lunedì 22 dicembre 2014

Gino Strada for President. Un leader per una sinistra disastrata e dispersibile

 

Gino Strada è uno che mette d'accordo tutti. Perlomeno tutti coloro che conservano un briciolo di coscienza morale e non sono affetti da quella malattia tardiva che è il disincanto. Ovvio che uno come Gino attingerebbe maggiormente da quel bacino che tiene in ammollo milioni di persone di sinistra senza patria e senza più molta voglia di sgolarsi per una causa, ma riuscirebbe anche a fondere questa sinistra diffusa con il mondo dell'associazionismo e del volontariato, cioè in generale con persone per bene. Inoltre il chirurgo di Emergency ha un piglio deciso e tutti i segni corporei di uno che dice pane al pane e non ti frega. Gino Strada ha l'autorevolezza dell'uomo del fare e allo stesso un retroterra che lo pone affianco agli ultimi senza riserve, uno che scuote gli animi e ti invoglia a recuperare un senso delle cose, offuscato dalla paura e dall'indifferenza e annacquato da un nichilismo di maniera.
Insomma Gino ha un carisma che lo rende il miglior candidato una una sinistra disastrata che voglia uscire dal suo recinto e reclamare il governo della nazione, senza evocare gli spettri di un nuovo leaderismo autoritario travestito da buone intenzioni. Si dirà che cose del genere non funzionano e che finiscono per bruciare anche i migliori, come è successo al buon Ingroia, e che Gino Strada è la solita operazione di marketing che serve a supplire le carenze della politica. I più affezionati all'utopia della democrazia partecipativa, come nuova frontiera di una politica davvero democratica diranno che la soluzione non è il leader, ma un processo costitutivo dal basso ecc. Innanzitutto questa non sarebbe un'operazione di pura sommazione di frammenti dispersi della sinistra, che serve solo a dare ossigeno a qualche partitino agonizzante, ma sarebbe una chiamata alle armi di tutti gli arruolabili ad una causa che va al di la del cortiletto di casa di una sinistra litigiosa e dispersibile, con lo scopo di superare l'idea stessa di sinistra e far entrare energie nuove nella politica. Inoltre in questo caso non si tratterebbe di mera sopravvivenza, ma di un progetto ambizioso di governo dell'Italia e dell'Europa. Che Strada non sia un politico di professione è un bene, considerando che il servizio alla comunità si fa assai meglio con l'esperienza e con il buon governo che non con l'appartenenza ad un sistema losco e corrotto. In quanto al leader ormai anche i bambini hanno imparato che in una società dove i messaggi sono così fortemente veicolati da simboli e rappresentazioni ideali, il leader può e deve per forza di cosa assolvere al compito di dare l'avvio ad un processo che successivamente camminerà con le sue gambe. Il punto è riuscire a seguire una rotta.
Insomma non ci sarebbe alcuna controindicazione a proporre Gino Strada come alfiere degli scontenti e potenziale capo di un governo di salvezza nazionale. La sconcezza di un'era di venditori di pentole a cui è stato affidato il governo di un'intera nazione, giustificherebbe una soluzione del genere e chiunque dovrebbe sentire il dovere morale di sacrificare se stesso per il bene comune.
C'è un solo un piccolo problema: non credo proprio che Gino Strada accetterebbe.

mercoledì 10 dicembre 2014

I liceali nel cuore

di Tonino D’Orazio
  
Lo sciopero sociale del 14 novembre scorso, che sicuramente alcuni hanno già dimenticato, ha qualcosa di irreale e meraviglioso nello stesso tempo. Intanto mi riferisco a quello abruzzese di Pescara. Vi ho partecipato perché ritengo che solo loro possano rinnovare e mobilitare l’Italia vera. Insieme alla Fiom che mantiene il concetto di lotta di classe. Tutti senza bandiere. Quella manifestazione mi è tornata in mente guardando quella dei liceali greci dell’altro giorno a Atene, che pure una sponda politica unificante ce l’hanno.

Gli slogan, i manifestini a poco costo appiccicati alle porte pubbliche, un servizio d’ordine giovanile estremamente efficace, una compostezza da tranquillizzare anche la polizia in assetto di guerra, una banda musicale nel corteo; ragazzi del servizio d’ordine che arrivavano, veloci, in bicicletta, per spegnere immediatamente qualche bengala di troppo, … Il lancio dei libri davanti alle istituzioni pubbliche ma immediatamente recuperati sul rimbrotto dei capiclasse presenti e attenti. I libri costano e servono per studiare.

Avvengono incontri affettuosi tra istituti di città diverse, anche tra quelli di Chieti e Pescara, e chi sa delle alimentate politiche di rivalità tra questi due capoluoghi capisce che avviene un fatto normale e straordinario nel contempo. Si saldano amicizie vere e per il futuro.

Alcuni licei hanno mandato in gita scolastica la classe dei “grandi”, il quinto anno. Non importa, il tutto è stato gestito da quelli di terzo liceo. Il nuovo gap culturale avanza anche all’interno della struttura. Ma anche evidentemente con gli universitari, generazione che diventa man mano più apatica e rassegnata. Sembrano spenti dai loro problemi personali di identità di fronte a una regressione storica e inarrestabile degli atenei, sempre più costosi, con molto vecchiume, in rotta finanziaria e senza prospettive. Come per loro. Forse pensano, cultura dominante, che il “fai da te” sia l’unica soluzione nel futuro magari con la spintarella degli amici di papà, come tutti. E’ comunque un po’ l’adattamento, alla meno peggio, al disastro in atto, anche culturale.

Forse i liceali intravvedono meglio il loro avvenire avanzare verso un quasar sociale, un attuale buco nero che li inghiottirà nella disoccupazione, nella povertà, nella miseria e probabilmente nell’emigrazione. Tutti i sintomi ci sono. E anche l’esempio dei fratelli e delle sorelle maggiori. Sono consci, spiano i manifesti, che lo stato sociale, appena ne avranno bisogno in modo più evidente, sarà scomparso e tutto a pagamento. Sono consci della lotta contro i danni ambientali e i beni comuni, unica loro salvezza di vita, salute e benessere. Protestano per la fatiscenza, se non la pericolosità, dei locali in cui vivono gran parte della loro vita diurna.

E uno si domanda, ma i genitori, i nonni, dove sono?

