mercoledì 1 luglio 2015

Tutto quello che dicono sulla Grecia è falso

Da un po' di tempo sono monocorde, pubblico la maggior parte dei post sulla Grecia. Inutile spiegare il perché, lo sappiamo tutti, la Grecia rappresenta lo sforzo morale e collettivo di tutti quelli che hanno ancor un po' di buonsenso e vedono chiaramente quello che senza media servi e politici servi dei servi, sarebbe chiaro a tutti: stanno fregando un popolo, e non è solo questione di prendi i soldi e scappa (anche quello, 226 miliardi di soldi nostri dei fondi salvastati - i giornalisti servi hanno qualcosa da dire?- restituiti dall Grecia alle banche tedesche), è questione di affermare l'ineluttabile sotto forma di pensiero unico teutonico. Non ci sono più teorie economiche in concorrenza fra di loro, c'è la crisi, ci sono le riforme strutturali, ci sono i tagli, c'è la ricchezza che sgocciola sui poveri sui poveri(il trickle down) e ci sono le privatizzazioni perchè sanità e welfare "non sono più sostenibili". Nient'altro: "se dico salta tu salti", se dico crepa tu crepi. Fine della storia

di Giovanni Drogo da Nextquotidiano

Mancano quattro giorni al #greferendum sulle proposte della Troika. Ancora per qualche giorno le vostre bacheche Facebook saranno intasate dai tifosi del Sì e dai sostenitori del No. E allora ecco un prontuario per voi che avete un amico espertone di economia su Facebook, che sa tutto della Grecia: aiutatelo nella sua analisi macroeconomica fatta di chiacchiere da bar fornendo alcuni dati. Sì, certo: i dati sono numeri, i numeri sono veri e quindi non stanno bene insieme alle chiacchiere ma perché non approfittarne per fare un po’ di chiarezza sulle balle che ci stiamo raccontando sulla Grecia in questi giorni?
REFERENDUM TSIPRAS GRECIA
Il debito di Atene (Corriere della Sera, 27 giugno 2015)

I GRECI SI SONO MANGIATI I SOLDI PRESTATI DALL’EUROPA?
Uno dei punti principali delle discussioni sui Social è che se i greci hanno ricevuto dei prestiti dagli stati membri della UE (ovvero da noi cittadini) allora sono tenuti a restituirli. Quel che è giusto è giusto e quel che è nostro, deve tornare ad essere nostro.
banche tedesche francesi stati grecia

L’infografica del Sole 24 Ore sul salvataggio della Grecia nel 2009
Ma dove sono realmente finiti i soldi del salvataggio greco? A spiegarcelo un pezzo del Guardian di qualche giorno fa che la fetta più consistente dei 240 miliardi di euro prestati alla Grecia tra il 2010 e il 2012 è andata (attualmente il debito ammonta a 320 miliardi) a finire nelle casse delle banche che avevano prestato denaro prima del crollo. In buona sostanza è vero che il debito pubblico greco è ingente, ma molto più preoccupante è la situazione dell’indebitamento dei privati, ovvero delle banche che hanno prestato denaro in modo a dir poco sconsiderato. Del denaro prestato alla Grecia solo il 10% è stato effettivamente utilizzato dal Governo per riforme economiche, il resto è stato utilizzato per ripianare i debiti e gli interessi sui debiti della finanza privata. Se nel 2010 la quasi totalità del debito era dovuto alle banche oggi invece il 78% di quei 320 miliardi di euro è della Troika, ovvero delle istituzioni pubbliche. Le operazioni di salvataggio hanno trasformato il debito dei privati (ovvero l’esposizione delle banche elleniche ed europee che sono state salvate) in un debito pubblico. I soldi quindi non sono andati ai greci ma alla finanza privata che, una volta al sicuro, ha pensato bene di scaricare gli oneri sulla paese. Se guardiamo il grafico qui sopra è evidente come nel 2009 le banche europee (principalmente tedesche e francesi) e non gli stati fossero molto esposte in virtù dei crediti concessi in modo sbarazzino. Nel 2014 la situazione è invertita. Perché? Perché le stesse banche hanno scaricato gli oneri sugli stati cioè gli stessi cittadini che ora vogliono indietro i soldi dai greci (le banche hanno accettato un haircut del 50% sul debito). Ad essere stato salvato è il sistema bancario, non la Grecia.
mappa salvataggi Banche
E se pensate che la Grecia sia l’unico paese che ha speso denaro per salvare il sistema bancario ecco qui questo bel grafico che mostra come anche gli altri paesi dell’eurozona abbiano allegramente finanziato il sistema bancario all’inizio della crisi.
La riduzione del numero dei dipendenti pubblici in Grecia negli ultimi cinque anni
La riduzione del numero dei dipendenti pubblici in Grecia negli ultimi cinque anni
LA GRECIA NON HA FATTO NULLA PER USCIRE DALLA CRISI DEL DEBITO?
C’è un pregiudizio nei confronti dei Greci, raffigurati come allegre cicale spendaccione che in questi anni invece che mettere mano ai conti pubblici e intraprendere la strada delle riforme strutturali hanno preferito ballare il sirtaki e ubriacarsi di ouzo (con i nostri soldi!11). In realtà le cose non stanno così. I punti principali riguardo ai quali i critici contestano alla Grecia un’inerzia e un’indolenza eccessive sono: “ci sono troppi dipendenti pubblici“, “i greci non stanno facendo le riforme strutturali richieste“, “non è stata fatta nessuna riforma delle pensioni” ed infine “i greci non si sono impegnati in un piano di riduzione del deficit“. Ma andiamo con ordine, se si ha la pazienza di leggere la tabella qui sopra (estratta da qui) si potrà notare che nel 2009 il totale dei dipendenti pubblici era di 907.351 unità mentre nel 2014 si è scesi a 651.717. Si tratta di 255.634 dipendenti in meno in cinque anni (qualcosa come il 25% in meno). Qualcuno potrà dire che Tsipras ha intenzione di invertire questa tendenza, ma a quanto pare il piano di assunzioni riguarda al massimo quindicimila nuovi assunti, una piccola frazione rispetto ai posti di lavoro tagliati negli ultimi anni.
riforme strutturali grecia classifica
LA GRECIA NON HA FATTO LE RIFORME STRUTTURALI?
Come misurare l’impatto e la consistenza delle riforme fatte dal Governo ellenico? Secondo molti analisti e commentatori da bar la Grecia non ha fatto nulla. Forse sarebbe più corretto dire che la Grecia ha fatto molto, ma non abbastanza da poter mettersi al pari con la maggior parte dei paesi europei. A sostegno di questa tesi si può citare il fatto che nel 2010 la Grecia secondo il report di Doing Business si posizionava al 109° posto in una classifica globale dei paesi dove è più conveniente aprire un’attività e fare affari. Il punteggio riguarda diversi indicatori che prendevano in considerazione la competitività e le riforme attuate. Lo stesso report del 2015 vede la Grecia scalare la classifica e posizionarsi al 61° posto della classifica. Se la Grecia non avesse fatto nessuna delle “riforme strutturali” come ha fatto a salire di posizione (tenendo conto che tra i fattori che contribuiscono al punteggio ci sono proprio le riforme)? Giusto per fare un paragone guardate dove si posiziona l’Italia rispetto alla Grecia. Negare che i greci abbiano fatto le riforme strutturali è semplicemente una balla. Certo c’è ancora da combattere il problema dell’evasione fiscale, ma non è una cosa che Tsipras avrebbe potuto fare in pochi mesi (in Italia ci proviamo da sempre e l’unica cosa che siamo riusciti a partorire è stato lo scudo fiscale).
fonte: Doing Business 2015
fonte: Doing Business 2015
LA GRECIA REGALA LE PENSIONI?
È vero, il sistema pensionistico greco è stata una delle principali fonti della spesa pubblica anche se non è corretto dire che i greci andavano tutti in pensione a cinquantanni come si sente dire in giro. Ma non è vero che la Grecia non ha posto in essere una serie di riforme volte a modificare lo status quo. Una su tutte: l’innalzamento dell’età pensionabile.
Nel grafico la Grecia è indicata con la sigla EL 

