi anni, a presentarsi come l’interprete più adeguato della presente realtà europea. L’Europa, si legge nell’introduzione, è “separata da se stessa” e “appare priva, oltre che di un corpo riconoscibile, anche dell’anima”. Come rimediare a questo vuoto che la minaccia di dissoluzione? Il rimedio è la Biopolitica in versione italiana, come Italian Thought. Uso le maiuscole non solo perché spesso le usa Esposito per enfatizzare i suoi schemi e le sue soluzioni, ma perché tutto l’andamento, o meglio tutta la costruzione del suo libro, è di tipo enfatico. Esposito gioca usando tre carte: la German Philosophy (da Husserl e Heidegger a Horkheimer, Adorno, Marcuse, Arendt, Habermas), la French Theory (Derrida, Foucault, Deleuze, Lyotard, Baudrillard) e infine, un po’ a sorpresa, la vera sorpresa: l’Italian Thought.

Dopo aver segnalato con una certa professorale disinvoltura gli insuperabili ma anche superati, cioè invecchiati, limiti interni delle prime due carte, la tedesca e la francese, Esposito gioca la carta risolutiva, la carta italiana, quella oggi vincente. Lo scopo di questo libro, spesso inutilmente farcito, data la sua sostanziale elementarità di intenzioni e di schemi, è uno scopo di politica filosofica autopromozionale. Data per superata la cultura filosofica delle altre due temibilissime potenze continentali, Germania e Francia (dov’è la filosofia inglese?), ora sarebbe arrivato il momento dell’Italia. E’ suonata l’ora del nostro primato. Ho parlato di tre carte: carta vince, carta perde. Con una certa astuzia, diciamo pure da “mercato filosofico”, Esposito manovra facili etichette. Comunque, finché fa i suoi riassunti della German Philosophy e della French Theory, il lettore appena un po’ informato ha l’impressione di trovarsi tra le mani dei buoni riassunti. Ma a me sembrano un po’ carenti – stavo per dire – anche dal punto di vista scolastico: no invece, sono carenti perché scolastici, dato che fare oggi, per esempio, la lezione ad Adorno sembra facile, ma è indecente.

La French Theory, scivolosa come sapone quale sempre è stata per la povertà dei suoi contenuti e l’abbondanza “rococò” dei suoi apparati retorici (il teatro della Scrittura!), non ha neppure bisogno di essere riassunta, si può solo descriverla come una ininterrotta, verbosissima rincorsa “à bout de souffle” di significati sempre sfuggenti perché sempre spostati oltre: una serie di trovate e invenzioni più terminologiche che concettuali, incantatorie come mantra. Si arriva infine allo scopo del libro di Esposito, al prodotto italiano che oggi fuori della penisola si vende meglio, dal Brasile alla California, da Madrid a Istanbul. E’ l’Italian Thought, oggetto più misterioso che sorprendente. Un vero pasticcio filosofico-politico, circoscrivendo il quale Esposito smette di essere il buon professore di filosofia che è, preso qui da un’ovvia, evidente smania di etichettare brillantemente, unitariamente una serie di conati filosofici italiani di dubbia consistenza, quando più quando meno.

Ecco gli autori in ordine di età: Mario Tronti, Toni Negri, Giorgio Agamben, Massimo Cacciari, Esposito stesso, portabandiera, coordinatore e ora propagandista. Che cos’hanno in comune e di così prezioso per l’Europa, un’Europa “vista da fuori”, questi filosofi? Secondo Esposito hanno di comune e di ottimo due cose: la Biopolitica (che viene da Foucault) e il fatto di essere italiani schietti, eredi di Machiavelli, Vico, Vincenzo Cuoco, Croce, Gentile, Gramsci… Insomma: biopolitici “comme il faut” (viaggiano internazionalmente ad alta velocità su binari costruiti dalla French Theory) e insieme ricchi, più dei tedeschi e dei francesi, di senso della storia e della politica, cioè (secondo Esposito) nemici delle astrazioni. Questo è un po’ troppo. Non so definire Esposito. Ma certo è che Tronti, Negri, Agamben e Cacciari, anche se impugnano un’indefinita biopolitica come paletta segnaletica (“qui si parla di nuda vita e di vera morte!”) sono piuttosto metafisici, o neometafisici, o metafisici impropri, nel senso che la loro politica slitta sempre in ontologia, in discorso sull’Essere. Chi non li ha letti li legga. Almeno li assaggi. Ma, per favore, senza pregiudiziale rispetto e senza farsi impressionare dalle formule incomprensibili.

L’“operaismo” italiano anni Sessanta, prima tappa, secondo Esposito, dell’Italian Thought, era un’ontologia della purezza o nudità operaia, immune dalla cultura e perfino dalla vita sociale. Una teoria priva di contenuto empirico, una deduzione gentiliana da Marx: la classe operaia come “atto” anticapitalistico per definizione, quindi aprioristicamente vittorioso. Di storico e di politico lì non c’era niente, se non una perentorietà gestuale. Da allora, l’ontologia operaistica di Tronti, nella sconfitta o tramonto storico della classe operaia, si è rivelata senza pudori come attesa mistica, in stile san Giovanni della Croce. In Negri la dissoluzione della classe operaia classica è vista come un incremento planetario delle potenzialità eversive, liberatorie di un “essere sociale” indiscriminato, illimitato e senza forma: nell’ultima pagina del suo bestseller “Impero”, Negri, pensando ai suoi black bloc, scopre anche san Francesco.

Di Cacciari non si sa che dire: fagocita e trita di tutto, parafrasa (ahimè creativamente) qualunque filosofo abbia letto, Platone, Tommaso d’Aquino, Nietzsche, Wittgenstein… E’ apertamente attratto dalla metafisica, che lo attrae perché “pensiero superiore” per uomini superiori, un discorso sull’Inizio e sulle Cose ultime, cioè sull’indicibile e l’inconcepibile. Meglio il Cacciari televisivo. Agamben, il più filologicamente filosofo, è anche il più consapevolmente, originariamente mistico e teologico: con le parole con cui si parlava di Dio, evoca una sempre possibile apocatastasi politica, o reintegrazione finale di tutto l’esistente nel sacro essere di una comunità senza attributi. Che cosa ci sia di particolarmente italiano in questo Italian Thought, non credo che lo sappia nemmeno Esposito. Forse lo immagina: ma nel confronto con Machiavelli e Vico e Cuoco e Leopardi e Gramsci, il rapporto è assente. C’è molto Gentile, molto Heidegger, molto Carl Schmitt. Poca concretezza storica e poca politica, se non fantastica. Quanto alla vita, se ne sente un vago odore nell’abuso del prefisso “bio”.

domenica 17 luglio 2016

Lavoratori, ONU e Brexit

di Tonino D’Orazio

Pochi ricordano che all’ONU c’è una sezione per il rispetto dei diritti umani e all’interno vi è una Commissione Economico Sociale e Culturale, che ogni 5 anni, più o meno, o su richiesta, si focalizza sulla situazione di un paese, soprattutto se quest’ultimo chiede prestiti internazioni. Essa verifica se viene rispettata la Convenzione firmata dagli Stati in merito agli obblighi sottoscritti. Per esempio la salvaguardia dei diritti umani nell’adozione di programmi di risanamento di bilancio, compresi i programmi di adeguamento strutturale e programmi di austerità , come condizione per l'ottenimento di prestiti. Vale la pena ricordare alcuni articoli.
La Commissione (indipendente) tutela una serie di diritti della Convenzione internazionale quali i diritti economici, sociali e culturali. Più a rischio sono i diritti del lavoro, tra cui il diritto al lavoro (art.6); il diritto a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro, compreso il diritto a salari equi e a un salario minimo che permette ai lavoratori una vita decente per se stessi e le loro famiglie (art. 7); il diritto alla contrattazione collettiva (art. 8); il diritto alla sicurezza sociale, anche per i sussidi di disoccupazione, l'assistenza sociale e le pensioni di vecchiaia (artt. 9 e 11); il diritto a un adeguato standard di vita, compreso il diritto al cibo e il diritto alla casa (art. 11); il diritto alla salute e l'accesso a un'adeguata assistenza sanitaria (art. 12); il diritto all'istruzione (artt. 13 e 14). Le famiglie a basso reddito, soprattutto con i bambini, e i lavoratori con le qualifiche più basse sono colpiti in modo sproporzionato con misure come la perdita del posto di lavoro, il congelamento del salario minimo e i tagli delle prestazioni di assistenza sociale, potenzialmente con conseguente discriminazione per motivi di origine sociale o di proprietà (art. 2, par. 2). Inoltre, la riduzione dei livelli di servizi pubblici forniti o l'introduzione o l'aumento delle tasse degli utenti in settori come la cura dei bambini e pre-scolastica o servizi di pubblica utilità e dei servizi di sostegno alle famiglie, hanno un impatto sproporzionato sulle donne, e, quindi, possono costituire una passo indietro in termini di parità di genere (arti. 3 e 10). Insomma un concetto socialista esteso in un contesto neoliberista pregnante. Prendiamo ad esempio la relazione del 29 giugno 2016 sulla Gran Bretagna.Il verdetto è schiacciante in quanto il Regno Unito ha violato il diritto internazionale dei diritti umani perseguendo una politica di austerità basata sul regresso della maggioranza della popolazione.
Sorprendentemente (?), sembra che il massimo voto Leave sia situato in roccaforti tradizionali del lavoro in cui l'UKIP di Farage ha vinto, cioè in zone che hanno subito la peggiore avversità economica e quindi abbia votato più fortemente per il Brexit, ritenendone responsabile anche Bruxelles. 

