giovedì 31 luglio 2014

Lo strano default dell’Argentina

da gennarocarotenuto.it
 

Dopo il default, quello vero, quello del 2001 provocato dal fallimento strutturale del modello neoliberale, l’Argentina di Néstor Kirchner e poi di Cristina Fernández, aveva raggiunto accordi col 92.4% dei creditori per la ristrutturazione del debito. Restavano un manipolo dei più avvoltoi dei fondi speculativi, quelli che dagli anni ’80 reaganiani in qua si arricchiscono sulla fame dei popoli spostando capitali da un angolo all’altro del mondo e mandando in rovina l’economia reale con un click.
A quelli, ai fondi speculativi che detengono il 7.6% del debito argentino, la corte suprema di un paese terzo, gli Stati Uniti, aveva dato ragione, obbligando il paese a pagare non le condizioni pattuite col 92.4% restante dei creditori, ma fino all’ultimo dollaro. In buona sostanza quel tribunale ha affermato che, nonostante quel debito fosse palesemente usuraio, contratto da un governo corrotto e violatore dei diritti fondamentali della popolazione, costruito per portare un paese alla rovina e spolparlo fino alle ossa e nonostante 9 creditori su 10 avessero accettato l’idea di aver già speculato abbastanza sull’Argentina, considerando infine equo quanto proposto dal legittimo governo di Buenos Aires, questa dovesse comunque pagare quel debito ingiusto pena un capestro che vorrebbe far ripiombare nel caos un paese di 40 milioni di abitanti.
L’Argentina, pur restando in una situazione complessa sulla quale s’è più volte scritto, in questo decennio ha rialzato la testa in tanti modi, innanzitutto tornando ad essere un paese più giusto, con lo Stato che ha ripreso il suo posto, con una politica dei diritti umani modello per tutto il mondo e tornando ad essere un attore dell’economia internazionale. Lo ha fatto dopo che i 13 anni del cambio uno a uno col dollaro, preteso dall’FMI e accettato supinamente dai governi fondomonetaristi e costato la morte per fame di migliaia di bambini, l’avevano di fatto esclusa dall’economia reale, quella produttiva, nella quale un paese avanzato come l’Argentina produce di suo ed esporta sui mercati.
È in questo contesto che matura questo strano default che è una continuazione della guerra economica per strangolare il paese e seguitare a speculare. Di questa guerra sono complici le istituzioni finanziarie internazionali, le compagnie di rating, i fondi speculativi. L’Argentina in questi anni ha compiuto alla lettera i propri impegni di pagamento. Ancora lunedì, tre giorni fa, ha versato al Club di Parigi ben 650 milioni di dollari. Ora quello che c’è in ballo con questa sentenza non è tanto sedare gli appetiti degli avvoltoi ma rimettere in discussione oltre 500 miliardi di dollari che i vecchi creditori potrebbero pretendere con ricorsi a cascata una volta riaperta la porta. L’obbiettivo è sempre quello: porre fine all’anomalia latinoamericana, di governi che nell’ultimo decennio si sono allontanati dall’ortodossia monetarista e riprendere possesso da padroni di quello che dalle dittature genocide alla notte neoliberale hanno considerato loro.
L’Argentina però non solo ha agito in queste settimane con serietà e coerenza per ottenere condizioni giuste e legali e depositando al Banco Mellon di New York la somma dovuta come garanzia. L’Argentina, che era completamente isolata nel 2001, oggi non è sola. Ha la solidarietà di tutta l’America latina integrazionista, dal Brasile al Venezuela, ma anche di paesi come il Messico e la Francia, oltre che di grandi paesi come la Cina e istituzioni come il G77 e perfino della Unctad. Il mondo è cambiato non solo in peggio in questi tredici anni, gli avvoltoi che volano sul cielo di Buenos Aires vogliono riportarlo agli anni ’90.

mercoledì 30 luglio 2014

Da Renzi dialogo zero. E il senato va nel caos

di Daniela Preziosi da Il Manifesto

Riforme. Il premier non accetta mediazioni, Grasso spiana il dibattito, votazioni a passo di carica. Strilli, canguri, voti a tamburo battente, regole stracciate. Così nasce la nuova Costituzione


 

 Alle 16 e 50 il senato entra uffi­cial­mente nel più totale inar­re­sta­bile ine­men­da­bile caos. Così va avanti fino a notte. L’aula esplode, i 5 stelle bat­tono le mani sui ban­chi e urlano «non-si-può»,«non-si-può», le cra­vatte verdi dei leghi­sti gar­ri­scono come ban­diere; dalla parte oppo­sta dell’emiciclo la sena­trice De Petris si sbrac­cia per inter­ve­nire. I demo­cra­tici son­nec­chiano ma i gril­lini li pro­vo­cano: «Vi ha scritto il com­pi­tino Renzi». E allora quelli: «è a voi che lo scrive Grillo»; il tori­nese Espo­sito, era un dale­miano prima del ciclone Renzi, «smet­te­tela di dire che siamo ricat­tati»; il capo­gruppo Pd Zanda «Andremo fino in fondo, vogliamo lavo­rare in pace»; dai ban­chi gril­lini si alza un car­tello sar­ca­stico «Grasso cedi la pol­trona a Zanda». E Petro­celli (M5S): «Grasso si sta com­por­tando come lo zer­bino della mag­gio­ranza, se oggi non ci sono stati i tumulti, occhio a domani».

