martedì 28 giugno 2016

Perché è necessario un populismo di sinistra

di Gianpasquale Santomassimo da Il Manifesto


Quando una grande Utopia mostra le prime crepe profonde, quando sembra avvicinarsi il suo crollo, quando le sue promesse sembrano ormai evaporate lasciando presagire solo un futuro di miseria e di rancori, è comprensibile che chi aveva creduto in essa tenda a negare la realtà. Come è ricorrente il richiamo alle idee originarie, fondative, che riesumate e attualizzate potrebbero invertire la tendenza. Solo a distanza di tempo e a mente fredda potrà maturare la necessaria riflessione sull’essenza stessa di quella idea iniziale, su quanto in essa accanto a nobili visioni fossero presenti anche un eccesso di semplificazione, un difetto di analisi realistiche, e un tasso preoccupante di generoso pressappochismo.
E’ accaduto per altre grandi Utopie novecentesche, sta accadendo ora per l’ideale europeistico, che è stato il più grande investimento delle classi dirigenti del continente in un arco ormai lunghissimo di anni. Era stato fin dall’inizio un matrimonio di interessi, ma si volle che sbocciasse anche l’amore tra i sudditi, e si organizzò la più massiccia opera di indottrinamento mai perseguita dalle élites, dalla culla alla bara, come si conviene a ogni idea totalitaria: dai mielosi temi per gli alunni delle elementari al martellamento quotidiano di politici, giornalisti, mezzi di comunicazione di massa.
Nell’arco della sua storia l’ideale europeistico ha conseguito risultati importantissimi, che non andranno lasciati cadere nel progressivo disfacimento dell’Unione: si pensi solo all’armonizzazione dei principi giuridici, all’abolizione della pena di morte che continua imperterrita a restare in vigore in molti Stati degli Usa; si pensi alle grandi conquiste sul terreno dei diritti civili e individuali, che hanno rappresentato del resto la frontiera pressoché unica della sinistra occidentale.
Ma da Maastricht in poi il potere delle élites europee ha proceduto con spietata determinazione a smantellare le fondamenta dello Stato Sociale europeo, vale a dire la creazione più alta che i popoli europei avevano conseguito nella seconda metà del Novecento, distruggendo quindi quello che era ormai l’elemento caratterizzante della stessa civiltà europea. Gruppi di potere che non sarebbero mai stati in grado di conquistare egemonia per via democratica hanno usato spregiudicatamente il «vincolo esterno» per conseguire quei risultati che i rapporti di forza in passato negavano. Il caso italiano è esemplare da questo punto di vista.
L’acquiescenza della sinistra a questo disegno, la sua rinuncia ad opporsi, e in molti casi la sua partecipazione attiva al processo di «normalizzazione» liberista, ha fatto sì che la bandiera della rivolta contro l’establishment sia stata quasi dappertutto brandita dalle destre, che hanno imposto come ossessione dominante il tema, da ogni punto di vista secondario in termini realistici, delle politiche di immigrazione, col rigurgito di xenofobia e nazionalismo risorgente. Sono populismi, si dirà con quella punta di disprezzo delle «folle» che ormai caratterizza il linguaggio delle sinistre come delle élites. Ma in realtà avremmo bisogno di un serio populismo di sinistra, capace di parlare alle masse e di opporsi alle politiche dell’establishment.
Credo che sia illusorio e autolesionistico, per tutti, rilanciare a questo punto le nobili idee originarie, alzare la posta proponendo Stati Uniti d’Europa che non verranno mai e che – a parte piccole cerchie di adepti – nessuno seriamente vuole. Ogni volta che un politico di sinistra dice: “Più Europa”, un uomo del popolo vota Salvini o Le Pen. E ormai la mitica Generazione Erasmus è sommersa dalla Generazione Voucher, che sperimenta sulla sua pelle l’incubo della precarietà in cui si è convertito il «sogno» europeo.
Nell’immane campionario di frasi fatte che costituisce il nerbo dell’ideologia europeistica, accanto all’affermazione ipocrita sull’Europa che avrebbe impedito 70 anni di guerre (la guerra alla Serbia è stata fatta probabilmente dagli esquimesi), spicca anche l’asserito superamento degli Stati-nazione. Si tratta con ogni evidenza di una illusione ottica, perché gli stati nazionali esistenti (e quelli che si aggiungeranno, a partire dalla Scozia per finire probabilmente con la Catalogna) sono l’unica realtà in campo, e ciò che chiamiamo Europa è il risultato della mediazione di interessi ed esigenze tra essi, con una evidente penalizzazione degli stati dell’Europa mediterranea dovuta ai rapporti di forza instaurati dopo Maastricht. In attesa di fantomatici «movimenti europei» la dimensione nazionale è del resto l’unica che può opporsi ai diktat economici delle élites, come dimostrano le piazze francesi in rivolta contro la loi travail che anche noi avremmo dovuto avere un anno fa, se disponessimo ancora di sindacati liberi e combattivi.
È del tutto falso e propagandistico affermare che un recupero di sovranità, assolutamente necessario, porti a nazionalismi sfrenati o addirittura a guerre. Come italiani non dovremmo certo proporci di tornare a Crispi e Mussolini, ma dovremmo guardare piuttosto a Enrico Mattei.
Ciò che resta della sinistra europea dovrebbe affrontare con realismo e con umiltà il trauma del dopo-Brexit, in nessun caso confondendo le sue ragioni con quelle dell’establishment dominante, e tentando con ogni mezzo di imporre una politica diversa, di sviluppo e di sostegno al lavoro, senza accontentarsi di strappare decimali di «austerità compassionevole» che potranno a questo punto venire concessi.
Si tratta di verificare, e per l’ultima volta, se esistono margini di riformabilità di questa Unione Europea, blindata da trattati che sembrano escludere ripensamenti o inversioni di rotta. Se questo non sarà possibile, e la disgregazione procederà tra stagnazione e conflitti, gioverà ricordare che il mondo è molto più grande e più vario rispetto alla prospettiva che si può osservare da Strasburgo e da Bruxelles.