Il reddito delle famiglie nelle zone meno ricche del paese (quindi entroterra e campagne in giornalistico “contrasto” con le città) sono probabilmente più dipendenti da prestazioni sociali statali e servizi pubblici. La stessa pressione, percepita sui servizi pubblici in diminuzione, ha sicuramente contribuito ad una maggiore resistenza all’immigrazione. Allo stesso modo, la promessa di spesa in più disponibile per il servizio sanitario nazionale sembra essere stato convincente. A me sembra che il contrasto all'austerità della troika di Bruxelles, metodi e finalità, abbia contato (brutto esempio in prospettiva) molto più di quel che si dice, in questo referendum.

Ed è per questo che il rapporto insolitamente critico delle Nazioni Unite è così importante .

La relazione è stata emessa da un comitato di esperti indipendenti (senza retorica e propaganda) che controlla la protezione dei diritti economici, sociali e culturali negli Stati, in particolare per i gruppi svantaggiati.

Le sue conclusioni sono dure: le riforme previdenziali e i tagli ai servizi pubblici hanno avuto un impatto sproporzionatamente negativo sulle famiglie a basso reddito e “dovrebbe” essere invertito. Le riforme regressive alle imprese, riduzione dell'imposta di successione e dell'IVA hanno diminuito le capacità del Regno Unito "per affrontare la persistente disuguaglianza sociale", mentre non si sta facendo abbastanza per combattere l'evasione fiscale da parte delle imprese e degli individui con patrimoni ingenti. Spesso il piccolo beneficio del sanziona mento è speso male e in modo abusivo. Il deficit abitativo è ora "critico" e contribuisce agli "eccezionalmente elevati livelli di senzatetto". E’ stata presa una azione insufficiente per affrontare la crescente dipendenza dalle banche del cibo. I livelli delle prestazioni lasciano molti in uno stato persistente di indigenza.

E nonostante tutto i sacrifici i bei tempi propagandati non sono mai venuti. Secondo il Comitato, il “salario minimo nazionale” "non è sufficiente a garantire un livello di vita dignitoso"; i livelli di occupazione sono in aumento, ma troppe persone sono mal pagate e i posti di lavoro sono poco qualificati o con contratti a zero ore. Anche prima del Brexit, l'Institute for Fiscal Studies proiettava la povertà infantile in aumento del 50%, con quasi uno su cinque che vivrà in assoluta povertà entro il 2020. L’austerità, nel Regno Unito. ha dimostrato di essere molto più severa per alcuni rispetto ad altri. Nulla di nuovo se non essere il verdetto della Commissione delle Nazioni Unite durissimo.

Il senso di divisione, la disillusione e la diffidenza del pubblico a cui il programma di austerità ha contribuito, ovviamente non spiega tutto del voto referendario vinto dal Brexit, ma è importante riconoscere la sua parte e non disconoscerla con argomenti svianti e fare finta di non capire.

O discorsi speciosi. Con nuove sirene ma con i soliti argomenti.

Esempio la Lagarde del FMI che continua con le lacrime di coccodrillo a dire quanto abbiano sbagliato, tutti, a comprimere in questo modo i popoli con una austerità che non permette più né consumi e né guadagni (anche per loro) e sa che in realtà inizia ad esserci una pericolosa repulsione di massa verso il potere oligarchico delle banche e dei politici, ovviamente asserviti. Finché era la Grecia, dove comunque una piccola scintilla è partita, pazienza, poiché mentre esigeva ferocemente il rimborso del “debito” con i soldi “elargiti al popolo greco” dalla BCE, chiedeva all’Europa di “tagliare” e ristrutturare il proprio debito. Cosa che nessuno ha fatto, forse un giorno, al di là del 2018. Erano solo chiacchiere di approcci dissuasivi per rinfocolare una sempre presente linea politica di speranza per il futuro. Tanto i poveri ci cascano sempre, altrimenti come spiegare democraticamente la drammatica realtà attuale della sopraffazione dei pochi sui molti. 

I conservatori inglesi, insieme ai laburisti di Tony Blair, in questi ultimi venti anni, sono responsabili o no del degrado del proprio paese? Nel nostro, ForzaItalia/Lega Nord e il Pd, sono responsabili nella non applicazione della Convenzione sui Diritti Umani della Nazioni Unite in merito al diritto al benessere e non alla miseria del proprio popolo? Perché stupirsi del messaggio del nuovo primo ministro inglese Theresa May, sempre dei conservatori, che promette di governare gli inglesi per il lavoro piuttosto che per i privilegiati. Il suo primo intervento da premier è stato dedicato a milioni di inglesi laboriosi, promettendo, davanti alla porta di Downing Street, No10, di governare "per loro". In un messaggio successivo ha insistito che sarebbe stata dalla parte dei sacrificati e di quelli che combattono ogni giorno per far quadrare i conti. Cavalca lei stessa il programma un po’ più “operaista” del Labour di Corbyn, approfittando delle difficoltà dovute alla spaccatura tra base e vertici (parlamentari pro-eurocratici) di quel partito. La May è un po’ come un prete che abiura a parole la propria religione per recuperare qualche voto, e non fare crollare l’impalcatura, forse già la baracca, ideologica del neoliberismo, che un duro colpo ha pur preso dal Brexit. Non è diffidenza, è solo storia e memoria politico-sociale.

martedì 12 luglio 2016

Che roba, contessa! (Brexit e dintorni)