Suc­cede quello che si temeva, spe­rava, paven­tava, orga­niz­zava e ten­tava di sven­tare da giorni. Il governo sem­brava pronto a discu­tere con le oppo­si­zioni sulle riforme costi­tu­zio­nali? Era uno scherzo, un sapiente lavoto di spin. Oppure Renzi ha capito di avere la mag­gio­ranza ed ha cam­biato idea. Si doveva discu­tere sulla demo­cra­zia diretta, l’equilibrio dei poteri, i refe­ren­dum? Si fa il brac­cio di ferro, e la discus­sione diventa caos.
La mat­tina del giorno che doveva essere quello della media­zione, il capo­fila dei dis­si­denti Pd Van­nino Chiti espone in aula il suo ramo­scello di pace: per non disper­dersi «in migliaia di emen­da­menti», si può con­cen­trare la discus­sione sulle «pro­po­ste fon­da­men­tali» entro l’8 ago­sto, per poi riman­dare l’approvazione finale a set­tem­bre «così da con­sen­tire ai cit­ta­dini di per­ce­pire la serietà e del con­fronto par­la­men­tare». La mini­stra Boschi tace. Sel, 5 stelle, Lega, spie­gano che se c’è un gesto di buona volontà gli emen­da­menti ostru­zio­ni­stici — solo quelli — si pos­sono riti­rare. Ma il gesto non arriva. La mini­stra Boschi anzi sce­glie con cura le parole per far sal­tare i nervi alle oppo­si­zioni: «Il governo ha dato prova di col­la­bo­ra­zione e volontà di media­zione» in que­sti mesi «ma non può sot­to­stare al ricatto ostru­zio­ni­sta» non è con­ce­pi­bile, «che sia la mino­ranza ad affer­mare le pro­prie ragioni a sca­pito della mag­gio­ranza». Media­zione fal­lita. La riu­nione dei capi­gruppo poi san­ci­sce la fine del dia­logo fra sordi. Sel offre il ritiro di 1475 emen­da­menti ma, spie­gherà poi in aula De Petris «evi­den­te­mente si voleva girare un altro film».
Alle tre del pome­rig­gio l’aula riat­tacca i lavori. Ma c’è un fatto nuovo: Pie­tro Grasso, quello che il Pd aveva dura­mente con­te­stato per aver accet­tato alcuni voti segreti («i rego­la­menti sono chiari», si era giu­sti­fi­cato), quello a cui da giorni le oppo­si­zioni si rivol­gono con rispetto e gra­ti­tu­dine, si è tra­sfor­mato. È un’altra per­sona. Va avanti tutta. Per primo fa appro­vare, su richie­sta del Pd, un emen­da­mento sulla parità di genere. Poi parte il brac­cio di ferro dei voti segreti. Si ini­zia con l’1.29 di Sel. È il primo voto segreto che Grasso ha ammesso, lo rende obbli­ga­to­rio una cita­zione delle mino­ranze lin­gu­sti­che. Ma Grasso è pronto a spac­chet­tarlo, l’aula si infiamma, i gril­lini urlano il loro grido di bat­ta­glia «non-si può», «non-si-può». Grasso inter­rompe, alla ripresa il disor­dine è peg­gio, De Petris ritira l’emendamento e lo tra­sforma in un ordine del giorno. È una tec­nica ostru­zio­ni­stica, la ripe­terà varie volte. Arriva l’emendamento 1.28, dice che le camere deb­bono essere elette con il «suf­fra­gio uni­ver­sale diretto»: se passa, salta l’elezione indi­retta del senato. Si vota se votare, come in un aula magna occu­pata dagli stu­denti. Il librone bianco e rosso dei rego­la­mento è il best sel­ler su tutti i ban­chi. Il for­zi­sta Schi­fani fa l’elogio del voto segreto ma poi è dice sì a quello palese, i gril­lini fanno l’elogio del voto palese ma poi sono per quello segreto. Il cen­tri­sta dis­si­dente Di Mag­gio attacca: «La mag­gio­ranza teme il voto segreto, delle due l’una: o non è una mag­gio­ranza o ha i suoi par­la­men­tari ricattati».
A que­sto punto è Chiti a rispon­dere: «Il voto segreto non tutela i sena­tori del Pd, non ne abbiamo biso­gno». Avanti a sin­ghiozzo, a strilli, a strappi. Il for­zi­sta Paolo Romani: «Pren­diamo atto che così non si può andare avanti. Deci­diamo una volta per tutte come si fa il voto segreto». Grasso non intende pren­dersi la respon­sa­bi­lità di deci­dere — che pure gli spetta per rego­la­mento. Va avanti. Parte il can­no­neg­ga­mento con­tro Sel. Arriva il sot­to­se­gre­ta­rio Lotti e dichiara: l’atteggiamento di Sel «pre­clude ogni alleanza futura, soprat­tutto sul ter­ri­to­rio. Non so voi, ma io un accordo poli­tico con chi distrugge la Carta non lo farei». Sel but­tata fuori da tutte le alleanze? Il ven­do­liano De Cri­sto­faro replica in aula: «Non ci ricat­tate. Una resa senza con­di­zioni non ci sarà». Accanto a lui c’è il sena­tore Dario Ste­fàno, già can­di­dato alle pri­ma­rie della Puglia. La Lista Tsi­pras fa sapere che oggi i sena­tori di Sel sono attesi al loro sit in al Pan­theon. Intanto Grasso pro­cede a passo di carica con il «can­guro», la tec­nica di accor­pa­mento degli emen­da­menti. Nes­suno capi­sce quello che vota, M5S chiede uno stop: «Ci ha fatto sal­tare d’un salto 600 pagine». A fine serata man­cano ancora più di 4mila emen­da­menti. Renzi sa che alla fine la riforma pas­serà, ma vuole sca­ri­care la figu­rac­cia sulle oppo­si­zioni, «la palude». In serata scrive su face­book: «La nostra deter­mi­na­zione è più forte dei loro gio­chetti. Andiamo avanti pronti a discu­tere con tutti ma non ci faremo mai ricat­tare da nessuno».