Forse non arrivano ancora, dai loro slogans, a una vera lotta. Sono sì radicali, ma rischiano di diventare sterili e inefficaci. La lotta ideologica è una determinazione essenziale della lotta di classe, senza di essa non c’è teoria, e senza teoria e sviluppo della stessa non c’è organizzazione pratica. Abbiamo di fronte l’esempio lampante di come i ricchi conducono la loro lotta di classe ideologica, insieme alla pistola bancaria, contro i poveri e, ironia, in gran parte proprio con i soldi di questi ultimi. È anche lotta contro l’ignoranza, poiché si propone nel contempo il superamento dell’influenza borghese che li sta massacrando e di creare la base necessaria di conoscenze per rendere effettivamente possibile organizzare la lotta su un piano di realismo critico-pratico. Ma con chi, oggi, se comunque la stragrande maggioranza dei partiti, anche decotti, è tutta assuefatta all’ideologia vincente del neoliberismo, che poi, con un po’ di memoria, tanto neo non è ? Vittoria espressa nel concetto, accettato, del “non c’è alternativa” di thacheriana memoria.

Andranno a votare (appunto non importa per quale partito) per eleggere il Parlamento, dove si approvano le “riforme”. Quelle stesse riforme del lavoro, delle pensioni, della scala mobile, del welfare, dell'istruzione, che da trent’anni in qua hanno fatto da sponda agli interessi del grande capitale, hanno spinto 80% della popolazione senza prospettive e i ricchi a diventare sempre più ricchi contro i poveri. Se non andranno a votare è matematicamente e democraticamente la stessa cosa. E’ vero che la Cgil e il tessuto profondamente democratico hanno vinto alle regionali dell’Emilia Romagna astenendosi da scegliere sempre la stessa cosa, ma non è stato sufficiente contro l’ipocrisia e la continuità ideologica e politica dei “vincitori”. Ci vuole l’alternativa, programmatica ma soprattutto ideologica. Le parole non devono fare paura visto che vengono utilizzate, ma negate, dagli altri.

Chi ha l’obbligo storico, morale (di responsabilità) di dar loro una sponda politica continua a gingillarsi da troppo tempo per essere oggi credibile, aspettando ancora chissà quale godot.

Ripeto, ma i genitori e i nonni di questi ragazzi e ragazze, dove sono?

lunedì 8 dicembre 2014

Sinistra e pulsione di morte

La sinistra  ha enormi praterie in Italia con Renzi e con la collaborazione di Grillo. È quello che si dice.  
Sbagli ne fanno tutti, ma in Italia per la sinistra non si tratta di sbagliare, si tratta come direbbe un qualche psicoanalista da discount di pulsione di morte. Si perché cos'altro se non il suicidio potrebbe spiegare un tale comportamento?
 
I motivi per cui non si superano gli steccati e l'ovvietà dell'essere autoreferenziali li conosciamo, ma il primo luogo direi che diversamente dalla sinistra spagnola o da quelle di altre realtà, capaci di dissociazioni creative, la sinistra italiana non  riesce a metacomunicare. Riesce a vedere solo quello che viene proiettato dalle periferie mentali dei suoi sconfinati territori, ma non può guardarsi né giudicarsi dall'esterno.
Per questo le varie anime non si mettono d'accordo, non possono fare una cosa sensata fintantoché il senso è il dito che non indica un bel niente. Stretta in una morsa mortale e incalzata dal dilagare della realtà vera che non riescono a comprendere né a dominare, non le rimane che il suicidio, effetto di una depressione cronica.

Per la sinistra ci vuole la purezza dell'idiota per capire, perché qualsiasi concetto appena un po' complicato finirebbe per avvitarla in una spirale senza fine né costrutto. Solo la purezza dello stolto e la visuale di chi non è dentro le sabbie mobili e conserva un briciolo di capacità metacomunicativa può salvarla. Oltreché ovviamente liberarsi dei paraculi attendisti e inciucisti.

Per questo credo che la soluzione sia quella di far rifondare la sinistra da chi è fuori dalla sinistra.


