mercoledì 1 ottobre 2014

Precariato e Art. 18

di Tonino D’Orazio

L'affondo in prosopopea di Renzi, rende tutti perplessi. "Noi non cancelliamo semplicemente l'art 18, ma tutti i co.co.co, co.co.pro, cancelliamo il precariato e tutte quelle forme di collaborazione che hanno fatto del precariato la forma prevalente del lavoro. Questo diritto che c'è arriva da un giudice, noi vogliamo cancellare questo. Non voglio che la scelta di licenziare o assumere sia in mano ad un  giudice, deve essere in mano all'imprenditore.” Finalmente cade la maschera sua e del PD. Il lavoro non è più un diritto garantito dalla Costituzione e dalle leggi dello stato tramite la magistratura, è una semplice merce da bancarella. Cita:” "Il lavoro non è un diritto in Italia, il lavoro è un dovere”. A dire il vero ci eravamo già accorti che l’Italia non è più una Repubblica fondata sul lavoro. Poi la giusta e incredibile chiacchiera: “L'importante è che lo Stato non lasci a casa nessuno". "Io non tratto con la minoranza del partito ma con i lavoratori" e dice basta a una sinistra "opportunista e inchiodata al 25%", che fa dell'articolo 18 una "battaglia ideologica". Sembra non capire, oppure sì, i grandi benefici le opportunità, per i padroni, dell’infame (visti i risultati) legge Biagi. Non gliela faranno smontare facilmente, anzi potranno licenziare a piacimento (e con il contributo dello stato) 8 milioni di lavoratori “garantiti” dall’art.18 e riprenderne 6/7 milioni a progetto. Il resto svilupperà le lacrime di coccodrillo di politici e di talk show, sull’aumento della disoccupazione in Italia. Come ad ogni riforma annuale del mercato del lavoro.
Dopo aver aperto al “confronto” (ma non a tutti i costi) con i sindacati nel discorso d'apertura della direzione del suo personale partito, (anzi l’ha chiamato finalmente “ditta”), Renzi ha definito "inaccettabile che non si dica che in questi anni hanno avuto una responsabilità drammatica" perché "hanno rappresentato una sola parte. Se non lo diciamo noi, facciamo un danno al sindacato". E’ la buffonata finale: i sindacati dei lavoratori dovevano rappresentare anche i padroni! Mentre questi, con i loro vari capi ideologici, Fmi, Bce, UE, Berlusconi, i fascisti di Fini, gli ex-socialisti passati a destra ecc, distruggevano il patrimonio giuridico ed economico del mondo del lavoro italiano (e non solo), impoverivano milioni di lavoratori e pensionati, e precarizzavano senza futuro la vita di milioni di giovani. Forse le organizzazioni sindacali sono state troppo accondiscendenti, trovando sempre tavoli e concertazioni che li riportavano indietro di decenni, passo dopo passo, fino ad arrivare oggi al ritorno ai primi del ‘900. Infatti i prossimi tavoli riguarderanno quel poco che c’è rimasto in tre punti: una legge sulla rappresentanza sindacale, (ne vedremo delle belle con lacci e laccioli), la contrattazione di secondo livello (che abbatterà il CCNNLL e ci avvierà al sistema americano, contratto fabbrica per fabbrica; competitività tra fabbriche) e il salario minimo (abbassando quello troppo alto dei “lavoratori privilegiati”, tutti giù)". Per i pensionati c’è già la proposta del FMI.
Renzie ironicamente dà a se stesso un consiglio valido per i sindacati: “"Le mediazioni vanno bene, il compromesso va bene, ma non si fanno a tutti i costi i compromessi”.
La Cgil si dichiara pronta ad "accettare la sfida", apprezzando "i toni diversi dal passato" del premier. Scherziamo? Quali toni diversi? Quale “passato” se in cinque mesi non ha fatto altro che dichiarare che “può fare a meno” di tutti (anche del parlamento) grazie all’amico Berlusconi che notoriamente, da piduista, sa che la forza del sindacato deve essere distrutta per avere le mani totalmente libere. Come si può prevedere una “grande manifestazione” disinnescandola con tentativi di consultazioni sapendo che la legge sulla riforma del lavoro sarà già approvata personalmente da Renzie e dal fedele amico Berlusconi. Infatti Cisl e Uil si sono già smarcati, come sempre. Uno dimettendosi, l’altro trovando la proposta “interessante”.
Dopo l’abbattimento dell’art.18 , in fase avanzata, il FMI ha già ordinato la prossima mossa: ridurre le pensioni. Quelle che sono già le più povere dell’UE. Tutti alla fame. Indipendentemente dall’aumento e dai prossimi rincari annunciati come energia (+ 1,9%) e gas (+ 6,8%) con l’avanzare della stagione fredda. Grazie Obama, Merkel e Mongherini. Ci hanno fatto già pagare l’embargo e le “sanzioni” alla Russia. Loro ideologicamente decidono e sparlano e noi paghiamo.
Infatti sembrano i pupari della nostra storia, della nostra Costituzione, della nostra economia e della nostra cultura pacifica. Le utilizzano a piacimento personale, scaraventandoci, come dice Bergoglio in una terza guerra mondiale diffusa e in una povertà ormai endemica. Con il nostro plauso alienato.
L’abbattimento dell’art.18, anche se non serve, lo hanno deciso altri, per pura ideologia. L’Italia è cavia della disarticolazione della giurisprudenza del lavoro e della sua dignità. Ovviamente facendola fare alla “sinistra”.