lunedì 27 giugno 2016

Ma la Brexit è stata una sconfitta o una vittoria?

dal Blog di Aldo Giannuli 

Uno delle poche analisi condivisibili e ragionevoli sulla brexit. 
Il sentimento che prevale in questo momento è il panico, che a volte si trasforma in un delirio elitista. Molti (ggiovani e meno giovani), hanno avuto l'illuminazione: la democrazia non funziona se gli altri non la pensano come me. Grandioso. 
I compagni altrieuropeisti ( non tutti per fortuna) poi sono i più patetici: adesso secondo questi dovremmo finalmente aver capito che queste stramberie tipo uscire dall'euro sono cose pericolose e si scervellano, loro gli esperti della soluzione 4% ( il massimo raggiunto alle elezioni) per capire come mai Podemos in Spagna è andato male. Di constatare l'ovvio, è cioè che se c'è una lezione da imparare è che questa Europa come giustamente dice Giannuli non è riformabile, perchè è bastato che gli inglesi si pronunciassero per l'uscita dall'Europa che si è scatenato un terremoto, non tanto per la perdita di un mebro di peso, quanto per il rischio serio che i fondamenti di questa Europa, e cioè l'austerità e il liberismo fossero messi in discussione. Media, politici e istituzioni  si sono prodigate a diffondere il panico e a far credere a tutti che sia meglio accettare di vivere costretti in una gabbia piuttosto che affrontare un'irragionevole libertà. Il fatto che ogni ganglio vitale e ogni più piccola fibra della UE sono impegnati a realizzare la missione di un Europa in cui lavoro, costo del lavoro e stato sociale devono essere abbattuti senza pietà, non ha importanza, ci sarà un piano b, come se, per analogia, ci potesse essere un piano b in grado di trasformare una banca in un'opera pia. Ancora si antepone l'immagine idealizzata dell'Europa a quella reale, ancora ci si rifiuta perlomeno di leggersi wikipedia per capire che la moneta unica è una fregatura, perchè se c'è uno che ci guadagna dieci ci rimettono. Ormai ci vorrebbe un miracolo.
Il terremoto è in pieno corso e sui giornali si leggono deliri uno peggiore dell’altro. Il più diffuso è quello che “legge” il risultato come una lotta fra vecchi egoisti e giovani, incuranti del fatto (notato dal solo Enrico Letta) che i giovani hanno votato solo nel 36% del totale, mentre gli anziani hanno votato nell’83%.
Quindi, considerato che secondo gli stessi “raffinati” analisti che parlano di massiccio voto giovanile per la Ue, c’è pur sempre un 25% di essi che ha votato per la Brexit, questo significa che, sul totale dei giovani inglesi, i due terzi si sono chiamati fuori, il 36% ha votato contro la Brexit ed il 9% a favore. Praticamente i favorevoli sono poco più di un po’ di fighetti in Erasmus e simili: niente di politicamente significativo.
Seconda bufala propalata dai giornali (solo quelli italiani, però, visto che quelli inglesi ignorano il fatto così come la maggior parte di quelli del resto d’Europa): 2 milioni di firme per un secondo referendum sullo stesso tema. Insomma, il girone di ritorno. Solo che:
1.    si tratta di firme on line non certificate da nessuno e di persone che dichiarano di essere cittadini inglesi ma che nessuno può garantire siano tali (io sono molto perplesso dal metodo M5s delle consultazioni on line, ma a quelle, almeno,  partecipano persone certificate!). Segnalo che ben 4.000 firme provengono dalla Città del Vaticano, dove ci sono solo meno di 1.000 abitanti, e che diversi giornalisti dichiarano di aver votato sotto falso nome e per molte volte.
2.    politicamente la cosa è piuttosto difficile: il Parlamento è a maggioranza conservatrice e, dopo questa scoppola, non immagino i conservatori che votano per un secondo referendum che li vedrebbe spaccati una volta di più
3.    non so se i partner dell’Unione accetterebbero di restare in fibrillazione per altri mesi per poi rischiare un nuovo shock finanziario in caso di Ri-Brexit
4.    la cosa si incrocerebbe con le tendenze centrifughe del Regno Unito: per ora dobbiamo vedere se parte una seconda richiesta di separazione della Scozia (e magari dell’Ulster) che necessariamente dovrebbe precedere il referendum sulla Ue, perché non è immaginabile che partecipi al voto chi sta per uscire dall’Uk; ma, in questo caso, il remain sarebbe ancora più debole. Ma se si decidesse per il secondo referendum e questo vincesse, potrebbe partire  la richiesta di separazione dell’England. Insomma peggio la toppa del buco.
Poi non ne parliamo delle cose incredibili scritte a proposito di operai pentiti (“cosa abbiamo fatto?!”), apologie dell’Unione ed  inni alla gioventù. Il primato credo spetti a Mario Calabresi, neo direttore di Repubblica che scrive:
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E via di questo passo. Se il direttore di un grande giornale (che è persona intelligente) scrive cose di questa rozzezza vuol dire che ha perso la brocca. Ma capisco: il colpo è stato troppo forte e la fibra dell’uomo troppo debole.
E’ interessante che nessuna delle grandi testate sia giornalistiche che televisive  stia cercando di capire quale è stato il cammino storico che ha portato a questo esito. Non uno ha ricordato i referendum del 2005 (Francia, Olanda) che affossarono quel mostro di trattato istitutivo dell’Unione. La classe politica reagì con il trattato di Lisbona, prudenzialmente non sottoposto a nessun referendum. E questo la dice lunga su come la classe politica europea abbia ignorato quel segnale del 2005. Esso non fu capito per niente e ciò ha posto le premesse del risultato odierno. Insomma vorrà dire qualcosa che ogni qual volta i popoli europei siano stati consultati su questo processo di unità, il risultato sia stato sempre negativo.
Ora sembra che tutto si riduca alla momentanea crisi senile di tanti inglesi. Signori, ma studiare un po’ di storia  no? Ma non vi siete accorti che la Ue è già morta da diversi anni? Questo è solo il certificato di morte. Poi possiamo decidere di tenere la salma intubata, ma al massimo si guadagnano un po’ di mesi e poco più.
Il giudizio politico sul referendum inglese deve partire di qui e da un chiarimento: la Ue non si identifica con l’idea di Europa unita, quasi che ci sia un solo modo per farla. La Ue è solo uno dei progetti possibili: quello elitario, tecnocratico, bancocentrico ed antipopolare. E la conferma viene da vecchi arnesi di regime come Monti e Napolitano, per i quali il popolo non deve mettere becco in certe materie riservate ai grandi sacerdoti della finanza e della casta politica. Il popolo capra si limiti a scegliere il suo pastore quinquennale, che è già una concessione eccessiva.
E dunque, la sconfitta della Ue, in una ottica democratica è un fatto solo positivo. Certo, questo ha dei prezzi: speculazioni finanziarie, accordi che saltano e diritti rimessi in discussione, pressione vetero nazionalistica e così via, ma avete mai visto una crisi storica che non abbia prezzi? Se l’Europa dei popoli non deve essere solo un innocuo slogan, occorre spazzare via questa Europa. L’errore (e mi pare ci sia cascato anche Grillo) è pensare che l’Europa dei popoli si faccia modificando un pezzo alla volta questo mostro tecnocratico. Non è così: la Ue non è riformabile perché la cupola di burocrati, banchieri, finanzieri vari, classi politiche nazionali che la dirigono non lo permetteranno mai e le norme stabilite dai trattati non danno possibilità di aggirarli. Perché bisognerebbe prima cambiare la Germania che ne è l’arcigna custode. Perché il sistema dei media asserviti alla cupola fa opera di disinformazione quotidiana. Come si diceva una volta: la Ue si abbatte e non si cambia.
D’altra parte, a spazzarla via stanno pensando la crisi economica, l’inettitudine di un  ceto politico di bestie, il montare della protesta… Questo, cari amici “europeisti” è un capitolo già chiuso.