venerdì 14 novembre 2014

Furto e menzogna delle riforme

Tonino D’Orazio

Dal Quirinale in giù, passando da tutte le massime istituzioni della repubblica. I padri costituzionali ci tennero a precisare all’art.1 che “L’Italia è una repubblica democratica …”. Sapevano e avevano già capito il vecchio vizio populista italiano e quindi che poteva diventare una semplice repubblica, non necessariamente democratica. Mi sa che ci siamo da un po’ di tempo. Molti fanno finta e scherzano sul fatto che il potere appartiene al popolo e non ai partiti o ai capibanda. Da re Giorgio che continua a minacciare il Parlamento di andare via (tutti hanno capito che su quella sedia ci vuole morire per avere storici funerali di stato) se quest’ultimo non si sbriga a fare quello che lui ha deciso. Non vuole morire senza aver abolito i cardini della Costituzione della quale pensavamo fosse garante e non sensale.
Nemmeno per lui valgono le risposte della Corte Costituzionale sull’illegittimità della legge elettorale attuale, che conclude nel definire le ultime tre legislature come illegali, “non rispettosi del dettame costituzionale”, (e come lo doveva dire!), identica a quella che il terzetto Renzi/Napolitano/Berlusconi vogliono riproporre, se non in peggio almeno con gli stessi vizi, non solo di forma.
Furto è l’esproprio del diritto dei cittadini a scegliere direttamente i propri rappresentanti. E’ successo per la “riforma” delle province, la falsa abolizione, che è cambiata solo per i cittadini poiché non votano più. E’ la stessa riforma prevista per il Senato, cioè il furto dell’esproprio del voto diretto. Potevano abolirlo direttamente. L’esproprio esiste per il Parlamento complessivamente poiché si possono votare solo persone già decise da gruppettari e oligarchi, segretari di partito nelle segrete stanze, con accordi segreti, come nella migliore scenografia massonica.
La menzogna sta da un lato nel teatrino continuo che siamo costretti a seguire a reti unificate e che annega in un mare di chiacchiere, di false se non stupide dispute. Risulta, a una maggiore analisi, che gran parte di quello che raccontano, sia il governo che i responsabili di partito o qualche peones parlamentare, sia costantemente falso, perché aleatorio un giorno sì e uno no. Nel PD continua un teatrino di una finta opposizione interna che si traduce costantemente in voto di sostegno a quello che “non vorrebbero”, e ce lo spiegano a noi che possiamo solo guardarli inutilmente esterrefatti da questa ricerca di condivisione. Ma la cosa è continua e incredibile, cioè non credibile alla lunga.
Dall’altro assistiamo al furto continuo nelle nostre tasche, nel nostro minimo vitale. In un modo o nell’altro prendono almeno 30 euro al giorno a tutti e in tutti i modi possibili (provare a calcolare per credere). Al concetto del pagare le tasse per avere servizi ci troviamo a continue tassazioni, dirette e indirette, e con una diminuzione proporzionale e costante dei servizi. Questo fatto permette sia di mettere in dubbio la validità culturale di pagare le tasse direttamente e sia, evidentemente, la fuga del “si salvi chi può”, sottinteso o esplicito così come è in atto. (Vedi meno entrate, aumento del nero e dell’evasione).
In questi ultimi tre anni non vi è stato assolutamente nessun vantaggio all’aumento delle tasse. Complessivamente più di 30%. I servizi sono diminuiti di più del 35%. Qualsiasi “riforma” è stata fatta solo per aspirate soldi e risparmi, e far pagare i cittadini per cose con hanno più. Flusso di denaro soprattutto da quelli meno abbienti per trasferirli a quelli ricchi. Lo raccontano tutti, con una certa sfacciataggine, tutti i giorni, ai poveri incollati davanti ai televisori. I soldi per lavoratori e sociale si prendono all’Inps, cioè ai lavoratori stessi e si ridistribuiscono tra poveri. Tutte le “riforme” economiche sono state fatte per permettere ai parassiti e alle banche di pompare avidamente soldi, finché dura. Obbligo di conti correnti (la loro tenuta annua è in media di 320 euro, la più cara d’Europa, dove la media è di 90 euro, giusto per ironia, in Lussemburgo è gratis); obbligo di non poter ritirare più di 1.000 € a volta, sapendo che milioni di pensioni e stipendi si aggirano tra 500 e 1.000 €; obbligo delle carte di credito per spese superiori a 30€ con relativa cresta, ma nel futuro prossimo, ci annunciano, è prevista solo moneta elettronica in modo da prelevarveli direttamente su smartphone; cambio continuo delle banconote per impedire che qualcuno possa metterli “sotto la mattonella”. In nome della tracciabilità e magari della privacy. Ve l’immaginate la malavita, con giro d’affari miliardario, mettere i soldi sul libretto postale per farsi controllare dallo Stato? Nemmeno i polli possono ridere. In realtà è un sistema continuo di controllo sulle persone, sui mediamente poveri, sui loro soldi nell’eventualità di doverli decurtare o appropriarsene per legge. Stupisce qualcuno che siano spariti dall’Italia 67 miliardi di euro tra giugno e agosto scorsi? (Dati Banca d’Italia Privata) Da giugno, quando il FMI aveva suggerito di decurtare del 10% i c/c con più di 100.000€. Era una farsa o un avvertimento? Intanto l’esodo c’è stato, come sta avvenendo da Svizzera su estero dopo gli accordi che entreranno in vigore solo nel 2017 per “informazioni” sui loro correntisti italiani e il nostro fisco. Hanno ancora un po’ di tempo per trasferire il loro mal-denaro in paradisi fiscali, magari in succursali bancarie gestite dagli stessi svizzeri. Altro che trasparenza.
Oppure i tagli riformisti del governo alle regioni e ai comuni, altro modo di far pagare ai cittadini per interposte istituzioni, svalorizzandole gravemente, avendo l’unica garanzia di pagare di più con minori servizi. In genere sul socio-sanitario i servizi scompaiono sempre più velocemente. L’altro furto sta nel privatizzare i servizi, e tutti sanno che le privatizzazioni (anzi l’affabulazione dell’esternalizzazione) costano di più, perché ci mangia gente (e sono tanti! Decine di migliaia di parassiti) che non ha nulla a che vedere con il lavoro e le finalità del servizio stesso e che serve solo a tagliare posti di lavoro.
La menzogna sistematica sulla “ripresa” che non solo non c’è, ma continuando così non ci sarà mai. Le lacrime di coccodrillo di fronte al disastro del lavoro giovanile, della disoccupazione, della povertà e della precarietà. (Dati Fao: 680.000 bambini patiscono la fame in Italia).
Anche Bergoglio ha dovuto difendere la chiesa dall’analisi politica, sconcertante, sulla fatalità della situazione e ricomporre le responsabilità a chi tocca. Difendere i poveri dalla guerra dei ricchi è chiaramente comunista.

lunedì 10 novembre 2014

Se questo è un leader di sinistra



Micromega non dice nulla di nuovo, il problema è far divenire senso comune ciò che dice. Occorre arrivare al punto che ogni persona di questo paese deve sapere che se da il suo consenso a Renzi da il benestare anche al massacro ultraliberista che costui porta avanti. Non c'è molto altro da dire, la verità è sotto gli occhi di tutti e rimuovere la montagna che abbiamo di fronte richiede davvero una forte dissociazione dalla realtà.

di Angelo Cannatà da Micromega

“Renzi politico o della demagogia”. Potrebbe titolarsi così un libro sul Premier. Demagogia è parola forte, porta con sé – tra l’altro – i concetti di opportunismo e tradimento: il demagogo è, per definizione, anche colui che inganna. Renzi demagogo, opportunista, ingannatore: un attento lettore del Principe. Ma il leader del Pd – è questo il punto – può avere come modello il Segretario fiorentino? Posta la questione preliminare, andiamo al dunque.

1. Renzi ingannatore. Traditore. Il suo “Enrico stai sereno”, poco prima di pugnalare Letta, non è da meno per efferatezza (psicologica, certo, non è più tempo di omicidi politici), dell’azione di Oliverotto da Fermo che uccise lo zio Fogliani, e tutti i notabili che “li andorono drieto”. Inoltre: cos’è se non un inganno, un tradimento quel rifiutarsi ostinato (sorridente, ma brutale) di guardare nel dolore, nell’abisso di sofferenza della gente comune, mentre duetta amorevolmente con Confindustria? Insomma: da che parte deve stare, sui temi del lavoro, dell’economia, della politica, nelle questioni sociali, culturali, civili, un leader di sinistra?
2. Renzi opportunista. Trasformista. Prende i voti da Berlusconi e Verdini, ma anche da Grillo. Nella tradizione dei due forni. Vero. Ma con un’avvertenza – altrimenti siamo alle note “asettiche” e inutili di Stefano Folli – : i patti col Caimano (quelli veri) sono oscuri, segreti, indicibili; stipulati con un pregiudicato che sconta una pena e non ha una visione affidabile, democratica della cosa pubblica. Renzi vuole trattare col Condannato (ricattandolo, tra l’altro: “stai ai patti altrimenti mi alleo con Grillo”) la legge elettorale, la riforma della Costituzione e l’elezione del Presidente della Repubblica. Vogliamo continuare a chiamarla “politica dei due forni” o prendiamo atto che il cinismo assoluto ne cambia i connotati rendendola perversa, ai limiti, davvero, della sopportabilità? L’eccesso di opportunismo e segretezza e decisionismo autoritario e spavalderia, eccetera, non muta la qualità di una democrazia? 3. Renzi demagogo. E’ l’aspetto paradossalmente più inquietante, nonostante il già detto, perché ai cittadini meno avvertiti sfugge la demagogia di Renzi: gli riesce, per carattere, di camuffarla bene – nei salotti televisivi – la merce contraffatta. Eppure è visibile. Basta uno sforzo. Piccolissimo. Insomma: è possibile davvero guidare un partito di sinistra e governare in nome della sinistra deridendo la forza-lavoro e il sindacato che la rappresenta, cancellando dal proprio orizzonte concettuale la giustizia sociale? Dove sta la coerenza tra il nome e la cosa? Tra i principi e la realtà? Tra i valori e l’azione politica? Norberto Bobbio: ciò che distingue la destra dalla sinistra è “il diverso atteggiamento di fronte all’idea di eguaglianza.” (Destra e sinistra, Donzelli, p. 71). Che c’entra Renzi col principio-cardine individuato da Bobbio?