domenica 27 luglio 2014

Le balle economiche di Renzie

dal blog di Beppe Grillo 

Pubblicare i post di Beppe Grillo non è mia abitudine vista la mole di contatti del blog e i contenuti non sempe condivisibili, ma questo mi sembra un utile riassunto


"Il Governo Renzi, impegnato al braccio di ferro sulle riforme costituzionali care alla P2, nasconde la testa sotto la sabbia negando l’evidenza di dati ed indicatori economici sempre più preoccupanti ed allarmanti, che necessitano di una robusta ed inevitabile manovra autunnale di aggiustamento, evidente anche agli studenti ai primi anni dei corsi di economia per corrispondenza, da 24 a 36 miliardi di euro.
Debito-Pil: in Italia nel primo trimestre 2014, il rapporto tra debito pubblico e Pil, che secondo i parametri europei dovrebbe attestarsi al 60%, è salito al 135,6% dal 132,6% del trimestre precedente. Con un aumento del 5,4% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, quando si attestava al 130,2%. A maggio 2014 il debito è cresciuto a 2.166,3 miliardi di euro, con un incremento di 92 mld di euro rispetto a 12 mesi prima. Nell'UE e nella zona euro in rapporto al Pil, il debito italiano è secondo solo a quello greco, che alla fine del primo trimestre era al 174,1%.
Crescita economica: Il Def del Governo aveva stabilito un rapporto Debito/Pil al 134,9%, basato sulla proiezione di crescita del Pil per il 2014, pari allo 0,8% ed un rapporto di indebitamento netto del 2,6% sul Pil. Sia Bankitalia (+0,2%) che FMI (+0,3%), nel prevedere una crescita più bassa, ritengono inevitabile un buco nei conti che dovrà essere ripianato.
Spesa pubblica: invece di diminuire è aumentata nei primi 5 mesi del 2014, passando da 181,9 miliardi di euro a 206,7 con un incremento di 25 miliardi di euro.
Privatizzazioni: il Def, che dava conto di esborsi al Fondo Salvastati o Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) per 92,552 miliardi di euro nel biennio 2012 (36,932 mld euro) e 2013 (55,620), aveva stabilito proventi da privatizzazioni pari allo 0,7% del Pil (quindi per 10,9 miliardi di euro), diventati una chimera.
Disoccupazione: a maggio (Istat) sale ancora il tasso di disoccupazione che si porta al 12,6% rispetto al 12,5% del mese precedente. I giovani senza lavoro sono il 43%, con 2,3 milioni di occupati in meno sotto i 35 anni dal 2004.
Fisco: la pressione fiscale, pari al 43,8%,per le imprese arriva al 68,6 % sui profitti, dati che non hanno eguali in tutta Europa e non sono riscontrabili neppure tra i grandi paesi industriali extra Ue.
Consumi: Prosegue il tracollo delle vendite al dettaglio calate del 3,5% su base annua. L’andamento nell’indicare una fase recessiva, conferma che la voce “Consumi interni privati” costituisce circa il 60% del PIL Italiano, per cui se non si riprende questo indicatore, difficilmente il PIL si “riprende”.
Sofferenze bancarie: 168,5 miliardi di euro a maggio, con un apporto sofferenze impieghi pari all’8,9%;
Conti Correnti: i costi di gestione dei conti correnti, più elevati della media Ue di un +225%, dove sono attestati a 114 euro, 257 euro in più su ogni conto fissato in Italia a 371 euro contro 114 (+225%), che si traduce in costi complessivi di 6,7 miliardi di euro in più l’anno a carico di famiglie ed imprese.
Tassi mutui: la presunta maggiore solidità delle banche italiane, è stata pagata da correntisti ed utenti dei servizi bancari, che continuano a pagare su ogni mutuo trentennale di 100.000 euro (fissato oggi al tasso del 5,11% in Italia contro 3,79% dell’area euro), uno spread di circa 30.000 euro in più alla scadenza dei mutuatari europei.
RCAuto: dal 1994 (ultimi 20 anni), i costi delle polizze (per una cilindrata media) sono aumentati di oltre il 254%, non giustificati dall’andamento dell’incidentalità’. Tra il 2008 e il 2013 in Italia gli automobilisti hanno pagato 231 euro annui in più rispetto alla media Ue (con un aggravio di circa 8,5 miliardi di euro l’anno a carico dei cittadini)”.
Corruzione: Corruption Perceptions Index 2013, la lista dei 177 Paesi più corrotti al mondo, redatta dalla Ong Trasparency International, assegna all’Italia il 69esimo posto nella classifica, tra il Montenegro e il Kwait. Tra gli indici presi come riferimento, attraverso un punteggio che va da 0 (molto corrotto) a 100 (non corrotto), nella percezione della corruzione, c'è l'analisi del settore pubblico, seguita dall'abuso di potere, dagli scarsi livelli di integrità e gli accordi segreti. Fattori che non solo opacizzano la governance di un Paese, ma che lo indeboliscono anche dal punto di vista economico e sociale.
Per queste ragioni in autunno, arriverà una manovra lacrime e sangue, da 24 a 30 miliardi di euro per tappare il dissesto dei conti pubblici, sui quali incombono fiscal compact e pareggio di bilancio".
Elio Lannutti