Nel grafico la Grecia è indicata con la sigla EL
Se andiamo a guardare l’impatto a lungo termine (nel 2060) e lo confrontiamo con la situazione prima della riforma (la linea blu del grafico) vediamo due cose: la situazione greca era simile a quella italiana e con la riforma attuale i greci andranno in pensione più tardi degli italiani (ma anche dei tedeschi). Lo sforzo c’è stato, ed è considerevole. E se il problema fosse la spesa pensionistica rispetto al PIL? Secondo quanto riporta Icebergfinanza non solo la spesa greca è in linea con quella di paesi europei come Italia e Francia…
spesa pensioni grecia pil
…ma a quanto pare il “costo” di un pensionato greco è molto inferiore a quello di un pensionato tedesco.
spese pensioni grecia
Di nuovo, si può fare di più e meglio tenuto conto della drammatica situazione del paese? Forse. Ma senza dubbio molto è già stato fatto.
E LA RIDUZIONE DEL DEFICIT, RAGA?
GRECIA DEFICIT

Leggete il grafico qui sopra che riassume i dati del debito pubblico dei paesi OCSE. No, rileggetelo. La Grecia è passata da un deficit al 15,6% nel 2009 al -1,4% nel 2015. E ancora c’è qualcuno che dice che i greci non hanno fatto nulla e non sono in grado di fare sacrifici? Sempre per fare un paragone date un occhio all’Italia e pensate ai sacrifici che ci sono stati imposti per passare dal -5,4% al -2,1% e di cui tutti si lamentano. Ok, ora prendete i tagli alla spesa pubblica e provate ad immaginare cosa è successo in Grecia in questi ultimi cinque anni.
 

L’Europa vuole liberarsi di Alexis Tsipras

Non mi viene in mente nessuna depressione economica così deliberatamente forzata e con conseguenze così catastrofiche: il tasso di disoccupazione giovanile greco è arrivato al 60 per cento. È sorprendente che la troika non se ne sia assunta la responsabilità né abbia riconosciuto quanto fossero sbagliate le sue previsioni e i suoi modelli. Ma è ancora più sorprendente che i leader europei non abbiano imparato niente da quello che è successo, e chiedano alla Grecia di accumulare un avanzo primario (il saldo tra entrate e uscite, escluso il pagamento degli interessi sul debito pubblico) pari al 3,5 per cento del pil entro il 2018.
Diciamolo chiaramente: quasi niente dell’enorme volume di denaro prestato alla Grecia è rimasto nel paese
Molti economisti giudicano questo obiettivo esagerato, perché per raggiungerlo il paese cadrebbe in una crisi più profonda. Anche se il debito greco venisse ristrutturato oltre l’immaginabile e al referendum del 5 luglio gli elettori votassero a favore delle richieste della troika, il paese resterebbe comunque in depressione.
Pochi paesi sono riusciti a fare quello che la Grecia ha fatto negli ultimi cinque anni per ottenere un avanzo primario. E anche se questo è costato enormi sacrifici alla popolazione, le ultime proposte di Atene andavano incontro alle richieste dei creditori. Diciamolo chiaramente: quasi niente dell’enorme volume di denaro prestato alla Grecia è rimasto nel paese. È servito praticamente solo a pagare i creditori privati, comprese alcune banche tedesche e francesi. La Grecia ha avuto solo le briciole e per salvare il sistema bancario di quei paesi ha pagato un prezzo altissimo.
Il Fondo monetario internazionale e gli altri creditori “istituzionali” non hanno bisogno dei soldi che chiedono. In una situazione normale, probabilmente li presterebbero subito di nuovo ad Atene. Ma, come ho già detto, non è una questione di soldi. Stanno semplicemente usando le “scadenze” per costringere la Grecia a cedere e ad accettare l’inaccettabile: non solo le misure di austerità, ma anche altre politiche regressive e punitive.
Perché l’Europa fa questo? Non è democratica? A gennaio i greci hanno eletto un governo che si era impegnato a mettere fine all’austerità. Se avesse semplicemente mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale, il primo ministro Alexis Tsipras avrebbe già respinto la proposta. Ma ha voluto dare ai greci la possibilità di incidere su una decisione cruciale per il futuro del paese. Questa esigenza di legittimazione popolare è incompatibile con la politica dell’eurozona, che non è mai stata un progetto molto democratico. La maggior parte dei governi dell’area non ha chiesto il parere del popolo prima di rinunciare alla sovranità monetaria a favore della Banca centrale europea. Quando il governo svedese l’ha fatto i cittadini hanno detto di no. Avevano capito che se la politica monetaria fosse stata decisa da una banca centrale preoccupata solo dell’inflazione, la disoccupazione nel loro paese sarebbe aumentata (e nessuno avrebbe prestato sufficiente attenzione alla stabilità finanziaria). L’economia ne avrebbe sofferto, perché il modello alla base dell’eurozona presume rapporti di potere sfavorevoli per i lavoratori.
Quella che stiamo vedendo ora è l’antitesi della democrazia. Molti leader europei vorrebbero liberarsi di Tsipras
E senza dubbio quella che stiamo vedendo ora è l’antitesi della democrazia. Molti leader europei vorrebbero liberarsi di Tsipras, perché il suo governo si oppone alle politiche che finora hanno fatto crescere la disuguaglianza e vuole mettere un freno allo strapotere dei più ricchi. Sembrano convinti che prima o poi riusciranno a far cadere questo governo, costringendolo ad accettare un accordo in contraddizione con il suo mandato.
È difficile consigliare ai greci cosa votare il 5 luglio. Una vittoria del sì darebbe il via a una depressione a tempo indeterminato. Forse a un paese senza più risorse, che ha venduto tutto e costretto i suoi giovani a emigrare, alla fine il debito sarebbe condonato. Forse, dopo essersi ridotta a un’economia a medio reddito, alla fine Atene otterrebbe l’aiuto della Banca mondiale. Tutto questo potrebbe succedere nei prossimi dieci anni, o forse nel decennio successivo.
Una vittoria del no, invece, darebbe almeno alla Grecia, con la sua lunga tradizione democratica, la possibilità di riprendere in mano il suo destino. I cittadini avrebbero l’opportunità di costruirsi un futuro che forse non sarebbe prospero come il passato, ma sarebbe molto più carico di speranza dell’insopportabile tortura del presente. Io so già come voterei.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

martedì 30 giugno 2015

Moneta vuol dire fiducia: perché i CCF rischiano di non funzionare

Pubblichiamo un commento critico di Guido Iodice e Thomas Fazi alla proposta avanzata da Luciano Gallino e altri economisti nell'ebook “Per una moneta fiscale gratuita” edito da MicroMega. A seguire una replica degli autori del volume.

di Guido Iodice (Keynesblog.com) e Thomas Fazi (Oneuro eunews.it/oneuro) da Micromega




Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi hanno avanzato, in un loro libro edito da Hoepli, la proposta di istituire una forma di “moneta fiscale”, poi rilanciata in un appello promosso da Stefano Sylos Labini e firmato anche da Luciano Gallino e infine meglio esplicitata nell’e-book di MicroMega. I certificati di credito fiscale (CCF) verrebbero emessi dal governo e sarebbero in sostanza dei crediti sulle tasse future (a due anni). Con i CCF, lo Stato potrebbe aumentare la spesa pubblica, ridurre il cuneo fiscale e immettere liquidità nel sistema economico. I CCF sarebbero (quasi-)moneta in più, in modo tale che lo Stato non dovrebbe sostituire parte della sua spesa pubblica in euro con spesa in CCF, ma attivare più spesa grazie a questi ultimi. L’auspicio è che essi vengano percepiti come moneta e utilizzati negli scambi, per lo meno tra imprese e tra imprese e Stato. Secondo i promotori, i CCF si ripagherebbero da soli perché, una volta rimessa in moto l’economia, il PIL tornerebbe a crescere e gli introiti fiscali ad aumentare, coprendo quindi l’ammanco dovuto all’utilizzo finale dei certificati, cioè lo sconto sulle imposte.

Un merito della proposta è che essa esplicitamente riconosce l’impraticabilità e i rischi di un’uscita unilaterale dall’eurozona e pertanto si preoccupa di trovare una soluzione “morbida”. I problemi però sono molteplici. In primo luogo i promotori danno per scontato che l’emissione di questa quasi-moneta non violi i Trattati. Ammesso che sia così, tuttavia è facilmente immaginabile che la Commissione europea chiami lo Stato a rispondere davanti alla Corte di giustizia. L’incertezza sull’esito farebbe precipitare il valore del CCF nei confronti dell’euro, rendendo via via meno efficace il programma. Ammettendo però di superare questo scoglio, un ulteriore problema è costituito dal fatto che i CCF andrebbero sommati allo stock del debito pubblico. Anche qui, i promotori insistono sostenendo che non sia un problema, ma la Commissione potrebbe porre comunque ostacoli che minerebbero la fiducia del pubblico.