E’ sotto gli occhi di tutti: il segretario del Pd compie la più rigorosa operazione di destra che si ricordi negli ultimi 70 anni: abolisce il concetto di eguaglianza dal programma – e dalla visione – della più importante forza riformista del Paese. Uno scandalo. Insopportabile. Per chi non l’avesse capito: l’abile demagogo taglia i diritti e ne sbandiera l’estensione; promuove la precarietà e ne proclama la fine; parla di lavoro e pensa al Capitale; usa il manganello e “sta” (dice) con gli operai. Questo è l’uomo. Contesta l’accusa di thatcherismo e di fatto l’incarna, distruggendo le conquiste politiche e sociali dei decenni più maturi della nostra democrazia.

Come non vederlo: colloca il partito nell’area del socialismo europeo, ma difende in ogni circostanza – “ce lo impone la crisi” – le posizioni delle destre europee. Questo è l’uomo. Da posizioni ultraliberiste distrugge lo Stato Sociale. Siamo in presenza del capolavoro politico della borghesia imprenditrice orientata a destra: si fa rappresentare dal leader della sinistra. E’ l’odierna anomalia italiana. Più acuta e lancinante – se è possibile – di quella del Condannato che lavora alla riforma della Costituzione.

D’altronde, mentre gli operai (in carne e ossa) erano a piazza San Giovanni, il demagogo, da Firenze, consentiva al finanziere Davide Serra di cimentarsi sulla necessità di limitare il diritto di sciopero. Non significa niente che, alla fine, abbia preso le distanze. Doveva smarcarsi. Si può volere la marcia su Roma e fingere d’ostacolarla. Conta che da quella fucina di idee – si fa per dire – sia emersa la proposta oscena; che sia proprio Renzi a disperdere e cancellare, nel Partito della Nazione, valori e principi che col nazionalismo non hanno nulla a che fare.

Renzi rappresenta il nuovo? Forse:
a) se nuovo significa scavalcare il Novecento, tornare a rapporti sociali denunciati da Marx, a un lavoro da schiavi senza diritti e dignità (Grundrisse); b) se nuovo significa svilire il dialogo (discutiamo pure, ma la mia posizione non muta e decido io). Che dialogo è se manca “il mettersi in discussione”? (Socrate); c) se nuovo significa rifiuto della mediazione: “il governo non tratta col sindacato”; d) se nuovo significa licenziare senza giusta causa: negare Rawls: la giustizia “è il primo requisito delle istituzioni sociali, come la verità lo è dei sistemi di pensiero”.

E’ inutile farsi illusioni: Renzi sta col Caimano ed è più pericoloso del suo socio. Questo concentrato di cinismo, opportunismo, demagogia, populismo; questa capacità, sorprendente, di tradire uomini e tradire idee non è un bene per il Paese. Col Condannato sceglierà il nuovo Presidente. Urge per la sinistra, quella vera, smettere di litigare e unirsi intorno a un leader credibile (per storia, carattere, tradizione, impegno politico). Piazza San Giovanni ha dimostrato che esiste lo spazio per una nuova azione politica. Mondo del lavoro e precari. Occupati, disoccupati, nuove povertà. Tutti insieme. E’ un’impresa degna d’essere tentata.
Post scriptum. Suscita meraviglia che Papa Francesco sia più a sinistra del segretario del Pd (“l’attenzione ai deboli e ai poveri è nel Vangelo”). In realtà – se escludiamo la trascendenza – Il Manifesto e il Vangelo hanno molto in comune: “sono forze ispiratrici ancora operanti secondo il ‘pragmatismo solidale’ di Richard Rorty” (MicroMega, 4/98). Il punto è che Renzi non si ispira né a Marx né a Cristo. Ha come modello Giuda: “Gesù stai sereno”.

sabato 8 novembre 2014

Oltre l’euro, dentro l’euro: una nuova moneta fiscale per vincere la crisi



Un appello di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Luciano Gallino, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini per uscire dalla trappola della liquidità e del debito: “Lo Stato italiano emetta gratuitamente Certificati di Credito Fiscale (CCF) ad uso differito a favore di lavoratori e imprese, una quasi moneta nazionale parallela all’euro”. Obiettivo? Aumentare la capacità di spesa dell’economia senza però creare nuovo debito.  

di Marco Cattaneo e Enrico Grazzini da Micromega

Per uscire dalla crisi lo stato italiano dovrebbe recuperare almeno parzialmente la sua sovranità monetaria. Gli italiani stanno scoprendo sulla loro pelle che lo stato non può fare nulla per uscire dalla crisi se non ha una sua moneta: l'euro è infatti una moneta straniera concepita e creata a somiglianza del marco tedesco, e quindi intrinsecamente deflazionistica.

Senza moneta nazionale, siamo ingabbiati in una doppia trappola, quella della liquidità e quella del debito. Siamo dipendenti dall'euro, dalle decisioni della Germania, il principale azionista dell'Unione Europea e della Banca Centrale Europea: ma né la UE né la BCE ci tireranno fuori dalla crisi, anzi!