domenica 26 giugno 2016

La UE, il referendum da rifare e i fascisti.

di Giorgio Cremaschi 
 
È VERO CHE CONTRO LA UNIONE EUROPEA CI SONO ANCHE FORZE FASCISTE, MA È ALTRETTANTO VERO CHE IL POTERE UE MINACCIA E NEGA LA DEMOCRAZIA
Immaginatevi cosa sarebbe successo se in Gran Bretagna avesse vinto il SI alla UE e quelli del NO avessero chiesto di rivotare, magari affermando come gli ultimi giorni della campagna fossero falsati dal clima creatosi dopo l'assassinio terrorista di Cox. Sarebbe venuto giù lo scandalo, non sapete perdere, siete antidemocratici sarebbero state le accuse più gentili che avrebbero percorso i massmedia. Invece il SI alla UE ha perso e dunque bisogna rivotare. La campagna della paura organizzata dai poteri economici sconfitti sulla Brexit, dichiara il suo primo obiettivo: riportare gli incauti britannici alle urne e fargli cambiare idea a suon di minacce.
Non è una novità. Anche con i greci la Unione Europea ha fatto lo stesso. Lì non hanno avuto bisogno di organizzare false raccolte di firme, i sondaggi falsi invece li avevano fatti, perché il governo stesso di quel paese ha deciso di non rispettare il voto del suo popolo. Cameron invece pare intenzionato a rispettarlo, anche se a questo punto non ne sarei così sicuro. In ogni caso gli sconfitti dal voto han lanciato la campagna del rivoto: non vale che abbiamo perso, si rigioca. La stampa di regime, cioè praticamente tutta qui da noi, esalta due milioni firme raccolte in due giorni. Ma si rendono conto che è una balla grande come gli Exit Poll? Secondo me lo sanno benissimo che in così poco tempo è materialmente impossibile raccogliere tante firme autentiche, sulla precisa e uniforme richiesta di rifare il referendum. Ma l'ordine di scuderia è quello, si deve sostenere che il pronunciamento contro l'Unione è una follia momentanea, colpa dei migranti e non della UE dicono fogli progressisti, si deve far rivotare il popolo una volta che sia rinsavito.
Insomma il voto contro la UE non è ammesso e se per caso scappa non vale. Il ministro delle finanze tedesco Schauble un anno fa rivolto alla Grecia lo aveva detto: è inutile che i popoli votino, le regole europee non cambiano. Dunque in un eventuale prossimo referendum in Gran Bretagna o in qualsiai altro paese europeo sarà chiarito che vale solo il SI alla Unione e che chi per pazzia mettesse la sua croce sul NO si vedrebbe in ogni caso annullato il voto.
In queste ore le minacce del rivoto vengono rivolte a tutti i popoli europei, sottoposti alla campagna della paura. In Spagna il primo ministro di destra si scaglia contro Podemos usando il terrorismo psicologico pro UE scatenato sulla Gran Bretagna. C'è davvero da aver paura di un regime che reagisce con tanta violenza e intolleranza non appena lo si metta in discussione.
È vero che contro l'Unione Europea ci sono anche forze fasciste, ma è altrettanto e pericolosamente vero che il potere della UE minaccia e nega i principi fondamentali della democrazia.