In sostanza, i promotori sopravvalutano una affermazione della Modern Money Theory, secondo la quale la moneta legale ha valore perché con essa si pagano le tasse. Se fosse così semplice, allora nessun paese soffrirebbe mai di crisi monetarie e di iperinflazione, né vedremmo economie che ruotano di fatto intorno a valute estere (basti pensare all’Islanda prima della crisi del 2008). Nella realtà la moneta legale, come qualsiasi moneta priva di valore intrinseco, è fiduciaria e quindi ha valore in base alla credibilità di chi la emette. Chi ha una banconota da 100 euro in tasca sa che c’è un impegno, da parte dell’emittente, a fare in modo che essa sia scambiabile tra un mese o un anno con un paniere di prodotti il cui valore reale sarà, nel peggiore dei casi, solo di poco inferiore a quello odierno (è questo il senso del target inflazionistico). O che, se non bassa, l’inflazione sia almeno stabile e perciò prevedibile. Viceversa i cittadini di paesi che sperimentano tassi di inflazione elevati e crescenti per lungo tempo, alla fine, perdono fiducia nella moneta legale esattamente come la perderebbero in un assegno firmato da un noto protestato, e si rivolgono alle monete emesse da soggetti più affidabili (tipicamente gli Stati Uniti). Sia chiaro, non si sta dicendo qui che l’Italia farebbe la fine dello Zimbabwe, ma semplicemente che un dubbio sul valore futuro dei CCF li renderebbe pressoché inservibili come stimolo alla domanda.

Supponendo tuttavia di superare a pieni voti il test dell’incertezza, si pone paradossalmente il problema della possibile tesaurizzazione dei CCF. Per quanto riguarda la parte utilizzata per i trasferimenti, il pubblico potrebbe semplicemente decidere di non spenderli, ma detenerli fino a quando potranno essere usati per pagare le imposte, peraltro l’unico momento in cui il valore dei CCF potrebbe essere considerato sicuro ed uguale a quello facciale. In tal caso, l’effetto moltiplicativo sarebbe nullo e lo Stato si troverebbe con un buco di bilancio imprevisto.

Non vogliamo tuttavia apparire troppo demolitori nei riguardi di questa proposta. Al contrario, essa contiene in nuce qualche buona idea che potrebbe essere effettivamente applicata. L’importante è non cadere nell’illusione di un keynesismo “meccanico” o “idraulico”, nel quale l’immissione di nuova acqua fa girare il mulino dell’economia, checché ne pensino gli agenti economici (per inciso, Keynes non era affatto un keynesiano “idraulico”).

Se la proposta dei CCF è prona alle critiche testé illustrate, a maggior ragione lo è quella immaginata da alcuni in caso i default di uno Stato all’interno dell’eurozona, seguito dall’emissione di “euro-cambiali” che verrebbero utilizzate come liquidità sostitutiva. Il modello spesso richiamato è quello dello Stato della California che nel luglio 2009, di fronte ad una grave crisi delle proprie finanze, emise delle “promesse di pagamento” (Registered Warrants) per pagare i dipendenti pubblici, i fornitori e coloro che vantavano diritti a rimborsi fiscali per 2,37 miliardi di dollari. L’esperimento non fu propriamente un successo: appena pochi giorni dopo l’emissione iniziale, le principali banche si rifiutarono di accettare questi “pagherò” (o come li chiamano gli americani, IOU, che sta per I Owe You, “io ti devo”). Solo dopo ingenti tagli di spesa e aumenti delle imposte decisi dallo Stato, alcune di esse tornarono sui loro passi e ricominciarono ad accettare i Warrants. Se l’operazione ha mostrato i suoi limiti in California, lo Stato con il reddito più alto nel paese più ricco del mondo, la speranza che funzioni in luoghi come i PIIGS è pressoché nulla, sebbene possa rivelarsi l’unica, disperata, opzione se non si vuole uscire dall’euro. In tal caso, si può immaginare che il pubblico possa dare fiducia agli IOU a seguito di un accordo europeo che dia una qualche certezza sul fatto che gli “euro-pagherò” si potranno trasformare in euro “veri” entro un tempo ragionevole. In caso contrario non si capisce come la gente possa dare valore a pezzi di carta che riportano una promessa di pagamento in euro firmati da un governo che ha appena dichiarato la propria insolvenza su debiti in euro.

* * * *

Replichiamo con piacere, su invito di MicroMega, ai commenti di Guido Iodice e di Thomas Fazi in merito al nostro progetto di Moneta Fiscale, da attivarsi mediante emissione di Certificati di Credito Fiscale (CCF). E ringraziamo Iodice e Fazi per l’interesse dimostrato al riguardo. Dobbiamo però notare che pare essere loro sfuggito un aspetto chiave della proposta. I CCF non sono titoli di debito: lo stato emittente non assume alcun impegno a rimborsarli in euro, ma solo ad accettarli a compensazione di pagamenti di imposte future, o di qualsiasi altra forma di pagamento ad esso (lo stato) altrimenti dovuti. Sono titoli che conferiscono a chi li riceve il diritto a uno sconto fiscale futuro; sono cedibili a terzi e sono convertibili in euro per essere spesi immediatamente. Chi li vende vuole spendere, chi li compra vuole usarli per abbattere le proprie tasse e accrescere le proprie risorse per consumi e investimenti.

I CCF non sono quindi IOU analoghi al caso californiano, né ai titoli emessi in altri contesti di tensioni finanziarie (un esempio ancora più noto è quello della crisi argentina del 2001). Non esiste nessuna fattispecie né teorica né pratica sotto la quale lo stato emittente possa essere costretto a non onorare (quindi a fare default) su un CCF.

La loro natura non-debitoria e non-monetaria è all’origine anche dell’ammissibilità dei CCF ai sensi di trattati e regolamenti UE. Se non sono debito, i CCF non sono neanche “legal tender” nel senso in cui lo è l’euro. Non sono moneta legale che debba essere obbligatoriamente accettata in tutta l’Eurozona, sebbene possano diventare sostituti della moneta, secondo che il pubblico e il mercato siano disposti ad accettarli in pagamento. Ma questo vale in linea di principio per qualunque titolo e non per questo mette in discussione l’euro come moneta legale. I CCF traggono il loro valore dalla dichiarazione unilaterale e volontaria di accettazione da parte del singolo stato che li emette. Non confliggono con il monopolio della BCE riguardo all’emissione di moneta legale ad accettazione obbligatoria.

Quanto all’affermazione che “i promotori sopravvalutano una affermazione della Modern Money Theory, secondo la quale la moneta legale ha valore perché con essa si pagano le tasse. Se fosse così semplice, allora nessun paese soffrirebbe mai di crisi monetarie e di iperinflazione”: naturalmente qualsiasi attività di natura monetaria o quasi-monetaria può subire un depauperamento di valore al di sopra di certe soglie di emissione. Se i CCF venissero emessi in misura pari a un multiplo degli incassi annui dello stato (per esempio) italiano, passerebbero degli anni prima che il possessore riesca effettivamente a utilizzarli: ne seguirebbe una notevole perdita di valore. Ma le analisi numeriche ampiamente illustrate nell’ebook mostrano come l’Italia (ma vale anche per la Grecia) otterrebbe una forte ripresa della domanda e dell’economia con livelli di emissione annua che sono una frazione, non certo un multiplo, degli incassi sopracitati.

Riguardo poi al rischio di tesaurizzazione, questo è un dubbio applicabile a qualsiasi forma di azione espansiva attuata mediante incentivi alla spesa privata (riduzione di tasse o anche incrementi di trasferimenti, quali ad esempio le pensioni). Questo timore non inficia la validità del progetto: casomai può condurre a formulare l’azione espansiva allocando i CCF in maggior proporzione (rispetto a quanto già previsto nel progetto) a chi ha maggiori necessità di spesa, a chi ha una più elevata propensione al consumo e all’espansione della spesa pubblica con effetto diretto sul PIL (per esempio utilizzando i CCF a parziale finanziamento di opere di pubblica utilità).

Facciamo comunque notare che le azioni restrittive messe in atto in Italia (e in molti altri paesi dell’Eurozona) dal 2011 ad oggi hanno compresso la spesa privata (maggiori imposte e minori trasferimenti) più della spesa pubblica diretta. L’ipotesi alla base dell’”austerità espansiva” era che cittadini e aziende, pur trovandosi con meno soldi in mano, non avrebbero (se non marginalmente) compresso la loro spesa, grazie ai benefici effetti psicologici prodotti dalla constatazione che “i conti pubblici stavano tornando sotto controllo”.