Per uscire dalla trappola della liquidità e del debito, Biagio Bossone, Luciano Gallino, Stefano Sylos Labini e gli autori di questo articolo hanno lanciato un appello aperto perché lo stato italiano emetta gratuitamente Certificati di Credito Fiscale (CCF) ad uso differito a favore di lavoratori e imprese[1]. In tal modo lo Stato creerebbe una “quasi moneta” nazionale, parallela all’euro. L’obiettivo è di aumentare la capacità di spesa dell’economia senza però creare nuovo debito, rispettando cioè i parametri (rigidi e assurdi) imposti dalla moneta unica, in attesa di potere riformare radicalmente il sistema monetario europeo senza più essere sotto il pesante ricatto della crisi economica incombente[2].

Riteniamo infatti che un'uscita unilaterale dall'euro, propugnata da economisti come Alberto Bagnai e altri, è difficilmente praticabile, e avrebbe comunque esiti molto incerti, per non dire pericolosi e negativi. L'emissione massiccia (fino a 200 miliardi di euro) di nuova moneta fiscale potrebbe invece rilanciare l'economia italiana che dall'inizio della crisi ha perso 11 punti di PIL e ha conosciuto una caduta della produzione industriale del 25%. Un disastro di proporzioni inaudite che a causa della politica deflazionistica dell'Europa di Juncker-Merkel-Gabriel rischia di prolungarsi all'infinito e di approfondirsi ulteriormente.

Con una logica analoga a quella dell'helicopter money (denaro gettato dall'elicottero), di cui insigni economisti discutono da decenni, i CCF dovrebbero essere emessi dallo stato e distribuiti gratuitamente all'economia reale, cioè ai lavoratori e alle aziende, senza passare dal sistema bancario[3].
Il governo Renzi schiacciato dalle politiche deflazionistiche della UE

Siamo entrati nell'era della post-democrazia: la democrazia è svuotata e comanda solo una elite ristretta, l'1% della popolazione. La finanza ha un ruolo dominante[4]. Ma la post-democrazia in Italia e nei paesi mediterranei dell'eurozona è ancora peggiore. L'economia è diretta, su base formalmente legale, da organi sovranazionali mai eletti, come la Commissione UE e la BCE, e in effetti da stati esteri egemoni sulle istituzioni sovranazionali, come la Germania. I centri di potere sono fuori dai confini (e dalla giurisdizione) nazionali. L'Italia, senza alcun potere monetario, rischia di diventare, o è diventata, una semicolonia.

Il governo Renzi cerca faticosamente – e inutilmente – di ottenere dei piccoli sconti dalla Commissione Europea che intende continuare a stringere i bilanci pubblici fino a soffocare l'economia dei paesi del sud Europa. Il premier, stretto dai pesanti vincoli imposti dalla UE e dalla BCE, al di là della retorica nuovista e modernista, e al di là delle schermaglie con il presidente europeo Jean-Claude Juncker, è costretto ad attuare una politica apertamente anti-sindacale ed esattamente opposta a quella di una sinistra riformatrice e realmente moderna. Altrimenti dovrebbe rompere i trattati vigenti.

L'Europa e la BCE pretendono le (contro) riforme di struttura: abbassamento del costo del lavoro, riduzione del welfare, privatizzazioni dei beni pubblici, riforme istituzionali, riduzione del bilancio pubblico, ecc. E Renzi prosegue, anche se con apparente contrarietà, precisamente la politica di austerità dettata dall'Unione Europea e dall'euro: va avanti con i tagli al costo del lavoro e al welfare – sanità, istruzione, enti locali, ecc – e con l'aumento delle tasse, in sostanza sulla stessa linea del rigore suicida avviata da Monti e Letta.

Lucidamente, Renzi ha avviato con Berlusconi controriforme della Costituzione ed elettorali in senso autoritario e antidemocratico. Renzi sembra perfettamente consapevole che è impossibile fare le sue controriforme sociali senza “riformare” in senso autoritario e decisionista le istituzioni rappresentative nate nel dopoguerra dalle forze democratiche che avevano partecipato alla Resistenza contro il fascismo e il nazismo.
La BCE boccia le banche italiane e salva le banche tedesche e francesi

Il vero problema di Renzi è che la situazione economica e sociale peggiora sempre di più. L'ultimo colpo all'economia italiana è stato dato dalle pagelle che la BCE ha distribuito alle banche europee, penalizzando in particolare quelle italiane. L'Unione Bancaria Europea è cominciata condannando le banche italiane, mentre le banche del nord Europa – che operano con leve finanziarie elevatissime, pari anche a circa 30 volte il loro capitale, e che si dedicano più di quelle italiane al trading speculativo – sono state stranamente risparmiate. Germania promossa, Italia bocciata.

Le banche italiane dovranno ricapitalizzarsi ricorrendo ampiamente al capitale estero: e così, dopo che gran parte del sistema industriale nazionale – Fiat, Pirelli, Telecom, ecc – è migrato o sta migrando all'estero, nel sacro nome dell'Europa anche le nostre banche e il nostro risparmio stanno cadendo in mani straniere. I casi MPS e anche Unicredit sono la prova evidente della internazionalizzazione (subordinata) delle banche italiane. L'economia italiana si sta smembrando e le banche italiane sono prede importanti.

La BCE sta favorendo la creazione di Banche Troppo Grandi per Fallire, cioè sta esattamente creando le condizioni per la prossima grande crisi finanziaria in Europa (e la probabile rottura dell'euro). Infatti è chiaro che, a dispetto degli stress test, senza un comune fondo pubblico europeo – sul quale il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha posto il veto – qualsiasi grande banca europea in difficoltà non potrebbe essere salvata, e crollerebbe trascinando in rovina l'intero sistema bancario e l'eurosistema.

Occorre allora che i governi, in quanto eletti democraticamente dai cittadini – a differenza degli organi esecutivi della UE e della BCE – intervengano decisamente a favore degli interessi della comunità nazionale.

Stato democratico e moneta dovrebbero essere fratelli e rappresentare elementi inseparabili: i cittadini/contribuenti e i loro rappresentanti dovrebbero decidere come controllare l'emissione e la distribuzione della moneta. Ma la realtà è molto diversa: gli stati non controllano, o controllano in maniera solo molto parziale, la moneta.
Bank of England spiega che il denaro è creato dal nulla dalle banche

La situazione attuale è che il sistema bancario privato crea “moneta dal nulla”, e che la banca centrale e lo Stato hanno solo poteri residuali nel campo decisivo della moneta e del credito. Nelle economie moderne il 95 per cento della moneta è creata dalle banche con scrittura elettronica sotto forma di creazione di depositi. Le banconote emesse dalla banca centrale e le monete di conio rappresentano meno del 5% della moneta attualmente utilizzata.

