mercoledì 26 agosto 2015

L'Impero e la guerra

di Danilo Zolo da sinistrainrete


Mi propongo in questo saggio di presentare una ricognizione linguistica e un'analisi critica degli usi della nozione di "impero" che oggi ricorrono sempre più spesso nella letteratura politologica e internazionalistica occidentale. Vorrei che la mia riflessione offrisse un minimo contributo alla precisazione del concetto teorico-politico di "impero" e alla giustificazione, a certe condizioni, del suo uso contemporaneo. Non si tratta di un esercizio di lessicografia accademica. Il riemergere della nozione di "impero" è uno degli indici della profonda trasformazione degli assetti politici internazionali legata ai processi di integrazione globale e all'affermarsi di fenomeni di crescente polarizzazione del potere e della ricchezza su scala planetaria (1).
Nello stesso tempo è in atto un processo di dislocazione delle sovranità statali a favore di nuovi attori internazionali - militari, politici, economici, giudiziari - come la NATO, il G8, l'Unione Europea, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, le Corti penali internazionali, e così via. All'interno di questa arena transnazionale emerge l'egemonia di alcune grandi potenze occidentali guidate dagli Stati Uniti d'America.
E gli Stati Uniti svolgono sempre più il ruolo di una potenza imperiale "globale" che si pone al di sopra del diritto internazionale e in particolare del diritto bellico. Essa è in grado di ricorrere all'uso della forza in palese violazione del diritto internazionale e ottenendo per di più dalle istituzioni internazionali prestazioni di legalizzazione dello status quo. Ciò si verifica sia in termini di legittimazione normativa dei risultati di guerre di aggressione mascherate come interventi umanitari o come guerre preventive contro il "terrorismo globale", sia in termini di ricorso alla giustizia penale internazionale ad hoc. Dal Tribunale dell'Aja per la ex-Jugoslavia al Tribunale speciale iracheno - iracheno, ma in realtà imposto dagli Stati Uniti - si perpetua il "modello di Norimberga": una "giustizia dei vincitori" che le grandi potenze applicano agli sconfitti e ai popoli oppressi.
Questi fenomeni hanno subìto una forte accelerazione alla fine degli anni ottanta del secolo scorso, dopo la conclusione della guerra fredda, il crollo dell'Unione sovietica, il tramonto dell'ordine bipolare del mondo, l'affermazione degli Stati Uniti come la sola superpotenza planetaria e il diffondersi del terrorismo a livello internazionale. Ed hanno conosciuto un'ulteriore accelerazione dopo l'11 settembre 2001 e le guerre di aggressione condotte dagli Stati Uniti contro l'Afghanistan e contro l'Iraq.

1. Un'avvertenza metodologica

Il lemma "impero", così come oggi viene usato in Occidente, presenta valori semantici in larga parte non coincidenti con le accezioni di "impero" e di "imperialismo" caratteristiche del pensiero marxista e largamente diffuse nel secolo scorso (2). Rispetto alle teorie marxiste gli usi recenti sono meno ambiziosi sul piano politico e anche meno elaborati sul piano teorico, ma proprio per questo essi svolgono rilevanti funzioni simboliche e comunicative. Va segnalato, a questo proposito, che secondo un certo numero di autori "impero" non è lo strumento concettuale più appropriato per denotare l'attuale assetto delle relazioni internazionali e per favorirne una interpretazione e comprensione adeguata.
Michael Doyle, ad esempio, propone, se non altro, di tenere nettamente distinta la nozione di "impero formale" da quella di "impero informale", la sola eventualmente pertinente al mondo contemporaneo. Nell'impero formale, rappresentato essenzialmente dal "modello romano", il dominio viene esercitato attraverso l'annessione territoriale. E l'amministrazione dei territori annessi è affidata a governatori coloniali sostenuti da truppe metropolitane e da collaboratori locali. L'impero informale, secondo il "modello ateniese", esercita invece il suo potere attraverso la manipolazione e la corruzione delle classi politiche locali, e lo esercita su territori contigui e nei confronti di regimi legalmente indipendenti (3).
Altri autori - fra questi alcuni teorici neorealisti delle relazioni internazionali come Robert Gilpin, Kenneth Waltz e Robert Keohane - di fronte all'alternativa fra il concetto di "impero" e quello di "egemonia" optano decisamente per il secondo. Keohane, in particolare, ha elaborato con notevole successo la nozione di hegemonic stability, che assume il primato di una o più grandi potenze come fattore di stabilizzazione delle relazioni internazionali e concepisce questo primato in termini molto lontani dall'idea di una conflittualità espansionistica permanente, secondo il modulo imperiale classico (4). Altri ancora ritengono che il termine "impero" debba essere rigorosamente limitato alle formazioni politiche universalistiche che hanno preceduto la nascita, nell'Europa del Seicento, del sistema vestfaliano degli Stati sovrani. La prevalenza entro i sistemi politici delle grandi potenze contemporanee del potere economico e dell'influenza culturale rispetto al potere politico-militare - si sostiene - è di per sé sufficiente a consigliare l'abbandono del modello imperiale o a raccomandare, quanto meno, una sua radicale riformulazione (5). Per contro, altri autori - fra questi, come vedremo, Alain de Benoist - si richiamano all'autorità di Carl Schmitt per legittimare l'uso del termine "impero" con riferimento alla dilatazione imperialistica della "dottrina Monroe", praticata dagli Stati Uniti a partire dal cosmopolitismo wilsoniano e che a loro parere ha continuato a influenzare profondamente le strategie espansionistiche della grande potenza americana (6).
E' dunque necessaria un'avvertenza metodologica per quanto riguarda il significato generale che il termine "impero" presenta oggi all'interno della cultura politica occidentale. In questo contesto il termine assume un valore semantico e una portata simbolica che tendono a cristallizzarsi in un vero e proprio paradigma. Al di là di varianti di dettaglio, questo paradigma imperiale allude ad una forma politica contraddistinta dalle tre seguenti caratteristiche morfologiche e funzionali:
1.1. La sovranità imperiale è una sovranità politica molto forte, accentrata e in espansione. Attraverso di essa l'impero esercita un potere di comando "assoluto" sulle popolazioni che risiedono nel territorio della madrepatria. A questo potere diretto si aggiunge un'ampia sfera di influenza politica, economica e culturale su altre formazioni politiche, più o meno contigue territorialmente, che conservano a pieno titolo la loro sovranità formale, per quanto si tratti, di fatto, di una sovranità limitata. Da questo punto di vista, come ha sostenuto Carl Schmitt, la "dottrina Monroe", applicata inizialmente dagli Stati Uniti nel subcontinente americano e poi dilatata al mondo intero, è stata una tipica espressione di espansionismo imperiale (7).
1.2. Al centralismo e all'assolutismo degli apparati di potere imperiale - l'autorità imperiale è per definizione legibus soluta sul piano internazionale ed esercita all'interno un potere non "rappresentativo" - si accompagna un ampio pluralismo di etnie, comunità, culture, idiomi e credenze religiose diverse, separate e distanti fra loro. Rispetto ad esse il potere centrale svolge un controllo più o meno intenso, ma che tuttavia non minaccia la loro identità e relativa autonomia culturale. In questo senso specifico assume un valore paradigmatico il modello dell'Impero ottomano, con l'istituto del millet e una diffusa pratica di tolleranza confessionale (8). La combinazione di assolutismo antiegualitario e di pluralismo etnico-culturale connota l'impero opponendolo al carattere rappresentativo e nazionale dello Stato di diritto europeo.
1.3. L'ideologia imperiale è pacifista e universalista. L'Impero viene concepito come un'entità perenne: è un potere supremo, garante di pace, di sicurezza e di stabilità per tutti i popoli della terra. La pax imperialis è per definizione una pace stabile e universale: l'uso della forza militare ha come scopo esclusivo la sua promozione. L'Imperatore è il solo, unico imperatore che per mandato divino (o per un destino provvidenziale) comanda, di fatto o potenzialmente, sul mondo intero: un solo basileus, un solo logos, un solo nomos. In quanto imperator, l'imperatore è il supremo capo militare; in quanto pontifex maximus è il sommo sacerdote; in quanto princeps esercita una giustizia sovrana. Il regime imperiale si autoconcepisce e si impone come un regime mono-cratico, mono-teistico e mono-normativo.
E' chiaro che la fonte remota ma determinante di questo paradigma è l'Impero romano, da Augusto a Costantino, con le sue strutture, la sua prassi, la sua ideologia (9), sia pure in una versione tendenzialmente "informale", nell'accezione proposta da Doyle. Ovviamente, se si volesse cogliere nella sua complessità la genesi di questo archetipo romanistico, si dovrebbero studiare le esperienze imperiali che si sono sviluppate in Europa dopo la caduta dell'Impero romano e che al suo modello si sono più o meno direttamente ispirate. Si pensi, ad esempio, a formazioni politiche come l'Impero germanico-feudale, l'Impero bizantino, l'Impero ottomano, l'Impero spagnolo (10). Nessuna diretta influenza sembra invece essere stata esercitata dall'esperienza degli imperi antichi: mediorientali, mesopotamici, cinesi. Scarso rilievo nella formazione di questo paradigma sembra che si debba attribuire sia all'esperienza dell'Impero napoleonico (11), sia alle vicende degli imperi coloniali, dai più risalenti, come quello britannico, ai più recenti (12).
Sono quattro gli usi della nozione di "impero" - corrispondente all'archetipo romanistico, attenuato in senso "informale" - che a mio parere sono presenti nella letteratura politologica e internazionalistica contemporanea, inclusa la nozione marxista di "imperialismo" che conserva un rilievo non del tutto marginale nella scia di alcune dottrine neo-marxiste delle relazioni internazionali che si sono affermate negli anni sessanta e settanta del secolo scorso.