venerdì 25 luglio 2014

Controriforma del Senato

dal blog di Tonino D'Orazio
 
Ovvero abolizione di parte della Costituzione verso la prima tappa del presidenzialismo previsto dalla P2 dei massoni eversivi di Gelli. Ma non è che nella famosa cupola, rimasta segreta, della P2 non vi siano i maggiori attori attuali?
Ancora un piccolo sforzo e la P2 targata DC andrà in porto, del resto la ministro Boschi non a caso cita Fanfani, un democristiano destroide, per rafforzare il suo(nefasto) ragionamento per far approvare il nuovo corso che porterà i senatori non ad essere scelti e votati dai cittadini, ma nominati dai poteri forti o dai capi bastone (anche con tanti inquisiti da salvare), il tutto grazie all’accordo renzi-berlusconi,un accordo che porterà altri disastri e rovina per i cittadini, lavoratori e pensionati. Il democristiano citato dalla Boschi, non solo è un suo (e di Renzi ) corregionale, ma addirittura un suo “compaesano”. Entrambi aretini. Non si può non ricordare in questo caso, come disse Dante, “di Arezzo, manco l’aria è bona”.
Né poteva mancare l’intervento a gamba tesa di re Giorgio a sostegno del suo ragazzo, forse ha fretta di vedere il risultato della decostituzionalizzazione prima di morire, dopo avervi lavorato per benino per 10 anni. E’ un giudizio sui risultati non sul lesa maestà con piccole diplomatiche indisposizioni.
Non a caso l’altra destra, Roberto Calderoni, quando e’ il suo turno di intervenire in aula al Senato dice:”Abbiamo riportato sui binari un treno che andava per conto suo” e rilancia il presidenzialismo, caro a Berlusconi che ci spera ancora, e ultimo tassello della P2.
Piccola differenza di posizioni nel PD:
- Bozza Chiti: i deputati vengono ridotti a 400, i senatori vengono ridotti a 106 ancora eletti direttamente dal popolo. Resta il voto e si risparmia sui costi della politica.
- Bozza Renzi: i deputati restano 630, i senatori vengono ridotti a 148 non eletti ma nominati dai 1100 consiglieri regionali dei quali quasi la metà (521) sono attualmente indagati.
Viene tolto il voto e i costi della politica aumentano, in quanto bisognerebbe pagare le trasferte ai senatori part-time ogni volta che si recano a Roma. Oltre al fatto che in realtà il Senato non conterà più nulla, viene messo su un binario morto e la sua abolizione è prevista sicuramente nella prossima urgentissima e necessaria riforma per rilanciare il paese. S’intravede già il pungolo del canuto Napoletano ad accelerare.
Comunque i “dissidenti” hanno annunciato che non voteranno contro il testo. Mezza faccia salvata. Stanno solo scherzando, nella commedia dell’arte la parodia è un elemento fondamentale.
Certo non si può cambiare la Costituzione così, a tutta velocità, con un gruppo di potere che si è consolidato grazie ad un colossale conflitto di interessi, e leggi anticostituzionali, così non è più democrazia. I potenti, favoriti dai loro servi, si rinserrano nella loro roccaforte. La democrazia si trasforma non solo di fatto ma anche di diritto in un’ oligarchia. Una specie di democrazia monarchica. Quando si dice riforme!
L’importante è tenere fuori il popolo. Come si fa? Referendum: serviranno 800.000 firme. Dopo le prime 400.000 la Corte costituzionale (sempre più politicizzata. A quando la sua semi-abolizione?) darà un parere preventivo di ammissibilità. Potranno riguardare o intere leggi o una parte purché essa abbia un valore normativo autonomo (!). Insomma hanno reso più difficile il ricorso ai referendum, cioè il ricorso alla democrazia diretta. (Ricordate i consigli di Junker per Grecia, Austria e Cipro?).
Per i Ddl di iniziativa popolare: salgono da 50.000 a 250.000 le firme necessarie per presentare un ddl di iniziativa popolare. Però i regolamenti della Camera dovranno indicare tempi precisi di esame, clausola che oggi non esiste, e speriamo senza “ghigliottina”.