giovedì 25 settembre 2014

Partiti e sindacati

di Tonino D'Orazio 
 
Sono parole forti o è una concreta strategia alla quale stiamo assistendo e in un certo modo partecipando?
Il nostro ideale repubblicano deriva interamente dalla nozione di volontà generale, anche se questa è una nozione assai complessa. Poiché in realtà si tratta di preferire la volontà del popolo a una volontà singola. Certamente pensare non che una cosa sia giusta perché il popolo la vuole, ma che a certe condizioni il volere del popolo ha maggiori probabilità di qualsiasi altro volere di essere conforme alla giustizia sociale e politica. O perlomeno a diminuire errori politici complessivi. Eppure se una sola passione collettiva (per esempio la guerra) afferra tutto un paese, il paese intero è unanime nel delitto.
L’altro elemento che sembra meno evidente in questa fase “democratica” è che il popolo possa esprimere il suo volere rispetto ai problemi della vita pubblica e non fare soltanto una scelta di persone. Questa è una esigenza compressa ormai da partiti diventati autoritari per impedirlo e che decidono in modo viscido a nome loro. Sembra che la volontà generale non abbia alcuna relazione con le loro scelte. Quant’anche spesso pilotate. In realtà un Renzie comanda con il voto di meno di 20 cittadini su cento italiani. Ne va anche strumentalmente molto fiero, come i re “unti dal Signore”. Eppure la realtà sta rincorrendo le sue fughe in avanti, e a parte qualche ulteriore piroetta non può stare sereno.
In linea di principio il partito (o il sindacato) è uno strumento al servizio di una certa concezione del bene pubblico. E’ uno strumento per “fabbricare” una passione collettiva tale da diventare maggioranza ed avere aspirazioni egemoniche. Sono sempre legati agli interessi di una categoria sociale e esercita passione presso i propri iscritti se vi rimane. Viene combattuto da partiti avversari con passioni diverse se non inconsciamente simili, nella difficoltà di cosa ritenere buono per bene pubblico o bene privato. Spesso facendo coincidere il bene pubblico e quegli interessi. Finché risultino formalmente evidenti, altrimenti vengono mascherati perfino contro l’ovvietà. Questo è un virus mortale per i partiti poiché non tutti possono rappresentare tutti, a meno di definire uno stato sociale, con tutte le sue pulsioni, “pacificato” e non suscettibile di tensioni o capovolgimenti. Situazione dove tutti cedono sovranità al più “forte” che si è impossessato di tutti gli strumenti offerti, volenti o nolenti, dalla “democrazia”.
La pressione collettiva viene esercitata sul grande pubblico attraverso la propaganda. Lo scopo confessato dalla propaganda è di persuadere, non di comunicare. Tutti i partiti fanno propaganda e nessuno può negare il loro obiettivo di educare il pubblico, e lavorare per “formare” il giudizio del popolo in passione utilizzabile. Pensate alla presa culturale dei partiti per l’indottrinamento della e nella scuola. Oppure in questi mesi l’indottrinamento televisivo, anche se a volte ridicolo, di “quanti bei vantaggi” abbiamo ottenuto dall’Europa, sapendo quanto quest’ultima sia stata un po’ maltrattata in queste ultime elezioni. Ma se continuano sanno che saremo educati allo scopo, almeno la parte utile o più debole critica-mente della popolazione.
In linea di principio il partito è uno strumento al servizio di una certa concezione del bene pubblico, almeno così si può interpretare nella storia e nella nostra Costituzione, anche se non hanno mai voluto essere “regolamentati” da leggi chiare sul loro funzionamento e sui loro limiti riguardo alla preminenza del popolo, unico vero arbitro. Ciò è vero anche per quelli che sono legati agli interessi di una categoria sociale, come le organizzazioni sindacali che organizzano milioni di persone, poiché si tratta sempre di una certa concezione del bene pubblico in virtù della quale vi sarebbe coincidenza tra il bene pubblico e quegli interessi. Anche se questa concezione in verità risulta estremamente vaga quando poi si scontra con la predominanza degli interessi più “forti”. Tra l’altro una concezione del bene pubblico non è cosa facile da pensare e perseguire, soprattutto se la società di riferimento viene opportunamente aiutata a frazionarsi e deflagrare. Un partito però pone come assioma di rappresentare il bene pubblico e di tutti. Ciò non è mai esistito, è solo appropriazione del potere. Poi si vedrà. E non si è visto altro, da un po’ di anni, che accozzaglie innaturali di idee messe in comune in grandi “coalizioni” e aggregazioni come collanti per il potere. Il risultato è feroce per il bene pubblico e per il popolo (o no?).
Tra l’altro alcune espressioni in merito al partito sono chiare. Nessuno parlerebbe più oggi col termine un po’ guerriero del “militante”. Nessuno può utilizzare il termine di rappresentanza di una parte della società se non strumentalmente. Anzi voler rappresentare tutti, pur significando di non rappresentare nessuno, lo possono fare insieme e in accordo due parti anche in profondo contrasto ideale e rappresentativo fra loro, con un tira e molla risultato deleterio per i più deboli. Partito “liquido” (drammaticamente come l’acqua che occupa gli spazi vuoti e si adatta a qualsiasi contenitore), cioè non più strutturato con posizioni condivise da circoli o dalla partecipazione continua. Vi sono oggi solo riunioni di organismi dirigenti, eletti ogni tot anni, con segreterie plenipotenziarie, anzi segretari autoritari (leader populisti), alle quali le maggioranze sono costrette poi a delegare tutte le decisioni. Spesso in ritardo culturale e politico in rapporto alle linee congressuali condivise , in un quadro politico reale in sviluppo troppo rapido. Quindi non esiste una linea di partito o di sindacato. E’ come una macchina nuova appena uscita dalla concessionaria; vale meno della metà. Tutto da rifare anche durante i congressi stessi. Quello della Cgil per esempio, pur con un “progetto” per il lavoro, è avvenuto in un passaggio di consegne tra due governi e due premier non eletti, ma estremamente decisionisti. Non se ne fa nulla.
Il problema di fondo è che ormai i partiti liquidi, ma con un solo capo, si sono impadroniti dello Stato, della Carta Costituzionale e di tutte le leve del potere, andando avanti nella dissacrazione degli stessi, nella manipolazione della rappresentanza popolare e nel consolidamento della loro illegalità (povera Corte Costituzionale!). A questo livello questi partiti sono un bene o un male? Sono autoriformabili o non meritano il titolo, pur interessante e democratico, di partito, essendo diventati tutt’altro?
Finalmente anche la Camusso e la Cgil, ma forse non tutta, in un intervista decreta che questo “governo sceglie misure di destra, la sua unica logica è attaccare i sindacati”. Intanto l’aver capito tardi, da almeno due congressi che la logica capitalistica di questo secolo è quella di abolire i sindacati, rendendoli pressoché inutili (“Se ne può fare a meno” esplicitato) perché malgrado la lotta blanda di questi ultimi due decenni e l’accettazione di un concetto di flessibilità del lavoro ormai con grande evidenza diventato tallone di Achille con la precarizzazione, rimane ancora uno zoccolo duro della difesa dei diritti. E’ troppo per un neocapitalismo e una concezione americana, cioè accordi fabbrica per fabbrica, convivere con l’esistenza di un sindacato confederale dei lavoratori, ma forse anche con quello padronale. E’ tardi per dire che “l’Europa è contro un mercato del lavoro duale, [dopo aver rincorso le straordinarie cavolate di Ichino per anni, visti i risultati. Ndr.] e che in Europa è il contratto a tempo indeterminato ad essere considerato lo standard”.
Però se la Cgil non rappresenta più il mondo complessivo reale del lavoro può essere oggi attaccata frontalmente dalle forze di destra e quelle che fanno finta di essere di sinistra. Insieme l’hanno, e continuano, sgretolata. Non riesce realisticamente a minacciare più niente e nessuno, i suoi strumenti storici sono spuntati. Sono rimasti spesso proclami. Pensare che chi ha aiutato a spuntarglieli possano essere stati anche Cisl e Uil, con la trappola dell’unità a tutti i costi, non è peccato. E’ il compimento di un altro capitolo della P2. Il virus dell’indebolimento covava da dopo Cofferati e forse già con lui. Ma soprattutto da quando la “sinistra” politica del paese, non più sponda dei lavoratori, è diventata collaterale alla destra e alla sua ideologia.