2. Imperialismo e impero nell'uso neo-marxista

La nozione di "impero" implicata dalle teorie marxiste dell'imperialismo, basate sulla concezione classista della storia e sulla critica "materialista" dell'economia capitalistica, è ancora oggi presente in una parte della letteratura politologica occidentale (13). "Impero" in questo senso è nozione in larga misura destoricizzata e inserita nel contesto di una filosofia della storia che fa dell'imperialismo l'esito necessario dello sviluppo dell'economia capitalistica.
Questa dottrina dell'imperialismo oggi gode di un credito molto più limitato rispetto ad un passato anche recente. Ciò che di questa teoria dell'impero oggi è sottoposto a critica è soprattutto la tesi dell'esistenza di un "fattore causale", di natura economica, che determinerebbe il passaggio dal capitalismo all'imperialismo come necessaria condizione di sviluppo (o di sopravvivenza) dell'economia di mercato. L'imperialismo, in questo senso, è una dinamica di espansione dell'economia di mercato oltre il suo ambito naturale - l'area dei paesi industriali occidentali -, che arriva a coinvolgere nei suoi meccanismi di sfruttamento la forza-lavoro dei paesi industrialmente arretrati. Da questo punto di vista imperialismo e colonialismo sono fenomeni strettamente connessi. Per Lenin, come è noto, il "fattore causale" era la caduta tendenziale del saggio di profitto e la crescente concorrenza fra i capitalisti, mentre per Rosa Luxemburg questa funzione era svolta dal sottoconsumo dovuto all'impoverimento del proletariato europeo (14).
Assai più presenti al dibattito politologico contemporaneo sono le dottrine neo-marxiste dello sviluppo capitalistico e dei suoi approdi imperialistici, come la teoria del capitale monopolistico di Paul Baran e Paul Sweezy, la "teoria della dipendenza", elaborata, fra gli altri, da André Gunder Frank, o la teoria del "sistema mondiale" di Immanuel Wallerstein (15). Rispetto all'ortodossia marxista-leninista, in queste versioni neomarxiste la nozione di "impero" tende ad assumere caratteristiche assai più vicine all'"archetipo romanistico" cui ho sopra accennato. Baran e Sweezy, ad esempio, hanno collegato l'evoluzione imperialistica del "capitalismo monopolistico" - concentrato e centralizzato - alla necessità, assai più politica che economica, che i paesi industriali avanzati hanno di destinare il surplus a investimenti di natura militare. La gerarchia delle nazioni che compongono il sistema capitalistico - hanno sostenuto Baran e Sweezy - presenta un assetto piramidale: i paesi collocati al vertice sfruttano quelli situati a un livello più basso, sino a giungere all'ultimo paese che non ha più nessuno da sfruttare. Il vertice della gerarchia è la "metropoli imperiale" mentre i gradini più bassi formano la "periferia coloniale". La vocazione militarista degli Stati Uniti d'America - che occupano l'intero spazio metropolitano - dipende dall'esigenza che la loro forza armata venga usata sistematicamente per mantenere e, se possibile, irrobustire, la loro posizione di leadership nella gerarchia dello sfruttamento (16).
Naturalmente anche le versioni neo-marxiste dell'imperialismo sono state sottoposte a critica. Per autori liberal come Robert Gilpin o come Joseph Stiglitz, ad esempio, il crescente divario fra paesi ricchi e paesi poveri non dipende da forme di oppressione "imperialistica", formale o informale che sia. La globalizzazione economica e l'apertura mondiale dei mercati non può essere interpretata secondo lo schema della "gerarchia" imperiale dello sfruttamento capitalistico. La polarizzazione crescente nella distribuzione delle risorse globali dipende dal diverso grado di produttività dei sistemi economici nazionali, e quindi dai livelli di cultura, qualificazione tecnica, competenza amministrativa e capacità di iniziativa che caratterizzano i diversi paesi. E' su questi parametri che, secondo Gilpin e Stiglitz, occorrerebbe intervenire, oltre che sulla regolazione degli scambi commerciali internazionali e dei movimenti dei capitali. E a questo fine sarebbe necessaria una profonda trasformazione delle politiche adottate negli ultimi decenni dalle istituzioni economiche internazionali, a cominciare dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca mondiale, sottoposte al Washington consensus (17).

3. Un'Europa imperiale?

Oggi è la cosiddetta "Nuova destra" francese, rappresentata in particolare da Alain de Benoist, a riproporre un'idea imperiale che si richiama direttamente alla elaborazione schmittiana. C'è in de Benoist e nel movimento Grece (Groupement de recherches et d'études pour la civilisation européenne) che al pensiero di de Benoist si ispira, un netto rifiuto del nazionalismo e del liberalismo in nome sia di un europeismo culturale, sia di un "pluralismo localista". Questa è la radice dell'idea di un''Europa imperiale" che ammetta un'ampia pluralità politica interna, non nazionalistica ma etnica e regionalistica. De Benoist respinge l'idea gollista dell''Europa delle patrie"; liberalismo e nazionalismo statalistico sono da lui denunciati come dispositivi economici e ideologici che producono sradicamento e uniformità culturale. Alla americanizzazione della Francia e dell'Europa de Benoist oppone una cultura "pagana" che egli fa risalire alle origini indo-europee della tradizione europea. E alla proposta di un europeismo imperiale fa corrispondere una dura polemica contro l'imperialismo degli Stati Uniti, accusati di essere espressione suprema della disumanizzazione, della volgarità e della stupidità. L'Europa imperiale, egli proclama, o si farà contro gli Stati Uniti o non si farà (18).
Per de Benoist non ci sono che due modelli per costruire l'Europa: l'impero e la nazione. La nazione è ormai troppo grande per regolare i problemi locali e troppo piccola per occuparsi delle questioni globali, in particolare di quelle economiche. "L'Impero, nel senso più tradizionale del termine - sostiene de Benoist - è il solo modello che possa conciliare l'uno e il molteplice: è la politia che organizza l'unità organica delle sue diverse componenti, rispettando la loro autonomia" (19). L'inconveniente, aggiunge de Benoist, è che da Maastricht in poi non emerge il disegno di un'Europa autonoma, politicamente sovrana, decisa a dotarsi dell'equivalente di ciò che la "dottrina Monroe" è stata per gli Stati Uniti (è particolarmente chiara qui l'influenza del pensiero di Schmitt). Siamo invece in presenza di un'Europa senza progetto, legittimità e identità politica.
La proposta di de Benoist non è priva di aspetti interessanti, anche se, è appena il caso di dire, il modello euro-imperiale non sembra che possa essere accolto nè da forze politiche europee di ispirazione liberale, né da una sinistra europea modellata sulla tradizione liberal-democratica. Il paradigma imperiale, come abbiamo visto, comporta una concezione assolutistica e antiegualitaria del potere, anche se tollerante e compatibile con il pluralismo etnico-culturale. E non sembra agevolmente proponibile neppure l'idea di un'Europa "pagana" - non semplicemente laica -, se è vero che la cultura europea è frutto della filosofia greca, del diritto romano e dell'illuminismo, ma lo è anche dei tre monoteismi che sono fioriti sulle sponde del Mediterraneo: quello israelitico, quello cristiano e, last but not least, quello islamico.
Si può inoltre osservare che non è chiaro se, nel riferirsi, sulle orme di Schmitt, al modello della "dottrina Monroe", de Benoist pensi ad una "Europa imperiale" sotto l'influenza di uno o più Stati egemoni - eventualmente la Francia e la Germania - e se la sua idea di impero sia compatibile con una strutturazione egualitaria dei rapporti fra le diverse cittadinanze europee e quindi con l'eguale tutela dei diritti fondamentali dei cittadini europei, tematiche entrambe relativamente estranee alle elaborazioni della "nuova destra" francese (20).

4. Hardt e Negri: un'apologia dell'Impero globale

Nel loro fortunatissimo volume, Empire, Michael Hardt e Antonio Negri sostengono che il nuovo "ordine mondiale" imposto dalla globalizzazione ha portato alla scomparsa del sistema vestfaliano degli Stati sovrani (21). Non ci sono più Stati nazionali, se non per le loro esangui strutture formali che ancora sopravvivono entro l'ordinamento giuridico e le istituzioni internazionali. Il mondo non è più governato da sistemi politici statali: è governato da un'unica struttura di potere che non presenta alcuna analogia significativa con lo Stato moderno di origine europea. E' un sistema politico decentrato e deterritorializzato, che non fa riferimento a tradizioni e valori etnico-nazionali, e la cui sostanza politica e normativa è l'universalismo cosmopolitico. Per queste ragioni i due autori ritengono che "Impero" sia la denotazione più appropriata per il nuovo tipo di potere globale.
Sarebbe tuttavia sbagliato pensare che l'Impero - o il suo nucleo centrale ed espansivo - sia costituito dagli Stati Uniti d'America e dai loro più stretti alleati occidentali. Né gli Stati Uniti, né alcun altro Stato nazionale, Hardt e Negri dichiarano con forza, "costituiscono attualmente il centro di un progetto imperialista" (22). L'Impero globale è tutt'altra cosa rispetto all'imperialismo classico e sarebbe un grave errore teorico confonderlo con esso.
Questo è un punto molto delicato sia sul piano teorico, sia su quello politico, e che ha sollevato un'ampia discussione. Si è sostenuto che nelle pagine di Hardt e Negri l'Impero sembra sfumare in una sorta di "categoria dello spirito"; è presente in ogni luogo poiché coincide con la nuova dimensione della globalità. Ma, si è obiettato, se tutto è imperiale, niente è imperiale. Come individuare i soggetti sovranazionali portatori degli interessi o delle aspirazioni imperiali? Contro chi rivolgere la critica e la resistenza anti-imperialistica? Chi, se si escludono gli apparati politico-militari della grandi potenze occidentali - in primis degli Stati Uniti - esercita le funzioni imperiali (23)?
C'è un secondo aspetto della teoria dell'Impero di Hardt e Negri che ha sollevato obiezioni. E' un aspetto che sembra tributario dell'implicita "ontologia" che fa da contrappunto delle analisi di Hardt e Negri: la dialettica della storia, in una accezione caratteristica dell'hegelo-marxismo e del leninismo. Secondo i due autori l'Impero globale rappresenta un superamento positivo del sistema vestfaliano degli Stati sovrani. Avendo posto fine agli Stati e al loro nazionalismo, l'Impero ha messo fine anche al colonialismo e all'imperialismo classico ed ha aperto una prospettiva cosmopolitica che deve essere accolta con favore.
Secondo Hardt e Negri, ogni tentativo di far risorgere lo Stato-nazione in opposizione alla presente costituzione imperiale del mondo esprimerebbe una ideologia "falsa e dannosa". La filosofia no-global ed ogni forma di ambientalismo naturalistico e di localismo vanno dunque rifiutate come posizioni primitive e antidialettiche e cioè, in sostanza, "reazionarie". I comunisti - tali si dichiarano Hardt e Negri - sono per vocazione universalisti, cosmopoliti, "cattolici"; il loro orizzonte è quello dell'umanità intera, della "natura umana generica", come scriveva Marx. Nel secolo scorso le masse lavoratrici hanno puntato sull'internazionalizzazione delle relazioni politiche e sociali. Oggi i poteri "globali" dell'Impero devono essere controllati, ma non demoliti: la costituzione imperiale va conservata e finalizzata ad obiettivi non capitalistici. Per Hardt e Negri, anche se è vero che le tecnologie poliziesche sono il "nocciolo duro" dell'ordine imperiale, quest'ordine non ha nulla a che vedere con le pratiche delle dittature e del totalitarismo del secolo scorso.
Dal punto di vista della transizione ad una società comunista la costruzione dell'Impero è "un passo avanti": l'Impero "è meglio di ciò che lo ha preceduto" perché "spazza via i crudeli regimi del potere moderno" e "offre enormi possibilità creative e di liberazione" (24). Affiora qui una sorta di ottimismo imperiale le cui radici affondano, a mio parere, nella metafisica dialettica dell'hegelomarxismo. Un ottimismo imperiale che, come vedremo, si oppone al realismo e all'antiuniversalismo schmittiano, pur propenso a prendere atto della fine dell'ordinamento "statale" dello jus publicum europaeum e a proporre uno schema di ordine mondiale fondato sulla nozione post-statale di Grossraum.