Di nuovo la Boschi: “ma noi sappiamo che su questa riforma c’è un consenso ampio anche dal mondo accademico. La riforma non è un’approssimazione casuale, ma poggia su spalle solide”. Quale mondo accademico, quali spalle? Quello dei baroni universitari ormai asserviti al regime dalla Gelmini in poi e entrati “in affare e gestione” con la Confindustria? Guardate lo sfacelo in corso degli atenei. Ma gli altri noti costituzionalisti che non sono d’accordo? Qual’è veramente il vecchio che avanza? Mi devo sentire conservatore perché difendo la Costituzione?
La Finocchiaro, capogruppo Pd al Senato, alla quale rimane qualche pudore democratico sedimentato nel passato: “Invito i colleghi, fermo restando che quest’aula è sovrana (ma va!) a riflettere sui toni che imprimiamo al nostro dibattito perché rischiamo di perdere per strada la pulizia (non c’era parola o lapsus più appropriati) dell’opera alla quale siamo chiamati, il rigore del disegno costituzionale. Le parole, se utilizzate con violenza, rischiano di diventare inutili. Le parole “regime”, “deriva autoritaria”, “violenza sulla Costituzione” se pronunciate in quest’aula sono macigni”. E’ quasi una demonizzazione della realtà, quella vera, non quella costruita ad hoc per chiacchieroni e babbei. Sembra invitare la Boldrini ad una nuova “tagliola”. Giusto per confermare che se si fa una volta, l’abuso e la deregolamentazione, si può fare sempre. Problema di assuefazione, tanto i media sono lì per giustificare e pipa. Magari la stessa opposizione non è democratica, è un nemico da abbattere.
Sempre nell’ambito della parodia, può un partitino come Sel, legato al carro del PD, sine qua non, proporre 6.000 emendamenti e alzare il polverone? Aiutano a giustificare la “tagliola” di Boldrini?
Per FI, Romani, non senza umorismo, si è soffermato sull’esigenza di “precisare meglio” alcuni punti del testo del nuovo articolo 57 della Costituzione e non propongono “cambiamenti rilevanti”. Ritenendo l’elezione dei futuri senatori da parte dei Consigli regionali, semplicemente “una piccola modifica sintattica”. Da doppiopettisti ormai conosciuti propongono intanto circa mille emendamenti.
Bisognerà pure ascoltare cos’ha da dire l’unica opposizione vera esistente, piaccia o no, nelle sedi parlamentari. Magari quelli che sostengono il valore della Costituzione repubblicana e antifascista ne potranno ritrovare il filo, Anpi compreso. M5S propone: l’elezione diretta ( che è il dettame della Corte Costituzionale, nulla di rivoluzionario) e il referendum senza quorum (affinché non si sprechino le opportunità di partecipazione quando il governo (magari il Parlamento!) fa quello che non va bene. Infatti i testi presentati dal M5S spaziano dall’introduzione dell’elezione diretta dei senatori, alla riduzione del 50% del numero dei deputati e dei senatori e nel dimezzare le loro indennità. Propone poi di rafforzare gli strumenti di democrazia diretta con referendum propositivi e abrogativi senza quorum. Tra gli emendamenti, anche uno per introdurre lo strumento del “recall”, con cui i cittadini possono togliere la fiducia ai singoli parlamentari fedifraghi o simoniaci della rappresentanza. Di questi tempi sembra un concetto amorale, abituati a scandalizzarci massimo per 30 secondi.
In realtà cosa nasconde questa fretta di riforma del Senato se non uno sfacelo economico e etico in atto e un narcisismo evidente da comando.
Una riforma al mese, pagamento di tutti i debiti della PA con le imprese entro 15 giorni, censimento sul patto di stabilità entro il 10 marzo, legge sul conflitto di interessi entro i primi 100 giorni, 4 miliardi per l’edilizia scolastica entro aprile, Job Act pronto per l’incontro con la Merkel, 1 miliardo per i giovani entro maggio, legge elettorale e porcata inclusa entro maggio, riforma del Senato entro luglio, giù le tasse per pensionati e partite IVA, 15 mila nuove assunzioni nella PA, pagamento tasse con un SMS, abolizione del 730, crescita entro l’anno (ipotesi duratura e rimandata da 10 anni! Eppure funziona ancora! Perché dimentichiamo che per pochi la crescita è raddoppiata e c’è ancora), nessuna nuova manovra finanziaria. Quest’ultima è incredibile, aspettiamo che ce lo “chieda l’Europa” così Renzi e il Partito Unico non ne hanno responsabilità e tutti i mass media saranno adoranti mentre lui farà finta di battere i pugni sul tavolo, almeno i suoi gli crederanno. Anzi tutto il Partito Unico (FI-PD) dovrà credergli. Vedremo cosa dirà quando dovrà applicare il dictat del FMI (preannunciato e ribadito da tempo), sul prelievo del 10% sui conti correnti dei cittadini che hanno la sfortuna di doverci lasciare qualche soldo, gli altri sono volati via da tempo. Un po’ come a Cipro dove la sperimentazione ha funzionato, e poi politicamente non è successo nulla. Allora si vede che se lo meritavano.
Dopo tutti questi annunci fini a se stessi e chiaramente falliti, (vero o no?), la sola cosa che Renzie sta facendo veramente è estendere l’immunità parlamentare ai sindaci e ai consiglieri, mantenerlo per Parlamento e futuro Senato perché ha troppi amici nei guai, a destra e sinistra, innalzare furbescamente le tasse e togliere il diritto di voto diretto. Oltre già a far ridere tutta l’Europa, che ovviamente ritenendolo semplicemente un italiano e non uno statista rivoluzionario della provvidenza come da noi, aspetta che “a da passà a nuttate” del semestre italiano, con tutte le sue chiacchiere. Qualcuno gli avrà pur detto che il suo 40% rappresenta solo 20 italiani su 100. Oltre alle proposte più strampalate e inesperte per la direzione delle Commissioni. Dove andrebbe bene sia la Mongherini che qualche vigile urbano toscano per la carica europea della rappresentanza delle politiche internazionali. Per quel che vale è forse meglio metterci direttamente qualche segretaria amministrativa anglosassone della Cia o della Nato. O la notissima e esperta amica Mongherini.