Quindi non sono gli Stati e neppure le banche centrali. a creare la maggior parte del denaro che ci permette di effettuare transazioni e pagamenti. Sono le banche a creare denaro dal nulla, creando prestiti, cioè generando debiti. Il mondo conta ormai 100 triliardi di debiti, una somma insostenibile che non potrà mai essere ripagata. La causa di questa montagna crescente di debiti è che il 95% della moneta viene emessa dalle banche con il computer sotto forma di debito.

La moneta-fiat - ovvero la moneta che non ha un valore intrinseco, come invece hanno per esempio le monete d'oro, e che quindi è un classico bene comune, in quanto può avere valore solo se viene condivisa e se rappresenta la fiducia della comunità – è diventata un bene privato delle banche per il profitto delle banche stesse.

Queste semplici verità, ben conosciute dagli economisti, sono tanto incontrovertibili e clamorose quanto poco note al largo pubblico. E non nascono da teorie cospirative o dalla mente di qualche economista paranoico. La spiegazione di come viene creata la moneta è ufficializzata da un recente bollettino trimestrale della Bank of England intitolato “Money creation in the modern economy[5].

Nelle economie moderne la maggior parte della moneta acquista la forma di depositi bancari. Tuttavia il fenomeno della creazione di depositi bancari è spesso frainteso: il mezzo principale di creare depositi consiste infatti nella produzione di prestiti (cioè di crediti/debiti, ndr) da parte delle banche commerciali. Ogni volta che una banca fa un prestito, simultaneamente crea un deposito nel conto della banca del debitore, e perciò crea moneta”.

Così continua a spiegare la Banca d'Inghilterra: “La realtà di come la moneta viene creata attualmente differisce dalla descrizione che si trova normalmente nei testi di economia: infatti la banca crea (dal nulla, ndr) i depositi, mentre normalmente si pensa che riceva dei depositi legati al risparmio delle famiglie, e che solo successivamente faccia dei prestiti. Normalmente la banca centrale non fissa l'ammontare della moneta in circolazione e non è neppure vera la teoria del moltiplicatore, per cui la moneta emessa dalla banca centrale genera una moltiplicazione di depositi e prestiti.

Insomma neppure le banche centrali riescono a controllare la circolazione monetaria: piuttosto basano la loro politica monetaria sulla fissazione del prezzo delle riserve bancarie, cioè sul tasso primario di interesse.
Le crisi cicliche della moneta privata

Più si deregolamenta il mercato finanziario, più il mercato mostra i suoi limiti. Nel mercato deregolamentato la circolazione della moneta diventa caotica e soggetta a cicli di sovrabbondanza e di penuria. L'offerta di moneta da parte delle banche è infatti pro-ciclica: più l'economia funziona, più vengono accesi crediti e più crescono i prezzi, soprattutto degli asset finanziari e immobiliari; si formano allora bolle speculative. Quando i primi debiti cessano di essere ripagati, quando si verificano i primi fallimenti, improvvisamente il rubinetto delle banche commerciali cessa di fare fluire la moneta nell'economia e arriva allora la crisi. E con la crisi arriva anche la deflazione: i prezzi stagnano o calano mentre merce rimane invenduta e la produzione si ferma. La disoccupazione impedisce la ripresa dei consumi e della domanda finale.

L'attuale caso europeo di “trappola della liquidità” è esemplare. La BCE cerca di dare ossigeno monetario al sistema – con i limiti imposti dal governo tedesco - ma le banche trattengono la liquidità e non fanno prestiti, in particolare alle piccole e medie imprese. Le banche sono cariche di sofferenze, a causa della crisi economica. Inoltre preferiscono investire nei titoli di stato o nella finanza per ottenere remunerazioni elevate piuttosto che rischiare prestando soldi all'economia reale. La moneta non circola, la domanda manca, le aziende chiudono e l'economia langue o va in recessione
Stato, moneta e democrazia

Tutto questo avviene perché gli Stati, in particolare gli stati dell'Eurozona, non hanno più il controllo della moneta. Uno stato senza moneta è però uno Stato non sovrano: infatti solo controllando la moneta si può mettere in moto la spesa pubblica, ovvero la spesa necessaria per le istituzioni i servizi ai cittadini. Se invece sono le banche private a creare e a controllare il denaro, allora lo Stato diventa inesorabilmente servo delle banche e della loro moneta. Ecco perché non c'è vera democrazia senza gestione nazionale della moneta da parte dello stato e senza il controllo della società civile.

Quando uno stato per finanziarsi dipende dal sistema finanziario nazionale o, peggio, dai mercati finanziari internazionali perché non crea e non controlla la sua moneta, allora diventa uno Stato subordinato e sostanzialmente eterodiretto, uno stato costretto a servire i suoi creditori. I suoi cittadini pagano le tasse per ripagare il debito alla finanza e non possono godere dei servizi pubblici che avrebbero il diritto e la possibilità di godere. E' esattamente ciò che avviene in Italia e nei paesi europei attualmente, in particolare nei paesi del sud Europa.

Occorre sottolineare che non c'è nessun stato che conta nel mondo che non stampi la sua moneta e non abbia la sua banca centrale per proteggere e governare la moneta nazionale. I grandi stati e gli stati emergenti – come USA, Giappone, Gran Bretagna, Cina, India, Russia, Brasile, Corea, Svizzera, Israele, ecc. si basano sulla loro moneta nazionale.

Anche la Germania ha la ...sua moneta: l'euro! La moneta unica impedisce le svalutazioni monetarie dei paesi deboli e le rivalutazioni di quelli forti, esasperando gli squilibri commerciali e finanziari all’interno dell’Eurozona, a favore dei paesi più forti, ovvero dei paesi con la bilancia commerciale in attivo, come la Germania. La Germania, grazie all'euro, non ha mai smesso di governare la sua moneta.
Le proposte di PositiveMoney: la moneta come bene comune

In una prospettiva di riforma radicale del sistema monetario e finanziario, occorrerebbe che la moneta diventasse finalmente un bene comune gestito dallo stato democratico, rappresentante legittimo della comunità nazionale. Sul piano teorico sta avanzando proprio questa prospettiva. Attualmente organizzazioni come PostiveMoney[6] chiedono che:

1) la moneta venga creata e gestita da una Autorità tecnica neutrale indipendente. 2) gli organi rappresentativi dello stato eletti e controllati dai cittadini dovrebbero stabilire in maniera trasparente a chi e per quali fini sarà dedicata la moneta: potrebbe essere distribuita direttamente ai cittadini e al sistema produttivo, o essere utilizzata per diminuire le tasse, per aumentare la spesa pubblica, per diminuire il debito pubblico 3) le banche commerciali dovrebbero mantenere il 100% dei depositi della clientela presso la banca centrale e fungere da intermediari puri. Le banche d'affari dovrebbero essere completamente separate dalle banche commerciali.
Lo Stato dovrebbe emettere nuova moneta fiscale a favore del lavoro e delle imprese

E' ovvio che riforme radicali del sistema finanziario sono difficili e richiedono tempo. Ma è possibile fare subito dei passi in avanti. Innanzitutto è indispensabile e urgente rilanciare la domanda, immettere nuova liquidità nel sistema per rilanciare i consumi e gli investimenti privati e pubblici. Occorre diminuire il peso fiscale senza sacrificare la spesa pubblica per i servizi ai cittadini.