5. Impero globale e guerra

Michael Ignatieff - autorevole esponente liberal anglo-americano - ha di recente sostenuto che gli Stati Uniti sono un impero. Si tratta di un impero di tipo nuovo, egli sostiene, che si ispira ai principi del libero mercato, dei diritti umani e della democrazia: una vera e propria "scoperta negli annali della scienza politica". Ma per quanto significative siano le novità e le specificità della loro egemonia globale, gli Stati Uniti, come tutti gli imperi del passato, hanno il loro pesante fardello di impegni e di responsabilità. Fra questi rientra la garanzia "della pace, della stabilità, della democratizzazione e dell'approvvigionamento di petrolio" nel Medio Oriente e nell'Asia centrale, dall'Egitto all'Afghanistan (25).
Gli Stati Uniti si trovano a svolgere il ruolo che in passato era stato garantito prima dall'Impero ottomano e poi dagli imperi coloniali della Francia e della Gran Bretagna. E' questa la ragione per cui, dopo aver sconfitto il regime dei Talebani e occupato l'Afghanistan, gli Stati Uniti hanno dovuto intervenire militarmente in Iraq, per scongiurare la proliferazione delle armi di distruzione di massa, prevenire l'azione dei network terroristici e rovesciare un regime tirannico e sanguinario. L'11 settembre ha dimostrato che gli Stati Uniti non sarebbero in grado di garantire al loro interno la pace sociale e l'affermazione dei valori democratici se non adottassero una politica estera imperiale.
Anche autori italiani, pur senza una specifica finalità teorico-politica, hanno sostenuto tesi analoghe a quelle di Ignatieff, dando loro tuttavia una valenza politica opposta, fortemente critica nei confronti dell'egemonia imperiale degli Stati Uniti (26). Personalmente, sia pure con qualche cautela terminologica e teorico-politica, ritengo che sia corretto usare l'espressione "impero" (e "impero globale') a proposito della crescente egemonia economica, politica e soprattutto militare della superpotenza statunitense.
Nel proporre questa tesi ho presente, senza tuttavia assumerlo direttamente come premessa teorica, il realismo e l'antinormativismo della filosofia del diritto internazionale di Carl Schmitt, così come essa è stata esposta in testi quali Völkerrechtliche Formen des modernen Imperialismus, del 1933, e Völkerrechtliche Grossraumordnung mit Interventionsverbot für raumfremde Mächte, del 1939, e come è stata poi riformulata, nel 1950, in Der Nomos der Erde (27). Della teoria dell'impero di Schmitt penso che sia da accogliere, come un importante contributo storico-teorico, la critica della proiezione universalistica della "dottrina Monroe" da parte degli Stati Uniti. Secondo Schmitt, dall'idea originaria di un Grossraum panamericano, particolaristico e difensivo, le strategie statunitensi sono via via passate a forme di intervento espansionistico ben oltre l'area caraibica e sud-americana. Questa proiezione universalistica e globalistica - imperiale - della dottrina Monroe ha trovato la sua massima espressione nell'idealismo wilsoniano e ha fortemente influenzato in senso universalistico e globalistico la struttura della Società delle Nazioni. Lo sviluppo planetario, ha scritto Schmitt in Der Nomos der Erde,
ha condotto a un netto dilemma fra universo e pluriverso, tra monopolio e polipolio, e cioè al problema se il pianeta sia maturo per il monopolio globale di un'unica potenza o sia invece un pluralismo di grandi spazi in sé ordinati e coesistenti, di sfere di intervento e di aree di civiltà a determinare il nuovo diritto internazionale della terra (28).
In secondo luogo non si può negare che Schmitt sia stato un analista penetrante nel denunciare, assieme alla dimensione globale e polimorfa dell'impero statunitense, la sua tendenza ad attribuire alla guerra dimensioni altrettanto globali e finalità di annientamento del nemico che erano state proprie delle guerre di religione. Senza dubbio gli Stati Uniti sono riusciti a imporre al mondo, assieme alla loro egemonia economica e politica, anche il monopolio della loro visione del mondo, del loro stesso linguaggio e vocabolario concettuale: Caesar dominus et supra grammaticam (29). Ma, la superpotenza americana si è imposta come un impero globale soprattutto grazie alla sua assoluta supremazia militare che le ha consentito di ergersi a garante dell'ordine mondiale, a "gendarme del mondo". Se la forza militare di uno Stato, sostiene Schmitt, è soverchiante, la nozione stessa di guerra si trasforma: il conflitto ha come finalità lo sterminio del nemico e l'ostilità diviene così aspra da non poter essere sottoposta ad alcuna limitazione o regolazione (30). Solo chi si trova in condizioni di irrimediabile inferiorità si appella, senza successo, al diritto internazionale contro lo strapotere dell'avversario. Chi invece gode di una completa supremazia militare fa della sua invincibilità il fondamento della sua justa causa belli e tratta il nemico, sul piano morale come su quello giudiziario, come un bandito e un criminale:
La discriminazione del nemico come criminale e la contemporanea assunzione a proprio favore della justa causa vanno di pari passo con il potenziamento dei mezzi di annientamento e con lo sradicamento spaziale del teatro di guerra. Si spalanca l'abisso di una discriminazione giuridica e morale altrettanto distuttiva. [...] Nella misura in cui oggi la guerra viene trasformata in azione di polizia contro turbatori della pace, criminali ed elelmenti nocivi, deve essere anche potenziata la giustificazione dei metodi di questo police bombing. Si è così indotti a spingere la discriminazione dell'avversario in dimensioni abissali (31).
In terzo luogo ritengo che la filosofia del diritto internazionale di Schmitt meriti attenzione quando sostiene che una riduzione della conflittualità internazionale e della distruttività della guerra moderna potrà difficilmente essere ottenuta attraverso istituzioni universalistiche e "despazializzate", come la Società delle Nazioni e le Nazioni Unite, impegnate in una radicale criminalizzazione giuridica della guerra. Secondo Schmitt un progetto di pacificazione del mondo richiede piuttosto un recupero neo-regionalistico dell'idea di Grossraum e un rilancio della negoziazione multilaterale fra gli Stati come fonte normativa e legittimazione dei processi di integrazione regionale, da opporre all'imperialismo statunitense.
Entro la cornice di questa filosofia del diritto e delle relazioni internazionali, l'antinormativismo e l'antiuniversalismo schmittiano converge con le posizioni anticosmopolitiche di teorici "neo-groziani" delle relazioni internazionali come Martin Wight e Hedley Bull (32). Bull, in particolare, ha insistito sulla necessità di recuperare categorie normative meno ispirate ad una concezione illuministica e giacobina dell'ordinamento internazionale. Contro la filosofia kelseniana del "primato del diritto internazionale" (33) Bull ha riproposto con forza idee come l'equilibrio fra le grandi potenze, la diplomazia preventiva, la negoziazione multilaterale fra gli Stati, lo jus gentium, inteso quale complesso di consuetudini internazionali affermatesi lentamente nel tempo, capaci, se non certo di sopprimere la guerra, almeno di renderla meno discriminante e distruttiva (34).
Quanto alla giustizia penale internazionale, inaugurata dai Tribunale di Norimberga e di Tokyo, Bull è stato fra i primi a denunciarne i limiti giuridici e le velleità pacifiste. In The Anarchical Society Bull ha sottolineato il carattere selettivo ed "esemplare" della giustizia dei vincitori. Queste caratteristiche violavano a suo parere il principio dell'uguaglianza formale delle persone di fronte alla legge e attribuivano alla giurisdizione dei due Tribunali internazionali un'arcaica e sinistra funzione sacrificale. La repressione penale era stata infatti applicata, ricorrendo largamente alla pena di morte, soltanto nei confronti di soggetti ritenuti, sulla base di valutazioni altamente discrezionali, come i più responsabili sul piano politico o come i più coinvolti in attività delittuose (35).

6. Conclusione

Sulla base delle argomentazioni sin qui svolte si può sostenere che il potere degli Stati Uniti è un potere "imperiale", in un significato complesso e in parte nuovo rispetto all'"archetipo romanistico": un significato che deve ovviamente tener conto delle novità che i processi di globalizzazione e le conseguenti trasformazioni in senso globale della guerra hanno introdotto nelle relazioni politiche internazionali.
Il potere degli Stati Uniti è un potere imperiale anzitutto in un senso strategico, trattandosi di una potenza che, grazie alla sua assoluta superiorità militare, può operare in una prospettiva universalistica, avvolgendo il pianeta con la fitta trama delle sue basi militari e la rete informatica dello spionaggio satellitare. Nei documenti più autorevoli del Pentagono e della Casa Bianca gli Stati Uniti si dichiarano, in quanto global power, il solo paese in grado di "proiettare potenza" su scala mondiale. Essi hanno interessi, responsabilità e compiti globali e devono perciò estendere e rafforzare l'America's global leadership role, e cioè la loro supremazia nel modellare i processi globali di allocazione della ricchezza e del potere, nel far prevalere la propria visione del mondo e nel dettare le regole per realizzarla (36).
Il potere degli Stati Uniti è un potere imperiale anche in un senso normativo, perché tende a ignorare sistematicamente i principi e le regole del diritto internazionale. La superpotenza americana si sottrae sia al divieto della guerra di aggressione stabilito dalla Carta delle Nazioni Unite - il caso dell'aggressione all'Iraq è un esempio conclamato -, sia alle norme del diritto di guerra, sviluppate dall'ordinamento internazionale moderno, in particolare dalle Convenzioni di Ginevra del 1949, a tutela delle popolazioni civili e dei prigionieri di guerra. Mazar-i-Sharif, Guantánamo, Abu Ghraib, Bagram, Fallujah sono i nomi tristemente famosi che ricordano i crimini di cui le massime autorità politiche e militari degli Stati Uniti si sono macchiate in questi anni. Gli Stati Uniti sono i maggiori esportatori di armi e la maggiore fonte di inquinamento atmosferico del mondo e nello stesso tempo si rifutano di ratificare Convenzioni e Trattati intesi a ridurre le stragi di vite umane e la devastazione industriale dell'ambiente, come la "Convenzione sulle armi disumane", che vieta la produzione e l'uso delle mine antiuomo, e gli accordi di Kyoto sul controllo del clima. E non solo si sono rifiutati di ratificare il Trattato di Roma che nel 1998 ha approvato lo Statuto della Corte penale internazionale, ma sono attivi nel contrastarne le attività.
Questi comportamenti mostrano come il potere esercitato dagli Stati Uniti è legibus solutus, al di fuori e al di sopra del diritto internazionale. Un Imperatore decide di volta in volta sui singoli casi, ma non fissa principi normativi di carattere assoluto, né si impegna al rispetto di regole generali. Il potere imperiale è incompatibile sia con il carattere generale della legge, sia con l'eguaglianza giuridica dei soggetti dell'ordinamento internazionale. In questo senso gli Stati Uniti sono fonte sovrana di un nuovo diritto internazionale - di un nuovo "Nomos della terra" - in una situazione che la minaccia del global terrorism consente loro di presentare come uno "stato di eccezione" globale e permanente. L'autorità imperiale degli Stati Uniti amministra la giustizia globale, definisce i torti e le ragioni dei sudditi, pone le condizioni dell'inclusione degli Stati nel novero dei vassalli fedeli o, invece, dei rogue states, svolge funzioni di polizia internazionale contro il terrorismo, appiana le differenze e gestisce le controversie locali (persino la contesa mediterranea fra Spagna e Marocco per l'"isoletta del prezzemolo"!). In poche parole: gli Stati Uniti operano per la pace e la giustizia internazionale. Il loro potere imperiale è addirittura invocato dai sudditi per la sua capacità di risolvere i conflitti da un punto di vista universale, e cioè imparziale e lungimirante.
Ed è altrettanto significativo che oggi venga riproposta nella cultura angloamericana la dottrina del bellum justum. Si tratta di una dottrina medievale, tipicamente imperiale, che suppone l'esistenza di un potere e di un'autorità al di sopra di ogni altra autorità. Esemplare in questo senso è il documento dei sessanta intellettuali statunitensi che ha tempestivamente sponsorizzato come just war la guerra degli Stati Uniti contro l'"asse del male". Riemerge così l'antica credenza ebraico-cristiana per la quale lo spargimento del sangue dei nemici può essere moralmente raccomandato, se non addirittura esaltato perché voluto da Dio. L'attività di polizia internazionale che la potenza imperiale svolge usando mezzi di distruzione di massa richiede un potenziamento della persuasione comunicativa fondata su argomenti teologici ed etici, non semplicemente politici. La guerra viene giustificata di un punto di vista superiore e imparziale, in nome di valori che si ritengono condivisi dall'umanità intera. La guerra è presentata come lo strumento principe della tutela dei diritti dell'uomo, dell'espansione della libertà, della democratizzazione del mondo, della sicurezza e del benessere di tutti i popoli. La guerra globale ha come scopo ultimo la promozione di una pace globale. La pax imperialis è per definizione una pace perpetua e universale.