di Mimmo Porcaro da Socialismo 2017



Che roba, contessa!” Un tempo qualcuno cantava, e con accenti vibranti, questa vecchia canzone di Paolo Pietrangeli in faccia al clericofascismo nostrano spaventato e disgustato dalla riscossa degli operai italiani. Oggi, molti di quei “qualcuno” cantano ancora la stessa canzone, ma sono loro, questa volta, ad essere spaventati e disgustati: dal “no” degli operai inglesi all’Europa. E con l’immaginaria contessa condividono il rimpianto per i bei tempi in cui l’intelligenza (la loro) contava ancora qualcosa, lo stupore per quei molti che si considerano vessati da quel gioiellino che è l’Unione europea, il fastidio per il fatto che ormai anche l’operaio vuol decidere di testa sua : “non c’è più morale, contessa!”.
Oggi, dopo la Brexit, è tutto un “sì, ma…”: la democrazia è bella, ma…, i referendum saranno pure importanti, ma…, il suffragio universale non si tocca, ma… siamo sicuri che il voto di un qualunque tizio privo di cultura debba valere quanto il nostro? E su questioni così complesse, poi! E via sproloquiando. Dopo aver distrutto la scuola pubblica se la prendono con l’ignoranza del popolo. Dopo aver smantellato le concentrazioni operaie, dopo aver annichilito i partiti, dopo aver dichiarato che ogni ideale di eguaglianza (anzi, ogni e qualsiasi ideale) è pericoloso, hanno il coraggio di lamentarsi del populismo. I rappresentanti delle classi che si sono arbitrariamente autodefinite colte, non volendo capire la cosa più semplice (e cioè che dopo vent’anni e più di impoverimento chiunque voterebbe controqualunque ordine stabilito) devono inventarsi un capro espiatorio per l’orrido misfatto che ha distrutto i loro tranquillizzanti exit poll. Cosa c’è di meglio, allora, che prendersela col bersaglio preferito del classismo liberista, ossia coi lavoratori anziani? Quei vecchi egoisti rimbecilliti e rancorosi dovrebbero tacere, e lasciar parlare quelli che ne sanno più di loro, quelli che hanno pensieri e comportamenti razionali: i giovani, i mercati, le grandi imprese, gli esperti! Questo è il commento corrente sulla Brexit.
Ma ditemi voi perché mai un neolaureato che per sua disgrazia vivacchia in famiglia, smanettando sulla tastiera, saltando da un semilavoro pseudocreativo all’altro e chiamando tutto questo “libertà”, dovrebbe saper giudicare il mondo meglio di un vecchio operaio gallese che ha sperimentato tutte le delizie del capitalismo e che, soprattutto, ha memoria di un’epoca passata e diversa, e proprio per questo può addirittura immaginare un futuro diverso. Ditemi perché mai gli operatori finanziari possono fare incetta di un titolo non per il suo valore intrinseco ma solo per la speranza che qualcuno li imiti e ne faccia salire il prezzo (gonfiando così bolle su bolle), e un povero cristo non dovrebbe votare un progetto che magari è gestito da gente che non gli piace, ma può raggiungere la massa critica necessaria a dare quantomeno uno scossone a tutta la baracca. Ditemi perché una megaimpresa può fregarsene della programmazione a lungo termine e basarsi solamente sulla trimestrale di cassa, mentre un pensionato, nelle sue scelte politiche, dovrebbe basarsi sugli ideali europeisti e non sul saldo del suo conto corrente. Ma soprattutto ditemi perché mai si dovrebbero delegare le decisioni politiche agli esperti ed agli informati, quando questi sono sempre in forte dissenso tra loro e si schierano (anche sull’Europa, ovviamente) su fronti opposti. Su che base si può mai decidere dopo avere ascoltato gli opposti pareri di esperti aventi gli stessi titoli scientifici?
E’ semplice: sulla base di ciò che da sempre determina le decisioni di tutti, popolo e sapienti, ossia sulla base dei propri interessi di classe e della propria (mutevole) percezione di tali interessi. La scelta democratica può dar luogo a molti errori ed a volte ad errori gravissimi, perché vi può essere un’erronea percezione dei propri interessi o perché tali interessi sono troppo ristretti ed egoistici: ed è proprio per questo che bisogna restare saldamente abbarbicati a quelle Costituzioni, che non a caso i mercati e l’Unione europea tentano di dissolvere, e che sono l’unica barriera possibile contro gli errori del sovrano, chiunque esso sia. Ma è chiaro come il sole che gli errori vengono commessi da tutti, popolo e sapienti, mani callose e cantori dell’immateriale, perché per tutti è difficile percepire in maniera adeguata i propri interessi e mediarli, per quanto è possibile, con quelli altrui.
Sono state anche o soprattutto le scelte elettorali tenacemente liberiste delle classi presunte colte, è stata soprattutto la loro incapacità di mediare i propri interessi di classe con quelli dei presunti incolti, a creare la benvenuta crisi di egemonia della vasta élite europeista. In questo caso i sapienti hanno sbagliato, e di grosso. E’ stata la capacità popolare di percepire i propri interessi di classe e di comprendere la necessità di una rottura quale la Brexit a produrre una fase politica nuova, rischiosa ma dinamica. In questo caso gli incolti l’hanno azzeccata. Che poi questa rottura venga gestita, oggi, dagli eredi di Farage e di Cameron (ma non esclusivamente da loro: si veda la Left Leave Campaign…) non deve né essere nascosto né essere usato come la croce contro il vampiro: l’egemonia della destra su questo processo è ovvia ed al momento inevitabile, così come è inevitabile il carattere interclassista ed a volte ambiguo di formazioni che, come Podemos e il M5S, in altro modo incrinano gli equilibri attuali. Ma l’antieuropeismo (meglio, l’antiunionismo) ed il nazionalismo (meglio, il discorso nazionale) non sono necessariamente di destra: lo diventano se e quando la sinistra passa integralmente o quasi dalla parte del grande capitale, e finché non si crea un’alternativa socialista che contrasti sia l’attuale destra che l’attuale sinistra.