PS : ai giovani dell'Erasmus mi permetto di suggerire di tenere conto un poco di noi nonni che abbiamo passato una vita a lottare per quei diritti e quella democrazia che ora vediamo cancellati nel nome del mercato. La puzza di marcio e di bruciato noi la sentiamo subito.

sabato 25 giugno 2016

Abolire i referendum



di Tonino D’Orazio 24 giugno 2016

Sarà l’ultima arma rimasta per la troika di Bruxelles. Ma ormai è troppo tardi. L’arma popolare, costituzionale per noi, e i popoli europei in genere, è diventata per loro solo populismo pericoloso. La Gran Bretagna esce (non è “fuori!”) da questa Unione Europea a trazione tedesca e bancaria. Nulla a che vedere con la Comunità Europea dei popoli.

Perdono, momentaneamente, tutte le banche, se ci si riferisce ai listini delle borse. Dite che vi dispiace. Però sapete che pagheremo noi il conto, loro sono intoccabili. Altri, oltre a fuggire nell’acquisto di oro (soprattutto a Shangai nella Nuova Banca Mondiale dell’oro, quotata anche in yuan), se hanno denaro, hanno convenienza a comperare i titoli che stanno crollando. Presto risaliranno, torneranno stabili. sterlina compresa, perché funziona così e ha sempre funzionato così. Sono garantiti, sono al potere legislativo, e le perdite le pagherà lo stato, cioè noi. Leggere il mio ultimo articolo su quanto e come il Brexit sia ora utile all’oligarchia bancaria mondiale.

Invece i nervi stanno crollando a molti politici europei di rilievo. Hanno seminato e stanno raccogliendo.

Lezione minacciosa e ridicola dell’alcolizzato Junker, presidente della commissione europea, pensando di avere a che fare con la Grecia: “Chi è dentro è dentro, e chi è fuori è fuori per sempre”. Si può minacciare un popolo prima del referendum? Possibile che non abbiano ancora capito l’aria che tira sui loro soprusi anti-democratici e anti-popolari? Non hanno capito che non è un voto contro l’Europa, ma contro questo tipo di gestione che ha distrutto lo stato sociale dei loro popoli impoverendoli e portando milioni di cittadini alla disperazione? E’ populista dire noi, poveri, siamo tanti e loro, ricchi, sono pochi e continuano a derubarci? Questa è l’Europa, un’altra storia, non gli Stati Uniti, dove anche i poveri votano per impoverirsi e per non essere curati perché pensano che “non se lo meritano”.

La stessa Merkel, che pensa di aver vinto la terza guerra mondiale (quella economica) nella conquista dell’Europa, non ricorda i rapporti storici e le “sensibilità”, o meglio le allergie, tra i due popoli. Li ha “minacciati”. Pensava fosse Renzi. Non ha ancora capito che la diffidenza degli inglesi si era già dimostrata nel mantenersi lontani dall’euro/marco e nel tenersi la sterlina. Oppure che la Gran Bretagna gestisse ancora un impero politico-economico con il loro Commonwealth.

Draghi e la BCE: “abbiamo previsto un piano B in caso di vittoria del Brexit” e con linguaggio biforcuto, “per salvare l’Europa”. Quale senza il popolo britannico? “Manterremo fermo il volante e la direzione”. Ci mancherebbe, fino alla dissoluzione! La stessa cosa aveva detto la privata Banca d’Inghilterra, il cui governatore Mark Carney  ha aggiunto che era pronto a iniettare uno stimolo supplementare di 250 miliardi di sterline per assicurare che le istituzioni finanziarie non esauriscano la liquidità in questo periodo di incertezza. Sono padroni della loro moneta, torneranno forti. Per il resto dell’Unione è stata brandita di nuovo l’arma tedesca dello spread. I mercati azionari europei stanno crollando, un po’ meno in Gran Bretagna, perché dimostrano l’intreccio banco-finanziario che già si era installato tra loro e che comunque la City rimane forte. la Banca nazionale svizzera è già intervenuta sul mercato valutario per stabilizzare il suo franco. Il primo ministro britannico David Cameron ha riferito che si dimetterà, però a ottobre, contravvenendo a una regola decennale di british fairplay. Sa che lo hanno affondato proprio i suoi e ha bisogno di rimettere un po’ di ordine per le prossime elezioni.