Note
*. Rielaborazione del saggio "L'uso contemporaneo della nozione di 'impero'", apparso sulla rivista Filosofia politica, 3, 2004.
1. Su questi temi mi permetto di rinviare al mio Globalizzazione. Una mappa dei problemi, Roma-Bari, Laterza, 2004.
2. Si veda R. Owen, B. Sutcliff, Studi sulla teoria dell'imperialismo. Dall'analisi marxista alle questioni dell'imperialismo contemporaneo, Torino, Einaudi, 1977.
3. Cfr. A.W. Doyle, Empires, Cornell University Press, Ithaca (NY), 1986.
4. Cfr. R.O. Keohane, After Hegemony. Cooperation and Discord in the World Political Economy, Princeton, Princeton University Press, 1984, pp. 31 ss., 49-64, 83-4; R.O. Keohane, Neorealism and Its Critics, New York, Columbia University Press, 1986; K.N. Waltz, Theory of International Politics, New York, Newbery Award Records, 1979, trad. it. Bologna, il Mulino, 1987; R. Gilpin, War and Change in World Politics, Cambridge, Cambridge University Press, 1981, trad. it. Bologna, il Mulino, 1989. Sull'alternativa fra le nozioni di "egemonia" e di "impero" cfr. V.E. Parsi, L'impero come fato? Gli Stati Uniti e l'ordine globale, "Filosofia politica", 16 (2002), 1, pp. 87, 92-3.
5. Cfr. D. Lieven, Empire. The Russian Empire and Its Rivals, London, John Murray, 2000, p. 9.
6. Si veda: C. Schmitt, Völkerrechtliche Formen des modernen Imperialismus, "Auslandsstudien", 8 (1933), ora in C. Schmitt, Positionen und Begriffe im Kampf mit Weimar, Genf, Versailles 1923-1939, Hamburg, Hanseatische Verlagsanstalt, 1940; C. Schmitt, Völkerrechtliche Grossraumordnung mit Interventionsverbot für raumfremde Mächte. Ein Beitrag zum Reichsbegriff im Völkerrecht, "Schriften des Instituts für Politik und Internationales Recht an der Universität Kiel", n. 7, 1939, ora in C. Schmitt, Staat, Grossraum, Nomos, a cura di G. Maschke, Berlin, Duncker & Humblot, 1995, trad. it. Roma, Settimo Sigillo, 1996; C. Schmitt, Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum, Berlin, Duncker und Humblot, 1974, trad. it. Milano, Adelphi, 1991. Sulla teoria schmittiana dell'imperialismo e sulla connessa idea di Grossraumordnung, cfr. P.P. Portinaro, La crisi dello Jus Publicum Europaeum, Milano, Edizioni di Comunità, 1982, pp. 188-202.
7. Cfr. C. Schmitt, Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum (1950), Berlin, Duncker und Humblot, 1974, trad. it. Milano, Adelphi, 1991.
8. Il termine millet denotava una comunità religiosa che svolgeva il ruolo di unità amministrativa decentrata dell'Impero; cfr. G. Prévélakis, Les Balkans. Cultures et géopolitique, Paris, Nathan, 1994, trad. it. Bologna, il Mulino, 1997, pp. 81-5. Sul tema mi permetto di rinviare al primo capitolo (Imperial mapping and Balkan nationalism) del mio Invoking Humanity. War, Law and Global Order, London-New York, Continuum International, 2002, pp. 7-36.
9. Si veda: G. Poma, L'impero romano: ideologia e prassi, "Filosofia politica", 16 (2002), 1, pp. 5-35; C.M. Wells, The Roman Empire, London, Fontana Press, 1992, trad. it. Bologna, il Mulino, 1995; P. Veyne, The Roman Empire, Cambridge (Mass.), Belknap Press, 1997.
10. Si veda: E. Bussi, Il diritto pubblico del Sacro romano impero alla fine dell'VIII secolo, voll. 2, Milano, Giuffrè, 1957-59; G. Ostrogorski, Geschichte des byzantinischen Staates, München, Beck, 1940, trad. it. Storia dell'impero bizantino, Torino, Einaudi, 1993; D. Kitsikis, L'Empire ottoman, Paris, Presses Universitaires de France, 1985; A. Musi, L'impero spagnolo, "Filosofia politica", 16 (2002), 1, pp. 37-61; F. Braudel, La Méditerranée et le monde méditerranéen à l'lépoque de Philippe II, Paris, Colin, 1982, trad. it. Torino, Einaudi, 2002 (voll. 2).
11. Si veda E. Di Rienzo, L'impero-nazione di Napoleone Bonaparte, "Filosofia politica", 16 (2002), 1, pp. 63-82.
12. Si veda W.J. Mommsen, Das Zeitalter des Imperialismus, Frankfurt a.M., Fisher Bücherei, 1969, trad. it. L'età dell'imperialismo, Milano, Feltrinelli, 1989; R.F. Betts, The False Dawn: European Imperialism in the Nineteenth Century, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1975, trad. it. Bologna, il Mulino, 1986.
13. Si vedano, fra i molti altri: P. Bourdieu, Contre-feux 2, Paris, Liber, 2001; L. Boltanski, E. Chiapello, Le nouvel esprit du capitalism, Paris, Gallimard, 1999; A. Callinicos, et al., Marxism and the New Imperialism, London, Bookmark, 1994; U. Allegretti, M. Dinucci, D. Gallo, La strategia dell'Impero, S. Domenico di Fiesole, Edizioni Cultura della Pace, 1992.
14. Si veda N. Lenin, L'imperialismo fase suprema del capitalismo (1917), Roma, Editori Riuniti, 1964; R. Luxemburg,L'accumulazione del capitale, Torino, Einaudi, 1968.
15. Si veda P.A. Baran, P.M. Sweezy, Monopoly Capital: An Essay on the American Economic and Social Order, New York, Monthly Review Press, 1966, trad. it. Torino, Einaudi, 1969; A.G. Frank, Capitalism and Under-development in Latin America, New York, Monthly Review Press, 1969; I. Wallerstein, The Modern World System, New York, Academic Press, 1974; I. Wallerstein, The Capitalist World Economy, Cambridge, Cambridge University Press, 1979.
16. Cfr. P.A. Baran, P.M. Sweezy, Monopoly Capital, trad. it. cit., pp. 150-5, 180-3.
17. Cfr. R. Gilpin, The Political Economy of International Relations, Princeton, Princeton University Press, 1987, trad. it. Bologna, il Mulino, 1990, pp. 34-43, 65-72, 270-3; J.E. Stiglitz, Globalisation and Its Discontents, New York, W.W. Norton & Company, 2002, trad. it. Torino, Einaudi, 2002, pp. 219-56.
18. Si veda A. De Benoist, L'Impero interiore. Mito, autorità, potere nell'Europa moderna e contemporanea, Firenze, Ponte alle Grazie,1996; P.-A. Taguieff, Sur la Nouvelle droite. Jalons d'une analyse critique, Paris, Descartes & Cie, 1994, trad. it. Firenze, Vallecchi, 2004, passim.
19. Cfr. P.-A. Taguieff, Sur la Nouvelle droite, trad. it. cit., p. 150.
20. Su questo punto mi permetto di rinviare alla mia introduzione all'edizione italiana, citata, di P.-A. Taguieff, Sur la Nouvelle droit (pp. 13-4).
21. Cfr. M. Hardt, A. Negri, Empire, Cambridge (Mass.), Harvard College, 2000, trad. it. Milano, Rizzoli, 2002, passim.
22. Cfr. M. Hardt, A. Negri, Empire, trad. it. cit., p. 15.
23. Su questa discussione si può vedere A. Negri, D. Zolo, L'Impero e la moltitudine. Un dialogo sul nuovo ordine della globalizzazione, "Reset", 73 (2002), pp. 8-19, ora anche in A. Negri, Guide. Cinque lezioni su Impero e dintorni, Milano, Raffaello Cortina, 2003, pp. 11-33. Una versione integrale in lingua inglese, più ampia rispetto a quella originariamente pubblicata da "Reset", è apparsa, a cura di A. Bove e M. Mandarini, in "Radical Philosophy", 120 (2003), pp. 23-37.
24. Cfr. M. Hardt, A. Negri, Empire, trad. it. cit., pp. 56, 208.
25. Cfr. M. Ignatieff, The Burden, "New York Times Magazine", 5 gennaio 2003.
26. Si veda ad esempio: M. Cacciari, Digressioni su Impero e tre Rome, "Micromega", (2001), 5; G. Chiesa, La guerra infinita, Milano, Feltrinelli, 2002.
27. Cfr. C. Schmitt, Der Nomos der Erde, trad. it. cit., pp. 231-3, 311-12.
28. Cfr. C. Schmitt, Der Nomos der Erde, trad. it. Cit., p. 311.
29. Sulla tendenza del dominio imperiale statunitense a imporre il proprio vocabolario, la propria terminologia e i propri concetti ai popoli egemonizzati, cfr. C. Schmitt, Völkerrechtliche Formen des modernen Imperialismus, cit., pp. 179-80.
30. Cfr. C. Schmitt, Der Nomos der Erde, trad. it. cit., pp. 429-30.
31. Cfr. C. Schmitt, Der Nomos der Erde, trad. it. cit., p. 430.
32. Si veda: M. Wigth, Why is there no International Theory?, in H. Butterfield, M. Wight (a cura di), Diplomatic Investigations, London, George Allen and Unwin Lmt, 1969; H. Bull, The Anarchical Society, London, Macmillan, 1977.
33. Sul tema mi permetto di rinviare al mio Hans Kelsen: International Peace through International Law, "European Journal of International Law", 9 (1998), 2.
34. Si veda H. Bull, The Anarchical Society, cit., passim; H. Bull, Hans Kelsen and International Law, in J.J.L. Tur, W. Twining (a cura di), Essays on Kelsen, Oxford, Oxford University Press, 1986; sul tema si veda inoltre A. Colombo, La società anarchica fra continuità e crisi, "Rassegna italiana di sociologia", 2 (2003), pp. 237-55.
35. Cfr. H. Bull, The Anarchical Society, cit., p. 89.
36. Si vedano: Department of Defense, Quadrennial Defense Review Report, 30 settembre 2001; The White House, Nation
 