Per creare una simile alternativa è essenziale comprendere bene la congiuntura attuale, e quindi saper leggere le cause e gli effetti della Brexit uscendo dal chiacchiericcio antipopulista (ed in realtà antipopolare) e dalla illusoria attesa di un “colpo di reni” delle élite unioniste. Su questo punto è assai utile seguire il consiglio di Emiliano Brancaccio ed analizzare i processi profondi che hanno condotto agli eventi più recenti. E questi processi ci parlano chiaramente dicrisi della globalizzazione, di aumento della competizione intercapitalistica, di lotta acuta non solo del capitale contro il lavoro, ma anche del grande capitale contro il piccolo, una lotta nella quale bisognerebbe incunearsi (come suggerisce ancora Brancaccio), mentre invece la sinistra la osserva con supponenza e senza comprenderla, oppure si schiera apertamente col capitale globalista e con la sua strategia di centralizzazione (ancora una volta confusa con la modernizzazione tout court: quando mai finirà l’influenza di quella che il maoismo chiamava la “nefasta teoria” della neutralità delle forze produttive?).
Tale crisi della globalizzazione, resa sempre più evidente dall’indebolimento degli istituti sovra o internazionali, dalle svalutazioni competitive, dagli accordi di libero scambio fatti ormai non per aprire a tutti, ma per “chiudere” a qualcuno, comporta a mio parere un processo di rinazionalizzazione della politica che può piacere o non piacere, ma costituisce di fatto il campo attuale, e ineludibile, della lotta di classe. Una rinazionalizzazione (successiva ad un periodo in cui le nazioni non erano certo scomparse, ma delegavano molte funzioni ad organismi extranazionali…gestiti dalle nazioni più forti) che si realizza non perché la nazione sia un residuo della storia che nei momenti di crisi viene riattivato in mancanza di meglio (ed anche se così fosse, ciò non ne sminuirebbe l’importanza politica), ma perché le differenze nazionali sono la veste più adeguata per una integrazione delle economie mondiali che avviene in forma capitalistica, ossia attraverso una centralizzazione gerarchica che assorbe i capitali deboli mente incrementa la subordinazione del lavoro. Questa lotta costante contro i capitali deboli e contro i lavoratori trova nelle differenze fra nazioni un’arma formidabile, perché esse permettono di costruire “aree speciali” in cui il credito è più oneroso ed il salario più compresso, ed altre aree in cui il capitale si centralizza e trova poli di direzione strategica e di supporto militare (Europa docet). La subordinazione delle nazioni più deboli ed il rafforzamento ulteriore di quelle già forti è uno dei mezzi più importanti della centralizzazione del capitale oggi. La riconquista della sovranità nazionale e la creazione – su questa base – di nuove relazioni internazionali cooperative sono oggi l’oggetto decisivo della lotta di classe in Europa, la condizione di ogni avanzamento del movimento dei lavoratori. Lo spazio nazionale e il nuovo spazio internazionale cooperativo tra nazioni sovrane, disegnano il campo in cui sia i lavoratori che il piccolo capitale possono organizzare la resistenza contro il loro nemico principale e contendersi l’egemonia sul processo di liberazione dal dominio del capitale finanziario globalista. Fuggire da questo campo significa consegnare senza combattere la direzione del processo al piccolo capitale, alle sue inconseguenze, alle sue tendenze razziste e autoritarie, al suo protezionismo privo di sguardo strategico.
La Brexit, per tornare a noi, è proprio effetto della crisi della globalizzazione, è effetto dell’incontro tra il processo di rinazionalizzazione (come aspetto del conflitto intercapitalistico) ed il crescente malcontento popolare contro l’Unione. In particolare è l’effetto del crescente squilibrio intraeuropeo, che consiste nell’indebitamento di molte economie nazionali del continente nei confronti di altre nazioni dell’Unione, uno squilibrio che non viene sanato, ma riprodotto dall’Unione stessa, e che la liberalizzazione spinta dei mercati ha accentuato anche nei paesi che non si sono autoimposti il giogo dell’euro. Contro questo squilibrio, che l’economia inglese patisce in modo significativo, e contro i regolamenti europei ritenuti responsabili principali della situazione si è creata una coalizione tra una parte degli esportatori inglesi, la gran massa dei piccoli produttori declassati ed una notevole parte dei lavoratori maggiormente colpiti dalla crisi. E questa coalizione al momento ha vinto.
Difficile dire quali potranno essere le conseguenze della Brexit sull’economia inglese e soprattutto sui lavoratori di quel paese: da sola, senza un chiaro programma di critica al neoliberismo, essa (che pure era un passaggio necessario) non può portare molto lontano. Più facile immaginare quali saranno le conseguenze sul futuro dell’Unione. Data la tendenza generale alla rinazionalizzazione e data la crescente disaffezione, come la chiamerebbe  timidamente un europeista, dei cittadini europei nei confronti dell’Unione, non potranno che essere negative. Qualche anima bella sogna una reazione unitaria, un passo verso la messa in comune dei debiti, un’attenuazione, se non un’inversione, delle politiche antipopolari: il tutto condito dall’immancabile illusione sull’aumento del peso politico della Francia “socialista” e, perché no, della stessa Italia. Ma il tanto atteso scatto in avanti non ci sarà: nessuno vorrà rifondare l’Unione nell’unico modo che le garantirebbe un futuro, ossia come patto politico tra nazioni sovrane, finalizzato a tutelare la tradizione europea di economia mista e welfare state in un contesto di autonomia dai blocchi geopolitici attuali. Nessuno lo farà perché, salvo minacce immediate alla sopravvivenza delle nazioni (e la Brexit non lo è, o non è percepito come tale) queste ultime tendono a seguire le loro abituali strategie di lungo periodo: e le strategie francesi e soprattutto tedesche, ad oggi, non intendono aumentare l’integrazione fiscale o diminuire la pressione sul salario. Nessuno lo farà perché l’uscita dell’Inghilterra non rafforzerà, ma indebolirà la prospettiva di una maggiore integrazione economica e politica.
Immediatamente infatti la Brexit accentua gli elementi di disgregazione. Non concedere nulla di sostanziale sulla questione delle banche italiane, indebolire la Commissione europea, privilegiare ancor più di prima le decisioni intergovernative, investire tutti i parlamenti nazionali della discussione sui trattati commerciali dell’Unione, questa è la reazione pavloviana del dominus dell’Unione, ossia il governo di Berlino, nonostante le (deboli) proteste italiane. Esattamente il contrario dello scatto unionista che qualcuno si attende. Qualcuno potrebbe consolarsi aspettando che la pur non immediata uscita di scena della potenza nazionale meno propensa all’integrazione (anche perché più atlantista) giochi alla fin fine a favore dell’integrazione stessa. Ma in realtà, come osservano equilibrati studiosi della politica estera di Berlino, il liberismo inglese era un ottimo alleato dell’ordoliberismo tedesco nelle trattative con Francia “statalista”. Fuori il primo, il secondo sarà ancor meno propenso a fare concessioni, per paura di essere fagocitato. Né si può sperare (e sarebbe comunque un tragica speranza) nell’attuale riproposizione, da parte del “ministero degli esteri” europeo, di una politica militare unitaria. La Brexit potrebbe certamente accelerare il processoformale di integrazione della politica militare dell’Unione, anche perché l’industria bellica del continente può finalmente spingere come non mai per un aumento degli investimenti comunitari in questo campo. Ma d’altro canto, dal punto di vista sostanziale, un’Europa che perde pezzi è assai meno credibile di prima come soggetto di una politica estera unitaria, mentre l’uscita della Gran Bretagna priva l’Europa stessa di una piattaforma tecnologico-informativa decisiva per ogni seria operazione militare. E a tutto ciò si deve aggiungere il fatto che, venendo loro a mancare la possibilità di influenzare l’Unione attraverso l’Inghilterra, gli Usa tenteranno di aumentare la presa, oltre che sull’Italia, sulla Germania o sulla Francia, appesantendo così la loro ipoteca sull’autonomia geopolitica del vecchio continente. Al di fuori di una vera integrazione economico-politica e di una vera autonomia geopolitica (oggi impossibili), un’eventuale accelerazione dell’ unificazione militare si risolverà quasi certamente in una operazione di mera polizia interna (contro l’immigrazione ma anche contro le possibili rivolte popolari) oppure si tradurrà in qualche intervento avventurista, precario sostituto di un vero ruolo mondiale dell’Unione. E questo mentre si fa più chiara la tendenza degli Usa a muovere guerra alla Russia sul terreno europeo, e quindi a muovere guerra ad ogni residua velleità unitaria dell’Europa stessa.

Insomma, la Brexit sembra preparare un futuro in cui la politica dell’Unione proseguirà ipocritamente as usual, ma in un contesto di tensioni decisamente crescenti. Non si possono escludere piccole svolte tattiche, apparenti concessioni “antipopuliste”, belle parole sulla solidarietà e sulla crescita: ma la direzione fondamentale è quella dell’aumento degli squilibri, anche perché ormai gli effetti di ogni consultazione elettorale che in qualche modo punisca le forze europeiste sono moltiplicati ed amplificati dalle dinamiche centrifughe nazionali, e queste ultime si alimentano dei risultati elettorali stessi, riproducendo così le condizioni della crisi.
Se tutto questo è vero, si prepari a ballare, contessa!

Ruvo di Puglia: chi parla di errore umano è un mascalzone

di Giorgio Cremaschi da facebook


LA STRAGE FERROVIARIA DI RUVO DI PUGLIA È COME QUELLA DI VIAREGGIO, COME QUELLA DI CREVALCORE, COME ALTRI OMICIDI DI POVERI PENDOLARI E FERROVIERI: È COLPA DEL MANCATO INVESTIMENTO SULLA SICUREZZA E DEL TAGLIO DEL PERSONALE. CHI PARLA DI ERRORE UMANO È UN MASCALZONE .
Voglio fare un ragionamento semplice, mandando subito all'inferno chi ora spenderà paroloni per non farci capire niente e continuare come sempre.
Di fronte all strage ferroviaria di Ruvo di Puglia, di fronte a quei ragazzi, lavoratori, donne e uomini assassinati solo perché su un treno per poveri, io urlo che la sola colpa è di tutti coloro che hanno tagliato gli investimenti sulla sicurezza e lo stesso personale. Invece sento già parlare di errore umano, come se questo esistesse davvero nel 2016 nei treni. In Svizzera la maggior parte delle linee ferroviarie sono a binario unico, quanti incidenti ci sono? Il sistema dei controlli informatici, la manutenzione continua, i meccanismi di sicurezza e di arresto immediato della circolazione, non appena qualche cosa non vada, il rinnovamento del materiale rotabile e delle infrastrutture, i turni umani per il personale, tutto costruisce un sistema di salvaguardia che impedisce disastri, come quelli che invece sempre più spesso accadono nelle ferrovie italiane. Ma da noi si parla di errore umano, vergogna!
A Crevalcore anni fa c'è stata una strage, si è data la colpa ai macchinisti, opportunamente morti nel'incidente. A Viareggio invece i macchinisti sono sopravvissuti, e hanno contribuito a mettere in luce le criminali gestioni della sicurezza che hanno provocato 31 morti bruciati vivi. Ma il processo per i responsabili delle Ferrovie si avvia verso la prescrizione.
Quanti soldi si stanno buttando via per il traforo della ValleSusa ,che non serve a niente e neppure sarà completato? Se con quei soldi si fossero duplicate le linee ferroviarie ad alta pendolarità, si fosse investito in sicurezza, in semafori di blocco, in personale, quanti morti in meno ci sarebbero oggi? Ma i Notav e tutti coloro che hanno sollevato la questione degli sprechi per le ferrovie ad alta velocità e dei tagli per quelle per i pendolari, sono stati tacciati di essere nemici della modernità. E i ferrovieri che per anni con i sindacati di base si sono battuti perché a guidare i treni fossero due macchinisti e non solo uno, sono stati accusati di corporativismo e fannullaggine. E ora grazie alla legge Fornero un solo macchiniista dovrà condurre fino a 67 anni.
Tutte queste ragioni ed altre ancora alla fine risalgono ad un'unica semplice causa: i tagli al trasporto pubblico ferroviario a favore del profitto sulle tratte più redditizie e delle privatizzazioni. Così il nostro paese, che nel trasporto ferroviario negli anni 70 e 80 del secolo scorso era diventato il più sicuro, ora sta diventando uno dei più pericolosi d'Europa . E la UE vorrebbe che ancora più tagliassimo sul trasporto pubblico.
Questi sono i ragionamenti semplici e brutali che dovrebbero essere fatti di fronte ai nuovi poveri morti. Invece si parla di errore umano, di accertamento delle responsabilità e soprattutto di evitare troppo facili semplificazioni, perché la realtà è complessa. MA ALMENO TACETE MASCALZONI!