martedì 26 agosto 2014

M5S tra normalità e condizionamenti.

di Tonino D'Orazio
 
La nostra società è diventata anomala. Da popolo civile e pacifico di democristiana memoria, siamo diventati un popolo guerrafondaio da quando gli ex socialisti e gli ex comunisti, in un modo o nell’altro, con l’aiuto degli ex-democristiani sono andati al governo. C’è stato un baratto da qualche parte.
La normalità civile è quella talmente banale di Di Battista (M5S) che fa scalpore. Ripudiare la guerra, anche “umanitaria”, è diventata una vergogna. Altro che art.11 della Costituzione! La nuova costituzione informale in atto, sostenuta da Napolitano ex-garante, è quella della guerra e dell’acquisto degli armamenti più sofisticati di offesa. Vedi gli F-35, anche se non funzionano e semplicemente cadono con tutte le loro bombe, quel che ci è dato sapere è che, a parte noi, non li vuole più nessuno, americani compresi. Comunque dobbiamo costruire e vendere armi, altrimenti molte famiglie di lavoratori bresciani o vicentini di cosa vivrebbero.
Dire che tutte le guerre di accaparramento di risorse e territori altrui sono atti terroristici sembra una bestemmia. La verità è una bestemmia, ormai, sempre. Dire che Gli Usa costituiscono il principale pericolo per la pace nel mondo e che agiscono con metodi terroristici ovunque, è proibito. Dire che comportano a cuor leggero il massacro di milioni di donne, vecchi e bambini da anni in tutto il mondo, diventa una bestemmia. Pensate all'uccisione di un milione d’iracheni in una guerra dichiarata sulle menzogne. Dire che si possa chiedere di conto è proibito. Anche che l’ONU non serve a nulla. Spesso è la lunga mano del padrone per rendere le aggressioni “legali”. La verità evidente, nascosta ingenuamente in un mare di chiacchiere televisive, è una bestemmia.
Dire che dietro tutti gli atti terroristici in atto ci sono le religioni, anche se in parte sono quelli che sembrano più cruenti e fondamentali, e nascondere il concetto “liberale di capitalismo avanzato” insieme alla nostra “democrazia coloniale di esportazione armi alla mano”, è una bestemmia. Rendere il re nudo è una bestemmia. E’ la nostra sofisticata ipocrisia culturale.
Arriva un giovane e dice che terroristi sono quelle che scatenano le guerre e massacrano a mo’ di genocidio, intere popolazioni inermi e a casa loro. Manco avesse fatto il ’68! Che si scatenino i giornali di destra che sempre sono sostenuti e sostengono il “capitalismo avanzato”, di cui abbiamo sotto gli occhi gli ottimi risultati, mi sembra normale. Sarà banale ma tutta la storia ce lo racconta. Da una guerra all’altra, cioè da un disastro all’altro.
Invece la disfatta culturale vera sono i giornali di centrosinistra, (ormai senza trattino e anche in via di sparizione), che in coro sostengono la cultura guerrafondaia delle destre, confondendosi negli stessi ragionamenti e di fatto diventando come loro, se non a volte più accaniti, per rendere violentemente vero un dato di fatto falso, la loro cattiva coscienza.
Pensate alla non meglio precisata Mogherini, o alla Pinotti (Ministro non più della difesa ma della guerra), che io da buon e civile italiano spero che, da guerrafondaia appena arrivata, non diventi responsabile della politica estera, invero inesistente, della commissione europea. Per essere candidata di buona volontà minaccia guerre quasi da sola. Potrebbe anche andare in giro a minacciare e agitare a destra e a manca la forza militare dell’amico americano. Lei sa chi sono i terroristi e non, glielo hanno detto. Sa a chi dare armi o non, giusto per fare il nostro lavoro di aiuto pulizia. Aggiungendo disastri umanitari ad altri disastri. Sempre a casa d’altri per le nostre ragioni.

Non era meglio combattere le deviazioni economiche e culturali comuniste che trovarsi un nemico estremamente diverso come l’islamismo? Diventato “fanatico” perché hanno capito che con noi non c’è speranza, per cui, guarda caso, non ci amano. Perché sono in crescita esponenziale di natalità e nel giro di 20-30 anni saranno metà della popolazione europea. Chiederanno i conti ai nostri figli e nipoti come gli ebrei tentano ancora di fare con noi con l’olocausto proprio mentre compiono un loro bel genocidio in Palestina?
Invece di decimazione bisogna incominciare ad usare la parola centimazione, se non millemasione. Un bianco, o un ebreo, per mille musulmani. Giusto per un conto pari.
Qualcuno chiederà i conti per i milioni di morti compiuti da noi, perché ormai bisogna sempre più usare il “noi”, in tutte quelle aree di cultura islamica? Un noi complice e corresponsabile. Un noi insieme e a seguito di un popolo “amico” che rivendica esplicitamente il diritto di ingerirsi ovunque, rubando e distruggendo, cioè un popolo terrorista con un governo terrorista. Un noi socialista, insieme all’amico Hollande. La verità è una bestemmia.
Cosa dice l’insensato Di Battista, se non quello che dice Bergoglio: “fermate le guerre”, “sono terroristi chi le fa” e chi distribuisce armi, seminando terrore e morte. Ma il concetto sofisticato di due pesi e due misure è il fascino dell’ipocrisia. I morti non sono tutti uguali. C’è sempre chi etnicamente vale di più, e guarda caso sono sempre gli stessi. Ma i simboli sono simboli, e “l’altro” è sicuramente e sempre il nemico.
Un giornalista decapitato, me ne dispiace come qualsiasi morte inutile e violenta. La scena ci viene riproposta tutti i giorni su tutte le reti. Non per questo mi sale la febbre vendicatrice della guerra, come vorrebbero le oligarchie guerrafondaie e venditrici di armi. A me ricorda comunque il regime attuale dell’Arabia Saudita laddove le decapitazioni sono all’ordine del giorno. E guarda caso il giornalista, spero non sia embeded (a seguito della censura militare), viene vestito di arancione a memoria di altri ancora imprigionati con grandi sofferenze, senza diritti, senza giudizio, nemmeno sommario, a Guantanamo. Sempre i simboli. Quanti morti a Gaza per un soldato israeliano “sequestrato” che chissà che ci faceva, armato, in casa d’altri, se non esportare la buona novella di una storia di 2.000 anni fa.
L’altro insensato non vi sembra Renzie? Con l’ennesima balla “l’Europa vincerà il terrorismo”, distribuendo armi, aumentando le faide etniche oltre che infra-religiose irachene, parafrasando Obama e non rendendosi conto (ma sicuramente sì) che fino ad oggi non si è fatto altro che aggiungere benzina (già, sempre il petrolio!) sul fuoco. La verità rimane sempre una bestemmia, malgrado l’evidenza, quando si degnano di farci vedere qualcosa.
Di Battista ha detto semplicemente “il re è nudo” e non deve sembrare strano che tutti i ciechi, e i poco vedenti in malafede, ce l’abbiano con lui. La verità è diventata bestemmia, è diventata negativa, ha cambiato senso e direzione, un po’ come le “riforme”.