Sulla vicenda greca torna la tentazione dell’abbandono dell’euro

L'argomento più forte che Alfonso Gianni presenta, contro l'ipotesi di uscita dall'euro, è il fatto che lo stesso Schauble avrebbe prospettato una tale soluzione. Argomentazione fiacca. Dietrologie a parte le motivazioni di Schauble sono insondabili e comunque possono rispondere ad esigenze tattiche che niente hanno a che vedere con la sostanza delle cose. Uno poi potrebbe argomentare diciendo che se Schauble propone maggiori fondi per gli ospedali, gli diciamo di no? Anche questa è fiacca, lo so, le situazioni non sono comparabili, ma perché una cosa proposta, magari stupidamente, per interessi particolari, non può essere la cosa giusta? Il secondo argomento ( e ultimo) è che se si tornasse alla dracma comunque il valore di cambio sarebbe stabilito dai mercati e dunque sarebbero dolori. A questa argomentazione non so rispondere, ma a pensarci bene di fronte al rischio di una volatilità dei cambi e aggressioni pilotate da parte del mercato con relative speculazioni, è forse preferibile la certezza che abbiamo sotto gli occhi, cioè la svendita di un'intera nazione grazie ad un debito non sostenibile e la continua erosione dei redditi e dei diritti?

Le speranze per Gianni sono unicamente riposte su un taglio del debito e su una revisione dei trattati. Ma in quale era? 

Non so assolutamente cosa sarebbe meglio adesso per la Grecia e non pretendo di  saperlo, ma sono certo che non si va ad un tavolo di trattativa con la sola certezza di ottenere condizioni capestro e basta



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di Alfonso Gianni da Micromega
 
La vicenda greca sta determinando un riposizionamento delle forze politiche in Europa e una ridisegno del loro punto di vista strategico – per chi ce l’ha naturalmente – che è degno di una qualche riflessione. Anche se purtroppo tutt’altro che ottimistica.

La pessima socialdemocrazia tedesca non smette di stupire. L’ex ministro delle finanze di grande coalizione, nonché sfidante – si fa per dire – della Merkel nelle ultime elezioni, in una intervista al Bild ha dichiarato che non bisogna dare altri miliardi alla Grecia e che ha ragione Schauble sulla uscita temporanea della Grecia dalla Ue, peraltro non prevista dai Trattati. Potrebbe essere una delle tante dichiarazioni stravaganti se non facesse presa anche in ambienti inaspettati.
Come si sa in questi giorni la Merkel ha perso molto appeal. Non è solo Habermas a criticarla duramente. E persino Prodi.

Ma le critiche vengono anche da destra. L’applauso sostenuto ricevuto da Schauble da parte del Bundestag, mostra dove vada il pendolo delle preferenze in Germania. A quest’ultimo viene riconosciuta una maggiore coerenza e combattività nella difesa degli interessi nazionali. Cioè l’avere insistito sulla cacciata della Grecia dall’Eurozona, per l’occasione travestita da fuoriuscita temporanea, la Grexit insomma. Del resto è proprio questo il senso profondo, ma evidente, del report cosiddetto dei cinque presidenti, Tusk, Djissembloim, Draghi, Juncker e Schulz sulla riforma della Ue comparso a fine giugno, ove la fuoriuscita della Grecia e di altri paesi che non tengono il passo di una Ue a supertrazione tedesca, è vista non come un accidente ma una eventualità da favorire.

Il guaio è che la convinzione sulle buone ragioni di Schauble nel proporre una Grexit, è diffusa anche tra la sinistra nel nostro paese. Si baserebbe sull’assioma che nessuna salvezza è possibile dentro questa Europa e con questa moneta unica. Si dovrebbe farla finita con “l’europeismo del dovere essere” e assumere il rude ma realistico punto di vista di Schauble per cui per la Grecia, ma non solo, sarebbe meglio fare fagotto. Per un po’, se crede, o per sempre, meglio ancora.

Contemporaneamente si parla della necessità di adottare un piano B. Ne ha parlato Varoufakis nella ormai famosa intervista al New Statesman, salvo riconoscere che tale piano non era stato effettivamente preparato e che comunque non c’erano le condizioni per metterlo in opera. È la sorte di molti piani B, che sulla carta sembrano affidabili, ma che trascurano, proprio perché ipotetici, il problema essenziale degli strumenti concreti per la loro implementazione, nei modi e nei tempi necessari alla loro riuscita. Poiché le posizioni di Varoufakis sono oggetto di una battaglia interpretativa – come si vede anche nei vari articoli che MicroMega dedica all’argomento – vale la pena di riportare esattamente le sue parole: “Abbiamo avuto un piccolo gruppo, un ‘gabinetto di guerra’ all’interno del ministero, di circa cinque persone che stavano studiando … tutto ciò che doveva essere fatto (per una Grexit n.d.r.). Ma una cosa è fare in teoria… tutta un’altra faccenda è preparare il paese per la Grexit… per fare doveva essere presa una decisione esecutiva che non è mai stata presa”.

E ancora: “Non ho mai creduto che dovessimo andare direttamente a una nuova moneta. La mia idea era, e ho spiegato questo al governo, che se avessero osato chiudere le nostre banche, che giudico mossa aggressiva di incredibile ostilità, anche noi avremmo dovuto rispondere in modo aggressivo ma senza attraversare il punto di non ritorno”. Quindi Varoufakis illustra cosa si sarebbe dovuto fare o minacciare di fare: “Dovevamo rilasciare i nostri pagherò, o almeno annunciare che stavamo per farlo per rilanciare la nostra liquidità in euro; avremmo dovuto operare un taglio ai legami impostici dalla Bce nel 2012 o annunciare che stavamo per farlo; e così prendere noi il controllo della Banca di Grecia”.

Come si sa quel piano non è passato. Ma Varoufakis voleva sostanzialmente più simulare una Grexit che non attuarla. Del resto non sarebbe stata una grande tattica imbroccare la strada che proprio l’avversario stava costruendo per la Grecia: cioè l’uscita temporanea o definitiva dall’Eurozona!

Si chiama piano B perché si suppone che esso sia la soluzione di riserva qualora le rivendicazioni principali, diciamo il piano A, non vadano in porto. In sindacalese si direbbe più semplicemente “il punto di caduta” oppure “la via d’uscita dall’impasse”. Da questo punto di vista, pur con tutti i limiti intrinseci, un piano B va sempre pensato quando si va a discutere con avversari agguerriti per evitare di rimanere tra l’uscio e il muro.

Ma nella discussione che vedo e sento in queste ultime ore, su cui molti fondano le loro asperrime, quanto ingenerose e spesso infondate, critiche a Tsipras, la questione ha preso un’altra piega. Il piano B diventa di fatto il piano A. Ovvero i greci avrebbero dovuto fin dall’inizio proporsi un’uscita unilaterale della Grecia dall’Eurozona. In questo quadro Schauble diventerebbe paradossalmente un potenziale e potentissimo alleato.

Importerebbe poco o nulla che ripetuti sondaggi indicano la preferenza del popolo greco a rimanere nell’euro. Si sa, il popolo è un po’ bue e non capisce le gioie delle varie monete collaterali e sostitutive (dibattito in sé degnissimo, ma che andrebbe fatto veramente, senza l’angoscia degli ultimatum e per un’area più ampia che non quella di un solo stato).

Né sarebbe rilevante che Tsipras abbia detto che nei suoi contatti internazionali con le massime potenze, non ne ha trovata una realmente disponibile ad aiutare la Grecia in caso di fuoriuscita dall’euro. Anzi alcuni avanzano la supposizione che il leader greco possa mentire su questo punto. A parte il fastidio di introdurre la categoria dell’impostura o peggio del tradimento in una discussione di questa complessità, non ci dovrebbe essere bisogno di sottoporre il leader greco alla prova della macchina della verità per sapere come stanno le cose. Infatti gli Usa hanno interessi geostrategici che la Grecia permanga nella Ue. Lo hanno esplicitato in più di un’occasione; raccomandando fino all’ultimo secondo che si raggiungesse un accordo; criticando apertamente le intransigenze tedesche. Dal canto suo la Cina ha interesse, per ora prevalentemente di tipo economico, alla permanenza della Grecia nella Ue, mentre le conviene che la Ue si mantenga unita anche per contenere il ruolo e il potere degli Usa nel campo occidentale. La Russia quello che poteva fare nei confronti della Grecia lo ha fatto, con la famosa intesa sul futuro gasdotto, e nell’immediato non può largheggiare perché non se la passa benissimo.

Non avrebbero peso considerazioni come quelle che sviluppa, ad esempio, Ghiorgos Anandranistakis su Avghi secondo cui uscire dalla Ue non risolverebbe i problemi né nel breve né nel più lungo periodo, dal momento che “la parità della nuova valuta non viene unilateralmente stabilita dalla Grecia, ma viene fissata dai mercati internazionali” con conseguenze facilmente immaginabili. Né si può fare come ha detto Schauble per cui la Grecia pagherebbe i lavoratori con degli improbabili “I owe you”, mentre i creditori continuerebbero a essere ripagati in euro. Parole come queste vengono spesso tacciate di terrorismo psicologico da parte dei fautori dell’uscita unilaterale dall’euro. In realtà nessun economista o politologo, o semplice cittadino può dirsi in coscienza sicuro di quali siano le conseguenze di una simile mossa, se non altro per il fatto che non ci si è mai trovati in una circostanza simile. I vari parallelismi storici, come quello con l’Argentina, servono assai a poco, data la profonda diversità delle condizioni e delle situazioni storiche e geopolitiche. La questione andrebbe quindi affrontata con maggiore senso di realtà.