I commenti lividi, nei talkshoes televisivi del giorno dopo, (e ancora ne avremo a lungo per "educarci"), di partiti governativi e giornalisti “assoldati”, sono tutti al catastrofismo e alla “vendetta”. Incredibilmente ridicoli se non dimostrassero in realtà fino a che punto tengano in conto popolo e democrazia e quanto sia profondamente e culturalmente andato avanti il “pensiero unico”.  Il sottosegretario italiano Scalfarotto (Pd) a La7: “I popoli vanno educati prima dei referendum”, quasi non sapessero che fare. Non siamo un po’ oltre le righe? Sarà un lapsus dei tempi che corrono. Lo stesso Monti, super amico di Napolitano che ha commesso reati per lui, dopo aver comperato la sua terza “villa”: “gli INTELLIGENTI vengono disturbati dalle elezioni”.”Troppa democrazia in Inghilterra”.

Che i referendum “non servono” alla gestione bancaria dell’Unione e del FMI, è stato dimostrato più volte, da quello greco a quelli olandesi e irlandesi. Espresso anche pubblicamente dallo stesso plurinquisito Junker: “non si governa con i referendum”.  Che chiarezza! Anche il povero Schulz (PSE) presidente del Parlamento europeo : "Sono deluso e triste". L’accordo con il neoliberismo li consumerà, facendo largo ai nuovi neofascismi europei che avanzano, e di cui sono convinti di non averne responsabilità.  "Rispettiamo e deploriamo la decisione degli elettori britannici" che "provoca un danno maggiore a entrambe le parti, ma in prima battuta alla Gran Bretagna" scrive il leader del Ppe all'Europarlamento Manfred Weber. Non ha capito e continua a “minacciare” loro di “danni maggiori”. Forse si riferisce anche alla preconizzata implosione interna della Gran Bretagna. Bisogna capire ancora “chi ha perso che cosa”. Anche molti esponenti del governo tedesco commentano con amarezza l'esito della consultazione. Si capisce, è a danno della loro strategia di imposizione. Molti sanno, per esperienza, che gran parte dei megaprogetti europei vengono banditi dopo che le lobby tedesche ne abbiano definito gli obiettivi, le finalità e le modalità.

Esultano i movimenti euroscettitici di tutta Europa. La leader del Front National Marine Le Pen parla di una vittoria della libertà e chiede lo stesso referendum in Francia, sapendo magari che l’unico sbocco anche del job act francese imposto da Bruxelles, e quindi dalla rigidità impotente di Hollande/Vals, alla fine, sarà contro l’Unione. Sulla stessa linea l'olandese Geer Wilders e il leghista Matteo Salvini (“da Londra schiaffo a Renzi e Napolitano”). Anche la posizione del M5S è propensa a far tornare la decisione al popolo con un referendum. Vedremo cosa pensa il popolo spagnolo, visto che Podemos/IU, in caso di vittoria domenica, hanno promesso un referendum. Vi sia avvia anche il Portogallo. Lo stesso referendum italiano di Renzi sulla deforma della Costituzione chiesta dalla troika di Bruxelles e dalle banche mondiali (es.J&P Morgan più volte), è sulla stessa linea e il popolo sembra rispondere NO. Volendo è una risposta anche a Bruxelles. Anche se Renzi ribadisce che: “Il futuro dell'Italia è nell'Ue”. Lui e i poteri forti certamente, forse, il popolo non necessariamente. Bruxelles gli ha appena risposto che di pensioni anticipate, pure col pizzo, (anzi “bisogna allungare la vita lavorativa”), non se ne parla proprio. Intanto nella “sua” deforma della Costituzione ha innalzato a 800.000 il numero delle firme da raccogliere per bandire un referendum. Sgretolare piano piano, altrimenti il popolo se ne accorge. Però anche in Italia il popolo sembra svegliarsi.

Ma allora, come dicevano i padri costituzionali, il referendum diventa l’unica arma che, alla fine, rimane al popolo in caso di tentativo di abrogazione del proprio potere democratico?