Alla prova dei fatti, la “fata fiducia” (come la chiama Paul Krugman) si è rivelata una pura fantasia. Gli agenti economici, che poi sono, in ultima analisi, persone in carne ed ossa, si comportano in modo molto più semplice e lineare. Spendono meno quando hanno pochi soldi in tasca, e di più quando glieli rimetti e non li minacci di toglierglieli per altra via…

Il progetto CCF non ha nulla di magico. E’ l’applicazione di un concetto in definitiva intuitivo. Quando un sistema economico opera a livelli fortemente inferiori al suo potenziale (e soffre di conseguenza di disoccupazione massiccia e di rischi di deflazione), il recupero di domanda, produzione e occupazione è ottenibile (senza alcun rischio per la stabilità finanziaria e monetaria) immettendo potere d’acquisto, direttamente nella disponibilità degli agenti economici. Stampando moneta (o un suo equivalente) o emettendo strumenti che generano potere d’acquisto. In tal senso, i CCF creano capacità di spesa immediata e la conferiscono a chi quella spesa ha maggiore necessità di effettuarla. Si tratta di uno strumento direttamente destinato a incrementare la domanda e a ridurre significativamente la fiscalità che grava sulle famiglie, i lavoratori e le aziende (ottenendo così anche un recupero di competitività ed evitando squilibri nei saldi commerciali esteri).


Biagio Bossone e Marco Cattaneo


Grecia, tutte le differenze tra la proposta dei creditori e quella di Atene

Non è ancora chiaro al momento quale siano le nuove proposte last minute di Juncker.
Ad ogni modo non è limando qualche asperità che cambia la sostanza: sono l'austerità e le sue logiche inumane ad essere messe in discussione. Le scelte che faranno Tsipras e il popolo greco fanno parte del regno del possibile, dominato dai rapporti di forza, e non rappresentano certo il punto di vista di chi crede in un Europa democratica e solidale.

di Alfonso Bianchi da eunews




Aumento dell’Iva per alberghi e nelle isole, riforma delle pensioni e del mercato del lavoro, privatizzazioni e tassazione sui profitti più alti delle imprese. Le proposte di Atene e delle istituzioni a confronto per capire dove è saltato il tavolo delle trattative

(Questo articolo è stato aggiornato lunedì 29 giugno tenendo conto dell’ultima versione della proposta pubblicata dalla Commissione europea)
Bruxelles – A guardare le ultime proposte, quella delle istituzioni (Commissione, Bce e Fmi) da una parte (qui il testo di quella del 25 giugno, qui di quella del 26 che era stata preparata per l’Eurogruppo di sabato 27 e resa pubblica dopo la rottura di Tsipras), e quella Greca dall’altra (qui il testo diffuso giovedì mattina da Kathimerini), si vede che la trattativa verte su pochi, ma decisivi punti (utile leggere anche la proposta greca modificata dalle istituzioni lunedì 22 giugno per capire dove le posizioni si sono avvicinate e dove no negli ultimi giorni di trattative). Atene non vuole cedere sullo sconto dell’Iva per le isole e sulla quota al 13% per gli hotel (quest’ultima cosa accettata dai creditori nel testo del 26 giugno), accetta di alzare l’età pensionabile a 67 anni dal 2022 ma non di escludere del tutto i contributi statali per aumentare le pensioni più basse, e insiste sul ripristino della contrattazione collettiva e sull’introduzione di una tassa una tantum sui profitti aziendali più alti. Ecco punto per punto le principali differenze tra le due posizioni.
Iva
La Grecia accetta di portare entro il primo luglio l’Iva al 23% su tutti i prodotti ma insiste che oltre ad acqua ed energia elettrica anche cibo e soprattutto gli hotel debbano fermarsi al 13% (al momento sono al 6,5%). I creditori fino al 25 giugno volevano anche gli alberghi al 23, e al 13 solo cibi “di base”. Nella proposta del 26 giugno il rincipale cambiamento è che i creditori accettano invece gli alberghi al 13% e aggiungono una clausola che parla di “possibile revisione delle quote a fine 2016“. Atene insiste anche per mantenere uno sconto del 30% per le isole (dove il trasporto delle merci ha evidenti costi che in questo modo si intendono ammortizzare), altro punto di forte scontro. Lo sconto nelle isole fa sì che in Grecia esistano ben 6 quote differenti per l’Iva, la Commissione critica il provvedimento per gli oneri burocratici che comporta nei controlli, ma c’è anche chi punta il dito contro possibili ‘trucchi’ come quello di far ‘transitare’ per le isole le merci solo per ottenere tariffe agevolate.
C’è accordo tra Bruxelles e Atene sul super sconto al 6% per medicinali, libri e teatro.

Tassazione
La Grecia insiste sulla tassa una tantum del 12% sui profitti delle imprese superiori a mezzo milione di euro nel 2014, a cui si oppone fortemente il Fondo monetario internazionale, ma anche la Commissione che ne critica la retroattività e il fatto che non possa essere conteggiata nelle riforme strutturali, e quindi ‘permanenti’, richieste. Vuole eliminare dalla richiesta delle istituzioni l’anticipo del 100% dei pagamenti delle imposte sui profitti dichiarati di aziende e imprese individuali (al momento nel Paese l’anticipo è dell’80%). La Grecia accetta di aumentare la tassazione sulle imprese solo dal 26 al 28% invece che al 29% come chiesto fino a lunedì.
Tsipras insite anche nel mantenere i sussidi sulla benzina per gli agricoltori. Accordo sulla tassa al 30% sul gioco online.

Riforma delle pensioni
La Grecia accetta di portare greadualmente entro il 2022 l’età pensionabile a 67 anni e a 62 per chi ha 40 anni di contributi, ma vuole che la riforma valga per chi va in pensione dopo il 31 ottobre 2015 (le istituzioni vorrebbero già dopo il 30 giugno).
Per quanto riguarda i contributi statali per l’aumento delle pensioni più basse, il cosiddetto Ekas, la Grecia promette di “rimpiazzarlo” entro la fine del 2018, le istituzioni chiedono invece di “eliminarlo” entro la fine del 2019. Gli aumenti dei contributi alla salute per i pensionati verrebbero portati dal 4 al 5% (le istituzioni vogliono il 6%).

Mercato del lavoro
Atene non accetta la clausola che chiede di non ripristinare il sistema di contrattazione collettiva, uno dei punti centrali del programma di Syriza.

Privatizzazioni
La Grecia conferma di lavorare per portare a termine i bandi per la privatizzazione dei porti di Salonicco e del Pireo e dell’aeroporto di Atene (bandi lanciati dal governo Samaras e che Tsipras si è impegnato a non ritirare), ma non accetta la frase nel testo dei creditori che chiede di “non modificare i termini del bando” per Salonicco, Pireo e delle compagnie ferroviarie Trainose e Rosco. Atene non accetta neanche il punto che chiede di “adottare misure irreversibili per la vendita degli aeroporti regionali”. Tsipras ha sempre affermato che le privatizzazioni già lanciate verranno sì portate a termine, ma solo a cifre ragionevoli visto che non è intenzionato a svendere i gioielli nazionali.
I creditori chiedono anche di prendere “decisioni irreversibili” per assicurare la privatizzazione dell’Admie, la compagnia che gestisce le infrastrutture dell’elettricità.

Difesa
Resta il muro contro muro sui tagli alla Difesa, Atene li vuole di 200 milioni, le istituzioni di 400. La Difesa è un settore delicato per la tenuta del governo di Tsipras in quanto è stata affidata all’alleato Panos Kammenos, dei Greci indipendenti.

Mercato dei prodotti
La Grecia accetta di di riformare le regole per le licenze per gli investitori, ma non di farlo sotto la supervisione della Banca Mondiale.

lunedì 29 giugno 2015

Le tante (troppe) bugie sulla Grecia


 La macchina mediatica delle tecnocrazie si è messa in moto per demistificare il referendum ellenico del 5 luglio e il significato della sfida in campo: c’è un’alternativa all’austerity e all’Europa a due velocità ad egemonia tedesca? Dalla Grecia ci giunge una lezione di democrazia e dignità, ma il governo Tsipras non va lasciato solo.

di Giacomo Russo Spena da Micromega

Il Corriere della Sera, allarmato, si domanda in prima pagina: “Quanti Tsipras ci sono in Europa?”. Scrive Francesco Giavazzi: “Quest’anno grazie alla cura Tsipras (la Grecia, ndr) è tornata in recessione”.