L’accordo non è bello. Il primo ad averlo detto è stato Tsipras, che ne ha denunciato i pericoli recessivi. Ma non sarebbe migliorato imbroccando la strada indicata dall’avversario. Non si può del resto tacere che questa intesa ha posto sul tavolo la questione della insostenibilità del debito greco. Che potrebbe allargarsi alla insostenibilità generale del debito dei paesi europei e degli squilibri commerciali che li determinano, in primo luogo dovuti alla agguerrita politica neomercantilista tedesca. Può essere anche ambivalente il richiamo del Fmi sulla necessità del taglio del debito: ma in primo luogo essa spacca il fronte della Troika e questo è un merito non casuale della tenacia del governo greco. Per la prima volta un dissidio vero è stato portato nel campo avverso. Non mi pare un risultato da poco e invece in diversi fingono di scordarsene.

Per i greci e Syriza si apre una nuova fase. L’applicabilità dell’accordo è dubbia in varie sue parti, come quella del fondo di garanzia. Si aprono spazi per ulteriori conflitti e discussioni. Elezioni anticipate o meno la nostra solidarietà non può venire meno. Specie per chi vuole ricostruire una nuova Sinistra.


EURO: Analisi di dettaglio del perche’ all’Italia conviene uscire

da scenarieconomici
 

PREMESSA
Riprendo quest’articolo fatto 6 mesi fa, e lo riadatto. In Italia sulla questione non se ne parla, ed al piu’ si discute sulla questione del cambio 1 euro pari a 1000 lire nell’acquisto di beni di largo consumo, che e’ un’impostazione un po’ semplicistica. Ma l’Euro ci conviene?  Da tempo scrivo articoli sul tema, cercando di analizzare l’impatto che la moneta unica ha avuto sul nostro paese e su altre nazioni europee. Direi che e’ arrivato il momento di mettere in fila i birilli, e fare un’articolo di analisi di tutti i PRO e CONTRO di un mantenimento dell’EURO o di un ritorno alla LIRA.

1)       SIMULAZIONE DI COSA ACCADREBBE IN CASO DI DISSOLUZIONE DELL’EURO
Allego la simulazione che scenarieconomici.it ha di recente compiuto, e che sta avendo una grandissima diffusione in termini di lettori:
Esclusiva Analisi: simulazione di cosa accadrebbe con e senza EURO.
Riporto qui le conclusioni sintetizzate:
Lo studio dice chiaramente quanto e’ intuitivo da chiunque mastichi di macro-economia: la rottura dell’Euro (non traumatica) e la rivalutazione del Marco penalizzerebbero pesantemente la Germania, ed avvantaggerebbero le economie periferiche, quella Italiana in primis. Le conclusioni sono le stesse di altri studi seri. L’effetto e’ lo stesso gia’ riscontrato nel passato in situazioni similari, e le ragioni sono esattamente quelle opposte a quelle che hanno consentito alla Germania di avvantaggiarsi in questi anni rispetto ai paesi periferici.
Mi rendo conto dei limiti di questo studio, e di svariate altre variabili (anche non economiche, interne o esterne) che potrebbero e dovrebbero rientrare in gioco, ma reputo che a meno di uno scenario distruttivo di default a catena, l’uscita dell’Euro di scena sia un’affare per l’Italia ed altre nazioni periferiche (specialmente quelle che hanno un sistema industriale dignitoso) ed un pessimo affare per la Germania, destinata col Marco ad un futuro Giapponese di deflazione-PIL asfittico-Debito crescente in un quadro demografico da film dell’orrore.
Il vero limite dello studio, sta nel comportamento umano, in particolare delle classi dirigenti dei paesi periferici, tendenzialmente poco responsabili, che potrebbero non approfittare degli evidenti vantaggi del ritorno alla valuta nazionale, facendo danni con decisioni di spesa improduttiva o altre misure tese a gestire il consenso nel breve periodo, e non a consolidare tale vantaggio in qualcosa di permanente. Ovviamente, tale situazione non risolverebbe tutti i problemi dei paesi periferici, ma certamente aiuterebbe ad affrontarli.
Mi auguro che questo post contribuisca ad attivare un serio dibattito sulla questione Euro ed altre analisi sulla questione e simulazioni sull’ipotetica uscita (o non uscita) dall’euro, perche’ comunque una nazione come l’Italia non si puo’ permettere il lusso in futuro di scelta ideologiche. Vi consiglio in conclusione la lettura dei seguenti articoli:
 Esclusiva – L’Intervista in forma integrale all’economista Alberto Bagnai – Euro e Crisi
 Analisi della Svalutazione del 1992-1995

2)      PRODUZIONE INDUSTRIALE:  vince il RITORNO ALLA LIRA in modo netto
C’e’ poco da dire. Negli articoli in premessa sono stati analizzati ampiamente (con dati, numeri, grafici e statistiche di trend) gli andamenti della produzione industriale in 15 paesi Europei negli ultimi 20 anni. Ne’ e’ risultato che l’Euro ha causato un colossale trasferimento di produzione industriale da tutti i paesi periferici verso la Germania, come conseguenza dell’invariabilita’ dei cambi, che consente al sistema meno inflattivo (quello tedesco) e piu’ efficiente, di sottrarre ampie quote di produzione. Il contesto complessivo (l’Europa nel suo insieme) non ha da lustri una dinamica crescente nella produzione, a causa della concorrenza asiatica, ed al suo interno v’e’ un vincitore e tanti sconfitti.
Per capirsi, dal 2005 ad oggi, l’Italia ha fatto -18% e la Germania +10%: e’ come se in 7 anni, tutte le fabbriche presenti nel Centro Italia avessero chiuso e si fossero trasferite in Germania in blocco: effetti analoghi a quelli di una Guerra Mondiale.
La dinamica in caso di mantenimento dell’EURO e’ prevedibilmente la stessa degli ultimi 10 anni (ed ancora in pieno corso nel 2012), con una Germania che sottrarra’ quote a tutti gli altri. Il trend proseguira’ inevitabilmente, fintanto che la Germania manterra’ un’inflazione minore o uguale ai partners, e potra’ mutare solo quando tale tendenza mutera’ ed in modo duraturo (considero l’ipotesi fantascienza!). Ovviamente gli aumenti di tassazione indiretta in Italia (IVA, accise) e Spagna (IVA), causa prima di sovra-inflazione, promettono che il differenziale inflattivo tra Germania e Sud Europa permarra’ anche nei prossimi 2 anni.
In caso di disgregazione dell’EURO, e ritorno alle valute nazionali, e’ ovvio che accadra’ qualcosa di analogo a quanto accadde nel 1992-95. L’Italia (e gli altri paesi che svalutarono) all’epoca ebbe un’impennata nella Produzione Industriale e la Germania ebbe una bella batosta. E’ cio’ che accade in corrispondenza di ogni riaggiustamento monetario. E’ vero che l’Italia ha minore peso industriale rispetto all’epoca, ma e’ anche vero che l’incidenza dell’Import-Export rispetto alla produzione e’ aumentata molto rispetto a 20 anni fa, per cui e’ prevedibile vi saranno gli stessi effetti.
 Di seguito la simulazione con e senza euro:

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3)      BILANCIA COMMERCIALE E BILANCIA DEI PAGAMENTI:  stra-vince il RITORNO ALLA LIRA in modo netto
Anche in questo caso non c’e’ storia. Negli articoli in premessa sono stati analizzati ampiamente (con dati, numeri, grafici e statistiche di trend) gli andamenti delle bilance commerciali e dei pagamenti di tutti i grandi paesi europei negli ultimi 15 anni. L’Euro ha consentito alla Germania di ampliare a dismisura i propri attivi commerciali in una misura pari esattamente alla somma della crescita dei passivi in Spagna, Italia, Francia ed altri periferici.
La dinamica in caso di mantenimento dell’EURO e’ prevedibilmente la stessa degli ultimi 10 anni. E’ ovvio che molto dipendera’ dalla quotazione dell’EURO stesso sul DOLLARO e dalle politiche restrittive imposte all’interno dei singoli paesi. Per dire, nel 2012, l’Italia sta quasi azzerando il passivo commerciale, grazie al calo dell’EURO (fattore su cui l’economia Italiana e’ assai piu’ sensibile di molte altre, ed in particolare di quella tedesca) ed alle politiche restrittive suicide di Monti (che hanno fatto crollare l’import). La tendenza di fondo pluriennale, pero’, restera’ inevitabilmente connessa con la competitivita’ dell’industria, di cui abbiamo ampiamente scritto sopra.
In caso di disgregazione dell’EURO, e ritorno alle valute nazionali, e’ ovvio che accadra’ qualcosa di analogo a quanto accadde nel 1992-95 con un ritorno ad un forte attivo commerciale per l’Italia ed una decisa riduzione dei passivi per gli altri periferici che svaluteranno; il tutto ai danni della Germania.
 Di seguito la simulazione con e senza euro:
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4)      OCCUPAZIONE e PIL:  vince il RITORNO ALLA LIRA  (a meno di uno scenario catastrofico di Default a catena dell’intera Europa)
Anche in questo caso e’ prevedibile che un ritorno alla LIRA rafforzi il PIL e l’occupazione. Negli articoli in premessa sono stati analizzati ampiamente (con dati, numeri, grafici e statistiche di trend) gli andamenti dell’occupazione, della disoccupazione e del PIL dei grandi paesi europei negli ultimi 15 anni. L’Euro ha consentito alla Germania di riprendere la sua corsa del PIL e dell’occupazione, e cio’ e’ stato fatto ai danni di diversi paesi periferici, in primis dell’Italia, che e’ il secondo paese manifatturiero europeo. La Germania non ebbe immediatamente benefici dall’introduzione dell’Euro e dei cambi fissi. Rammentate che fino al 2000-2005 si diceva che la Germania era il grande malato d’Europa? Era vero, visto che aveva un’andamento del PIL asfittico (come l’Italia, che pero’ era reduce da una corsa per ridurre il deficit dal 10% ed oltre al 3%), peggiore di ogni nazione europea. La Germania ha avuto pazienza, ha anticipato alcune riforme, volte essenzialmente a contenere il costo del lavoro interno (anche favorendo i lavori a bassissimo salario) e l’inflazione; ovviamente ogni anno ha portato a casa un piccolo vantaggio inflattivo sui concorrenti, che col passare degli anni e’ diventato un grosso vantaggio e proprio dal 2005, ha iniziato a vedere andamenti di PIL ed occupazione estremamente favorevoli (ai danni degli altri, come testimoniato dai grafici allegati negli articoli in premessa).
La dinamica in caso di mantenimento dell’EURO e’ prevedibilmente la stessa degli ultimi 7 anni (ancora in pieno corso nel 2012). Tra l’altro, se la Germania manterra’ l’atteggiamento che ha tenuto nei confronti della crisi Europea negli ultimi disastrosi 3 anni e mezzo (e non vedo perche’ debba cambiare linea), e’ ovvio che chiedera’ l’adozione a tutti i periferici di misure sempre piu’ restrittive (leggi Manovra Monti) che inevitabilmente affosseranno sempre piu’ il PIL ed aumenteranno la poverta’ e la disoccupazione. Nel contempo la Germania sara’ impattata dal minore export verso i paesi “canaglia”, e compensera’ in parte la cosa, grazie a tassi di interesse bassissimi ed afflussi copiosi di capitale.
In caso di disgregazione dell’EURO, e ritorno alle valute nazionali, e’ ovvio che la Germania rivalutera’ fortemente, ed i periferici svaluteranno, con impatti seri su produzione ed export tedeschi (e quindi su PIL ed occupazione), mentre ovviamente chi svalutera’ avra’ le conseguenze opposte. E’ ovvio che molto dipendera’ da come avverra’ la disgregazione dell’EURO: se venisse accompagnata da una serie di default di alcune nazioni, l’impatto sarebbe devastante non solo per la Germania ma pure per i paesi sottoposti a default, in tale scenario, nel medio periodo le nazioni sottoposte a default e simultanea svalutazione avrebbero una netta ripresa (come accaduto sempre nel passato in situazioni analoghe), mentre il quadro per la Germania resterebbe fosco sia nel breve che nel medio periodo (a lungo termine le cose potrebbero cambiare). Ho visto 3 studi recenti sugli impatti della disgregazione dell’EURO: in uno si diceva che TUTTA l’Europa avrebbe visto il PIL crollare (ed associo questo andamento al caso di default generalizzati di vari paesi), ed in altri 2 studi si prevedeva un forte calo del PIL in Germania ed una ripresa nei paesi periferici (ed associo tale previsione, ad uno scenario piu’ morbido, di abbandono di alcuni paesi dell’area euro, con risoluzione successiva della crisi con svalutazioni ed utilizzo da parte delle banche centrali degli strumenti di flessibilita’ tradizionali, quali QE, tassi, etc).
Ovviamente gli Studi valgono quello che valgono. All’epoca dell’introduzione dell’EURO a fine anni 90, c’erano fior fiore di studi, unanimi nell’affermare che l’EURO avrebbe portato benefici all’economia ed al PIL dell’Eurozona consistenti. Nella realta’ e’ accaduto l’esatto opposto, e l’Eurozona ha vissuto il peggior andamento del PIL da 50 anni a questa parte, sia in termini assoluti, che relativi nel confronto ad USA e resto del mondo.