sabato 16 agosto 2014

Gli amici nemici

di Tonino D'Orazio

Gran confusione regna nel mondo del pensiero unico. I nemici sono diventati amici e gli amici, nemici.
In Iraq, il premio Nobel per la pace Obama non può fare a meno di dichiarare operazioni di guerra, le solite operazioni mirate o mascherate che non convincono più nessuno, per salvare i mobili, con tutte le conseguenze degli inevitabili effetti collaterali tollerabili. Cioè il massacro dei civili. I sunniti, gli islamisti meno fanatici, alleati qualche anno fa nella “ricostruzione” dell’Iraq contro i jadisti sciiti iraniani, oggi sono diventati terroristi, semplicemente perché vogliono sopravvivere al loro genocidio in atto e riprendersi la loro terra.
Obama, troppo buono, lancia cibo, acqua e bombe. Un mix perfetto delle guerre di pace. Intorno a Erbil (!), dove stranamente sembrano essersi concentrati i diplomatici e i “contractors” americani occupanti da salvare. E nei dintorni non sappiamo quanti a noi cari cristiani. Con il plauso ostentato del socialista rivoluzionario francese Hollande, pronto a menar le mani per nascondere il suo fallimento in patria. Ci risiamo con i pozzi di petrolio, derubati da più di 10 anni, da salvaguardare.
Ovviamente chi fa resistenza per difendere o riprendersi la propria terra è un terrorista, una volta erano partigiani. Era idem per la Resistenza italiana e i nazi-fascisti. Eppure l’esperienza storica ci dice che nessun popolo, almeno da mille anni, è mai riuscito a sopraffarne un altro fuori casa per parecchio tempo. Prima o poi tocca scappare o massacrare fino all’estinzione. Armeni, curdi, Viet Nam, Afganistan, Palestinesi ecc…
Lo stesso concetto di esportazione della democrazia occidentale e delle popolazioni bianche sembra un grande flop. Potrà durare solo con le armi.
Dopo aver combattuto contro i nazisti e i fascisti nell’ultima guerra, ribadendo il grande valore della democrazia contro le dittature, nell’anniversario dello sbarco di Normandia, cacciati dalle cerimonie i russi che avevano perso solo 20 milioni di persone dall’altro lato, ritroviamo i nord americani e gli inglesi, che nascondono sempre la mano, che potenziano i fascisti di ogni tipo, in tutto il mondo, pur di raggiungere l’obiettivo di essere l’unica potenza. Grandi gli amici nazisti ungheresi, poi ucraini e adesso i turchi e presto altri paesi.
Potete cercare in tutti i colpi di stato del mondo, dalla “liberazione” in poi, e troverete tutti gli esempi reali possibili, dall’America latina al sud-est asiatico. Dalle teorie di Kissinger, e i suoi genocidi, ai presidenti nord americani. Fra gli ultimi del dopo guerra solo Carter non ha promosso nessuna guerra di rapina e infatti non è stato rieletto. Mentre è in atto, in modo soft, una guerra economica micidiale contro l’Europa e la sua storia sociale. Una specie di “fotti compagni” consenzienti.
Ukraina e sostegno di Cia, Nato e quant’altro, tramite i nuovi mazzieri nazisti, nel colpo di stato “democratico” di piazza, nuova formula magica di soggiogamento e sopraffazione. Ipocrisia ? Se ne assume la responsabilità un capitalista rinomato, Soros. I nazi-fascisti, quando servono, possono essere solo che amici. Tanto la colpa è sempre degli altri, dei nemici che diventano per incanto dei terroristi, delle vittime o dei corrotti che diventano subito amici. Un capovolgimento sfacciato delle questioni ideali sottomesse al “fine giustifica i mezzi”. Da quando Putin si è ripreso le sue fonti energetiche, (ancora ‘sto petrolio!) dalle grinfie anglo-americane cedute dall’alcolizzato Eltsin al libero mercato (cioè agli anglo-americani), è diventato il nemico da circondare e da abbattere. Il problema è che non è più nemmeno comunista il che avrebbe facilitato sicuramente le cose. E noi siamo partecipi, irragionevolmente di parte e servi, sia sul piano dell’intossicazione informativa e ideologica che sull’abbattimento dell’art.11 (divieto di guerra) della Costituzione ormai più volte violentata. In fondo ha ragione la banca nord americana JP Morgan Chase a chiedersi a che servono più le Costituzioni anti-fasciste, a chiedere di modificarle (operazione in atto soprattutto grazie ai nuovi e vecchi socialisti) poiché rischiano di mettere a nudo i comportamenti autoritari del neoliberismo e la sua concezione affina. Cosa proibita di per sé. Il faro è il faro. Guida la guerra dei ricchi contro i poveri, con il consenso di questi ultimi. Ossimoro? Alienazione? Grande stupidità?
Gli amici nemici palestinesi. Tutto l’armamento, le bombe, sui civili palestinesi su donne e bambini sono pagati da Obama. Troppo semplice? E’ necessario scremare l’intossicazione delle raffinate analisi di parte e la cruda realtà dei fatti. La violenza genocida degli israeliani, degli ebrei, è talmente evidente che si riesce a nasconderla solo con ipocrite chiacchiere. Basta seguire i telegiornali di questi giorni, con un rigurgito di film vecchi e nuovi sui poveri ebrei e sulla bibbia, su tutte le reti. Giornaliste italiane di origine ebraica che parlano dai loro comodi alberghi di Gerusalemme e immagini proiettate fuori campo. Le chiacchiere nascondono i fatti e sono la bevanda degli sprovveduti, o finti sprovveduti. 24 morti israeliani, 1600 morti palestinesi inermi fino ad oggi, in gran parte donne e bambini, i riproduttori del futuro, (esatta definizione del genocidio programmato), fino a sparare sui neonati dei brefotrofi proprietà della coscienza poco pulita dell’Onu, che si scandalizza ma non manda i caschi blu. Non hanno il consenso dei nord americani. E’ una guerra tra super armati e indiani con archi e frecce. Ma in pericolo ci sono gli israeliani, cioè quelli che occupano impunemente i territori degli altri, per questo si capisce la solidale amicizia dei nord americani, quelli che hanno ridotto la striscia di Gaza, ma anche il resto, ad un grande Lager a cielo aperto, dove i prigionieri non costano nulla ai loro carcerieri. Quelli che hanno costruito, con i soldi nord americani, il nuovo muro della vergogna e dell’apartheid. Capovolgimento della storia. In fondo il sionismo è un po’ uguale al fascismo, ha le stesse caratteristiche e lo stesso fascino. Bisogna sostenerlo in nome della democrazia. Però la ferita piange un po’, allora tutti i capi di stato embeded (addomesticati) si mettono di mezzo a fini umanitari, a pacificare l’impacificabile, in realtà per non far rimanere soli sui banchi degli imputati i nord americani e gli israeliani.
A volte mi domando, occupando gli americani il nostro paese, cosa faremmo. E’ vero che pezzi del nostro territorio, forse per “uso capione”, per accordi segreti di svendita, ormai gli appartiene. Tra poco anche l’Eni, giusto per entrare nei programmi italo-russi di Gazprom. Però molti pensano che, sul carro del vincitore guerrafondaio, staremmo più comodi, saremmo anche noi vincitori per alone, e vedremmo solo qualche pazzo partigiano riparlare di vera libertà e democrazia. Un po’ come tra il 1944 e il 1945.