domenica 20 luglio 2014

Il destino di un Blog

Tempo fa mi ero riproposto di chiudere il blog, uno spazio dove ho soggiornato volentieri, mitigando la mia insoddisfazione per il mondo e la mia ossessione per l'essenziale. Ma a causa di quella irrefrenabile premura, frutto della psicologia umana, fisiologicamente soggetta al gioco al rilancio e alla legge della ricompensa, quello spazio non mi bastava. Occorreva un salto di qualità o chiudere. 
Il blog aveva pochi visitatori, sebbene alcuni post avessero un grande risalto nel web, ed è per questo che doveva per forza chiudere.
Oggi sono costretto ad ammettere che la mia ossessione per l'essenziale e per la logica elementare applicata alla politica così come alla scienza, abbisogna ancora uno sfogo, e che sebbene piccolo un blog può andare avanti a prescindere. Continuerò di tanto in tanto a scrivere, ignorando i dati dell'audience, lasciando spazio a tutti coloro che avessero cose interessanti da dire e volessero inviarci un contributo. Cercherò di trovare una formula originale, che induca le persone a visitare il sito per la sua paritcolarità. Allo stesso tempo però mi appresto a tagliare il nastro del sito doppiocieco, che esordirà a breve, uno spazio riservato per la maggior parte alla pubblicazione dei migliori  articoli della stampa estera, tradotti interamente da me, Domenico ed altri collaboratori.

A presto


martedì 15 luglio 2014

La dispotica austerity dei banchieri

di Giuseppe Allegri da il Il Manifesto



«Come uscire dalla crisi eco­no­mica con le ricette del dia­volo». È il sot­to­ti­tolo volu­ta­mente pro­vo­ca­to­rio del pam­phlet Mefi­sto­fele (Utet, p. 220, euro 13,90), scritto da Elido Fazi, edi­tore di pro­fes­sione, eco­no­mi­sta post­key­ne­siano di for­ma­zione e pas­sione. E c’è tanto di dedica a Jens Weid­mann, «potente neo­li­be­ri­sta pre­si­dente della Bun­de­sbank, che di solito fa il bello e cat­tivo tempo in Europa», soste­ni­tore di un’interpretazione dia­bo­lica del Faust di Goe­the. Infatti il dispo­tico ban­chiere uti­lizzò il testo del patto Faust-Mefistofele per sca­gliarsi con­tro la sto­rica affer­ma­zione di Mario Dra­ghi, del luglio 2012: «la Bce farà tutto quello che è neces­sa­rio (wha­te­ver it takes) per sal­vare l’euro». Anche «dare inie­zioni di liqui­dità mone­ta­ria». Un grave pec­cato morale, per Weid­mann, con­vinto che l’atto di creare moneta sia figlio del dia­volo Mefi­sto­fele, poi­ché «dege­nera in infla­zione e distrugge il sistema mone­ta­rio», come, appunto, inse­gne­rebbe il Faust di Goe­the.
All’origine di que­sta inter­pre­ta­zione c’è l’ideologia del debito (dei pri­vati e dei sovrani) inteso come colpa, visto che Schuld in tede­sco signi­fica sia debito che colpa, pec­cato. E allora, nella sem­pre più incerta «Europa tede­sca», solo l’imposizione di austere misure di risa­na­mento dei conti pub­blici sem­bra possa assol­vere dalla colpa del debito. Men­tre echeg­gia il ter­rore dell’inflazione, intesa come «la» tra­ge­dia che attra­versò gli anni Venti tede­schi, verso il con­senso al nazio­nal­so­cia­li­smo, che pure Fazi ci ricorda arrivò con le ele­zioni del 1932, quando la Repub­blica di Wei­mar era già pre­ci­pi­tata in un periodo di defla­zione. Defla­zione che avvolge parte dell’Europa e sicu­ra­mente l’Italia, da quin­dici anni in sta­gna­zione e per­ciò ora sospesa sul bara­tro di una Grande Depres­sione. Con il serio rischio di diven­tare un paese loser: un «Giap­pone euro­peo». Quel Giap­pone uscito da una defla­zione ven­ten­nale solo con la mas­sic­cia inie­zione di moneta impo­sta nella pri­ma­vera 2013 dal nuovo pre­mier Shinzo Abe, padre di quella che verrà ribat­tez­zata Abe­no­mics.
Elido Fazi segue que­sta ten­denza e smonta l’ideologia mone­ta­ri­sta che ha reso l’Europa ostag­gio dell’incubo infla­zio­ni­stico, sacri­fi­cando qual­siasi ipo­tesi di poli­ti­che pub­bli­che capaci di inver­tire il ciclo eco­no­mico depres­sivo. C’è una sto­ria mil­le­na­ria che per­mette di rifiu­tare il pen­siero unico impo­sto dai «tec­no­crati della tri­ste scienza», allievi dei Chi­cago Boys, con­si­glieri di Pino­chet, Rea­gan e That­cher.
Così si risale al sesto secolo avanti Cri­sto, con Solone che «intro­duce una radi­cale e corag­giosa riforma finan­zia­ria, il cui primo punto è la can­cel­la­zione, par­ziale o totale, dei debiti, con la resti­tu­zione delle terre seque­strate dai cre­di­tori», quella ristretta oli­gar­chia del denaro che aveva messo in ginoc­chio i pic­coli col­ti­va­tori diretti. Nell’antica Gre­cia, come negli Stati Uniti degli anni Trenta del Nove­cento, con Roo­se­velt. Solone è quindi il «primo gover­nante a essere cosciente che la moneta è un bene comune della società e che la sua crea­zione non può essere lasciata all’avidità dei finan­zieri pri­vati». È que­sta la chiave di volta per con­si­de­rare la moneta e «il cre­dito al ser­vi­zio di tutti i cit­ta­dini di un paese o un’area come l’eurozona, e non sol­tanto al ser­vi­zio di una élite finan­zia­ria o di alcuni paesi che, oltre­tutto, meno ne hanno biso­gno». Per­ché la moneta esi­ste per legge, non per natura, per dirla già con Ari­sto­tele. È un’istituzione creata dagli esseri umani che si asso­ciano per godere di un mag­gior grado di benes­sere indi­vi­duale e col­let­tivo. E Fazi ci narra come, pro­prio a par­tire da poli­ti­che mone­ta­rie espan­sive, sia pos­si­bile rifiu­tare l’austero rigore depres­sivo, per affer­mare una moneta comune intesa come ric­chezza comune.
Ecco tor­nare Mefi­sto­fele (quello di Fazi, con­tro Weid­mann), che nel Faust con­si­glia al sovrano dell’Impero inde­bi­tato di creare moneta dal nulla, Fiat money, «come per magia», per risa­nare le finanze, ma soprat­tutto per dare soli­da­rietà, gioia, sere­nità alla cit­ta­di­nanza. Nell’allegoria car­na­scia­le­sca nar­rata da Goe­the il carro dia­bo­lico è trai­nato dal dio della ric­chezza, Pluto, e da quello delle arti e della pro­fe­zia, Apollo, per­ché solo dall’incontro di ric­chezza e poe­sia è pos­si­bile pen­sare una vita degna. Le «crisi epo­cali» esi­gono eco­no­mi­sti poeti, come il Key­nes delle Pro­spet­tive eco­no­mi­che per i nostri nipoti, uscito a ridosso del grande crollo del 1929 e ricor­dato in chiu­sura da Fazi. Nel cuore oscuro di un’Europa oppressa da avari ban­chieri e ottusi nazio­na­li­sti è dif­fi­cile rin­trac­ciare eco­no­mi­sti ade­gua­ta­mente visio­nari, in grado di adot­tare le ricette del dia­volo. Tanto che Renzi, nella pole­mica con Weid­mann, non è certo sem­brato dia­bo­lico. Men­tre al ver­tice della Bce pare Goe­the sia letto con passione.