I commenti, anche da parte di esponenti del centrosinistra, sono severi e senza appelli: “Tsipras ha promesso l’impossibile”, un “anticapitalista coi soldi degli altri”. E poi ancora: populista, sprovveduto. Un Ponzio Pilato. “Un gesto estremo di viltà politica”, l’aver indetto un referendum sulle politiche europee, il prossimo 5 luglio.

Si rispolverano i vecchi cavalli di battaglia – utilizzati per imporre i fallimentari memorandum alla Grecia negli anni scorsi – come l’aver truccato i conti. Secondo la vulgata, la crisi si sarebbe sviluppata per colpa dei greci stessi: un Paese arretrato, statalista, piagato dalle clientele e “fannullone”.

Con le istituzioni europee (e molti media) che hanno colpevolizzato, a volte sottilmente e altre volte meno, un intero popolo (“levantino”) per imporre misure di austerità che invece di curare il malato hanno finito per ucciderlo, o quasi.
Eppure, come raccontava Luciano Gallino su Repubblica, “pochi giorni fa il Parlamento greco ha diffuso un rapporto del Comitato per la Verità sul Debito pubblico. Le conclusioni sono che per il modo in cui la Troika ha influito sul suo andamento, e per i disastrosi effetti che le politiche economiche e sociali da essa imposte hanno avuto sulla popolazione, il debito pubblico della Grecia è illegale, illegittimo e odioso. Pertanto il Paese avrebbe il diritto di non pagarlo”.

Ci si dimentica di almeno due cose: che la Grecia avesse un problema strutturale era risaputo ben prima che il Paese entrasse nell’euro; e tutte le storture del sistema (dalla corruzione allo statalismo) sono state causate da quella classe politica che ha poi inflitto alla popolazione, su mandato di Bruxelles, misure durissime: socialisti e conservatori, in alternanza e poi in una grande coalizione.

Gli stessi partiti e la stessa classe politica che oggi inveisce contro Syriza, che ha all’attivo sei mesi di governo su 40 anni di ritorno alla democrazia. E che dal 2009 in poi la stessa Grecia è il paese europeo che ha fatto più “riforme” di tutti a livello continentale, con esiti disastrosi: un Pil ridotto del 25 per cento è un dato di guerra, unico in tempi di pace.

Syriza ha vinto le elezioni lo scorso gennaio, volendo incarnare una speranza di cambiamento e la discontinuità rispetto ai diktat dell’Unione Europea. Lo ha fatto con un programma di rinegoziazione con la Troika. Così è iniziato lo scontro tra due visioni, due “ideologie” contrastanti. Davide contro Golia. Una partita ad alta tensione dove la posta in gioco è diventata sempre più alta.

Come spiega Christos Mantas nell’intervista rilasciata a MicroMega, il governo greco ha cercato la via della mediazione aprendo a provvedimenti (privatizzazioni, innalzamento età pensionabile) estranei al programma originario di Syriza. La risposta della Troika è stato l’ultimatum: un piano ancor più stringente e sbilanciato che di fatto avrebbe favorito i ceti più ricchi del Paese. Un ennesimo memorandum. Lo scalpo di Tsipras per dimostrare a tutti come non sia possibile riformare e modificare la rotta dell’Europa.

La risposta di Atene è stata quella di far decidere i greci stessi. Di fronte a un vicolo cieco, senza margini di manovra, piuttosto che rompere un patto con i propri elettori, Tsipras ha preferito lanciare un messaggio ai propri connazionali: fin dove siete disposti a spingervi? Tra l’altro, sin dal programma elettorale del 2012, Syriza prometteva ai suoi elettori – testualmente – di “sottoporre a referendum vincolanti i trattati e altri accordi rilevanti europei”.

I sondaggi, ad oggi, dicono che il “sì” al pacchetto europeo vince sui “no”. La vittoria dei primi significherà, probabilmente, un cambio di governo, o comunque un rimpasto, escludendo i settori più radicali di Syriza. Ipotesi caldeggiata dai creditori, stufi di trattare con i “piantagrane”. Una vittoria dei “no” da un lato rafforzerebbe Tsipras, dall’altro rischierebbe di far saltare il banco in modo definitivo. “Syriza si è trovato sino ad oggi, politicamente parlando, in una posizione maldestra – ragiona Paul Krugman, su Repubblica – con gli elettori furiosi a causa delle crescenti richieste di austerità ma al tempo stesso riluttanti ad abbandonare l'euro. Conciliare queste due tendenze è sempre difficile, e lo è a maggior ragione oggi. Il referendum di fatto chiederà agli elettori di stabilire le proprie priorità, e di conferire a Tsipras il mandato per fare ciò che deve nel caso in cui la Troika lo porti a un gesto estremo”.

Se Angela Merkel e Jean Claude Junker, oggi, si dichiarano disponibili a nuovi negoziati con la Grecia dopo il 5 luglio è perché sanno che una Grexit non conviene a nessuno. Non la vuole Tsipras, non la vogliono i “mercati”, dato che potrebbe significare l’implosione, definitiva, dell’eurozona. E ovviamente della moneta unica, con conseguenze indecifrabili. Un salto nel buio per tutti.

In tutto questo, l’Italia dove sta? Il premier Matteo Renzi, dopo il famoso regalo della cravatta a Tsipras e i molti vibranti richiami contro l’austerità, si è espresso con un tweet: “Non è un derby tra Commissione europea e Tsipras, ma una scelta tra euro e dracma”. Una semplificazione che non corrisponde alla realtà e che, appunto, aggiunge confusione ad una situazione già di per sé ingarbugliata.

E si scoprono gli altarini di Renzi, le sue storielle sulla fine dell’austerity e l’inizio della crescita sotto il semestre a direzione italiana. Menzogne. Quel premier – che aveva spacciato il quantitative easing di Mario Draghi come l’inizio del cambiamento – ora sembra schierato con Merkel e la Troika. Senza capire che in caso di Grexit, potremmo essere noi le prossime vittime dell’austerity.

Sterile anche l’accusa di chi dice che dietro Tsipras ci sono logiche nazionaliste come dimostrerebbero gli attestati di stima di Marine Le Pen e Matteo Salvini. Demistificazioni. Il blocco degli euroscettici non è altro che l’altra faccia della medaglia della Troika e delle sue politiche di austerity.

Alla lotta del “basso vs alto” (quella contro i mercati, gli speculatori e i poteri forti) risponde con quella tra “basso vs basso”: la guerra tra poveri e il ritorno dei feroci patriottismi. In Grecia, Syriza ha arginato l’ascesa dei nazisti di Alba Dorata. Quindi due strade ben alternative. E in campo non c’è il nazionalismo ellenico perché la battaglia di Tsipras, da sempre, è europeista. Nello stesso momento, si rivendica però sovranità popolare e di decidere il come restituire i soldi del debito. Quel debito così alto a causa di speculazioni e interessi privati. E sempre quel debito che la Germania dopo la Seconda Guerra mondiale non ha pagato grazie alla Conferenza di Londra del 1953.

Syriza finora ha rappresentato un’anomalia nell’intero panorama politico europeo. Il governo Tsipras è stato il primo che, apertamente, ha messo in discussione i dogmi dell’austerità neoliberista condivisi da centrodestra e centrosinistra degli ultimi venti anni. Per questo fa così paura a molti: rappresenta un precedente pericoloso per l’establishment.

In gioco, infatti, non c’è una moneta né un aiuto a una nazione che ha un peso economico pari a quello della provincia di Vicenza. Di mezzo c’è l’idea stessa di Europa che si ha in mente per il presente e per il futuro. Il braccio di ferro è tutto politico e gli indici economici diventano un pretesto per non parlare di ciò che conta davvero: cioè la vita, i diritti dei cittadini europei. E la democrazia, se davvero ha ancora un senso.

Per questo sarebbe un errore lasciare solo Tsipras. E l’ora di una nuova fase di mobilitazione europea con l’augurio che a novembre, in Spagna, vinca Podemos e a marzo lo Sinn Fein in Irlanda. Un contagio. Con la mobilitazione di movimenti, sindacati e parti sociali, non c’è altra speranza per la sopravvivenza dell’Europa. Il 5 luglio OXI significa democrazia.