sabato 9 luglio 2016

Brexit e banche, parla l’economista Galloni: “Si può uscire dal baratro senza l’Europa che alimenta la turbofinanza”

Negli anni Ottanta, da funzionario, fu isolato per le sue posizioni ostili ai trattati e critiche su euro, sistema finanziario e banche. Oggi le sue teorie vengono prese a prestito anche da chi lo avversava. "Bisogna ribaltare i paradigmi senza venire a patti con le istituzioni: sono parte del problema e non hanno soluzioni", è la sua ricetta. Ai Cinque Stelle che attingono alle sue tesi dice: "Sono disponibile, ma per un progetto senza compromessi"



di Thomas Mackinson da ilfattoquotidiano

Alle cronache dell’epoca era passato come “l’oscuro funzionario che fece paura a Helmut Kohl”. Da una posizione di vertice al ministero del Bilancio dell’Italia anni Ottanta aveva osato avversare apertamente i trattati europei. Profetico, a tratti perfino eversivo nelle sue teorie macroeconomiche, metteva già in discussione le politiche neoliberiste, il futuro della moneta unica, il dogma degli investimenti senza debito. E ora, a distanza di trent’anni e di molti libri e conferenze, anche chi governa nei consessi internazionali, perfino chi manovra la nave dell’eurozona alla deriva, inizia a parlare la sua strana lingua. Chiamiamo Antonino Galloni che è sera. Il “pericoloso funzionario”, ormai vicino alla pensione, è alle prese con un pollo ruspante a chilometri zero, da cucinare con lime, vino, carote e timo: “Un peccato non usare certe ricette”, sospira. Le sue le ha scodellate da tempo al servizio di tutti ma per diversi decenni sono rimaste confinate sullo scaffale degli economisti eterodossi, quelli che i politici non ascoltano perché propongono cambiamenti radicali. Ex funzionario del ministero del Bilancio, direttore generale di quello del Lavoro, un tempo docente universitario, Nino Galloni non ha perso per strada le sue convinzioni che ha perfezionato nel tempo, soprattutto alla luce degli sconvolgimenti in corso. Le spiega con pazienza, al telefono, e si premura di avvertire i Cinque Stelle che tante volte alle sue tesi hanno attinto: “Sono pronto a dare una mano, purché l’ansia di governare non li faccia piegare alle richieste delle istituzioni internazionali di dimostrarsi affidabili a tutti i costi, perché così non cambierà nulla. Se qualcuno cerca un programma avanzato per uscire dal baratro, ecco, io ce l’ho”.
Partiamo dal baratro: le banche, i mercati e la finanza
Sempre lì siamo. E’ il conto che tutti paghiamo al dominio del pensiero unico di matrice neoconservatrice, quello che dagli anni Ottanta ha imposto un modello capitalistico irresponsabile che oggi non è più nemmeno di mercato ma guidato da algoritmi matematici. Il suo obiettivo è massimizzare l’emissione di titoli e i debitori – Stati compresi – perché siano deboli, poco solvibili e sottomessi. Questo costringe a far aumentare la circolazione di derivati e swap (scommesse su tutto, ci spiega). Così si fanno milioni di miliardi di dollari di titoli tossici. Il punto è come uscirne, perché è ormai chiaro che il soccorso che trasferisce Pil a copertura dei debiti delle banche non potrà durare per sempre. I titoli tossici e fasulli in circolazione, a livello planetario, rappresentano 54 volte il Pil mondiale. Stiamo salvando il peggio.

Appunto, come se ne esce?
C’è chi pensa a passare la nottata invece di fermare la roulette impazzita. Possiamo partire proprio dalle banche, ipotizzando un ruolo e una contabilità diversa. Si deve tornare alla separazione tra chi eroga credito operando come agente di sviluppo sul territorio e chi fa raccolta a fini speculativi. Nel credito, poi, si dovrebbe ragionare su una contabilità vera che metta nel conto economico delle banche tutti i versamenti delle rate a titolo di estinzione dei debiti, mentre ora vengono calcolati solo gli interessi.

Cosa cambierebbe?
Quella che oggi si chiama “perdita” o sofferenza sarebbe correttamente contabilizzata per quello che è: un mancato arricchimento. Si abbatterebbe il margine operativo, che resterebbe però sempre a livelli stratosferici, dell’ordine del 50-60%, detratti i costi di funzionamento della banca. E su quelli potrei fargli pagare le tasse, con un’aliquota che diventa bassa per tutti, ricavando così un gettito che concorra a tenere in piedi il sistema.

Un esempio, per capire…
Mettiamo che lei abbia un’impresa di spettacolo e si fa finanziare un milione di euro. Paga gli operai, i costi, l’intermediazione bancaria e alla fine riesce a restituire solo la metà. Ebbene quei 500mila euro, detratti i costi bancari che poniamo siano del 10%, la banca incassa comunque un attivo di 450mila euro netti. E’ una perdita o un guadagno? E più in generale: oggi si finanzia solo ciò che porta profitto ma siamo fuori dall’età della scarsità delle risorse e lo sviluppo responsabile potrebbe essere limitato solo dalla disponibilità del fattore umano, se solo si annoverassero tra le attività necessarie per un Paese i servizi alla persona, la cura dell’ambiente, l’innovazione tecnologica e tutti quei fattori che sono alla base dello sviluppo.

Perché non lo si fa?
Perché significherebbe avere piena occupazione e aumento dei salari, la gente non sarebbe più asservita e dunque un mondo rispetto al quale il vecchio modo di governare, basato sulla soggezione della gente, non funziona più e salta. Le soluzioni all’attuale crisi economica ci sono ma comportano un’emancipazione delle popolazioni, un aumento alla partecipazione democratica, il ripristino della classe media al posto della categoria dei cittadini-sudditi. Oggi la gente è disperata: non trova lavoro, non riesce a pagare il mutuo, ha paura di quello che può accadere al primo imprevisto. E sta buona. Senza questa sottomissione economica le classi dirigenti andrebbero in crisi: e come facciamo noi a sopravvivere?, si chiedono i parassiti.

E’ un fan delle teorie del controllo sociale alla Bildenberg?
I poteri forti esistono e dominano perché non c’è una classe politica degna di questo nome. Quando ci sono i Roosevelt, i Kennedy, i Moro, i Mattei è chiaro che questi poteri occulti hanno meno peso e importanza. Attraverso gli squilibri finanziari, monetari e bancari mantengono il controllo sulla formazione delle stese classi dirigenti che poi vanno formalmente a governare i paesi.

Che margini ci lasciano?
Si potrebbe ancora rovesciare il tavolo delle regole, forse. Ad esempio autorizzando i disavanzi dei Paesi in funzione del tasso di disoccupazione e non di parametri finanziari decisi chissà dove e come. Ma certo non lo può fare questa Unione Europea e le istituzioni che sono parte del problema.

E perché?
Perché sono lontanissime e tendenzialmente ostili a favorire la consapevolezza delle masse che un certo meccanismo si è rotto. E tendono a tamponare le situazioni per mantenere lo status quo. Le democrazie che guidano sono in crisi perché non sono riuscite a stabilire la differenza tra cittadino e suddito. Per ristabilirla, serve recuperare sovranità e capire quale è il modello economico oggi sostenibile. Ritengo che sia arrivato il momento di infrangere dei tabù e di tentare politiche opposte, di aumento dei salari e della spesa pubblica in disavanzo, di riconoscere la sostenibilità dei rendimenti negativi una volta si sia capito che credito e moneta sono a costo zero non hanno bisogno di copertura ma solo di stimolare la produzione di quei servizi necessari alla comunità di cui si dice erroneamente che mancano i soldi.

Ma abbiamo il debito pubblico alle stelle…
E’ vero. Ma su questo si deve fare un ragionamento finalmente vero e più onesto. Quando andiamo in banca ad accendere un mutuo ci viene concessa una somma fino a cinque volte il nostro reddito annuale. Il reddito di un Paese è il Prodotto interno lordo, ma il debito va paragonato al patrimonio che è di gran lunga superiore. Questa idea per cui siamo appesi ai conti economici delle entrate e delle uscite è una mistificazione che comprime le possibilità di sviluppo e di piena occupazione.