ISIS: Che fare?

dal Blog di Beppe Grillo

Veramente utile questo sunto. Un vademecum essenziale per capire cosa succede là fuori.



"Dagli anni '20 ai '60
A Sèvres, nel 1921, Francia e Gran Bretagna si spartirono i possedimenti mediorientali dell'ormai decaduto Impero Ottomano.
Alla Francia andarono Libano e Siria, alla GB la Palestina, la Transgiordania e l'odierno Iraq. I confini vennero segnati utilizzando matite, righelli e, probabilmente, sotto l'influsso di qualche coppa di champagne.
Altrimenti come ci si potrebbe spiegare l'invenzione folle del Regno dell'Iraq, uno stato abitato, oltre che da decine di minoranze, da tre popolazioni profondamente diverse tra loro: i curdi, gli sciiti e i sunniti?
La drammatica storia dell'Iraq nasce tutta da qui. Colpi di stato, spinte autonomiste curde, resistenze sunnite, attentati sciiti, difesa del controllo petrolifero da parte del Regno Unito, intervento della Germania nazista. Non si sono fatti mancare nulla fuorché la pace.
La CIA e i colpi di Stato che fanno meno scalpore del terrorismo
Durante la crisi di Suez Baghdad divenne la principale base inglese, nel 1958 venne abolita la monarchia e nel 1963, anche in chiave anti-sovietica, la CIA favorì un colpo di stato per deporre Abd al-Karim Qasim, l'allora premier iracheno, colpevole di aver approvato una norma che proibiva l'assegnazione di nuove concessioni petrolifere alle multinazionali straniere. In Iraq, tra deserto, cammelli e rovine babilonesi accadde quel che già si era visto all'ombra delle piramidi maya nel 1954 quando Allen Dulles*, direttore della CIA, armò truppe mercenarie honduregne per buttare giù Jacobo Arbenz, il Presidente del Guatemala regolarmente eletto, colpevole di voler espropriare le terre inutilizzate appartenenti alla statunitense United Fruit Company e distribuirle ai contadini. Risultato? Presidenti fantoccio, guerra civile e povertà.
Mi domando per quale razza di motivo si provi orrore per il terrorismo islamico e non per i colpi di stato promossi dalla CIA. Destituire, solo per osceni interessi economici, un governo regolarmente eletto con la conseguenza di favorire una guerra civile è meno grave di far esplodere un aereo in volo?
L'Iraq, come il Guatemala o il Congo RCD hanno avuto il torto di possedere delle risorse. I poveri hanno il torto di avere ricchezza sotto ai piedi. Il petrolio iracheno è stato il peggior nemico del popolo iracheno. A Baghdad nel 1960, tre anni prima della deposizione di Qasim, Iraq, Iran, Venezuela e Arabia Saudita avevano fondato l'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC), per contrastare lo strapotere delle “7 sorelle”, le principali compagnie petrolifere mondiali così chiamate da Enrico Mattei, il Presidente dell'ENI di quegli anni.
Mattei e la sovranità nazionale in Medio Oriente
Una digressione su Mattei è d'obbligo, se non altro per capire quanto, dall'invenzione del “profitto ad ogni costo”, ogni industriale, stato sovrano o partito politico si sia messo contro il capitalismo internazionale abbia fatto una brutta fine. E' successo a brave persone e a delinquenti, a politici democratici e a dittatori sanguinari difesi fino a che lo spargimento di sangue dei quali erano responsabili non avesse intaccato gli interessi del grande capitale. Mattei, dopo aver concluso importanti affari con l'Iran, si stata avvicinando a Qasim quest'ultimo alla ricerca di un nuovo partner commerciale che gli garantisse maggiori introiti di quelli concessi dagli inglesi. La sacrosanta ricerca di sovranità economica, politica ed energetica da parte di alcuni paesi mediorientali era ben vista da Mattei il quale, mosso da una intraprendenza tipicamente italiana e dall'ambizione di fare gli interessi dello Stato, ne scorgeva un'opportunità imperdibile.
Quando nel 1961 il Regno Unito concesse l'indipendenza al Kuwait Mattei fiutò l'affare. Baghdad ha sempre ritenuto il Kuwait parte del suo territorio e quando la GB lo proclamò stato sovrano Qasim si indignò per lo smacco subito convincendosi della necessità di trovare nuovi paesi con cui concludere affari**. Mattei e Qasim, nonostante il primo ministro Fanfani e il ministro degli esteri Segni negarono qualsiasi coinvolgimento italiano, iniziarono una serie di trattative e, sembra, che dei tecnici ENI si recarono in Iraq. Quel che è certo è che le 7 sorelle sono come i fili della luce: “se li tocchi muori”. Tre mesi e mezzo prima che Qasim, con il beneplacito della CIA, venisse trucidato a Baghdad, Mattei esplode in aria con il suo aereo privato. I mandanti e gli esecutori del suo assassinio sono ancora ignoti tuttavia è bene ricordare che Tommaso Buscetta, il pentito che descrisse per filo e per segno la struttura di “Cosa Nostra” a Giovanni Falcone, dichiarò che Mattei venne ucciso dalla mafia per fare “un favore agli stranieri” e che Mauro De Mauro, il giornalista che stava indagando sulla morte di Mattei, venne rapito e ucciso da Mimmo Teresi su ordine di Stefano Bontade***.
Il futuro è nero, come l'oro che fa scorrere il sangue
In “La verità nascosta sul petrolioEric Laurent scrive: “Il mondo del petrolio è dello stesso colore del liquido tanto ricercato: nero, come le tendenze più oscure della natura umana. Suscita bramosie, accende passioni, provoca tradimenti e conflitti omicidi, porta alle manipolazioni più scandalose”.
Conflitti omicidi, manipolazioni scandalose, tradimenti”. Queste parole sembrano descrivere perfettamente la storia dell'Iraq moderno.
Saddam Hussein divenne Presidente della Repubblica irachena nel 1979 sostituendo Al-Bakr, l'ex-leader del partito Ba'th che qualche anno prima aveva nazionalizzato l'impresa britannica Iraq Petroleum Company. Saddam, con l'enorme denaro ricavato dalla vendita di petrolio, cambiò radicalmente il Paese. Sostituì la legge coranica con dei codici di stampo occidentale, portò la corrente fino ai villaggi più poveri, fece approvare leggi che garantivano maggiori diritti alle donne. L'istruzione e la salute divennero gratuite per tutti. In quegli anni di profonda instabilità regionale il regime di Saddam divenne un esempio di ordine e sicurezza. Tuttavia tutto questo ebbe un prezzo. I cristiani non erano un pericolo per il regime e vennero lasciati in pace ma i curdi, vuoi per le loro spinte autonomiste che per la loro presenza potenzialmente pericolosa in zone ricche di petrolio, vennero colpiti, discriminati e spesso trucidati. Lo stesso avvenne agli sciiti che non abbassavano la testa. Quando Saddam gli riversò contro le armi chimiche fornitegli dagli USA in chiave anti-iraniana nessuna istituzione statunitense parlò di genocidio, di diritti umani violati, di terrorismo islamico. Saddam era ancora un buon amico. L'amichevole stretta di mano tra il leader iracheno e Donald Rumsfeld, all'epoca inviato speciale di Reagan, dimostra quanto per gli USA la violenza è un problema a giorni alterni. Negli anni '80 Washington era preoccupata dall'intraprendenza economica di Teheran e Saddam era un possibile alleato per contrastare la linea anti-occidentale nata in Iran con la rivoluzione del '79.