Grecia: e ora?

di Andrea Fumagalli da effimera


La trattativa tra il governo greco e i creditori (Brussel Group, ma sempre Troika) si è conclusa con un nulla di fatto. La Grecia (novello Davide) non ha la possibilità di spuntarla con la plutocrazia europea (il vecchio Golia). Ma la partita non si chiude ora, non finisce qui…
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La possibilità che la Grecia e i creditori possano trovare un accordo è oramai del tutto tramontata.
All’inizio di questa settimana di travaglio e di passione, l’offerta del governo Tsipras di venire incontro ad alcune richieste della Troika (aumento parziale Iva e dell’età pensionabile, seppur in tempi lunghi) per recuperare i 400 milioni di differenza tra le parti (pari allo 0,002 del Pil Europeo!) aveva fatto credere che fosse possibile giungere a una soluzione.

Invece il risultato è stato esattamente l’opposto.
L’irrigidimento dei creditori
Abbiamo infatti assistito a un irrigidimento delle posizioni dei creditori. Il primo, tra loro, è stato il Fmi, poi, il 26 giugno, è stato il turno dell’Eurogruppo. Perché tale irrigidimento, quando si era quasi vicino al traguardo di un accordo economico utile a tutti?
La risposta è molto semplice. La trattativa in corso da quanto Syriza ha vinto le elezioni in Grecia non è mai stata una trattativa economica, finalizzata a un accordo che consentisse alla stessa Grecia di rimanere, ufficialmente,  all’interno dell’Eurozona e ai creditori di avere la garanzia che gli interessi su un debito – che erano i primi a sapere inesigibile – venissero pagati nei tempi prestabiliti. È stata invece una trattativa squisitamente politica.
In un certo senso, possiamo paragonarla alla trattativa di Versailles all’indomani della Prima guerra mondiale, formalmente avviata per quantificare le riparazioni di guerra da parte della Germania sconfitta, ma di fatto finalizzata a ridisegnare la geopolitica europea in nome della supremazia inglese e francese. Sappiamo bene come l’ottusità dei vincitori di allora, imponendo condizioni capestro alla Germania, abbia innescato i processi storici che avrebbero portato all’ascesa di Hitler e quindi alla Seconda guerra mondiale. Keynes lo aveva ben compreso.
Così come allora, oggi non occorre essere degli indovini per immaginare come l’ottusità dei creditori (Fmi e Eurogruppo, in primis, con l’avvallo della Bce) rischia di trasformarsi in un boomerang assai pericoloso, pur di ribadire la supremazia della plutocrazia europea in nome del dogma del libero mercato e dello sfruttamento capitalista.
La chiusura del Fondo
Il Fmi è stato il primo a dichiarare che le proposte della Grecia erano insufficienti, chiedendo di eliminare quella tassa di solidarietà sui redditi più alti e sui profitti delle grandi imprese se superiori ai 500.000 euro, che, secondo il piano greco, avrebbe dovuto portare nelle casse statali circa 200 milioni di euro. Al di là della “ovvia” considerazione che le politiche d’austerity non devono essere uguali per tutti ma devono salvaguardare i ricchi, ciò che ha maggiormente irritato il Fondo è stato il mettere in discussione la dottrina (assai dubbia, come più volte empiricamente dimostrato) che gli aumenti delle tasse sarebbero dannosi per la crescita mentre le riduzioni di spesa pubblica la favorirebbero.
E a tal fine, come messo in luce dal Wall Street Journal, l’Fmi ha proposto una serie di rettifiche di segno opposto e impossibili da accettare da parte greca. Oltre all’eliminazione della tassa sui ricchi, si voleva, infatti, imporre alla Grecia l’obbligo di garantire un saldo primario crescente negli anni sino al 3%, un aumento generalizzato dell’Iva al 23% (perché quando si impongono imposte regressive che penalizzano le fasce reddituali più deboli, allora l’aumento delle tasse può essere accettato!), il tetto dell’età pensionabile a 67 anni entro il 2025 e non il 2037 come richiesto dalla Grecia, accompagnato da un’ulteriore riduzione del livello delle pensioni.
In assenza di assenso del governo Tzipras su tali snodi, nel caso in cui la Grecia non fosse risultata in grado di versare la tranche di 1,6 miliardi di euro nelle sue casse entro il 30 giugno, immediatamente il Fondo avrebbe, già il giorno dopo, avviato la pratica di default, contraddicendo, con ciò, le proprie stesse regole. Queste, infatti, prevedono, in caso di mancato rispetto dei tempi di pagamento, la proroga di un mese e poi altri tre mesi prima di concordare l’eventuale dichiarazione di default.
Il ricatto nei confronti della Grecia appare, con ciò, in tutta la sua evidenzia. eÇa va sans dire che questo primo blocco della trattativa non è stato mai messo in discussione dagli altri creditori (Eurogruppo e Bce), che, pure, avevano ben più da perdere da un eventuale default greco (220 miliardi contro i 39 miliardi di credito vantati dallo stesso Fmi).
I compitini della Grecia
Come riportato anche su La Voce.info, sito notoriamente rigido sul pareggio di bilancio e sulla necessità di tenere i conti pubblici in ordine, la Grecia ha eseguito molti dei compiti che i creditori le avevano sciaguratamente richiesto di portare a termine. Il deficit pubblico è stato portato dal 15,6 per cento del 2009 al 3,5 nel 2014: si tratta del più consistente aggiustamento dell’intera Europa. Il surplus primario (al netto degli interessi sul debito), corretto in funzione del ciclo congiunturale, supera il 5 per cento del Pil: il più alto d’Europa (l’Italia è seconda).
Tutto ciò è avvenuto a costi esorbitanti: il Pil, nello stesso periodo, si è ridotto di 20 punti percentuali (contro una previsione del Fmi di una riduzione del 5 per cento nei primi due anni e un successivo ritorno, nel 2014, ai livelli del 2009: al riguardo, una delle accuse del Fmi a Varoufakis è stata quella di avanzare stime economiche non attendibili…). Abbiamo assistito a una riduzione dei dipendenti pubblici del 25 per cento (255 mila unità); a una riduzione dei salari reali senza precedenti, dal momento che i salari nominali sono crollati ma i prezzi no; a una riforma delle pensioni che ha previsto di aumentare gradualmente l’età di pensionamento da 62 a 65 e poi a 67 anni per tutti, riduzione delle pensioni in 5 anni di oltre il 40% (come risulta dall’Ageing Report 2015 della Commissione Europea, pp. 39-40).
Si tratta proprio di quelle “riforme strutturali” più volte richieste come necessarie e che hanno portato la Grecia dal centonovesimo al sessantunesimo posto nel ranking del Doing Business Report tra 2010 e 2015 (l’Italia è al cinquanaseiesimo posto): una classifica che indica gli stati più virtuosi per favorire la profittabilità delle imprese.
La medicina fatta ingoiare ai greci non solo è stata assai amara, ma, quel che è ancora più grave, ha peggiorato la salute del paziente: tracollo del Pil, aumento dell’incidenza della povertà assoluta e relativa, insolvenza finanziaria con i creditori.
La paura dell’Eurogruppo
L’Eurogruppo non era sicuramente dispiaciuto dalla rigidità del Fmi se questa poteva essere utile a portare la Grecia a più miti consigli. Soprattutto non erano dispiaciute le oligarchie spagnole e italiane (indecise tra una presa di posizione nettamente contraria alla Grecia nei fatti e un ipocrita appoggio a parole ma opposto nei fatti – posizione tipica del governo italiano di Renzi).
Ma quando Merkel e Hollande invitanoTsipras a accettare la “generosa offerta” dei creditori di posticipare il tutto di sei mesi, accettando la tranche di finanziamento di 7,2 miliardi ma impegnandosi ad accogliere il contenuto del piano del Fmi “senza condizioni”, si capisce che non ci sono più margini di trattativa.