Proponiamo allora che lo Stato italiano emetta gratuitamente a favore dei lavoratori (occupati, disoccupati e pensionati) e delle imprese CCF ad utilizzo differito, validi cioè a partire da due anni dopo l’emissione per pagare qualsiasi tipo di impegno finanziario verso la pubblica amministrazione: tasse, contributi, tariffe, multe, ecc. Il governo italiano emetterebbe CCF per 90-100 miliardi il primo anno, da incrementare, se necessario, nei due anni successivi fino a un massimo di 200 miliardi annui, almeno fino a quando non si verifichi una consistente ripresa della domanda e dell’occupazione[7].

I CCF sarebbero scambiabili sul mercato finanziario analogamente a qualunque altro titolo emesso dallo Stato. Essendo il valore dei CCF garantito dallo Stato, i CCF potrebbero essere utilizzati direttamente come mezzi di pagamento nel mercato interno. Aumenterebbero enormemente e immediatamente la capacità di spesa dei consumatori e delle aziende.

Questa proposta è compatibile con le regole e i vincoli posti dal sistema dell’euro, perché la BCE ha il monopolio sull'emissione di moneta ma ovviamente non sulla creazione di quasi-moneta (come i depositi bancari e i titoli di stato). Ogni stato sovrano ha il diritto di offrire legittimamente sconti fiscali, e quindi anche i CCF. Inoltre i CCF non costituiscono titoli di debito, cioè non devono essere pagati in euro dallo stato, ma rappresentano “solo” dei crediti fiscali.

Il nuovo strumento creato dallo Stato non genererebbe nuovo debito pubblico. Infatti il calo delle entrate pubbliche che si verificherebbe ceteris paribus alla scadenza dei CCF – cioè dopo due anni dalla loro emissione – verrebbe più che compensato dall’aumento dei ricavi fiscali prodotto dal forte recupero del PIL, a sua volta generato dall'incremento di domanda dovuto all'utilizzo dei CCF.

Considerando che la caduta della produzione industriale è stata pari al 25%, e che le risorse produttive (capitale e lavoro) sono oggi fortemente sottoutilizzate, esistono ampi margini di recupero. Il moltiplicatore fiscale sul PIL sarebbe certamente superiore a uno (per ogni euro di CCF emesso il PIL potrebbe aumentare almeno di 1,3 euro). A causa dell'output gap sarebbe possibile immettere nuova liquidità senza aumentare l’inflazione a livelli eccessivi (anzi, impedendo la caduta in una situazione di deflazione cronica).

A puro titolo di esempio, si supponga di assegnare gratuitamente, in tre anni, a partire dal primo gennaio 2015, circa 70 miliardi di CCF ai lavoratori sia dipendenti che autonomi in funzione inversa del loro livello di reddito, così da stimolare la spesa per il consumo; e di assegnare circa 80 miliardi ai datori di lavoro del sistema privato.

Quest’ultimo importo abbatterebbe del 18% circa il costo del lavoro, una percentuale equivalente alla differenza di competitività dell’economia italiana nei confronti della Germania. Si eviterebbe così che l’espansione della domanda interna produca squilibri nei saldi commerciali con l'estero: l'aumento delle importazioni sarebbe infatti bilanciato dalla crescita delle esportazioni derivato dalla diminuzione del costo del lavoro e dall'aumento conseguente di competitività.

Altri 50 miliardi circa di CCF dovrebbero essere utilizzati per finanziare iniziative pubbliche, per esempio per assicurare forme di reddito garantito, per sostenere iniziative ambientali e infrastrutturali, per l'imprenditoria al Sud, per la formazione e per l'occupazione giovanile e femminile, per gli interventi di prevenzione e riparazione dei danni ambientali, ecc.

Grazie alla crescita del PIL, il deficit e il debito pubblico diventerebbero più facilmente sostenibili, con beneficio anche per i creditori nazionali e internazionali. Soprattutto aumenterebbe l'occupazione: l'aumento dell'occupazione avrebbe non solo un enorme significato sociale ma sarebbe il segnale definitivo di uscita dalla crisi.
NOTE

[1] Risolviamo la crisi dell'Italia: adesso! Uscire dalla depressione con l’emissione di “moneta statale” a circolazione interna Manifesto / appello a cura di: Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Luciano Gallino, Enrico Grazzini, Stefano Sylos Labini, riprodotto (anche in pdf) da http://www.syloslabini.info/online/risolviamo-la-crisi-dellitalia-adesso/
[2] Cattaneo Marco, Zibordi Giovanni “Soluzione per l'euro. 200 miliardi per rimettere in moto l'economia italiana - creare mometa, ridurre le tasse e rilanciare la domanda” con prefazione di Warren Mosler e introduzione di Biagio Bossone, Hoepli, marzo 2014 [3] Vedi Biagio Bossone “ To G-20 Leaders: Urgent Need to Boost Demand in the Eurozonewww.economonitor.com/blog/ , ottobre 2014; Bossone cita Henry Simon, Irving Fisher, John Maynard Keynes, Abba Lerner, Milton Friedman e Ben Bernanke tra gli economisti promotori di soluzioni helicopter money [4] Colin Crouch “Postdemocrazia” Laterza, 2001; e “Quanto capitalismo può sopportare la società” Laterza, 2014 [5] Bank of England “Money creation in the modern economy”, di M. McLeay, A. Radia e R. Thomas, Quarterly Bulletin 2014 Q1. [6] Vedi www.positivemoney.org; vedi anche Andrea Baranes “Le banche e il potere di creare moneta”, Sbilanciamoci.info, maggio 2014 [7] Manifesto / appello “Risolviamo la crisi dell'Italia: adesso! Uscire dalla depressione con l’emissione di moneta statale a circolazione interna” già citato 