Anni di guerre
Tuttavia, sebbene la Repubblica islamica iraniana fosse apertamente anti-americana gli USA fornirono armi a Teheran durante la guerra Iran-Iraq. Il denaro è sempre denaro! Con i proventi della vendita di armi all'Iran gli USA finanziarono tra l'altro i paramilitari delle Contras che avevano come obiettivo la destituzione in Nicaragua del governo sandinista regolarmente eletto.
Ovviamente gli USA (anche l'URSS - la guerra fredda diventava tiepida se si potevano fare affari assieme) finanziarono contemporaneamente Saddam. Il sogno dell'industria bellica, una guerra infinita combattuta da due forze equivalenti, era diventato realtà. Per diversi anni le potenze occidentali lasciarono Iraq e Iran a scannarsi tra loro. Un milione di morti dell'epoca non valevano, evidentemente, le migliaia di vittime provocate dall'avanzata dell'ISIS di questi giorni. Le multinazionali della morte appena finito di parlare con Saddam alzavano la cornetta e chiamavano Teheran. «Ho appena venduto all'Iraq 200 carri armati ma a te ti do a un prezzo stracciano questa batteria anticarro». Le cose cambiarono quando l'esercito iraniano prese il sopravvento. Teheran stava per espugnare Bassora quando gli USA, sedicenti cacciatori di armi chimiche in tutto il mondo, inviarono una partita di gas cianuro a Saddam il quale non perse tempo e lo utilizzò per respingere le truppe iraniane. Ma si sa, gli USA sono generosi e di gas ne inviarono parecchio. Saddam pensò bene di utilizzarne la restante parte per gassare l'intera popolazione curda del villaggio di Halabja ma in occidente nessuno si strappò le vesti, il dittatore era ancora un buon amico. Saddam divenne un acerrimo nemico quando invase il Kuwait. Anche in quel caso non furono i morti o le centinaia di migliaia di profughi a preoccupare i funzionari di Washington sempre a stretto contatto con Wall Street. La conquista irachena del Kuwait metteva in pericolo gli interessi economici statunitensi. Una cosa inaccettabile per chi da anni lavora per il controllo mondiale del petrolio. L'operazione “Desert Storm” venne lanciata, il Kuwait “liberato” ma Saddam rimase al suo posto. Un'eccessivo indebolimento dell'Iraq avrebbe favorito Teheran e questo sarebbe stato intollerabile. I bombardamenti USA causarono oltre 30.000 bambini morti ma erano “bombe a fin di bene”.
L'11 settembre
L'attentato alle Torri Gemelle fu una panacea per il grande capitale nordamericano. Forse anche a New York qualcuno “alle 3 e mezza di mattina rideva dentro il letto” come capitò a quelle merde dopo il terremoto a L'Aquila. Quei 3.000 morti americani vennero utilizzati come pretesto per attaccare l'Afghanistan, un paese con delle leggi antitetiche rispetto al nostro diritto ma che con il terrorismo internazionale non ha mai avuto a che fare, e l'Iraq. Era ormai tempo di buttare giù Saddam e prendere il pieno controllo del petrolio iracheno. La vittoria della Nato fece piombare il Paese in una guerra civile senza precedenti e le fantomatiche armi di distruzione di massa non vennero mai trovate. Ripeto, Saddam le aveva, ahimè, già utilizzate e gli USA lo sapevano benissimo. A questo punto mi domando quanto un miliziano dell'ISIS capace di decapitare con una violenza inaudita un prigioniero sia così diverso dal Segretario di Stato Colin Powell colui che, mentendo e sapendo di mentire, mostrò una provetta di antrace fornitagli da chissà chi per giustificare l'imminente attacco all'Iraq. Una guerra che ha fatto un numero di morti tra i civili migliaia di volte superiore a quelli provocati dallo Stato Islamico in queste settimane. La sconfitta del sunnita Saddam Hussein scatenò la popolazione sciita che covava da anni desideri di vendetta. Attentati alle reciproche moschee uccisero migliaia di persone. Da quel giorno in Iraq c'è l'inferno ma i responsabili fanno shopping sulla Fifth Avenue e vacanze alla Caiman. L'avanzata violenta, sanguinaria, feroce dell'ISIS è soltanto l'ultimo atto di una guerra innescata dai partiti occidentali costretti a restituire i favori ottenuti dalle multinazionali degli armamenti durante le campagne elettorali. Comprare F35 mentre l'Italia muore di fame o bombardare un villaggio iracheno mettendo in prevenivo i “danni collaterali” sono azioni criminali che hanno la stessa matrice: il primato del profitto sulla politica.
Cosa fare adesso?
L'ISIS avanza, conquista città importanti e minaccia migliaia di cristiani. In tutto ciò l'esercito iracheno, creato e addestrato anche con i soldi dei contribuenti italiani, si è liquefatto come neve al sole dimostrando, se ancora ve ne fosse bisogno, il totale fallimento del progetto made in USA che noi abbiamo sposato senza diritto di parola. E' evidente che la comunità internazionale e l'Italia debbano prendere una posizione. Se non è semplice scegliere cosa fare, anche se delle idee logiche già esistono, è elementare capire quel che non si debba più fare.
1) Innanzitutto occorre mettere in discussione, una volta per tutte, la leadership nordamericana. Gli USA non ne hanno azzeccata una in Medio Oriente. Hanno portato morte, instabilità e povertà. Hanno dichiarato guerra al terrorismo e il risultato che hanno ottenuto è stato il moltiplicarsi del fenomeno stesso. A Roma, nel 2003, manifestammo contro l'intervento militare italiano in Iraq. Uno degli slogan era “se uccidi un terrorista ne nascono altri 100”. Siamo stati profeti anche se non ci voleva un genio per capirlo. Pensare di fermare la guerra in atto in Iraq armando i curdi è una follia che non credo che una persona intelligente come il Ministro Mogherini possa davvero pensare. Evidentemente le pressioni che ha subito in queste settimane e il desiderio che ha di occupare la poltrona di Ministro degli esteri della Commissione europea, l'hanno spinta ad avallare le posizioni di Obama e degli USA ormai autoproclamatisi, in barba al diritto internazionale, poliziotti del mondo. Loro, proprio loro, che hanno sostenuto colpi di stato in tutto il pianeta, venduto armi a dozzine di dittatori, loro che hanno impoverito mezzo mondo, loro che, da soli, utilizzano oltre il 50% delle risorse mondiali. Loro che hanno invaso Iraq e Afghanistan con il pretesto di distruggere le “cellule del terrore” ma che hanno soltanto progettato oleodotti, costruito a Baghdad la più grande ambasciata USA del mondo ed esportato, oltre alla loro democrazia, 25.000 contractors in Iraq, uomini e donne armati di 24ore che lavorano in tutti i campi, dalle armi al petrolio passando per la vendita di ambulanze. La guerra è davvero una meraviglia per le tasche di qualcuno.