 Di seguito la simulazione con e senza euro del PIL:
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5)      INFLAZIONE:  vince il RESTARE NELL’EURO; ma con politici e politiche serie, cio’ non sarebbe un problema
Dopo aver visto che per l’economia reale non c’e’ partita a favore della LIRA, passiamo ad analizzare l’inflazione.
Per capire cio’, facciamoci una domanda. Cosa accadde nel 1992-1995 quando la LIRA svaluto’ da 750 a 1100 sul Marco, vale a dire del 50%, all’inflazione? Accadde, come scritto nel relativo articolo richiamato in premessa, che il differenziale di inflazione con la Germania scese dal 3,3% del 1990-92 all’1,6% del 1993-95. Ma come e’ possibile? Semplice: crollo’ il volume dell’import (piu’ caro) e parte di questo venne sostituito da produzione nazionale (piu’ a buon mercato) e cio’ calmiero’ i prezzi. L’impatto piu’ severo fu ovviamente sui beni energetici (che pero’ hanno un’incidenza modesta sul paniere inflattivo complessivo rispetto alla componente del costo del lavoro, che e’ squisitamente un parametro interno). Rammento per la cronaca, che le follie di Monti sulle accise, hanno avuto un’impatto analogo sui prezzi energetici a quello di una classica svalutazione del 25-30% (ove sale il prezzo della materia prima e dell’IVA e restano invariate le accise).
Sono dell’idea, comunque, che una svalutazione un qualche impatto inflattivo lo provochera’, sia diretto (a causa dell’aumento dei prezzi dei prodotti importati) che indiretto (legato al fatto che il PIL sara’ meno asfittico, e cio’ inevitabilmente avra’ qualche ricaduta sui prezzi).
E’ ovvio, comunque, che i vantaggi della svalutazione permarranno nel tempo, solamente se ci sara’ una politica seria di contenimento dell’inflazione, con differenziali sulla Germania che restino nell’alveo della ragionevolezza. Per far cio’ e conservare ed utilizzare al meglio il vantaggio competitivo, serve una classe dirigente seria e responsabile, che adotti riforme serie di liberalizzazione, che incidano pesantemente sui settori distributivi e sui servizi semi-monopolisti, dove sarebbe possibile ottenere tramite maggior efficienza una decisa caduta dei prezzi, e quindi una tenuta della competitivita’ del paese.

 Di seguito la simulazione con e senza euro:
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6)      TASSI DI INTERESSE:  vince nettamente il RESTARE NELL’EURO
Passiamo ad analizzare i tassi di interesse. Rammendiamo a tutti, che il contenimento dei tassi di interesse era,  appunto, il maggior vantaggio per l’Italia nell’ingresso nell’Euro-zona.
Tale vantaggio non si limita al settore pubblico (minori interessi da pagare sul debito pubblico), ma si estende al sistema privato (tassi agevolati sui mutui ed il credito per le famiglie e finanziamenti piu’ convenienti per le imprese).
E’ indubbio che per 10 anni l’Italia ha usufruito di vantaggi enormi su questo fronte, con tassi bassissimi e spread con la Germania ridicoli (ed in parte irrealistici).
E’ altrettanto vero che nel contesto degli anni 80 ed inizio anni 90 i tassi italiani erano stratosferici, anche perche’ il panel complessivo dei tassi mondiali (e dell’inflazione) erano decisamente diversi (tassi nulli erano una chimera anche nelle nazioni di riferimento).
Nel 1992-95, gli spread tra Italia e Germania si mantennero sui 500 punti (con picchi sopra i 700). L’era EURO ha decretato spread di 50-100 punti, ma la recente crisi ha riportato gli spread all’epoca della crisi del 1992-95, sui 400-500 punti.
Allora l’unico vero grosso vantaggio dell’EURO, quello di tassi a buon mercato, e’ svanito?  Onestamente direi di no, almeno attualmente, visto che i tassi sul breve termine restano comunque convenienti e che l’Italia con la neo-LIRA Tassi di sconto all’1% li vedrebbe solo col binocolo.
E’ evidente che passare dall’EURO alla LIRA provochera’ un netto rialzo del TASSO di sconto, nonche’ dei rendimenti dei titoli, soprattutto a breve termine.
E’ altrettanto evidente che se questa crisi non trovera’ sbocco (e non vedo come possa risolversi definitivamente, perlomeno fino a settembre 2013, data delle elezioni federali tedesche), gli spread ed i tassi potrebbero volare nell’iperspazio (ovviamente col solito andamento a dente di sega).

 Di seguito la simulazione con e senza euro:

7)      DEBITO PUBBLICO e conti pubblici:  secondo me vincerebbe la LIRA, ma unicamente nel caso di avere politici decenti (nel caso opposto saremo fottuti comunque sia con EURO che con LIRE)
Qui, farei un ragionamento un po’ semplicistico, ma efficace.
I Fautori dell’EURO sostengono che tornare alla LIRA fara’ riesplodere i Tassi, e che l’introduzione dell’EURO ha consentito di ridurre l’ammontare degli interessi pagato di 60-75 miliardi, pari a 4-5% del PIL (in termini attualizzati). Hanno ragione, ovviamente, ma penso che il ragionamento sia monco. Mi spiego.
L’ingresso nell’EURO (ed ancor prima in un sistema a cambi fissi a 990 sul marco) ha avuto anche altre 2 conseguenze. In primo luogo ha frenato nettamente la dinamica del PIL reale (la cosa l’abbiamo vista negli articoli in premessa), sia per il contenimento inflattivo, sia per le ricadute sull’economia reale (sappiamo che da 15 anni cresciamo dell’1% meno della media UE, differenziale che nel 2012 si avvicinera’ al 2%).  Ebbene, cio’ implica una contrazione del denominatore con cui si misura il debito pubblico (e quindi lo fa aumentare). In secondo luogo, il calo del PIL ha impatti sulle spese (che crescono, specie quelle di tutela) nonche’ sulle entrate (la Manovra Monti ne e’ un’esempio lampante, con entrate nettamente inferiori al preventivato a causa del crollo del PIL, causato dalle stesse misure). Che significa cio?
Che dire, facciamo 2 calcoletti senza pretese. Dal 1995 ad oggi, l’Italia e’ passata da avere un PIL industriale che pesava il 65% di quello tedesco, al 50% attuale (ne abbiamo gia’ discusso). Ipotizzando che l’Italia fosse rimasta al 65%, e che la Germania avesse corso meno (non avrebbe avuto i vantaggi che ha avuto), l’Italia oggi avrebbe avuto un PIL industriale di 60-70 miliardi di Euro in piu’, raddoppiabili con gli impatti su export e servizi. 120-140 miliardi di PIL in piu’ equivalgono a 60-70 miliardi di tasse in piu’, che guarda un po’ sono esattamente il costo dei maggiori interessi. Ovviamente il calcolo ha limiti evidenti, ma da’ un’idea sul fatto che l’EURO ha avuto anche impatti negativi indiretti su Deficit e Debito (legati a minore PIL e minore inflazione), accanto a quelli positivi diretti (minori tassi di interesse).
Conclusioni?
Restare nell’EURO e’ comunque un suicidio. Nel 2012 voleremo al 126% di Debito. Successivamente non credo le cose migliorino. Restare nell’EURO, poi, significa inflazione bassa e quel che e’ peggio PIL nominale con andamento disastroso. E’ evidente che anche nel 2013 il Debito salira’, visto che il denominatore avra’ un’ andamento disastroso, e cio’ avverra’ anche nel caso di riduzione del deficit all’1,5-2,0%. Inoltre, Bruxelles c’ha gia’ fatto sborsare l’equivalente del 3% del PIL di nuovo debito per salvare la Grecia, Portogallo, banche Spagnole ed Irlanda e seguira’ un altro 1% (come minimo; temo assai di piu’). In questo contesto nel 2013, in assenza di privatizzazioni e dismissioni serie, il debito volera’ e se gli spread cresceranno, si avvitera’ sempre piu’ verso l’alto, con conseguenze gia’ viste in Grecia. Se anche a fine 2013, andassero al governo in Germania formazioni a favore degli Eurobond, l’Italia (sempre che non sia fallita prima) si trovera’ comunque con un debito al 130% e con dinamica crescente, per cui realisticamente parlando, la permanenza nell’EURO non promette bene sul fronte del Debito Pubblico.
Passiamo al ritorno alla LIRA ed ipotizziamo avvenga domani. Sappiamo che ci sarebbe un’impatto immediato sul PIL (legato ad una crescita netta dell’export e della produzione, nonche’ a qualche ricaduta inflattiva), eviteremo di dare altre prebende a Grecia e soci (costose), mentre non ci sarebbe un’impatto immediato significativo sugli interessi (se s’alzasse anche del 2-3% la curva dei tassi, l’impatto il primo anno sarebbe solo dello 0,3-0,5%). In sintesi, un ritorno alla LIRA avrebbe certamente nel  primo e secondo anno vantaggi notevoli sull’ammontare del Debito (minori sul fronte del deficit, dove la ripresa economica ed inflattiva, comunque, compenserebbe nettamente la maggior spesa per interessi). E’ ovvio che nel medio e lungo periodo, le spese per interessi avrebbero un’incidenza maggiore. Ecco perche’ reputo essenziale, la gestione di un ritorno alla LIRA con una classe politica decente (non dico eccellente), che sappia contenere e ridurre la spesa pubblica, fare le riforme e le dismissioni, contenere l’inflazione su valori decenti e ridurre tasse e burocrazia sui produttori. In questo caso non c’e’ partita, ed il ritorno alla LIRA sarebbe nettamente vantaggioso rispetto ad una permanenza nell’EURO, come da ragionamento sovrastante (gente seria al governo, con l’EURO e questa crisi in svolgimento, a mio vedere potrebbe fare comunque poco, e le dinamiche di cui sopra potrebbero solo essere attenuate; infatti l’economia reale, con l’EURO e la crisi, non si puo’ far ripartire, a meno di riforme serie ed anni di lavoro….. ma in alcuni anni, saremo gia’ morti e sepolti).