Obama finish

di Tonino D'Orazio
Figura e potere sbiadito della fotocopia in nero del neocapitalismo americano. Non ricordo quale altro presidente, tra l’altro questo è un Nobel per la pace, abbia acceso più focolai di guerra nel mondo sotto la sua responsabilità.
E’ anche vero che il sistema elettorale della democrazia, detta la migliore del mondo, è una trappola al fine di impedire al presidente di governare il paese. Il suo potere può essere capovolto ogni due anni, malgrado la sua rielezione o estremamente limitata se non ha la maggioranza nei due rami del parlamento. Anzi, malgrado questo, abbiamo visto la resistenza dei democratici stessi sulla riforma, che doveva essere epocale, della sanità. Da una mediazione all’altra non ne è uscito un granché. Adesso, dopo la perdita del Senato e del Congresso (già nel 2010) inizia una nuova coabitazione, diciamo l’obbligo alla “coalizione se non alla coabitazione”. Non cambia assolutamente nulla per il mondo.
Le promesse sono utili solo nelle campagne elettorali. Lo sappiamo benissimo anche noi, almeno alcuni di noi. Il problema di molte promesse, o posizioni politiche, interferiscono purtroppo direttamente sul mondo intero, noi compresi.
Le tematiche sull’immigrazione negli Usa ha preso un binario morto già con lui e le promesse non sono state mantenute; praticamente neri e ispano non sono andati a votare. I repubblicani vogliono il rafforzamento poliziesco, se non militare, alle frontiere. Grande occasione mancata.
I progetti ambientali sostenibili non sono decollati. Alle destre, anche europee, non interessano affatto. Il petrolio, anzi l’oro nero, rimane l’obiettivo principale. Anche in Italia. Il gigantesco progetto dell’oleodotto (denominato Keystone XL), che dovrebbe portare le sabbie bituminose del Canada alle raffinerie del golfo del Messico, sul quale Obama e alcuni democratici avevano qualche dubbio, verrà sicuramente sbloccato dai repubblicani. La riduzione del 30% dei gas CO2 prevista entro il 2030 non è mai piaciuta loro. Che il mondo si arrangi.
Il tetto del debito pubblico, bestia nera dei repubblicani, era stato rialzato, dopo un accordo col patema dell’ultimo giorno (bella tecnica di ricatto!), fino a marzo 2015 grazie alla defezione organizzata di una ventina di repubblicani, pur di uscire dallo stallo. Il ricatto al presidente era troppo evidente. Ma questi ultimi non hanno mai smesso di chiedere tagli alla sanità, al sociale e all’insegnamento, oltre che alla funzione pubblica in generale. Anche la riforma fiscale, che obbligava le imprese a dichiarare in patria i benefici tassabili delle multinazionali, avrà vita breve. I repubblicani sono per il libero mercato mondiale assoluto. Quindi, per noi, i repubblicani accelereranno l’irreversibile trattato segreto di libero scambio sia con l’Europa dei burocrati e delle destre (TTIP) sia con undici paesi dell’est asiatico (TPP). Accerchiando da un lato la Russia con il consenso di una Europa servile, e dall’altro lato la Cina; l’Africa è in ginocchio, poi penseranno all’America Latina. Aggirando così gli accordi non sempre convenienti all’impero, data la spinta di nuovi colossi mondiali, del World Trade Organization, e istaurando aree riservate di dominio, un po’ come il Commonwealth dell’impero inglese a tutt’oggi.
In quanto alla riforma della sanità, “Obamacare”, sarà di difficile abrogazione, poiché dovrebbe firmarla il presidente stesso, ma sarà sicuramente sgretolato piano piano non rifinanziandolo, nella stessa strategia europea di tutti al minimo. Anche per le nomine importanti, esercito e giustizia, assisteremo al solito balletto di compromissione. Per due anni sarà la stessa funzione di coalizione da partito unico. L’immobilismo. Solo le guerre e i loro affari continueranno sempre di più.
In una campagna dominata dalla finanza più che dall’economia, Obama ha messo davanti alcuni elementi positivi del suo mandato: crescita in rialzo; tasso di disoccupazione inferiore al 2008 (5,8%); nuovi impieghi quadruplicati in confronto alla gestione del presidente precedente; una sanità, anche se minima, che ha coperto qualche milione di americani poveri ma non ripagato dal voto, …
E quindi? Gran parte della classe media, che in genere vota ma sta scomparendo, evidentemente non ne ha ricevuto benefici, anzi. Il salario medio delle famiglie rimane al disotto di quello precedente la crisi per più dell’8%. Molti elettori stimano che il loro impiego sia meno protetto, che possono essere licenziati in qualsiasi momento e che non possono più avere accesso alle pensioni come prima. Ditemi se non è una pericolosa ideologia dilagante e organizzata attraverso il mondo.
Per tornare alle questioni internazionali, nessuno si pone il problema dei focolai di guerra esistenti, a parte Bergoglio, dove guarda caso c’è sempre presente la mano nord americana/inglese (e anche le loro armi), e che i rischi si sono estesi a livello globale. Basti pensare alla strategia spregiudicata di Obama nella crisi ucraina con il tentativo di portare la Nato sino ai confini tangibili della Russia, con il rischio di provocazioni pericolose, soprattutto per l’Europa, adesso rimasta sola con il cerino in mano delle inutili sanzioni. Queste incertezze, Ebola, attacchi islamici, reingaggio in Irak, tensione afgana, Isis creatura sfuggita di mano e decapitazioni, crisi varie internazionali che non si risolvono, hanno forse avuto un effetto ansiogeno sul popolo nord americano?
L’altra bestia nera rimane l’Iran e il suo supposto potenziale atomico. La vittoria dei repubblicani ridà fiato ai principi guerrafondai anche di Israele (e di Erdogan), che pure Obama era riuscito a tenere, un po’, buoni, lasciando correre, aiutando finanziariamente i nuovi insediamenti in territorio palestinese occupato, e non condannando il genocidio continuo di Gaza. Che ingenuità questa Mongherini sulla nascita dello stato palestinese! La destra, chiara e nitida, è la destra democraticamente fascistoide uguale in tutto il mondo. Le armi principali sono proprio le sanzioni economiche se non il blocco militare dei “nemici” e la guerra dei ricchi contro i poveri.
E come volevasi dimostrare è quella che Obama ha perso, ammesso che lo abbia mai combattuta nei fatti. Ammesso che un presidente degli Usa conti veramente qualcosa in casa, se non l’oleogramma a colori di se stesso.