2) L'Italia, ora che ne ha le possibilità, dovrebbe spingere affinché la UE promuova una conferenza di pace mondiale sul Medio Oriente alla quale partecipino i paesi dell'ALBA, della Lega araba, l'Iran, inserito stupidamente da Bush nell'asse del male e soprattutto la Russia un attore fondamentale che l'UE intende delegittimare andando contro i propri interessi per obbedire a Washington e sottoscrivere il TTIP il prima possibile. Essere alleati degli USA non significa essere sudditi, prima di applicare sanzioni economiche a Mosca, sanzioni che colpiscono più le imprese italiane che quelle russe, si dovrebbero pretendere le prove del coinvolgimento di Putin nell'abbattimento dell'aereo malese. Non dovrebbe bastare la parola di Washington, soprattuto alla luce delle menzogne dette sull'Iraq.
3) L'Italia dovrebbe promuovere una moratoria internazionale sulla vendita delle armi. Se vuoi la pace la smetti di lucrare sugli armamenti. «L'economia ne risentirebbe» sostiene qualcuno. Balle! Criminalità, povertà e immigrazione sono il frutto della guerra e la guerra si alimenta di sangue e di armi. Nel 2012 la Lockheed Martin, quella degli F35, ha incassato 44,8 miliardi di dollari, più del PIL dell'Etiopia, del Libano, del Kenya, del Ghana o della Tunisia. Chi si scandalizza dei crimini dell'ISIS è lo stesso che lo arma o, quanto meno, che lo ha armato. «Armiamo i curdi» sostiene la Mogherini. Chi ci dice che una volta vinta la guerra i curdi non utilizzeranno quelle armi sui civili sunniti? In fondo non è già successo con Saddam, con i signori della guerra in Afghanistan o in Libia dove la geniale linea franco-americana che l'Italia ha colpevolmente assecondato, ha eliminato dalla scena Gheddafi facendo cadere il Paese in un caos totale?
4) L'Italia dovrebbe trattare il terrorismo come il cancro. Il cancro si combatte eliminandone le cause non occupandosi esclusivamente degli effetti. Altrimenti se da un lato riduci la mortalità relativa da un altro la crescita del numero di malati fa aumentare ogni anno i decessi. E' logico! Vanno affrontate le cause. Si condanna in Nigeria Boko Haram ma si tace di fronte ai fenomeni di corruzione promossi da ENI che impoveriscono i nigeriani dando benzina alle lotte violente dei fondamentalisti.
5) L'Italia dovrebbe porre all'attenzione della comunità internazionale un problema che va risolto una volta per tutte: i confini degli stati. Non sta scritto da nessuna parta che popolazioni diverse debbano vivere sotto la stessa bandiera. Occorre, finalmente, trovare il coraggio di riflettere su un nuovo principio organizzativo. Troppi confini sono stati tracciati a tavolino con il righello dalle potenze coloniali del '900. L'obiettivo politico (parlo dell'obiettivo politico non delle assurde violenze commesse) dell'ISIS, ovvero la messa in discussione di alcuni stati-nazione imposti dall'occidente dopo la I guerra mondiale ha una sua logica. Il processo di nascita di nuove realtà su base etnica è inarrestabile sia in Medio Oriente che in Europa. Bisogna prenderne atto e, assieme a tutti gli attori coinvolti, trovare nuove e coraggiose soluzioni.
6) Dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione. Questo è un punto complesso ma decisivo. Nell'era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella. E' triste ma è una realtà. Se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche nonviolente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana. Non sto ne giustificando né approvando, lungi da me. Sto provando a capire. Per la sua natura di soggetto che risponde ad un'azione violenta subita il terrorista non lo sconfiggi mandando più droni, ma elevandolo ad interlocutore. Compito difficile ma necessario, altrimenti non si farà altro che far crescere il fenomeno.
7) Occorre legare indissolubilmente il terrorismo all'ingiustizia sociale. Il fatto che in Africa nera la prima causa di morte per i bambini sotto i 5 anni sia la diarrea ha qualcosa a che fare con l'insicurezza mondiale o con il terrorismo di Boko Haram? Il fatto che Gaza sia un lager ha a che fare con la scelta della lotta armata da parte di Hamas?
8) L'Italia dovrebbe cominciare a pensare alla costruzione di una società post-petrolifera. Il petrolio è la causa della stragrande maggioranza delle morti del XX e XXI secolo. Costruire una società post-petrolifera richiederà 40 anni forse ma prima cominci prima finisci. Non devi aspettare che il petrolio finisca. Come disse Beppe Grillo in uno dei suoi spettacoli illuminanti: «L'energia è la civiltà. Lasciarla in mano ai piromani/petrolieri è criminale. Perché aspettare che finisca il petrolio? L’età della pietra non è mica finita per mancanza di pietre»." Alessadro Di Battista
Note:
*Allen Dulle, famoso per aver preso parte alla “Commissione Warren”, la commissione presidenziale sull'assassinio di JFK, fu contemporaneamente direttore della CIA e avvocato delle United Fruit Company, l'attuale Chiquita. Qualche mese prima di aver sostenuto il colpo di stato ai danni di Arbenz si era macchiato della stessa vergogna in Iran. Sotto la sua direzione, infatti, venne lanciata l'Operazione Ajax per sovvertire il governo presieduto da Mohammad Mossadeq, anch'egli colpevole di aver nazionalizzato l'industria petrolifera il che avrebbe garantito introiti per il popolo iraniano e non più per le imprese anglo-americane.
**Anche in quest'ottica va letta l'invasione del Kuwait da parte di Saddam. Non si è trattato di un capriccio di un pazzo.
***Bontade e Teresi sono i due mafiosi che stipularono il “patto di non-aggressione” con Silvio Berlusconi grazie all'intermediazione criminale di Dell'Utri.