venerdì 24 giugno 2016

Brexit, Renxit, Italexit

di Giorgio Cremaschi da facebook

GLI SPITFIRE SONO SPUNTATI DALLE URNE. DEMOCRAZIA DEI POPOLI E EUFORIA DELLE BORSE SONO INCOMPATIBILI , CE NE FAREMO UNA RAGIONE . MORTO SUBITO IL TTIP COMINCIA LA FINE DELLA UE. OGGI IN GRAN BRETAGNA DOMANI IN ITALIA E IN TUTTA EUROPA. VIVA LA BREXIT, ORA RENXIT E POI ITALEXIT
Smentendo tutti i sondaggisti e tutti i palazzi del potere, e anche la prematura gioia delle Borse e le premature lacrime nostre, il popolo britannico ha detto basta alla UE. Lo aveva fatto un anno fa anche il popolo greco, anche allora smentendo i sondaggi, poi il suo governo si era piegato alla tirannia della Troika.
Le Borse e la finanza precipitano dalla euforia alla depressione, in misura esattamente inversa alla euforia di libertà dei popoli, dobbiamo prendere atto che Il potere dei mercati e la democrazia sono incompatibili, e stare con chi sceglie la democrazia.
Con questo voto muore subito il TTIP, che lo stesso Obama aveva legato ai destini della Brexit e comincia la fine della UE dell'Euro delle multinazionali e delle banche e soprattutto dell'austerità. Comincia la fine di un sistema di potere europeo dove un solo parlamento è sovrano, quello tedesco, e tutti quelli degli altri paesi eseguono gli ordini della Troika. Comincia la fine della UE perché questa istituzione non è riformabile, come dimostrano anche le reazioni isteriche, furiose e inconcludenti dei suoi leader. Anche in questi giorni c'è stato chi ha detto che si sta nella UE per cambiarla, peccato che la UE sia indisponibile a qualsiasi cambiamento vero e come tutte le tirannie può solo crollare, non cambiare.
Nel no alla UE è stato decisivo il popolo laburista, che non ha seguito le indicazioni del suo establishment politico e sindacale, ma ha premiato l'impegno di minoranze coraggiose, come il glorioso sindacato dei ferrovieri che abbiamo conosciuto come Eurostop. Minoranze oscurate dai mass media, ma che sono state determinanti per il successo della Brexit.
Il popolo della sinistra britannica ha chiarito che sinistra ed europeismo oggi sono incompatibili e che la battaglia contro la UE delle banche è stata egemonizzata finora da forze di destra perché la sinistra ufficiale ha abbandonato il suo popolo. Ora questo popolo ha bisogno di altri rappresentanti, che in nome della eguaglianza sociale e della democrazia e non dei mercati, ricaccino le destre dal terreno abusivamente occupato.
Ora si apre l'epoca del coraggio e tutto si rimette in moto, sarà dura e non sarà breve, ma questo voto mostra che l'epoca della globalizzazione senza diritti sociali è finita, sono gli stessi mercati a crollare sul potere di argilla che hanno costruito. Tornano i popoli, gli stati, le politiche economiche, i diritti sociali e del lavoro. Sará dura e non sarà breve, ma c'è tutta una classe dirigente europea da rottamare. Cominciamo qui votando NO al referendum di ottobre e mandiamo a casa Renzi e la sua controriforma costituzionale, voluta dalla UE delle banche. E dopo la Renxit avanti con la Italexit. Grazie al popolo britannico che come nel 1940 dà il via al percorso di liberazione dell'Europa, gli Spitfire sono spuntati dalle urne.

martedì 21 giugno 2016

Brexit ovvero la rottura del cerchio magico

di Tonino D’Orazio 

 L’uccisione della deputata laburista Hellen Joanne Cox, schierata per il Remain nell’Unione Europea doveva succedere. Nei momenti cruciali, la lista dei paesi e delle personalità è lunga, arriva il morto “eclatante” che riconduce “alla ragione”, contro un eventuale cambiamento radicale e per la “conservazione”, a “qualunque prezzo”. Ricordo male nel dire anch’io che ha sempre funzionato, che l’operazione psicologica è facile e quasi infallibile? Infatti Jo Cox è diventata l’incarnazione di “ogni cittadino” favorevole al mantenimento della Gran Bretagna nel l’UE. (Vedi piccolo capovolgimento emozionale propostoci dei “sondaggi”). La controprova? Quando è arrivata la notizia del decesso, la baldoria finanziaria ha raggiunto il massimo. Borse e listini impazziti, in tutta Europa, impennate azionarie, prezzi alle stelle, gaudio e giubilo di tutto gli operatori, bookmakers che aggiornavano le quote. Speculazione di morte, “ha sempre funzionato” (A.Foa).
Anzi sembra l’elemento naturale, l’assioma fondante dello sfruttamento capitalistico: mors tua,vita mea.