lunedì 14 luglio 2014

Ucraina, genesi di un conflitto

di Rossana Rossanda da sbilanciamoci.info
 
Stampa e Tv disegnano il quadro di un’Ucraina povera ma democratica che si dibatterebbe nelle grinfie dell’orso russo che, dopo avere strappato la penisola di Crimea, se la vorrebbe mangiare tutta. Ma la storia dei rapporti tra Russia e Ucraina è tutt’altro che lineare. E l’Europa sembra avere dimenticato storia, geografia e politica
L’Europa non è certo nata in chiave antiamericana ma, date le dimensioni e il numero degli abitanti, almeno come grande mercato autonomo e con una moneta forse concorrenziale; e per alcuni anni questo è stata. Ma da qualche tempo ha sottolineato in modo sbalorditivo un ruolo che una volta si sarebbe detto “atlantico”. Non più sotto il vessillo anticomunista, il comunismo essendo scomparso da un pezzo, ma antirusso.
Qualche anno fa, Immanuel Wallerstein mi diceva che, spento ogni scontro ideologico, le nuove guerre sarebbero state commerciali. E quale altro senso dare al conflitto in corso a Kiev? Esso sembra avere per oggetto l’identità nazionale dell’Ucraina. Eccezion fatta per il manifesto, tutta la stampa e le tv disegnano il quadro di un’Ucraina povera ma democratica che si dibatterebbe nelle grinfie dell’orso russo; il quale le ha già strappato la penisola di Crimea e se la vorrebbe mangiare tutta. Manca poco che la Russia non sia definita un nuovo terzo Reich. In occasione del settantesimo anniversario dello sbarco in Normandia, il presidente francese Hollande è stato accusato di aver invitato alle celebrazioni anche Putin - come se la battaglia di Stalingrado non avesse permesso agli Stati Uniti il medesimo sbarco, distraendo dal Nord Europa il grosso della Wehrmacht - nello stesso tempo invitando niente meno che dei reparti tedeschi a partecipare alla rievocazione del primo paracadutaggio alleato sul villaggio di Sainte-Mère-l’Eglise.
Da qualche giorno poi sappiamo che gli Stati Uniti, neppure il presidente Obama, ma il suo ex rivale Mc Cain - hanno ammonito la Bulgaria, la Serbia e gli altri paesi coinvolti in un progetto di gasdotto per trasportare il gas russo in Europa (con un tracciato che evitava l’Ucraina, perché cattiva pagatrice) a chiudere i cantieri in corso, preferendo un nuovo tragitto attraverso l’Ucraina a quello diretto per l’Europa occidentale. Stupore e modeste proteste di Bruxelles, convinta che si tratti di una minaccia simbolica. Che tuttavia va inserita nel quadro di un cambiamento delle esportazioni Usa, ormai indirizzate al commercio del gas di scisto, per altro non ancora avviato.
L’Europa teme dalla Russia rappresaglie per avere applaudito all’abbattimento del presidente ucraino filorusso Yanukovic da parte delle forze (piazza Maidan) che sono ora al governo a Kiev. Ma la storia dei rapporti tra Russia e Ucraina è tutt’altro che lineare. Il principato di Kiev è stato la prima forma del futuro impero russo, annesso da Caterina II alla Russia verso la metà del XVIII secolo, stabilendo in Crimea la sua più forte base navale. La sua cultura, il suo sviluppo e i suoi personaggi, da Gogol a Berdiaev, sono stati fra i protagonisti della letteratura russa del XIX secolo. L’intera letteratura russa resta segnata dalla guerra fra Russia, Inghilterra e Francia, che hanno cercato di mettervi le zampe sopra: si pensi soltanto a Tolstoi e alla topografia delle relative capitali ricche di viali e arterie che la commemorano (Sebastopoli). Ma il paese, che all’origine era stato percorso, come l’Italia, da una moltitudine di etnie, dagli Sciti in poi, ha stentato a unificarsi come nazione, distinguendosi per lotte efferate e non solo ideali fra diversi nazionalismi, spesso di destra. Il culmine è stato nella prima e seconda guerra mondiale: nella