(Mutatis mutandis, la dichiarazione della signora Merkel mi ha ricordato quella di Paolo VI al culmine del rapimento Moro da parte delle Brigate Rosse, quando, invitato a perorare una conclusione positiva della trattativa in corso, il pontefice si limitò a chiedere agli “uomini delle Brigate Rosse” di liberare Moro “senza condizioni”…)
A ciò si aggiunge, in queste ore, lo schiaffo politico di Tsipras di indire per il prossimo 5 luglio un referendum popolare per approvare o respingere le proposte “indecenti” dei creditori. È la goccia che fa traboccare il vaso nei rapporti tesi tra le parti. E sta tutta qui la natura squisitamente politica che è stata al centro della trattativa di questi mesi e che, inevitabilmente, ne ha condizionato la conclusione: la Grecia esprime comunque la volontà di rimettere in discussione la politica di austerity, non solo perché il suo fallimento appare conclamato da un punto dei vista dei possibili risultati e perché spinge lungo una strada irreversibile ma perché viene imposta in modo dittatoriale e anti-democratico. Abbiamo il fondato sospetto che lo sprezzo verso forme di democrazia dell’Eurogruppo non si riferisca solo alla Grecia ma si rivolga anche alla situazione spagnola per evitare possibili effetti contagio nel caso di una vittoria elettorale di Podemos il prossimo ottobre.
Il libero mercato, in nome dell’efficienza e delle gerarchie imposte dal capitalismo finanziarizzato contemporaneo, fa a pugni con un’idea, seppur declinata in modo più formale che sostanziale, di democrazia. La governance economica si deve imporre su quella politica e giuridica (vedi Ttip), stroncando sul nascere qualunque nuovo tentativo di riportare al centro l’azione politica.
La critica, al limite, può essere mossa solo da coloro che fanno parte ordinatamente dell’attuale plutocrazia (i paesi Brics, ad esempio), non sicuramente da chi prospetta una possibile alternativa.

E ora?
In queste ore, giornalisti, esperti, tecnici si sbizzariscono nel provare a individuare lo scenario di ciò che porrebbe accadere. Non tanto alla Grecia, delle cui sorti pochi si interessano, ma dei possibile feedback collaterali che potrebbero investire in primo luogo l’Europa e poi il mondo.
Al riguardo, partiamo da alcuni punti fermi, dando per scontato che la Grecia non rispetterà la deadline del 30 giugno e quindi non pagherà 1,6 miliardi di euro al Fmi.
Tecnicamente, la Grecia entra in default. Il Fmi non potrà far altro che riconoscere ciò. Ciò tuttavia non significa che automaticamente la Grecia fuoriesca dalla zona Euro. Al momento attuale non c’è un regolamento giuridico chiaro sull’uscita di un paese dall’Euro. Tale evenienza è possibile solo se un paese decide di tornare alla propria moneta nazionale. In altre parole, nessun paese dell’area Euro può essere cacciato contro la sua volontà.
Chiarito questo punto, vi possono essere quattro possibili procedimenti che possano consentire l’uscita di un paese dalla zona Euro:
1) Il referendum sull’Euro
2) L’uscita unilaterale mediante modifica dei Trattati (TUE e TFUE -Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea)
3) Il recesso dall’Eurozona in base all’art.139 e all’art.140 TFUE
4) Recesso dai Trattati Europei secondo il diritto internazionale.

Il primo è quello più noto ma il meno applicabile, dal momento che un referendum sull’uscita dall’Euro non può essere approvato dalle legislazioni nazionali (come nel caso dell’Italia o della Grecia), in quanto non è ammesso un referendum abrogativo su un Trattato Internazionale. Il suo valore sarebbe quindi solo consultivo e simbolico.
La modifica dei Trattati Europei implica una procedura molto complessa e lunga e non sempre chiara. Come affermato da Jacques Attalì, uno dei padri del Trattato di Maastricht: “Innanzitutto, coloro che (di cui ho avuto il privilegio di far parte) hanno partecipato alla stesura delle prime versioni del trattato di Maastricht, hanno fatto in modo che non fosse possibile uscire. Ci si è accuratamente dimenticati di scrivere l’articolo che permettesse l’uscita”.
Infine, occorre ricordare che i Trattati Europei, nonostante le loro peculiarità, sono a tutti gli effetti dei Trattati di diritto internazionale e, in quanto tali, soggetti alle regole del diritto internazionale pattizio. Ricorrere al diritto internazionale può essere l’unica possibilità per “cacciare” un paese fuori dall’Euro o dall’Unione Europea, contro la sua volontà. Ma, certo, imbastire un procedimento giuridico in tal senso non è facile, soprattutto se si considera che la violazione del limite del 3% deficit/PIL (che è il motivo principale per giustificare la volontà di disdire unilateralmente tali accordi) è stata compiuta da tutti i paesi, compresa la Germania dal 2002 al 2005 e nel 2009-2010, a dimostrazione dell’insostenibilità dei parametri originariamente posti dai Trattati.
Ne consegue che la Grecia, piaccia o non piaccia, se lo vuole (così come sempre dichiarato dall’attuale governo di Syriza), rimarrà all’interno dell’area Euro e non tornerà alla dracma. Ne consegue che il possibile esercizio del diritto al default non può essere limitato al solo paese in questione ma interessa tutti i paesi dell’Eurozona. Di ciò l’Eurogruppo è perfettamente cosciente (il Grexit, nonostante quanto scritto dai giornali, non è oggi all’ordine del giorno) e ne sono coscienti soprattutto i paesi più rigidi (Germania e Spagna in testa), al punto tale che, pochi giorni fa, subito dopo il fallimento delle trattative, il 27 giugno, sono state fatte forti pressioni sulla Bce perché dopo il 30 giugno chiudesse i rubinetti della liquidità di emergenza (Ela): liquidità che sino ad oggi ha consentito il funzionamento del sistemo del credito ellenico, nonostante l’aumento della fuga di capitali a vantaggio delle banche europee. Nell’ultima settimana, la Bce ha ritoccato all’insù la disponibilità di liquidità per la Banca Centrale greca sino a portarla a 89 miliardi di Euro e, resistendo alle pressioni dei falchi, il 28 giugno Mario Draghi ha affermato che continuerà a fornire liquidità di ultima istanza alla Grecia, pur senza aumentarne il volume. In altre parole, Draghi si rifiuta di “bastonare il cane che sta affogando” come chiestogli da molti paesi europei per indurre la Grecia a ritornare alla dracma ma, allo stesso tempo, non fa nulla per impedire che possa affogare in futuro.
Per la Bce, esiste poi anche il rischio che la Grecia non sia in grado di rimborsare all’istituto di Francoforte parte dei titoli del debito pubblico greco, che aveva acquistato, in base al programma Smp, nella fase più acuta della crisi, fra il 2010 e il 2012. La prossima scadenza è il 20 luglio, quella successiva in agosto, per complessivi 6,7 miliardi di euro.
Solo azzerando la liquidità greca espressa in Euro si può obbligare la Grecia a uscire dall’Euro. Questa sembra essere la strategia dell’oligarchia europea, anche a costo di rinunciare agli interessi sul debito, rischiando un aumento dell’instabilità dei mercati finanziari europei. E i primi effetti si fanno sentire, con la decisione del governo greco di chiudere la Borsa di Atene e le banche elleniche per sei giorni.
Tuttavia, si noti bene, tale rischio non colpisce il capitale finanziario privato ma piuttosto, ancora una volta, i bilanci pubblici europei.
Infatti, le convenzioni dominanti all’interno delle borse europee, pur con qualche oscillazione, non sembrano evidenziare particolare incertezza o paura, anche perché il fallimento delle trattative potrebbe avere effetti svalutativi sulla moneta unica europea (come sta succedendo in questi giorni), favorendo in tal modo le produzioni dei paesi maggiormente esportatori.
Diversa è invece la situazione per i conti pubblici nazionali (in assenza di un bilancio pubblico europeo).
L’Italia ad esempio vanta crediti nei confronti della Grecia stimabili in 65 miliardi, poco meno della Francia e della Germania. Il rischio che il fallimento della Grecia coinvolga, con ciò, gli altri stati membri è assai elevato nel senso che potrebbe avere ripercussioni in termini di ulteriore austerity nelle prossime leggi di stabilità.
In poche parole, così come è successo nel 2008-09, una situazione di crisi dovuta all’arroganza dei creditori privati oggi trasformati in creditori pubblici sarà pagata non dai veri responsabili ma dalla collettività, secondo il più classico degli adagi: privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite.
Ma c’è una via d’uscita…
Un ritorno della Grecia alla dracma avrebbe risultati pesanti sulle condizioni di vita della popolazione, già duramente colpita in questi anni. Non solo perché la svalutazione della moneta ellenica avrebbe effetti inflazionistici che, anche se non elevatissimi, comunque ridurrebbe il già scarso potere d’acquisto dei redditi, soprattutto da lavoro. Ma, poiché la maggior parte del debito greco è detenuto in Euro, il pagamento degli interessi lieviterebbe di molto, favorendo un circolo vizioso senza fine e soprattutto senza intaccare l’oligarchia finanziaria europea. Ricordiamoci infatti che la moneta è uno strumento (qualunque sia la forma o il nome che assuma) che esprime rapporti sociali di potere.
Cambiare lo strumento non significa invertire i rapporti di forza.
Questi ultimi invece potrebbero essere intaccati, se parallelamente all’Euro (e non in alternativa), si agisce per costruire un circuito monetario-finanziario alternativo, in cui lo strumento monetario non è finalizzato solo a fluidificare l’attività di scambio (come in quasi tutte le sperimentazioni delle monete complementari) ma piuttosto a finanziare ciò che oggi è la base della valorizzazione del comune. E quale è la base della valorizzazione di quel comune di cui il capitale si appropria e fa suo? Sono i servizi sociali, la cooperazione e la riproduzione sociale e anche le produzioni alternative o pseudo-alternative.
Dobbiamo pensare, quindi, a una moneta del comune che entri nel processo economico, e quindi abbia ragione di esistere, nel momento stesso che diventa finanziamento di investimento di valore d’uso e della riproduzione sociale della forza lavoro. In altre parole, remunerazione di quel lavoro vivo che oggi è precario, sottopagato e sempre più erogato gratuitamente.
Da questo punto di vista, la moneta del comune come mezzo di finanziamento e di remunerazione è strumento di autonomia e auto-determinazione, in grado di contrapporsi allo sfruttamento e alla ricattabilità imposta dal processo di sussunzione vitale che oggi governa il rapporto capitale-lavoro e dall’imposizione di politiche d’austerity che hanno l’unico scopo di rimborsare i creditori.
È la cooperazione sociale che crea la moneta e non la moneta che crea le relazioni economiche di scambio. In altri termini, è la potenza del lavoro vivo, liberato dalla necessità della sopravvivenza, a generare la moneta del comune. Esattamente l’opposto della filosofia che ha generato l’Euro. In Europa, infatti, prima si è costituita la moneta unica, pensando che fosse sufficiente per costruire un’identità di Europa, partendo dal presupposto (neoliberista) che la moneta sia neutrale e non l’esito di rapporti sociali gerarchici.
In un certo senso assistiamo oggi, drammaticamente, all’inverarsi della critica al modello di costruzione dell’Europa già avanzato molti anni fa: un’Europa non sociale ma dei potentati finanziari che ci fece parlare, fin dal 1994, di Antieuropa delle monete.