Tralascio la storia ancora quasi misteriosa della strategia della tensione in Italia, e magari anche in tanti altri paesi. Anche se tra Stay Beind e Gladio (a causa della singolar tenzone tra Andreotti e Cossiga che le ha portate alla luce) abbiamo intravisto qualcosa di cui non si parla più avendo seppellito morti e verità. L’importante è non dimenticare, anche se siamo una colonia consenziente. Magari ricordando anche altre personalità “irrequiete e non troppo ubbidienti” come Olaf Palm, Yitzhak Rabin, Simon Peres (uccisi dal solito “folle”, sempre legato alla Cia, magari “deviata” per non dare nell’occhio). Forse anche Coluche in Francia quando le morti sono più che “sospette”. Sbaglio nel dire che spesso erano socialisti “veri”? La Cox era una sostenitrice parlamentare degli Amici del Labour per la Palestina e il Medio Oriente, e aveva chiesto la revoca del blocco della Striscia di Gaza, oltre un boicottaggio commerciale di Israele, disinvestimenti e sanzioni. Era contro l’intervento in Siria, i bombardamenti e l’invio di truppe. L’assassinio? Una fava due, se non tre, piccioni. Se ricordo bene, Idem del governo norvegese attaccato con la strage del solito “folle” Brewick per gli stessi motivi. A quando qualcuno del M5S quando toccheranno interessi veri degli “altri” contro quelli nostri?
Il sospetto che il mondo sia “gestito e programmato” da una vera e propria oligarchia ristretta, oltre ad averla già delineata Marx a suo tempo nel Capitale come una strada obbligata del capitalismo occidentale, sta diventando realtà visiva, almeno per quelli che riescono a decodificare le grandi linee della soffocante struttura bancaria internazionale con sufficiente disincanto. Ormai anche in Europa tutti si rendono conto che siamo “gestiti e programmati” dalla troika internazionale, contro il popolo e i suoi referendum, cioè dalle banche e dai politici asserviti. Una vera gabbia. Forse qualcuno di questo tipo di Europa non ne vuole più sapere. Facile pensare invece che “debba assolutamente” rimanere tale, sempre e a qualunque costo.
La motivazione di fondo è pur sempre quella bancaria e fa da cornice. Il 4 e 5 settembre prossimi la Cina ospiterà il G20 nella città di Hangzhou. Questo summit marcherà la fine del vecchio ordine economico (Bretton Woods 1944) e la nascita di un nuovo ordine mondiale. Cioè la transizione tra il quadro monetario basato sul dollaro americano e il nuovo quadro monetario basato sul SDR (Special Drawing Rights, ovvero Diritti Speciali di Prelievo, DSP) del Fondo Monetario Internazionale. “Sono un particolare tipo di valuta il cui valore è ricavato da un paniere di valute internazionali (ci ricorda il Serpente Monetario Europeo), rispetto alle quali si calcola una sorta di comune denominatore e il cui risultato dà il valore dei DSP. (Wikipedia). Già oggi molte transazioni internazionali avvengono con questa valuta. Ciò implica un quadro monetario multilaterale e in parte l’eliminazione della corruzione finanziaria. Le valute del paniere sono il dollaro (42%), l’euro (37,5%), lo yen (9,3%) e la sterlina inglese (11,2%). Dal 1° ottobre ne farà parte anche lo yuan (o Renminbi) cinese al quale dovranno tutti cedere una percentuale. Ciò diminuirà la percentuale maggioritaria e il “peso” angloamericano a favore dei paesi dell’oriente. Tra l’altro, capita la lezione, i cinesi non vogliono che lo yuan diventi valuta di riserva, troppi rischi futuri unilaterali per la loro economia, e puntano su altro.
E’ un punto di non ritorno verso la costruzione di valute/riserva di scambio dalla quale il dollaro è assente o solo subordinato ad un mercato amico (Canada, Unione Europea/TTIP, Australia, e ritorno dell’America del Sud nell’alveo). Invece tutte le organizzazioni finanziarie cinesi sono connesse, integrate e funzionali al SDR, dall’AIIB, al Fondo per la nuova Strada della Seta (da cui l’importanza per il Mediterraneo di una Siria libera), alla Banca Cinese di Sviluppo, alla Nuova Banca di Sviluppo dei Brics (già funzionante paniere monetario tra il real, il rublo, la rupia indiana, lo yuan, e il rand sud africano), all’iniziativa Chiang Mai in Thailandia, (nucleo di un Fondo Monetario Asiatico (FMA)), la Borsa mondiale dell’oro di Shangai (oro quotato anche in yuan). Gli analisti prevedono quindi un rialzo enorme dell’oro e soprattutto una forte riduzione delle prerogative del dollaro, perché non ricoprirebbe più il ruolo di valuta di riserva e quindi l’impossibilità della privata banca centrale americana di stampare dollari superflui, perché moneta “controllata” dal FMI allargato alla Cina. Comunque questo sarà un problema futuro, per il momento il quadro delle operazioni strategiche mondiali non può cambiare. Il Brexit è un lato di questo esagono irregolare di valute e quindi di strategie economiche finanziarie indispensabili agli Stati Uniti. Così come la preminenza indispensabile del TTIP per agganciarci e sottometterci agli Stati Uniti, per quanto riguarda economia e commercio, ed essere utilizzati come “massa economica” docile contro le forze nascenti in oriente e in genere contro il multilateralismo dei Brics.
D’altra parte negli Stati Uniti i vari Soros e Rothschild (le 8 banche più importanti del mondo) non vedono l’ora di inserirsi nel SDR, diversificandosi, prima che la nuova immensa bolla del dollaro arrivi, oltre che partecipare ad una nuova oligarchia bancaria mondiale, così ripulitisi dalla valuta dollaro estremamente “pericolosa” avvelenata e inconsistente. Oligarchia sempre più ridotta e decisiva, che già oggi appare dirigere le “rivoluzioni arancioni” o “primaverili” appropriandosi, perché poi indebitandoli, degli stati deboli. La nuova enorme bolla finanziaria negli USA dipende, per ritardarne l’effetto, sempre più disperatamente dall’afflusso di denaro dall’estero, soprattutto europeo e asiatico. Una specie di sanguisuga con drenaggio mondiale di risorse da inghiottire in un pozzo ormai senza fine. Bolla che gli Usa potrebbero in parte scaricare nel SDR, a condizione di essere capace di manovrarlo.
Si capisce anche che una Gran Bretagna agganciata ai trattati dell’Unione rappresenterebbe una forza maggiore insieme all’euro (franco-tedesco) all’interno del nuovo sistema, sommando di fatto percentuale euro a quella sterlina, con la conseguenza di un “peso” superiore al dollaro nel SDR, ma proni politicamente (Nato) ed economicamente agli Usa. Si capisce anche il grande attacco mediatico-economico alla Russia, terzo incomodo ma vera potenza europea, spinta nelle braccia dell’Oriente da una Unione per conto terzi che a sua volta si indebolisce ancora di più, euro compreso.
Si capisce allora tutti i timori “terroristici” che i mass media, (anche in Italia), ormai padronali anche in tutto il mondo, fanno incombere sul Brexit, e anche la contraddizione di un Soros (The Sun) favorevole all’uscita, poiché questo farebbe accelerare la debolezza della sterlina all’interno del paniere SDR e la schiaccerebbe sempre più sul dollaro. Impedendo altresì un investimento forte e una presenza della Gran Bretagna, che lo sta comunque facendo poiché impero e lungimiranza obbligano, nelle ex-colonie asiatiche e nei vari Fondi che vi si creano.
E’ lo scenario “nascosto” del Brexit, non adatto al popolo, ma sicuramente discusso dalla massoneria economico-politica del Bildeberg. Altrimenti di che volete che parlino? Solo di come abbattere i referendum popolari?