giovedì 14 agosto 2014

Il Manifesto. Uno spettro si aggira per l'Italia



Ogni tanto mi guardo indietro e ripenso a quando compravo "il Manifesto" e mi chiedo perché ho smesso di comprarlo. La risposta non è semplice, ma credo che abbia molto a che vedere con la frustrazione. Tutta la gioventù passata dietro l'illusione della rivoluzione e a credersi meglio dei tuoi compagni del gruppuscolo affianco, accusato delle peggiori nefandezze e delle peggiori infrazioni alla teologia ufficiale, santificata dal messia di turno o da una personale esegesi dei libri sacri. Alla fine capisci che tutti sti gruppuscoli altro non sono che la proiezione pubblica della frantumazione del tuo cervello e allora la frustrazione si impadronisce di te e quando a distanza di anni ci ripensi devi dare la colpa a qualcuno come il Manifesto che magari non c'entra nulla. Insomma orfano del tuo gruppo vorresti continuare a essere comunista, ma non capisci più come fare e a quale santo votarti. Poi quando è venuto il tempo dei vari Deleuze, Guattarì, Foucalt, Lacan e compagnia, una liberazione. Grazie Manifesto per avergli dato così tanto spazio. Via i vecchi arnesi arrugginiti del marxismo alla Pcml e finalmente il cuore si apre ad un linguaggio tanto più assurdo e incomprensibile, quanto portatore di verità, se solo si riuscisse a capire qual'è il cifrario giusto per decodificarlo. Ma l'entusiasmo dura poco, perché quando parli con la gente la mercato o con gli emarginati di ogni colore e nazionalità, capisci che con Deleuze non ci fai una mazza. Ecco questo è il momento che la frustrazione ti porta ad un gesto estremo, liberatorio, mandi a quel paese il Manifesto padre che ti ha creato o se preferite il Manifesto madre, ti emancipi e prendi il volo senza sapere dove andare, ma rinfrancato dall'assenza di concetti inutili.

Oggi mi trovo a domandarmi se il Manifesto farà prima o poi qualcosa di utile (il Fatto promuove campagne da centinai di migliaia di firme e almeno serve a qualcosa), ma quando ti imbatti in tipa velenosa e urticante come Ida Dominijanni, che ancora da retta a tipi come Massimo Recalcati, capisci perché hai lasciato il Manifesto e quasi rimpiangi Valentino Parlato e Rossana Rossanda. Essere “un giornale, un giornale, un giornale” non necessariamente è un merito, forse è solo un limite, anche cognitivo, e se poi non indichi una strada e ti perdi dietro gli ondeggiamenti di SEL, allora che ti seguo a fare?

Scusa Manifesto, in fondo siete delle brave persone e vi sono anche affezionato, ma perché da quando non vi compro più mi sento meno frustrato?

giovedì 31 luglio 2014

Lo strano default dell’Argentina

da gennarocarotenuto.it
 

Dopo il default, quello vero, quello del 2001 provocato dal fallimento strutturale del modello neoliberale, l’Argentina di Néstor Kirchner e poi di Cristina Fernández, aveva raggiunto accordi col 92.4% dei creditori per la ristrutturazione del debito. Restavano un manipolo dei più avvoltoi dei fondi speculativi, quelli che dagli anni ’80 reaganiani in qua si arricchiscono sulla fame dei popoli spostando capitali da un angolo all’altro del mondo e mandando in rovina l’economia reale con un click.
A quelli, ai fondi speculativi che detengono il 7.6% del debito argentino, la corte suprema di un paese terzo, gli Stati Uniti, aveva dato ragione, obbligando il paese a pagare non le condizioni pattuite col 92.4% restante dei creditori, ma fino all’ultimo dollaro. In buona sostanza quel tribunale ha affermato che, nonostante quel debito fosse palesemente usuraio, contratto da un governo corrotto e violatore dei diritti fondamentali della popolazione, costruito per portare un paese alla rovina e spolparlo fino alle ossa e nonostante 9 creditori su 10 avessero accettato l’idea di aver già speculato abbastanza sull’Argentina, considerando infine equo quanto proposto dal legittimo governo di Buenos Aires, questa dovesse comunque pagare quel debito ingiusto pena un capestro che vorrebbe far ripiombare nel caos un paese di 40 milioni di abitanti.
L’Argentina, pur restando in una situazione complessa sulla quale s’è più volte scritto, in questo decennio ha rialzato la testa in tanti modi, innanzitutto tornando ad essere un paese più giusto, con lo Stato che ha ripreso il suo posto, con una politica dei diritti umani modello per tutto il mondo e tornando ad essere un attore dell’economia internazionale. Lo ha fatto dopo che i 13 anni del cambio uno a uno col dollaro, preteso dall’FMI e accettato supinamente dai governi fondomonetaristi e costato la morte per fame di migliaia di bambini, l’avevano di fatto esclusa dall’economia reale, quella produttiva, nella quale un paese avanzato come l’Argentina produce di suo ed esporta sui mercati.
È in questo contesto che matura questo strano default che è una continuazione della guerra economica per strangolare il paese e seguitare a speculare. Di questa guerra sono complici le istituzioni finanziarie internazionali, le compagnie di rating, i fondi speculativi. L’Argentina in questi anni ha compiuto alla lettera i propri impegni di pagamento. Ancora lunedì, tre giorni fa, ha versato al Club di Parigi ben 650 milioni di dollari. Ora quello che c’è in ballo con questa sentenza non è tanto sedare gli appetiti degli avvoltoi ma rimettere in discussione oltre 500 miliardi di dollari che i vecchi creditori potrebbero pretendere con ricorsi a cascata una volta riaperta la porta. L’obbiettivo è sempre quello: porre fine all’anomalia latinoamericana, di governi che nell’ultimo decennio si sono allontanati dall’ortodossia monetarista e riprendere possesso da padroni di quello che dalle dittature genocide alla notte neoliberale hanno considerato loro.
L’Argentina però non solo ha agito in queste settimane con serietà e coerenza per ottenere condizioni giuste e legali e depositando al Banco Mellon di New York la somma dovuta come garanzia. L’Argentina, che era completamente isolata nel 2001, oggi non è sola. Ha la solidarietà di tutta l’America latina integrazionista, dal Brasile al Venezuela, ma anche di paesi come il Messico e la Francia, oltre che di grandi paesi come la Cina e istituzioni come il G77 e perfino della Unctad. Il mondo è cambiato non solo in peggio in questi tredici anni, gli avvoltoi che volano sul cielo di Buenos Aires vogliono riportarlo agli anni ’90.