 Di seguito la simulazione con e senza euro:
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8)      FINANZA – STABILITA’ E STRUMENTI DI FLESSIBILITA’ FINANZIARIA:  secondo me vince la LIRA
Eccoci arrivati al secondo vero vantaggio dell’EURO: entrare in un sistema piu’ forte e stabile, dove le nostre debolezze sono compensate dalla forza altrui, e non siamo sottoposti a crisi periodiche.
Questo vantaggio e’ stato indubbio nei fatti nel periodo 1996-2008. Dal 2008 non e’ piu’ vero.
Abbiamo rinunciato a TUTTI gli strumenti di flessibilita’ cui dispone una nazione sovrana: Banca Centrale, possibilita’ autonoma di stampare, fare QE e muovere i tassi. Sono i tradizionali strumenti cui dispone una nazione per gestire l’ordinario e lo straordinario. Tali strumenti vengono prontamente mossi da una nazione nel suo interesse ed al momento opportuno. Ebbene, nel passato, arrivava una sana crisi, si muovevano i tassi, c’era panico, partiva la speculazione, la Banca d’Italia stampava e difendeva la Lira, e poi alla fine svalutava. Tutti gli indicatori oscillavano, e dopo un po’ tutto tornava ad un equilibrio. Sembrava talvolta un film horror, ma aveva una sua logica. Nel caso peggiore avremo fatto default (e solo Dio sa, se cio’ non sarebbe stato meglio o peggio).
Quanto sopra, sacrificato senza uno straccio di referendum all’EURO, moneta STATUS SYMBOL, che ci avrebbe garantito la protezione alle insidie della finanza anglosassone cattiva ed ingiusta.
Ora, qualcuno mi spiega nel 2008-2012 quali protezioni reali abbiamo avuto? Niente QE, niente stampa, polemiche infinite, classi politiche nazionali che si sbranano, la Germania che si rifiuta di garantire per gli altri e chiede misure che manderebbero in recessione pure la tigre Cinese. In sintesi, non solo non siamo protetti, ma siamo pure con le mani legate, completamente privi di strumenti di flessibilita’ per azioni sul breve periodo, destinati alla deindustrializzazione, ad una poverta’ crescente, ad essere cucinati a fuoco lento, e ciliegina sulla torta, pure derisi.
Ebbene, personalmente (e qui lo ripeto: personalmente!), credo che l’EURO e’ una costruzione alle cui spalle abbia una BABELE ed appare evidente anche a persona che di finanza capisce poco (tipo me) che questa crisi si risolvera’ solo in ultima analisi mettendo assieme destini, potere, debiti e quant’altro (ho dubbi che la Germania accettera’ mai, e comunque anche se fosse ci sono ostacoli politici e burocratici non da ridere) o con una disgregazione. Ebbene, ritengo che tornare ad avere tutti gli strumenti di flessibilita’ finanziaria (Banca centrale, Tassi, stampa, QE, etc), dia maggiori garanzia che restare nel Limbo in attesa di qualcosa (la garanzia finanziaria complessiva da parte tedesca ed OK di 17 parlamenti ad una serie di step inevitabili in caso di creazione degli Stati Uniti d’Europa) che difficilmente arrivera’.

9)      DEMOCRAZIA e RESPONSABILITA’: stravince la LIRA
Nell’attuale Unione Europea e Monetaria, non vedo traccia di Democrazia, ne’ di Responsabilita’. Attualmente vedo solo una Babele dove fondamentalmente non si capisce niente e non si comprende realmente come uscirne. I processi sono spesso decisi in barba all’opinione pubblica, da gente mai eletta. A mio vedere il progetto EURO avrebbe senso se l’EUROPA fosse concepita come Stati Uniti d’Europa (non mi prolungo, credo sia chiaro cosa intendo), mentre l’attuale minestrone e’ un non senso in termini, destinato ad un’ovvia implosione. Inoltre, l’attuale crisi si svolge in modo tale che inevitabilmente cresceranno i nazionalismi ed il sentimento di odio tra le varie nazioni.
Tornare alla LIRA significa Responsabilita’ di affrontare i propri problemi con autonomia, con un minimo di parvenza democratica. Meglio ognuno per i fatti suoi, rispettandosi coi vicini.


10)   CONCLUSIONI: direi che e’ meglio tornare alla LIRA, e conviene farlo alla svelta; ovviamente in un contesto internazionale fortemente competitivo e spesso ostile, tale azione ha senso (specie sul medio e lungo periodo) solo se guidata da una classe dirigente decente, che faccia le riforme, riduca le spese e le tasse e riporti il paese ad un minimo di buon senso
In uno degli articoli in calce, mi ero sbilanciata, affermando che l’Italia in caso di svalutazione avrebbe svalutato nell’ordine del 18-25% sulla Germania (ovviamente per cifre assai inferiori su Francia, USA ed UK); l’affermazione vale a meno delle forti oscillazioni iniziali, ed e’ legata al fatto che le svalutazioni normalmente si risolvono in ammontari analoghi al differenziale inflattivo del periodo dalla precedente svalutazione, a meno di differenze imposte iniziali.
In questa crisi, comprendo in parte i Tedeschi (anch’io non vorrei fare la fine della Lombardia in Italia), e li ammiro come popolo: a differenza di altri (che piagnucolano mancie) io sono un po’ incavolata con la Merkel, perche’ non ha un comportamento da Leader; un Leader a mio vedere deve dare l’esempio ed essere onesto, e non tirare avanti per 3 anni in tentennamenti: credo la sappiano pure loro che se ne esce solo o disgregandosi o unendosi del tutto…. le soluzioni intermedie incancreniscono tutto… ebbene, a me spiace di loro questo andreottismo nel non voler decidere… e di fatto lo sanno anche i sassi, che alla fine decideranno loro… troverei che fossero onesti e dicessero: cari amici, cosi’ non si puo’ andare avanti, andiamo ciascuno per la sua strada, ed ognuno se la cavi sa solo….. invece non lo fanno, perche’ su una cosa sono tutti concordi nelle analisi in caso di crollo dell’euro: la Germania ne verra’ fortemente penalizzata.
Detto quanto sopra, all’ITALIA SENZA DUBBIO CONVIENE UN RITORNO ALLA LIRA. La cosa conviene da quasi tutti i punti di vista e la simulazione fatta lo conferma. Ci sono pero’ 2 insidie: 1)      Un ritorno alla LIRA fatto dopo il suono della campanella, in presenza di una serie di default a catena, non darebbe vantaggi all’economia reale, perche’ il contesto complessivo europeo sarebbe di tracollo generalizzato. Tale situazione priverebbe l’Italia di parte dei vantaggi legati alla svalutazione (in contesti di tracollo, l’export verso il resto d’Europa, che assorbe il 60% delle nostre merci, avrebbe problemi) ed un eventuale default troverebbe reazioni feroci in una serie di nazioni declinanti e desiderose di sopravvivere. Il ritorno alla LIRA va fatto quanto prima, mettendo la Germania di fronte alla scelta definitiva, facendo tale azione in compagnia di altre nazioni. 2)      Un ritorno alla LIRA andrebbe gestito da gente con la testa sulle spalle. Inizialmente la svalutazione produrrebbe forti vantaggi su molti fronti economici, ma ci esporrebbe ad attacchi e rappresaglie da parte di nazioni con la spalle piu’ larghe delle nostre. Ovvio che ci vuole una classe dirigente minimamente seria e decisa, e non pagliacci che parlano di “spread a 1200”, o di “culona inchiavabile”, o di “patrimoniali”. Il dopo e’ ancora piu’ tosto: vanno mantenuti i vantaggi competitivi e non scialacquati, facendo riforme serie che consentano all’inflazione di essere tenuta sotto controllo, e facendo politiche di bilancio tese a ridurre spese e sprechi dando vantaggi fiscali ed operativi alle categorie produttive ed alle famiglie. Ovviamente gli attuali barbagianni della classe dirigente italiana sono inadeguati, per cui capisco bene le ritrosie di Funny King ed altri su questo sito, all’ipotesi di ritorno alla LIRA. Personalmente, ritengo pero’, che barbagianni o non barbagianni, se non torniamo rapidamente alla LIRA, presto saremo come paese in coma irreversibile, e non potremo riprenderci come nazione, neanche in decenni. L’opzione EURO non e’ un’opzione, ma e’ un suicidio. Gli svantaggi sono infiniti. I vantaggi promessi all’origine (tassi, sicurezza) stanno svanendo in questa crisi. Ma quello che e’ peggio, e’ che appare evidente che l’EURO ha alle spalle una costruzione imperfetta, destinata ad un verosimile collasso. Per cui vale la pena tenere l’EURO solo perche’ e’ uno status symbol chic? Direi proprio di No.

Esclusiva Analisi: simulazione di cosa accadrebbe con e senza EURO.