Da molto tempo è ai piani alti del ministero del Lavoro. Come sta andando l’occupazione?
Oggi ho incarichi di controllo ma non ho mai smesso di ragionare su dati, parametri e interventi che di volta in volta vengono fatti. Purtroppo non si è cambiato strada, le esigenze della società continuano a non trovare una risposta attraverso il lavoro. Un errore fondamentale è stato fatto quando ero direttore generale, allora lo denunciavo e oggi timidamente qualche ammissione arriva anche dal ministro. La flessibilizzazione è diventata sciaguratamente precarizzazione perché non si è realizzato il principio secondo cui il lavoratore flessibile doveva costare di più alle imprese di uno stabilizzato.

E le misure del governo?
Col Jobs Act si sono ridotti i diritti dei lavoratori stabili per renderli più appetibili alle imprese e ha funzionato, tuttavia ha eroso la stabilità di chi era garantito. L’effetto lo si vede nell’esplosione dei 500mila voucher che hanno portato altrettanti lavoratori sotto lo schiaffo del caporalato segnando una grande sconfitta per il ministero, per il governo e per il Paese. Tocca chiedersi cosa succederà: se pretendiamo il rispetto della legalità finiremo per togliere lavoro a questa gente per poi reimportare arance e pomodori dal Nord Africa. E’ questo il sacco in cui si trova il lavoro. E tocca capire anche cosa succederà dopo tre anni, quando termineranno gli incentivi previdenziali. Nel frattempo assistiamo a un paradosso: in certi momenti l’occupazione (precaria) è cresciuta più del Pil, e allora il grande successo di queste politiche è… far calare la produttività.

Cosa pensa della Brexit? E’ il segno della disgregazione dell’Europa?
Ha creato un po’ di panico a livello delle classi dirigenti perché si è visto che la gente non si è fatta condizionare e ha scelto in base alla valutazione dei propri interessi. Significa che, in fondo, era stato sottovalutato l’impatto che le classi più umili, le persone più anziane, percepivano delle situazione come negativa. Gli inglesi che hanno votato “si” vogliono liberarsi di una serie di vincoli e problemi e tornare a un maggior realismo in economia, a una maggiore centratura sul livello locale e in parte anche sulle tradizioni. Ma in concreto a breve cambierà poco perché già la Gb non faceva parte dell’euro e ora potrà negoziare accordi di comune interesse. Se la sterlina si svaluta andremo in vacanza a Londra spendendo di meno e verranno meno turisti inglesi da noi. Ma la conseguenza più grande è che si possono rimettere in gioco parecchi equilibri.

Tanto rumore per nulla?
Diverso è se si considera la cosa a livello geopolitico. E’ chiaro che la Corona inglese non si sia spesa per il “remain”. Significa che aveva strategie alternative, come quelle mai nascoste di recuperare il controllo della sua colonia preferita cioè gli Usa che in questo  momento sono un po’ allo sbando. Quindi tramite la finanza e altri strumenti che sono il nocciolo duro dell’Inghilterra pensa di avvicinarsi di più ai cugini d’Oltreoceano. Non significa che il Regno Unito, se tale rimane, si allontani dall’Europa ma certo si avvicinerà di più all’America e potrebbe ad esempio rilanciare il TTIP, che era mezzo morto.

Se ci fosse un referendum in Italia come finirebbe?
Non è questo il punto. Se usciamo dall’Europa è per andare dove? Penso che l’Italia potrebbe giocare un ruolo fondamentale nel dialogo Usa-Russia per spostare il baricentro dell’economia europea verso il Mediterraneo che è necessario anche per gestire i flussi migratori e respingere il terrorismo a sfondo religioso. Paradossalmente, per giocarsela in Europa, l’Italia dovrebbe rompere con essa e fare un accordo restrittivo con la Russia, ma meglio portare avanti un dialogo tra Usa-Russia di cui siamo i principali referenti e beneficiari. Il governo italiano dovrebbe battersi per il superamento delle sanzioni.

Come reagirebbe l’Europa?
Il problema è che Renzi o chiunque altro, anche se legittimati da un referendum no euro, non potrebbero cogliere questa prospettiva  perché Francia e Germania non lo consentirebbero: loro che hanno avuto maggiori vantaggi di noi da questa Europa a due velocità, già soffrono e non ci stanno a perdere peso.

Le sue tesi piacciono al M5S che oggi ambisce a governare. Risponderebbe a una “chiamata”?
Sì, ma mi preme chiarire un aspetto. Dall’origine del Movimento ad oggi è successo qualcosa di importante e potenzialmente rischioso. Quando l’orizzonte era l’opposizione la mediazione era esclusa, non si scendeva a patti col potere. Oltre all’esigenza del consenso però il Cinque Stelle oggi coltiva l’ambizione del governo e questo sdoppia la sua matrice. Da una parte continua la deriva positiva degli anti-sistema al grido “onestà-onestà”, dall’altra una crescente propensione ad accreditarsi come referenti affidabili, anche presso i consessi internazionali. Ecco, se prevalesse la logica del “vedete, siamo bravi ragazzi” temo che anche mettendo a disposizione le mie ricette non cambierebbe nulla. Se invece vincesse lo spirito delle origini a favore di programmi e posizioni radicalmente innovativi, beh, io ci sarò”.


domenica 3 luglio 2016

L'inizio ufficiale del terrorismo


di Giorgio Cremaschi

DOLORE PER LE POVERE VITTIME DELLA STRAGE DI DACCA ORRORE PER IL TERRORISMO ISLAMISTA E PER OGNI FANATISMO RELIGIOSO, MA NON POSSO FAR A MENO DI PENSARE che questa foto, del 1985, segna l'inizio ufficiale del moderno terrorismo. E nemmeno riesco a non pensare alla globalizzazione, che ha portato vittime innocenti italiane a morire in un paese lontano.
Per combattere l'URSS e il comunismo gli Stati Uniti hanno inizialmente organizzato, finanziato ed armato il terrorismo reazionario fondamentalista musulmano. Anche i gruppi assassini che oggi massacrano a Dacca chi non conosce il Corano, derivano dai combattenti degli anni 80 contro i sovietici. Allora i fondamentalisti erano eroi, celebrati anche dal cinema, dove Rambo fraternizzava con una sorta di giovane Bin Laden .
Se vogliamo andare più indietro dobbiamo ricordare i Fratelli Musulmani, che gli Stati Uniti e Israele finanziarono ed armarono negli anni 50 contro l'Egitto laico e nazionalista di Nasser, dopo che si era avvicinato all'Urss. Fu in quegli anni che l'Arabia Saudita divenne il baluardo militare dell'Occidente contro i movimenti di liberazione e i governi arabi e anticoloniali, e che il suo fondamentalismo religioso, il wahabismo, ebbe fortuna e sostegno come alternativa al nazionalismo laico.
A chi sostiene che queste scelte degli USA e della Nato siano legate alla guerra fredda e si giustifichino con essa, dobbiamo rispondere che non è assolutamente così, perchè la politica di finanziamento del terrorismo islamista è continuata fino ai giorni nostri. Per combattere e rovesciare i regimi ritenuti ostili, l'Occidente ha armato il fondamentalismo islamico in Iraq, in Libia, in Siria, ovunque. La stessa Hillary Clinton ha affermato che l'ISIS è una creatura degli USA. Ora i mostri son sfuggiti di mano al padrone, ma non potranno mai essere sconfitti se non si avrà chiaro chi li ha creati e perché.
Le nove vittime italiane a Dacca erano tutte legate alla industria tessile, che si è diffusa in quel paese con la grande delocalizzazione delle imprese all' inseguimento dei più bassi salari. Anche questo bisogna ricordare mentre piangiamo quei poveri innocenti. La globalizzazione è anch' essa un mostro, sfuggito di mano al capitalismo occidentale suo inventore. E va messa in discussione alla radice, se vogliamo un mondo piu sicuro e più giusto per tutti. Terrorismo e globalizzazione hanno un percorso sempre più intrecciato, penso che sia impossibile sconfiggere il primo senza fermare la seconda. Altro che difendere il nostro mondo per non cedere al terrorismo. Bisogna cambiare il nostro mondo sempre più ingiusto se il terrorismo vogliamo davvero sconfiggerlo.

sabato 2 luglio 2016

Brexit, il mondo è caduto dalle nuvole


Isteria. Indignazione. Catastrofismo. “Lesa maestà”. La scomposta reazione mondiale all’esito del referendum britannico stupisce. Perché le avvisaglie erano molte. Eppure si continua a tuonare contro i populismi, dimenticando che è l'involuzione autoritaria della politica continentale ad aver spinto gli inglesi fuori dall'Unione. L'unico modo per superare la crisi dell'Europa non è criminalizzare la Brexit ma infondervi democrazia, abbandonando il dogma dell'austerità neoliberista.

di Marco D’Eramo da Micromega
Ma i cavalli dei cosacchi non si stanno abbeverando a Trafalgar square né la svastica sventola su Buckingam palace. Eppure proprio questo verrebbe da credere stando alla reazione, ai limiti dell'isteria, all'esito del referendum britannico sull'uscita dall'Unione europea. I mitici “mercati” (sempre al plurale, e sempre “razionali”) hanno bruciato in un giorno, dopo il voto, 2.000 miliardi di dollari, più dell'intero prodotto interno lordo annuo dell'Italia.