domenica 28 giugno 2015

Il problema dell’università italiana, se bisogna dirne uno solo

Io sono entrato all’università come professore associato a 31 anni, al cinquanta per cento circa per merito mio. Il senso di colpa che provo per il cinquanta per cento mancante si mitiga un po’ quando mi guardo intorno e vedo docenti che sono, per l’università, più o meno quello che la criptonite è per Superman: il docente asino, il docente matto, il docente che fa da decenni sempre lo stesso (pessimo) corso, il docente che si presenta in aula tre volte e poi manda a far lezione i dottorandi (infinitamente migliori di lui, ma non pagati per insegnare, mentre lui lo è).
Tale è (in parte, si capisce) il panorama umano che si contempla nelle università italiane: un dato che andrebbe ricordato ogni volta che si lamenta la scarsità dei finanziamenti, “lo stato che ci ha abbandonato”, l’idiozia delle verifiche ministeriali, le strettoie dell’Anvur; oppure ogni volta che si vanta l’eccellenza (una parola che si trova con frequenza sorprendente sulle labbra dei mediocri) degli atenei italiani.
Gli atenei italiani pagano un gran numero di persone che in qualsiasi azienda privata (in qualsiasi azienda che, a differenza dello stato, debba rispondere a qualcuno del proprio operato) sarebbero licenziate in tronco.
Che fare? Niente. Il passato è immedicabile, e anche l’immediato futuro. Per il futuro meno immediato si può provare a fare qualcosa, si sta facendo qualcosa. Tre anni fa, il Miur ha bandito un megaconcorso al termine del quale un numero considerevole di ricercatori o di professori associati, nei vari settori disciplinari, sono stati dichiarati idonei allo scatto di carriera, cioè alla chiamata – rispettivamente – come professori associati o come professori ordinari.
Meritavano tutti quanti questa abilitazione? Assurdo pensarlo. Qualcuno la meritava al cento per cento, qualcuno al cinquanta (come me a suo tempo), molti non la meritavano affatto (il docente che va in aula tre volte all’anno, per esempio: che, non insegnando, pubblica un mucchio).
Il fatto è che le norme ministeriali premiano inevitabilmente gli interni, anche se mediocri, rispetto agli esterni, anche se ottimi.
Ma al di là del merito, il problema è che gli atenei hanno, come sempre, pochi soldi, e per smaltire (cioè per promuovere) tutti questi abilitati ci vorranno anni (l’abilitazione ne durava quattro, ora ne dura sei: che è già un modo per dire “mettetevi comodi”). Questo è un peccato per gli interessati (che spesso meritano, e da anni, la promozione), ma è un peccato soprattutto per chi ha avuto l’abilitazione ma non lavora già nell’università, e ancora di più per quelli che non si sono abilitati perché due o tre anni fa, quando sono state presentate le domande, erano troppo giovani e non avevano abbastanza pubblicazioni (gli toccava concorrere, infatti, con gente di venti, trent’anni più anziana, che aveva pubblicato, com’è logico, molto più di loro: la qualità conta fino a un certo punto).
Il fatto è che le norme ministeriali premiano inevitabilmente gli interni, anche se mediocri, rispetto agli esterni, anche se ottimi. Per assumere gli esterni, infatti, gli atenei devono sborsare uno stipendio intero; se invece promuovono qualcuno che lavora già al loro interno devono sborsare solo la differenza (il delta, si dice) tra lo stipendio da ricercatore e quello da associato, o tra quello da associato e quello da ordinario.
Perché chiamare qualcuno da fuori, coi pochi soldi che ci sono? Meglio pescare tra gli interni, anche se meno bravi di quelli che stanno fuori. E infatti il motto degli abilitati che non sono già nelle università è “Sì, ho l’idoneità, ma me la posso appendere al muro…”. Stiamo parlando di persone che hanno più di trent’anni, che sono al culmine della loro produttività scientifica, che potrebbero ringiovanire molto la senescente università italiana: ma che, in quanto “non incardinati” (cioè non in ruolo nell’università), stanno in fondo alla lista. Molti hanno già rinunciato. Molti, spesso i migliori, vanno all’estero.
Questa la situazione. Ora, la perorazione. Io ho meritato al cinquanta per cento il posto che ho. Ma tra questi trentenni o appena quarantenni che stanno a spasso (con o senza abilitazione) ci sono – e parlo per esperienza, potrei fare i nomi – persone che lo meritano al cento per cento.
Non c’è oggi, per l’università italiana, problema che sia più urgente di questo (e s’intende che l’università è un pezzo dell’intero: se è vero com’è vero che, come osservava giorni fa Marco Alfieri su Rivista Studio, la questione sociale italiana è soprattutto una questione generazionale).
Bisogna assolutamente fare in modo che questi giovani studiosi restino in Italia, bisogna dargli la possibilità di avere, prestissimo, un’occupazione stabile qui, e bisogna che un buon numero di loro vada a insegnare all’università. Ripeto: un’occupazione stabile, perché i contratti a tempo possono essere interessanti solo per chi non ha altra scelta, mentre l’università (come la scuola) dovrebbe attrarre i bravi, non i disperati.
Un rinnovamento necessario
Già ora si respira, in molti dipartimenti italiani, un’aria mefitica, dovuta soprattutto al fatto che l’età media di chi ci insegna è alta, troppo alta: un posto abitato quasi solo da sessantenni non è un posto da cui possano venire molte idee nuove, e neanche molte idee buone. Ora la chiamata en masse degli idonei rischia di rimandare ancora un rinnovamento che è, invece, necessario.
È opportuno che il Miur premi, con più fondi rispetto a quelli già ora disponibili, quegli atenei che assumono docenti idonei che non sono già nei ruoli universitari, o che faciliti in altro modo queste assunzioni.
Ed è opportuno che, nel più breve tempo possibile, si bandisca un nuovo esame di abilitazione, severo e selettivo, per dare una possibilità a chi, pur meritandolo, non ha potuto abilitarsi.
Perché il rischio non è solo che questi giovani vadano all’estero: è anche che, arrivati a trent’anni e vedendo che aria tira, decidano di fare altro, e altro facciano, lasciando l’università del futuro ai più ostinati, che non sono quasi mai i più bravi, e soprattutto a quelli che sono ricchi abbastanza da potersi permettere di vivere per anni in un limbo. È già successo, sta succedendo, ne pagheremo le conseguenze per decenni.