prima sotto la presidenza di Petliura, nazionalista di destra, quando l’Ucraina è stata l’ultimo rifugio dei generali “bianchi” Denikin e Wrangel, con lo scontro fra lui e la repubblica sovietica di Karkov. Solo con la vittoria definitiva dell’Urss si è consolidata la Repubblica sovietica nata a Karkov, destinata a diventare negli anni trenta il centro dell’industrializzazione. Industrializzazione sviluppatasi esclusivamente all’est (il bacino del Donbass, capoluogo Karkov), mentre l’ovest del paese restava per lo più agricolo (capoluogo Kiev, come di tutta la repubblica); e questo rimane alla base del contenzioso fra le due parti del paese. Nella seconda guerra mondiale, poi, l’occupazione tedesca ha incontrato il favore di una parte del panorama politico ucraino, un’eredità evidentemente ancora viva nei recenti fatti di piazza Maidan: il partito esplicitamente nazista circola ancora e non è l’ultima delle ragioni per cui il paese resta diviso fra la zona orientale e quella occidentale. Nel secondo dopoguerra, Kruscev dette all’Ucraina piena autonomia amministrativa, Crimea compresa, senza alcuna conseguenza politicamente rilevante perché restava un processo interno all’Unione Sovietica.
È soltanto dal 1991 e dal crollo dell’Urss che, anche su pressione polacca e lituana, il governo dell’Ucraina guarda all’Europa (e alla Nato) e incrementa lo scontro con la sua parte orientale. Sembra impossibile che in occidente non si sia considerato che l’Unione Sovietica non era solo una formula giuridica: scioglierla d’imperio e dall’alto, come è avvenuto nel 1991, significava creare una serie di situazioni critiche sia nelle culture che nei rapporti economici che attraversavano tutto quel vasto territorio. Da allora, Kiev non ha nascosto di puntare a un’unificazione etnica e linguistica anche forzosa delle due aree, fino a interdire l’uso della lingua russa agli abitanti dell’est cui era abituale.
L’Europa e la Nato non hanno mancato di appoggiare le politiche di Kiev, e poi l’insurrezione contro il presidente Yanukovic assai corrotto, costretto a tagliare la corda in Russia. Ma la zona orientale non lo rimpiange certo: non tollera il governo di Kiev e la sua complicità con la Nato, ma non perché abbia nostalgia di questo personaggio. Si è rivoltata contro la politica passata e recente di Kiev che ha tentato perfino di impedire l’uso della lingua russa, usata dalla maggioranza della popolazione all’est. L’Europa e la Nato, appoggiate da Polonia e Lituania, affermano che non si tratta di un vero e spontaneo sbocco nazionalista, ma di una ingerenza diretta della Russia, e così dicono stampa e televisione italiana. Non c’è dubbio che la Russia abbia voluto il ritorno della Crimea nel suo grembo, ma la proposta dell’est di andare a una federazione con l’ovest, garantendo l’autonomia di tutte e due le parti, è stata bocciata da Kiev e dal governo degli insorti. La decisione di votare in un referendum all’est contro Kiev è stata presa non da Putin, messo in imbarazzo, ma dalla popolazione dell’est che ha votato in questo senso al 98%. Non si tratta di un processo regolare (non accetteremmo che l’Alto Adige votasse una delle prossime domeniche la sua appartenenza all’Austria, senza alcun precedente negoziato diplomatico), ma non è stato neppure una manovra russa come l’Europa tutta ha sostenuto.
È sorprendente che perfino il poco che resta delle sinistre europee abbia sposato questa tesi e che in Italia le riserve di Alexis Tsipras sulle politiche di Bruxelles non abbiano alcuna eco. C’è perfino chi evoca in modo irresponsabile azioni armate contro Mosca. La deriva dei conflitti, anche militari, e non solo in Ucraina, rischia di segnare sempre di più un’Europa che ha dimenticato storia, geografia e politica.