Ora i britannici hanno sì compiuto una scelta critica, ma in definitiva non hanno fatto che rescindere il contratto di adesione a un'associazione internazionale, già piuttosto malconcia di per sé. Ammettiamo pure che per qualche oscura ragione i “mercati” non avessero previsto l'esito del voto. E allora? Per decenni i cantori della globalizzazione ci hanno frastornato le orecchie raccontandoci che il capitale si è deterritorializzato, che non ha più radici, che è gioiosamente nomade come un soggetto di Guattari o di Rosi Braidotti, che è apolide e in perpetuo movimento. Perciò, se anche i quartier generali di banche, assicurazioni e fondi d'investimento dovessero emigrare da Londra in un'altra global city, siamo sicuri che i mercati nella loro infinita razionalità troverebbero una residenza vivibile per continuare a macinare profitti.

Né è spiegabile la ben orchestrata indignazione europea che questo voto ha suscitato. Mutatis mutandis, se la Scozia si fosse separata dall'Inghiterra (e magari lo farà), sarebbe stata una lacerazione ben più grave e dolorosa, visto che scozzesi e inglesi hanno condiviso la stessa nazione, la stessa lingua, lo stesso impero coloniale per più di trecento anni, ma certo non avrebbe suscitato l'indignazione che ha sollevato la Brexit, che pure ha deciso la separazione di un'unione durata solo 43 anni, ma mai davvero celebrata e tanto meno consumata, senza comunità di progetto e di obiettivi (il Regno unito non ha mai fatto propria la carta fondamentale dei diritti europei, ha aderito solo a quelle norme del trattato di Lisbona che non contraddicono la sua legislazione, e così via). Il Regno unito non fu uno dei fondatori dell'Unione europea e anzi ha sempre remato contro, sempre recalcitrante; ma ora improvvisamene l'Europa scopre che la Gran Bretagna era il suo socio più importante e che senza di lei la catastrofe incombe.

Anche all'interno dello stesso Regno unito la reazione è stata tutt'altro che british. La sola proposta di far ripetere il referendum è assai più che balzana. Immaginate se in Italia nel 1946 i monarchici avessero voluto far ripetere il referendum che instaurò la repubblica, o se nel 1974 la Chiesa cattolica avesse lanciato una campagna di massa per far replicare il referendum che aveva rifiutato l'abrogazione della legge sul divorzio. Non solo è insensato, ma è una sfida alla democrazia e costituisce un precedente pericolosissimo, dalle conseguenze, queste sì, incalcolabili. Sulla proposta di ripetere il voto ha scritto Wolfgang Munchau sul Financial Times: “Non riesco a immaginare una singola misura che produca più acrimonia, più divisione e più danno economico della decisione di ignorare un voto democratico”. Eppure questa proposta letteralmente eversiva è stata appoggiata con giulivo entusiasmo dai più benpensanti organi di stampa europei, dalla Repubblica alla Süddeutsche Zeitung.

Dietro la proposta di ripetere il voto, si delinea, neanche tanto nascosta, l'idea di invalidare la volontà popolare. È quel che l'Europa fece esattamente un anno fa con Atene quando cancellò il voto dei greci nel loro referendum sull'austerità. Allora la Troika decise di chiarire al mondo che le schede elettorali i greci potevano usarle solo come carta da toletta e che la volontà popolare non ha alcun potere di fronte alla superiore volontà dei banchieri, dei mercati e delle cancellerie. I greci erano abbastanza deboli da dover ingoiare questo pitone salato (altri rettili avrebbero ingerito in seguito). Con il Regno unito l'Europa ha provato la stessa mossa: costringere la classe politica inglese a vanificare il voto britannico. Solo che l'Inghilterra non è la Grecia (la Grecia non siede nel Consiglio di sicurezza dell'Onu, non è la quinta economia al mondo, non ha un arsenale atomico, non è un ex impero coloniale, non ospita il più importante centro della finanza mondiale). Ma ciò non vuol dire che alla lunga non si riesca ad annullare il voto britannico, come si è annullato quello greco.[1]

La definizione più precisa della scomposta reazione mondiale alla Brexit è quella di “lesa maestà”.

Gli inglesi hanno osato sfidare, “ledere” il volere dei partner europei, della grande finanza, del padronato industriale, della potenza imperiale (gli Usa). È questa sfida all'ordine costituito che ha mandato tutti nel pallone e ha fatto dare a tutti di matto. Se avessero potuto, avrebbero emanato una lettre de cachet per l'intero popolo inglese per rinchiuderlo tutto nell'equivalente odierno della Bastiglia.

Eppure le avvisaglie c'erano. Intanto in Gran Bretagna, dopo Edward Heath nel lontano 1973, nessun politico nazionale ha mai osato esporsi come europeista convinto. Nessun premier si è mai dichiarato fautore dell'Unità europea, semplicemente perché sapeva che avrebbe perso voti. C'era chi era poco o molto antieuropeista, come i laburisti Wilson e Callaghan, i conservatori Thatcher, Major e Cameron, o più possibilista verso l'Europa come Tony Blair. Il consenso nazionale era che la Gran Bretagna avrebbe dovuto far parte del mercato unico europeo, ma mai e poi mai di un'entità politica europea (e questo consenso è durato solo finché persino la semplice appartenenza al mercato unico non ha significato anche frontiere aperte agli immigrati europei).

In secondo luogo, per 40 anni con i tabloid in testa – ma non solo –, la stampa britannica – anch'essa controllata da quel gran capitale che oggi recrimina – , ha martellato l'opinione pubblica inglese descrivendo l'Europa come l'origine di tutti i mali, come la pretesa di legiferare sui minimi aspetti della vita degli inglesi (litri invece di pinte, chili invece di libbre), come una burocrazia stolta, tracotante, pignola e parassita.

Da tempo frequento la Gran Bretagna (e non solo Londra, a differenza di molti) e mai ho sentito una voce che spingesse per più Europa. Al massimo, invece degli insulti, un silenzio pudico. Perciò non aveva la minima possibilità di successo una campagna basata sul ricatto della paura: “o l'Europa o la catastrofe”. Scrive sempre Munchau a proposito della reazione al voto: “Gli anti-Brexit sono ancora intrappolati nella seconda delle cinque fasi del lutto: la fase della rabbia. La prima fase è il rifiuto, che è quella in cui sono rimasti durante tutta la campagna: negavano persino la possibilità che la parte opposta potesse vincere e negavano il disastro politico di una campagna basata sul Progetto Paura”.

L'antieuropeismo inglese è così radicato che nel 2012, solo quattro anni fa, uno dei padri spirituali dell'Unione politica europea, Jacques Delors, invitava Londra a lasciare l'Europa: “Se i britannici non seguono la tendenza che va verso una maggiore integrazione nell'Unione europea, potremmo malgrado tutto restare amici, ma in un'altra forma”, “una forma come quella dello spazio economico europeo”, o un accordo di libero scambio”.[2]

Perciò nel voto di uscita dall'Unione l'unica cosa che stupisce è lo stupore che ha suscitato. Tutti caduti dalle nuvole.