domenica 19 giugno 2016

Ecco perché ho accettato la proposta di Raggi

di Paolo Berdini da ilmanifesto

Urbanistica. C'è una maturazione politica e culturale, sono arrivate due proposte di lavoro coraggiose. La candidata romana con me e Chiara Appendino con Guido Montanari hanno scelto di ricostruire il profilo della legalità mettendo in soffitta la cultura delle deroghe e privilegiando il diritto sociale alla città e ai beni comuni

Roma è una città fallita. Ai 13,5 miliardi certificati dal Commissario governativo ne vanno aggiunti due degli anni del sindaco Marino e un numero finora imprecisato che proviene dall’accensione di titoli derivati. Roma supera dunque i parametri di legge che regolano l’indebitamento degli enti locali e se il Governo volesse – e non è detto che non giocherà questa carta – potrebbe sciogliere il governo municipale. Dei candidati sindaci che si sono presentati al primo turno solo Raggi e Fassina hanno posto con chiarezza la questione proponendo l’apertura della rinegoziazione del debito. Silenzio da tutti gli altri, compreso quello di Giachetti.
La causa strutturale del debito sta nell’anarchia urbanistica. Negli ultimi 20 anni si è costruito dappertutto al di fuori di ogni regola sicuri che la mano pubblica avrebbe portato i servizi indispensabili. L’ultimo scandalo riguarda ad esempio un intero quartiere nato in aperta campagna a tre chilometri dall’ultima periferia, Pian Saccoccia, a cui il comune deve garantire trasporti e raccolta dei rifiuti. A fronte di pochissimi che hanno intascato una rendita immobiliare enorme, la collettività accumula debito mentre Atac e Ama sono sull’orlo del fallimento.
Il manifesto ha denunciato sistematicamente in questi anni gli effetti dell’urbanistica derogatoria e il risultato di questo prezioso lavoro sta nel volume di recente pubblicazione Viaggio in Italia che raccoglie i ragionamenti collettivi provocati da una intuizione di Piero Bevilacqua e curato con Ilaria Agostini. Il quadro che emerge è la crisi irreversibile delle città, come noto amministrate in larga parte dal «centro sinistra». È dunque evidente che sussiste ancora una difficoltà culturale nella sinistra a fare i conti con gli errori del recente passato, quando sono stati sacrificati gli interessi dei cittadini per privilegiare quelli economici e finanziari dominanti. L’effetto di questa scelta di campo è resa evidente dal voto del 5 giugno scorso: in tutte le periferie urbane la sinistra non intercetta più il malessere delle famiglie impoverite da una crisi senza fine e dalla cancellazione del welfare. Questa parte di società ha invece scelto di premiare a Torino e Roma il movimento 5stelle e dobbiamo chiederci i motivi di fondo di questo orientamento.
I gruppi parlamentari 5stelle hanno contrastato con forza lo «Sbocca Italia» imposto per decreto dal governo Renzi che ripropone l’ennesima e sempre più accentuata stagione derogatoria così come si sono battuti contro quella che viene vergognosamente chiamata la legge contro il consumo di suolo e che contiene invece altri meccanismi che lo incentivano. In buona sostanza, quella complessa galassia piena di contraddizioni lucidamente sollevate da Alberto Asor Rosa su queste pagine, si è però saldamente impadronita della cultura urbana che era il vanto della sinistra.
Da questa maturazione politica e culturale sono arrivate due proposte di lavoro coraggiose. Virginia Raggi con me e Chiara Appendino con un’altra figura di rilievo dell’urbanistica democratica, Guido Montanari, hanno scelto di ricostruire il profilo della legalità mettendo in soffitta la cultura delle deroghe e privilegiando invece il diritto sociale alla città e ai beni comuni. È lo stesso percorso scelto, come notava ieri Norma Rangeri, a Napoli da Luigi De Magistris sia nella sfida per l’acqua pubblica sia nel rispetto del piano urbanistico di Vezio De Lucia. È per questo motivo che ho ritenuto di accettare la proposta offertami da Virginia Raggi di guidare l’urbanistica di una città fallita a causa della mala urbanistica.