Questo stupore, questo sdegno è stato condito dal solito, ennesimo vituperio del populismo. E sempre più si dimostra che questa categoria, “populismo”, è totalmente inutile da un punto di vista euristico. Anzi, essendo usata come puro insulto, impedisce di capire quel che sta succedendo e funziona da paraocchi perché veicola solo un malcelato disprezzo per il volgo, per la plebe, per la teppaglia sempre irrazionale, sempre bestiale, sempre preda dei demagoghi. En passant, fu la Santa Alleanza monarchica e reazionaria che in nome dell'amore imprigionò i demagoghi, come avvenne con i Decreti di Carlsabd (1819) e per l'Hambacher Fest (1832) con la vituperata (ma oggi rivalutata) Demagogenverfolgung (“persecuzione dei demagoghi”).[3]

Usando la categoria del “populismo” qualunque evento viene letto in chiave regressiva, di ritorno al tribalismo, ricaduta nella barbarie. O tempora, o mores!

È ancora sotto i nostri occhi il sorrisino sprezzante con cui ci è stato annunciato che i fautori del Restare (in Europa) erano giovani, colti, agiati (magari anche belli), mentre i fautori della Brexit erano poveri, ignoranti e anziani.

Tutto vero, mi si obietterà, ma intanto chi è uscito vincitore dalla Brexit in Inghilterra è Nigel Farage, leader dell'Ukip (United Kingdom Independence Party) e in Europa Marine Le Pen del Front National francese. A parte il fatto che la Francia non ha aspettato la Brexit per far volare il lepenismo: già 14 anni fa, nel 2002, il candidato della sinistra Lionel Jospin fu estromesso dal secondo turno delle elezioni presidenziali che si giocarono tutte a destra tra Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen, va rilevato che questo spauracchio dell'estrema destra è curiosamente selettivo e viene sbandierato solo in alcuni casi e mai in altri. Il fascista Viktor Orbán in Ungheria non preoccupa nessuno, come viene tollerato che in Polonia governi l'altrettanto fascista partito Prawo i Sprawiedliwość (Diritto e Giustizia) di Jarosław Aleksander Kaczyński; mentre si regalano miliardi di euro a un aspirante dittatore come il premier turco Recep Tayyip Erdoğan (leader del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) che tiene l'Europa sotto ricatto aprendo e chiudendo il rubinetto dei rifugiati, mentre imprigiona oppositori e chiude giornali critici.

Non solo, ma con la “vibrata indignazione” nei confronti del populismo, ci si esime dal capire perché in Francia i comuni delle banlieues rouges siano passati da giunte di sinistra a giunte lepeniste, perché a Roma le borgate e le roccaforti del Pci siano tutti passate ai 5 Stelle.

Questa narrazione ci fa dimenticare che a votare per la Brexit è stato il proletariato inglese in massa, sono state le aree del declino industriale, mentre a votare per l'Europa sono stati i quartieri bene, i centri finanziari, i suburbi residenziali delle classi agiate. E ci fa regalare la Brexit alla destra. Mentre è vero l'inverso (non il contrario) e cioè che è l'involuzione autoritaria della politica continentale, lo svuotamento progressivo della democrazia sia a livello nazionale, sia a livello europeo ad aver spinto gli inglesi fuori dall'Europa.

Non è la Brexit che mette in crisi l'Unione europea, ma è la crisi dell'Unione europea a provocare le spinte all'uscita. Come ha scritto prima del voto un lettore della (assai di sinistra) London Review of Books,[4] “La Ue di cui la Gran Bretagna è membro, è la stessa Ue che ha brutalizzato il popolo greco. È la stessa Ue che attualmente, con un piccolo aiuto della Nato, cerca di respingere i disperati rifugiati dalla Siria, dall'Afghanistan, dall'Eritrea e da altrove. È la stessa Ue che sta conducendo trattative segrete sul Ttip (il trattato commerciale transatlantico), sul Ceta (Ue-Canada Comprehensive Economic and Trade Agreement) e Tisa (Trade in Services Agreement), trattati che mirano a rafforzare il ruolo delle corporations multinazionali e a scalzare le regole che proteggono le persone da esse. I socialisti non dovrebbero scusarsi per lanciare una campagna indipendente e internazionalista contro l'Ue”.

Resto convinto che se l'Europa non avesse trattato la Grecia come ha fatto, se non avesse dato questa brutale dimostrazione di come si schiaccia una volontà popolare in nome di ragioni sovranazionali, forse il voto inglese sarebbe stato diverso. Non ci rendiamo conto che di quest'Europa è restato ben poco da difendere. Destra e sinistra propongono le stesse politiche, tanto che spesso, come in Italia e in Germania, governano insieme, mentre in Francia la politica di Hollande è indistinguibile da quella di Sarkozy. Non sono i partiti cosiddetti populisti a svuotare la democrazia, ma è lo svuotamento della politica a produrre le scelte elettorali a cui assistiamo. Cosa deve fare un elettore che non la pensa come i benpensanti moderati unanimi gli impongono di pensare? Sono decenni che la sinistra non offre più soluzioni “di sinistra”, ma fa propria la vulgata neoliberista secondo cui l'equità costituirebbe un ostacolo all'efficienza economica (e quindi, all'inverso, l'ingiustizia va ricercata per avere un'economia più “efficiente”).

Non so se per opportunismo, calcolo, per vocazione o per convinzione, ma Angela Merkel è stata nell'ultimo decennio la regista della più grande controrivoluzione sociale a livello continentale che l'Europa abbia mai visto. L’Ue della Merkel ha fatto a livello europeo quello che alla Thatcher non era pienamente riuscito in ambito inglese: lo smantellamento dello stato sociale, l'annientamento dei sindacati, lo sbriciolamento della sinistra politica. Negli ultimi 10 anni in tutti i paesi, Germania compresa, la diseguaglianza è cresciuta (l'indice Gini è aumentato), in tutti i paesi (Germania compresa) i cittadini delle fasce basse hanno perso potere d'acquisto e hanno visto scemare il loro tenore di vita. Le protezioni sociali sono state smontate, le possibilità di ascensione sociale stoppate. A un numero sempre crescente di giovani è stato letteralmente scippato il futuro.

Perciò l'unico modo per superare la crisi dell'Europa non è criminalizzare la Brexit, non è tuonare contro i populismi o il ritorno al tribalismo. È infondervi democrazia, è invertire rotta nelle politiche sociali, abbandonare il dogma dell'austerità neoliberista. Solo così saranno sottratti argomenti all'euroscetticismo. A meno di non ritenere che la ricetta giusta fosse quella ironicamente suggerita da Bertold Brecht quando lesse che il segretario generale dell'Unione degli scrittori della Ddr, di fronte ai moti operai del 1953 aveva detto: ”Il popolo ha tradito la fiducia che il governo gli aveva riposto: ora dovrà lavorare il doppio per riconquistarla”. Brecht disse “Non sarebbe più facile se il governo sciogliesse il popolo e ne nominasse un altro?”[5].

NOTE

[1] Anche Etienne Balibar ha accostato Brexit e vicenda greca su Libération del 27 giugno: “la debolezza della Grecia, abbandonata da tutti coloro che logicamente avrebbero dovuto sostenere le sue rivendicazioni, ha portato a un regime di esclusione interiore; la forza relativa del Regno unito (che può contare su solidi appoggi in seno all'Ue) porterà senza dubbio a una forma accentuata di inclusione esteriore”.

http://www.liberation.fr/debats/2016/06/27/le-brexit-cet-anti-grexit_1462429.

[2] “Delors invite Londres à quitter l'UE”, L'Express del 28 dicembre 2012. http://www.lexpress.fr/actualite/politique/jacques-delors-invite-le-royaume-uni-a-quitter-l-union-europeenne_1203673.html

[3] Sempre di passaggio, potremmo far osservare agli implacabili censori del populismo, che nel vertice a tre con i leader di Canada e Messico, il 29 giugno, di fronte al messicano Peña Nieto che appunto attaccava il populismo, il presidente Usa Barack Obama abbia rivendicato questa nozione e abbia detto “Io sono populista”. https://www.youtube.com/watch?v=4le6FhgZBHg
[4] Vol. 38, n. 7, 31 marzo 2016, Letters. http://www.lrb.co.uk/v38/n07/letters [5] Nach dem Aufstand des 17. Juni Ließ der Sekretär des Schriftstellerverbands In der Stalinallee Flugblätter verteilen Auf denen zu lesen war, daß das Volk Das Vertrauen der Regierung verscherzt habe Und es nur durch verdoppelte Arbeit Zurückerobern könne. Wäre es da Nicht doch einfacher, die Regierung Löste das Volk auf und Wählte ein anderes?

(1 luglio 2016)